10 luglio 2014

La vera «questione controversa»: la metafisica. Riflessioni sull'ultimo libro di Franca D'Agostini




La vera questione non è se la realtà esista o no, né se sia modificabile da noi solo in parte o totalmente (come sembrerebbero pensare i sostenitori del "Nuovo Realismo"). La vera questione è: com'è fatta la realtà? È ordinata? Ha senso? Ha valore in sé? È solo la scienza che può rispondere a queste domande o anche la filosofia, accanto e insieme alla scienza, ha voce in capitolo? Dalla visione scientifica della realtà cosa emerge? Emerge un senso, un valore delle cose? La visione scientifica della realtà è unitaria o no? È compito della filosofia collegare le varie parti della scienza o è la scienza stessa a doverlo fare?

Questa tesi (le domande le ho riformulate e sviluppate a modo mio) si può trovare nell'ultimo libro di Franca D'Agostini: Realismo? Una questione non controversa (Bollati Boringhieri, Torino 2013), una tesi molto tagliente sul versante della stroncatura del "Nuovo Realismo" marcato Ferraris («chi si professa realista in quanto contrapposto agli antirealisti non sta professando nulla, e non sta dicendo niente di rilevante»), ma molto aperta e per nulla conclusiva sul versante della proposta teorica. Si tratta infatti, direi, dell'impostazione di un "programma di ricerca", sulla base sia di una ridefinizione radicale del "realismo" sia dell'individuazione di alcune prospettive logico-metafisiche contemporanee particolarmente feconde (Armstrong, Lewis, Priest).

Ricostruisco una parte del discorso. 
Nell'Introduzione D'Agostini, per fare luce sulla falsa questione del realismo, esamina le posizioni di coloro a cui viene erroneamente attribuito l'"antirealismo" e in particolare esamina la convinzione che i concetti di verità e realtà «siano concetti dogmatici, caratteristici di strutture d'autorità, come la Chiesa o la Scienza» e rileva alla base di questa convinzione due ragioni:
1) «vediamo la realtà solo filtrata attraverso l'esperienza che ne abbiamo, dunque ciò con cui abbiamo a che fare non è propriamente la realtà "in sé"»
2) nelle discussioni fare appello alla realtà o alla verità può essere un modo autoritario per troncare ogni argomento.
«Le due ragioni sono evidentemente connesse, e abbiamo così la conclusione: non ho accesso alla realtà, dunque se dico "le cose stanno così" sono un pericoloso dogmatico, oppure (che è lo stesso) mi fido ciecamente della Scienza, o di altre autorità istituite.» Le due ragioni vengono entrambe smontate:
1) «è vero che vediamo la realtà filtrata dall'esperienza, ma quel che vediamo è comunque la realtà» (su questo punto rimando, in questo blog, alla mia sintesi di Introduzione alla verità, dove si evidenzia il ruolo che una corretta interpretazione della filosofia di Kant svolge nel pensiero di D'Agostini: l'in sé non è inaccessibile)
2) «Le funzioni concettuali associate alle parole verità e realtà sono funzioni inferenziali e discussive, che non hanno di per sé stesse né colpe né meriti: servono per ragionare e argomentare, e possono essere usate bene o male.»
Queste sono quindi le risposte che andavano (vanno) date a chi proponeva (propone) un attacco ai concetti di verità e realtà (per esempio Vattimo): non la tesi "la realtà esiste" (magari dimostrata con argomenti complessi come l'Argomento della Ciabatta... si veda M. Ferraris, Inemendabilità, ontologia, realtà sociale).
Il problema non è difendere la realtà, dice D'Agostini, «ma piuttosto difendere la possibilità della metafisica: ossia la possibilità di parlare della realtà in termini non vincolati alle sole scienze empiriche o ad altri settori scientifici determinati» (si badi: "non vincolati alle sole scienze" significa che comunque delle scienze si deve tenere conto! Ferraris, invece, con la sua "ipotesi della mesoscopia", mette sostanzialmente fuori gioco, ritenendole irrilevanti dal punto di vista metafisico, le scienze – la fisica in primo luogo –. Scrive infatti, nel saggio sopra indicato: «Il mondo è pieno di cose di taglia media, né troppo grandi, né troppo piccole [...] le cose che si presentano come fenomeni sono definite per l’appunto da una taglia mesoscopica: non ci sono fenomeni troppo grandi o troppo piccoli. Questo lo aveva riconosciuto bene proprio Kant, che sottolineava che il colossale, ciò che è troppo grande per la rappresentazione, esorbita dalla sfera del fenomenico e riguarda piuttosto l’ambito del sublime. Nella stessa linea di considerazioni, Kant aveva anche osservato che il mondo, come totalità di tutto ciò che c’è, non è un fenomeno, bensì una idea della ragione, insieme all’anima e a Dio. [...] L’uso combinato di una ecologia e di una fenomenologia realistica definisce la sfera della ontologia, e permette una vistosa differenziazione rispetto alla epistemologia. Il problema fisico è grande o piccolo, quello ontologico è medio. L’ontologia ci interessa se ci sta a cuore un mondo mesoscopico, per il microscopico e il macroscopico va benissimo la fisica, anzi, sarebbe assurdo voler ricorrere a qualche altro tipo di approccio. Ma è del tutto ovvio che un mondo mesoscopico ci interessa non meno di quello fisico, altrimenti non potremmo dire la maggior parte delle cose che diciamo, non potremmo avere i valori che abbiamo ecc.» Quello che risulta incomprensibile, se si assumono le ipotesi di Ferraris, è il fatto che le conoscenze scientifiche abbiano avuto un impatto così forte sulle strutture valoriali che hanno sorretto l'umanità dall'antichità al XVIII secolo; perché la teoria eliocentrica, pur riguardando cose fuori dalla taglia media, dava così fastidio alla Chiesa? Se Dio esista o no è, dal punto di vista di Ferraris, un problema ontologico o fisico?).

Questa necessità di tornare alla "questione della metafisica" ha sullo sfondo, secondo me, anche una emergente conflittualità fra credenti e non credenti. Penso alle discussioni anche aspre cui possiamo assistere, ad esempio fra Telmo Pievani e Paolo Flores D'Arcais da una parte e Vito Mancuso dall'altra. Oppure penso a quelle che Ronald Dworkin, nel suo ultimo libro Religione senza Dio (Il Mulino, Bologna 2014) chiama "nuove guerre di religione" (per esempio la questione se «i simboli di appartenenza religiosa possano essere indossati nelle scuole pubbliche, negli uffici e negli edifici governativi e negli spazi pubblici»; i tentativi della destra religiosa americana di far insegnare nelle scuole il creazionismo prima e il disegno intelligente poi in alternativa alla teoria dell'evoluzione, le battaglie intorno alla legittimità del matrimonio omosessuale...). 
La scienza continua a produrre nuove conoscenze sulla realtà rinforzando una visione (per quanto non unitaria) nella quale secondo me non c'è più modo né necessità di pensare a Dio come viene descritto nei monoteismi tradizionali (e infatti ritengo che le forme attuali di credenza religiosa delle persone colte - e in parte anche delle persone mediamente scolarizzate - intendano Dio in modo diverso da questi) ma ancora non riesce a costruire un'alternativa alle religioni tradizionali in termini di orientamento e sostegno dell'individuo attraverso la valorizzazione dell'esistente e la progettualità. È necessario quindi che la filosofia riprenda in mano il suo compito principale, la sua vocazione metafisica, e lo faccia però in stretto rapporto con i saperi scientifici (altrimenti saranno gli scienziati stessi a doversi incaricare di fare anche filosofia, come in parte stanno già facendo... penso  a Barrow, Pensrose, Hawking, Odifreddi, Boncinelli e via dicendo – e non c'è niente di male, anzi, ma i filosofi hanno competenze speciali in metafisica, ontologia, etica, logica, che vanno applicate e possono produrre risultati decisivi). Nel fare questo, inoltre, dovrà anche, secondo me, indicare la strada verso nuove forme di religiosità (intesa come atteggiamento, non come teoria) che siano in grado di superare il tradizionale ancoraggio alla nozione di un Dio persona e creatore, e potrà anche ritrovare il nesso con la dimensione pubblica e politica, alla quale è legata fin dalle sue origini nella Grecia antica.



9 luglio 2014

Animali mutanti e Frattali. Mostra virtuale di alcune opere di Alberto Grein




Alberto Grein, nato a Milano nel 1961, che in questo video potete vedere al lavoro, è insieme artista e artigiano, sensibile a molteplici influssi sia scientifici (biologia, matematica, antropologia, psicoanalisi, filosofia...) sia artistici (Arcimboldo, Bosch, Brueghel, il surrealismo, il dadaismo, l'arte psichedelica, la musica, la letteratura fantastica...). In questa piccola mostra virtuale si può apprezzare il valore del suo lavoro, che riesce a coniugare la dimensione simbolica e onirica con il piacere di oggetti di arredamento (ma anche gioielli e accessori) unici e assolutamente originali.




Zanz Queen





FormiKant 2
(formica analogico-virtual-reale, dotata di eccezionale QI)






Lombribellula






Po'stRana






Po'stRanina




Frattale 'Square'




Frattale 'Spy'




Spiega Alberto: 

«Tutti gli  'insetti' sono illuminati con strisce di LED applicate sotto il corpo, la Po'stRanina non è illuminata, e la Po'stRana ha una lampadina LED all'interno.
I frattali sono illuminati con lampadine LED nel vano laterale della cornice in rame.

Gli animali sono realizzati con vetri in gran parte di recupero (frammenti e scarti dalle vetrerie di Murano, recuperati dalle spiaggette adiacenti le fabbriche e perciò 'lavorati' dal mare; vetri industriali, stampati ecc. recuperati da porte, infissi, ecc.; ritagli di vetri piani colorati da vetrata, in genere avanzi dalla mia produzione di vetrate artistiche.
I Frattali sono realizzati con vetri piani colorati da vetrata, legati a stagno. Lo 'Spy' contiene due pezzi di vetro incolore placcato di  vetro rosso, con la placcatura rossa incisa a mano (trapanino elettrico con punta diamantata) ad ottenere il disegno a spirale.

Gli animali mutanti nascono in genere da un'abbozzo di idea sulla 'natura', forma e dimensione del soggetto, che però si modifica durante il processo di lavorazione e di assemblaggio dei pezzi. Mi lascio guidare dalle forme e dai colori dei pezzi che ho disposto previamente sul tavolo da lavoro, e l'intero processo è un 'work in progress' alimentato da una specie di 'automatismo psichico'...
... Per quanto riguarda i Frattali, si tratta una 'scoperta' (anche se in realtà ne conoscevo l'esistenza già da tempo) che feci una decina d'anni fa, quando decisi di addentrarmi un po' di più in quel mondo di disegni, pattern e strutture autosimili ed autoreplicanti, che ritengo essere una vera e propria rivoluzione nella scienza e nel sapere umano in generale, perché lì si fondono il rigore e la precisione della matematica con l'infinita varietà dei fenomeni naturali, riuscendo a spiegare una gran quantità di questi con procedimenti logici 'non lineari'...inoltre i frattali, nella loro bellezza barocca ed iterativa sono già di per loro un'incredibile stimolo per l'arte e l'immaginazione.»

8 luglio 2014

Rinasce il blog Filosofia Pubblica!




Sono felice di annunciare che rinasce, con una nuova gestione, il blog Filosofia pubblica.
Sarà gestito da Franca D'Agostini, che sarà responsabile per tutti i post pubblicati e moderatrice dei commenti.
Io avrò pura funzione di supporto tecnico.

Sul blog sono già presenti due novità: la riproposizione di un articolo che Franca ha da poco pubblicato sul Rasoio di Occam e un nuovo Call for Post intorno al nuovo libro di Diego Marconi.



27 giugno 2014

Contro l'infinito





«Porre un limite all'infinito è un tema ricorrente nella fisica moderna. [...] molto spesso, ciò che appare infinito non è altro che qualcosa che non abbiamo ancora capito o contato. [...] "Infinito", in fondo, è solo il nome che diamo a ciò che ancora non conosciamo. La Natura sembra dirci, quando la studiamo, che non c'è nulla, alla fine, di davvero infinito. [...] L'unica cosa davvero infinita è la nostra ignoranza.»
(C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Milano 2014)

Negare l'infinito reale, nella realtà fisica, equivale a credere nella conoscibilità, nella comprensibilità del mondo.

Torno a ragionare sulla Biblioteca di Babele.
Perché dobbiamo credere a questa ipotesi immaginativo-metafisica? (cioè : la quantità di ciò che è dicibile, esprimibile attraverso il linguaggio, è finita)
Perché un libro deve avere un numero di pagine finito? O anche: perché una frase non può essere infinita?
Perché altrimenti il suo senso non sarebbe, per principio, comprensibile. Potremmo capirne solo le singole parti, ma non il tutto. Ma un senso incomprensibile equivale a una assenza di senso.
L'insieme di tutto l'esprimibile non può essere infinito.

Resta sempre comunque pensabile, possibile, che la realtà (fisica) sia invece nel complesso inconoscibile, incomprensibile, quindi resta sempre possibile che sia infinita.

Ma perché qualcosa che è, di fatto, conoscibile nelle sue singole parti dovrebbe essere inconoscibile nell'insieme? Noi abbiamo già sperimentato la conoscibilità di parti della realtà, quindi abbiamo ragionevoli motivi di credere che la realtà sia conoscibile anche nella sua totalità, quindi che sia finita.

18 maggio 2014

La specie dominante






Relazione introduttiva alla raccolta di studi effettuata nel ciclo Antargutico 22 dal viaggiatore B-44/3121KLFERCV in data 56 Depoto 992435.

Ho soggiornato molto tempo sul pianeta Bianco-Celeste del sistema ZFC–galassia789086559, insieme a un gruppo di studiosi dei sistemi di vita di tipo K. Siamo rimasti laggiù a lungo per la singolare varietà delle specie: evidentemente in questo ambiente la propulsione infra-genetica dei legami HHGCTP è particolarmente violenta e tende contemporaneamente all’espansione e a superare ogni errore di copiatura con la ramificazione specifica. La situazione attuale è molto complessa, ma tenendo conto che il numero delle specie viventi si aggira intorno a 35.000.000, e sono tutte composte di materia del tipo L53 con prevalenza di carbonio, è una situazione anche relativamente semplificabile e descrivibile in breve.
    Possiamo dire che vi è una specie dominante per estensione sul territorio, originarietà dei mutamenti provocati all’ambiente, sottomissione e controllo di alcune specie affini ma meno sviluppate dal punto di vista neurale. Si tratta di una specie cordata, dotata di 4 arti di cui due con articolazione ulteriore prenso-elaborante, una massa neurale con circa 100.000.000.000 di unità fittamente interconnesse, con propensione espansivo-aggressiva mediata da elementi contemplativo-espressivi. Questa specie è dominante per i motivi che ho detto, ma numericamente assai inferiore rispetto al numero di individui delle specie di tipo artrop-insec (i veri “colonizzatori” del pianeta), e coabita un ambiente completamente invaso da forme estremamente più piccole, appartenenti al regno da loro denominato “bacteria” (equivalenti grosso modo ai nostri vegamostati ma con capacità molto superiori di intromissione negli apparati mesobiologici).
     Come avrete modo di vedere leggendo i singoli studi a cui questo breve scritto fa da introduzione, il nostro gruppo si è concentrato sullo studio della specie dominante, cercando di analizzare e capire alcune particolari caratteristiche che sfuggono ai nostri quadri standard di classificazione. Faccio solo alcuni esempi in via preliminare.
    Pur avendo da tempo sviluppato gli strumenti globalmente sufficienti a far vivere in buone condizioni tutti gli individui appartenenti, questa specie si ostina a mantenere divisioni territorio-politiche e divisioni sociali interne a ciascun territorio, e sembra ritenere impossibile la classica organizzazione a governo unico di specie, sprecando risorse ed energie preziose in mortiferi e distruttivi conflitti intraspecifici. Probabilmente queste divisioni sono dovute alla presenza di forti differenze culturali interne, infatti la specie dominante ha avuto un’evoluzione molto rapida ma in gruppi separati, ciascuno con il proprio sistema di comunicazione, che si è tradotto in differenti sistemi concetto-valoriali. Va anche detto che l’ambiente si presenta estremamente variato e velocemente mutevole: ciò ha sicuramente turbato le linee evolutive e ha determinato questa parcellizzazione culturale. Effetto collaterale di queste divisioni è anche la presenza di enormi disparità nel rapporto lavoro/retribuzione (su questo, però, prevediamo che avverrà a breve un generale ripensamento – con probabili conflitti – che dovrebbe portare a una equiparazione globale, anche se questa linea di sviluppo avrà inevitabilmente effetti distruttivi a breve periodo, vista la mancanza di governo unico).
    Date queste caratteristiche, non è ancora chiaro se questa specie dominante sul pianeta si possa classificare tra quelle superiori o tra quelle inferiori, perché presenta un livello di intelligenza elevato ma la utilizza malamente su scala totale: il punto critico è che ciascun individuo fatica a porsi nel punto di vista della specie, concentrandosi prevalentemente sugli interessi personali e di breve periodo.
    Sarebbe forse interessante provare a introdurre artificialmente, accanto a questa specie dominante, una specie analoga per forma e livello di sviluppo cerebrale ma che abbia già da tempo superato questo stadio conflittuale (ce ne sono diversi tipi nella galassia 705667434). Fra l’altro l’esperimento potrebbe anche aiutarli a frenare il veloce deterioramento che stanno provocando del sistema ecodinamico, con attuale rischio di auto-estinzione. L'unico dubbio è per i danni provocabili dalla loro reazione iniziale all'accostamento specifico: dovrebbero infatti riuscire a superare l'inevitabile emozione di elevatissima paura per il pericolo di invasione e sopraffazione.
Se, dopo la lettura degli studi specifici, il Controllore generale delle ricerche vorrà pensarci e inoltrare la proposta al Direttore degli esperimenti gliene sarò infinitamente grato. In caso contrario (mi rendo conto che il trasferimento intergalattico di una intera colonia di cordati può avere costi troppo alti), chiedo almeno di poter continuare a studiare il caso, dal momento che questa specie dimostra di possedere il fattore YNL (una peculiare capacità di generare nuove catene causali senza partire da quelle antecedenti) e sono molto curioso di vedere come andranno a finire le cose.

Con osservanza,


B-44/3121KLFERCV

2 maggio 2014

Destra e sinistra. La lezione di Norberto Bobbio

(Ri-)Pubblico qui il capitolo 7 di Destra e sinistra di Norberto Bobbio, con le mie annotazioni a matita (può risultare utile, di queste, lo schema finale).
La distinzione tra queste due categorie politiche, che molti oggi ritengono superata, è secondo me ancora importante per orientarsi, anche se va riformulata e ripensata, e il testo di Bobbio rimane un punto di riferimento per poterlo fare.


1 maggio 2014

Kant e l'infinito attuale



In un post precedente ho già fatto riferimento alla questione che Kant, nelle argomentazioni sulle prime due antinomie, non considera l'infinito attuale, ma solo quello potenziale.
Parlando invece dei postulati dell'imperativo categorico, nella Critica della ragion pratica, Kant argomenta a sostegno della necessità di pensare a un tempo infinito nel quale possa avvenire il perfezionamento morale richiesto dall'imperativo stesso. In questo caso mi pare che Kant abbia in mente l'infinito attuale, altrimenti il perfezionamento non si concluderebbe mai, sarebbe come un limite ultimo (mai raggiunto) verso cui ci si avvicina sempre più...

29 aprile 2014

Cosa fare delle nostre conoscenze?

(consigli per gli studenti e per quelli che studiano tutta la vita...)

estendere: ogni nostra conoscenza è in genere accompagnata dalla consapevolezza di parti del sapere umano a noi ancore ignote, verso le quali possiamo ampliare gli orizzonti; i confini si possono estendere restando nello stesso settore o anche scegliendo di allargare il campo verso settori per noi mai affrontati.

consolidare: ciò che già sappiamo può col passare del tempo appannarsi, assottigliarsi, diventare fragile e incerto. Tornarci sopra, memorizzare, ripensare è un modo per appropriarsi meglio di conoscenze che ci sembrava di avere già acquisito ma che possono rivelarsi lacunose o instabili.

affinare: esplorare i dettagli, precisare, entrare nei particolari

approfondire: esplorare le basi, i fondamenti, focalizzare e ingrandire (capire meglio) i punti nodali, i concetti centrali.

applicare: provare a usare ciò che sappiamo trasferendolo in un contesto diverso, ponendolo in relazione a un caso specifico, una circostanza particolare, un problema da risolvere.

dubitare: chiedersi se ciò che sappiamo è proprio vero, se non sia possibile una sapere alternativo sulle stesse cose, un punto di vista diverso; adottare un atteggiamento critico nei confronti di ciò che già sappiamo

immaginare: usare le conoscenze come base per immaginare possibilità diverse da quelle realizzate

produrre: individuare i punti nei quali il sapere può essere esteso in assoluto (domande mai poste prima, problemi ancora mai risolti, cose mai capite, zone mai esplorate, punti rivista mai adottati, interpretazioni mai avanzate, ipotesi mai fatte) e dare il proprio contributo con qualcosa di nuovo.

27 aprile 2014

Nymphomaniac - vol. II





La seconda parte del film mi è sembrata più fredda, nel complesso, rispetto alla prima
L'improvvisa insensibilità spinge Joe a cercare esperienze nuove, più forti, e finisce nello "studio" di un sadico (che prova piacere nell'infliggere frustate ma non arriva mai al rapporto sessuale con le sue partner); nel frattempo, però, ha avuto un figlio dall'uomo che l'aveva fatta innamorare, e per frequentare il sadico trascura il figlio, si rivela una madre e un'amante non altezza delle sue responsabilità e delle aspettative amorose della famiglia, per cui viene abbandonata. La sua vita si sviluppa con ulteriori avventure, e viene narrata all'uomo che l'ha soccorsa all'inizio (nella parte I), Seligman, il quale a un certo punto si dichiara "asessuato" e vergine. Seligman, che rappresenta una sorta di psicoterapeuta, aiuta Joe a sollevarsi dai suoi sensi di colpa, e alla fine Joe si sente effettivamente "accolta" da lui e lo riconosce come amico, ma proprio qui, nel finale, avviene un imprevisto capovolgimento di situazione, una sorta di scambio di ruoli che dà al film uno scatto in avanti, una sensazione di sviluppo e di complessità. 
La protagonista sembra non riuscire mai a conciliare sessualità e amore, e sembra essere incapace di  trovare la giusta misura nel vivere la sessualità integrandola con il resto delle componenti essenziali della vita umana. Alla fine, infatti, sembra "guarita" dalla sua ninfomania ma si propone l'astinenza totale dalla sessualità. Quindi o tutto, o niente. 
Anche la seconda parte è ricca di riferimenti culturali e girata con grande perizia.


Considerando il film nell'insieme, forse uno dei problemi generali riguardo alla sessualità, che il regista ha voluto riproporre, è se sia veramente impossibile conciliare la vita sociale e i rapporti amorosi all'interno della famiglia, la civiltà in generale, con una espressione più libera delle proprie pulsioni (un po' come ha sostenuto Freud ne Il disagio della civiltà) o se invece si possa pensare a una società diversa, capace di accogliere individui che sacrifichino meno o per niente l'energia pulsionale. Il discorso che emerge dal film a questo proposito, mi pare, è che non può essere un solo individuo a tentare vie alternative, pena l'emarginazione e l'impossibilità di costruire rapporti interpersonali solidi. 

24 aprile 2014

Rovelli, capitolo 4. I quanti.

C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Raffaello Cortina 2014
commenti precedenti:
Rovelli, capitolo 1
Rovelli, capitolo 2


Riassumo (liberamente, in carattere Times; tra virgolette riporto brani del testo di Rovelli) e commento (in Helvetica).

Nel 1900 Max Planck ipotizza che l'energia (del campo elettrico) sia distribuita in quanti (unità minime, mattoncini minimi) e che l'energia di ogni quanto dipenda dalla frequenza (delle onde elettromagnetiche; in altri termini dalla velocità delle oscillazioni delle onde). Più alta è la frequenza, più grande sarà il quanto. Nel 1905 Einstein, partendo dalla spiegazione dell'effetto fotoelettrico, capisce che i quanti esistono realmente. I quanti di luce sono i fotoni: l'energia della luce è distribuita nello spazio in maniera discontinua. Questo lavoro di Einstein non viene inizialmente preso sul serio, perché ci si era appena convinti che la luce fosse un'onda del campo elettromagnetico "e come fa un'onda a essere fatta di granelli? (...) Capire come la luce possa essere sia un'onda elettromagnetica sia, allo stesso tempo, uno sciame di fotoni, richiederà l'intera costruzione della meccanica quantistica."

Nella comprensione del fenomeno della luce, quindi, si è passati dalla teoria corpuscolare (Newton) alla teoria ondulatoria (Maxwell), a una sintesi delle due teorie: la luce come onda-corpuscoli (Einstein). Non c'è, in questo procedere storico della fisica, una conferma del processo dialettico teorizzato da Hegel?
Niels Bohr, nel primo ventennio del Novecento, studiando la struttura degli atomi si imbatte in un problema. Secondo il modello dell’atomo allora condiviso (un nucleo centrale intorno a cui girano elettroni, come un piccolo sistema solare) non risultava spiegabile il fatto che la materia sia colorata. “Studiando in dettaglio la luce emessa (non sarebbe meglio dire ‘riflessa’? La maggior parte delle sostanze non sono luminose, non emettono luce propria…) dagli atomi, si ricava che le sostanze elementari hanno colori che le contraddistinguono.”

Quindi si appura che il colore è una “qualità primaria”! Avevo già commentato, a proposito del colore, nel capitolo 2, che si può interpretare la scoperta di Maxwell che le differenze di colore sono differenze di frequenza delle onde elettromagnetiche come la scoperta del lato “oggettivo” o “in sé” del colore rispetto al suo lato “soggettivo” o “fenomenico” (come noi percepiamo queste differenze di frequenza).

“Maxwell aveva scoperto che il colore è la frequenza della luce. Quindi la luce viene emessa (stessa osservazione fatta sopra…) dalle sostanze solo a certe frequenze. L’insieme delle frequenze che caratterizza una data sostanza si chiama ‘spettro’ di questa sostanza.”



“Il colore è la frequenza della luce, cioè la velocità a cui vibrano le linee di Faraday. A sua volta, questa è determinata dal vibrare delle cariche elettriche che originano la luce, e queste cariche, per la materia, sono gli elettroni che volteggiano intorno agli atomi.”  La cosa però non tornava rispetto alla meccanica newtoniana: “a credere alla meccanica di Newton, un elettrone può ruotare intorno al suo nucleo a qualunque velocità, e quindi emettere luce a qualunque frequenza. Ma allora, perché la luce emessa da un atomo non contiene tutti i colori, ma solo pochi colori particolari? Perché gli spettri atomici non sono un continuo di colori, ma sono composti da poche righe staccate?”
Bohr riesce a rispondere a questo problema, ma lo fa proponendo un nuovo modello di atomo, nel 1913, con caratteristiche che appaiono bizzarre. Ipotizza che anche l’energia degli elettroni negli atomi possa assumere solo certi valori “quantizzati” (ipotesi analoga a quella avanzata da Einstein per l’energia dei quanti di luce), che gli elettroni possano esistere solo su certe orbite, a distanze particolari dal nucleo, e che gli elettroni possano “saltare” fra l’una e l’altra delle orbite atomiche consentite (“salti quantici”). Questo nuovo modello atomico, con cui Bohr riusciva a rendere conto con precisione di tutti gli spettri di tutte le sostanze e a prevedere anche spettri non ancora osservati,  era contraddittorio rispetto alle concezioni tradizionali della materia e della dinamica. 
Sarà il giovane Werner Heisenberg ad avanzare una teoria profondamente innovativa che riusciva a inquadrare queste stranezze. Rovelli descrive molto bene le circostanze nelle quali, in una notte del 1925, nel parco dietro l’Istituto di Fisica di Copenhagen, Heisenberg ha una folgorante intuizione che lo porta a scrivere per primo le equazioni della meccanica quantistica, e lascio al lettore curioso la lettura diretta del libro di Rovelli. Qui vorrei sintetizzare e commentare l’intuizione di Heisenberg da un punto di vista filosofico. 
L’intuizione è che gli elettroni possano avere, a differenza degli oggetti materiali che siamo abituati ad osservare nelle nostre esperienze quotidiane, una esistenza intermittente! Possono scomparire e riapparire (i “salti quantici”); fra un’esistenza e l’altra non sono da nessuna parte, non hanno alcuna posizione precisa. “Gli elettroni non esistono sempre. Esistono solo quando interagiscono. Si materializzano in un luogo quando sbattono contro qualcosa d’altro. I ‘salti quantici’ da un’orbita all’altra sono il loro modo di essere reali: un elettrone è un insieme di salti da un’interazione all’altra. Quando nessuno lo disturba, un elettrone non è in alcun luogo.”

Questa esistenza intermittente avrebbe sicuramente scandalizzato Parmenide… ma proviamo a ragionarci sopra un momento. La prima questione mi sembra la seguente: esiste una modalità di esistenza, un altro modo di essere (per esempio quello che per gli stoici era il “sussistere”, che attribuivano agli enti immateriali come il significato), nella quale un elettrone si trova quando non è e che consente però di fornire una continuità all’identità dell’elettrone stesso? In altri termini: fra un salto quantico e l’altro un elettrone rimane se stesso o no? Può una cosa restare se stessa se si interrompe la continuità della sua esistenza materiale? Mi sembra che in gioco ci sia l’idea di una quantizzazione dell’esistenza stessa! 
La seconda questione è che Rovelli punta molto sull’interpretazione relazionale della teoria. Essere significherebbe interagire, relazionarsi. A questo proposito mi viene in mente che in fondo questa è la stessa idea che ha avuto Platone quando tentava di trovare un significato per l’essere che potesse funzionare sia per la sua teoria delle idee sia per l’atomismo democriteo: cosa hanno in comune le idee platoniche e gli atomi di Democrito? che possono entrare in relazione con altri enti della loro specie. Essere è essere in rapporto con. Mi sembra, però, che questa idea lasci in sospeso proprio la prima questione che ponevo sopra, cioè cosa ne è di un ente che non interagisce? Conserva la sua identità fino all’interazione successiva o no?

Altro protagonista della meccanica quantistica è Paul Adrien Maurice Dirac, gigante della fisica del XX secolo. Scrive Rovelli: "nelle sue mani la meccanica quantistica, da accozzaglia snaturata di intuizioni, mezzi calcoli, fumose discussioni metafisiche ed equazioni che funzionano bene e non si sa perché si trasforma in un'architettura perfetta: aerea, semplice e bellissima. Ma di un'astrattezza stratosferica. (...) In essa ogni oggetto è descritto da uno spazio astratto,*
*Uno spazio di Hilbert
e non ha alcuna proprietà in sé, a parte quelle che non cambiano mai, come la massa. La sua posizione e velocità, il suo momento angolare e il suo potenziale elettrico ecc. prendono realtà solamente quando si scontra con un altro oggetto. (...) L'aspetto relazionale della teoria dovente universale. (...) Non sappiamo con certezza dove l'elettrone comparirà, ma possiamo calcolare la probabilità che compaia qui o là".

Una variabile fisica può assumere solo certi valori: lo spettro di una variabile è l'insieme dei valori particolari che la variabile può assumere. Con Dirac diventa possibile calcolare quali valori possa prendere una variabile fisica: "Questo si chiama 'calcolo dello spettro di una variabile', cattura la granularità nel fondo della natura delle cose, ed è estremamente generale: vale per qualunque variabile fisica. I valori sono quelli che una variabile può prendere nel momento in cui l'oggetto (atomo, campo elettromagnetico, molecola, pendolo, sasso, stella...) (ma non vale solo su scala atomica?? Più avanti, a pag. 115, nella nota 11 Rovelli scrive: "Una regione finita dello spazio delle fasi, cioè dello spazio dei possibili stati di un sistema, contiene un numero infinito di stati classici distinguibili, ma corrisponde sempre a un numero finito di stati quantistici ortogonali. Questo numero è dato dal volume della regione diviso per la costante di Planck elevata al numero dei gradi di libertà. (???) Questo risultato è completamente generale.) interagisce con qualcos'altro (relazionalismo) (...) Cosa succeda fra un'interazione e l'altra è qualcosa che nella teoria non esiste (Un bel problema!)"

"La probabilità di trovare un elettrone, o una qualunque altra particella, in un punto o nell'altro nello spazio, si può immaginare come una nuvola diffusa, più densa dove la probabilità di vedere l'elettrone è maggiore. Talvolta è utile visualizzare questa nuvola, come fosse un oggetto reale. Per esempio, la nuvola che rappresenta un elettrone intorno al suo nucleo ci dice dove è più facile che l'elettrone appaia se proviamo a guardarlo. Se li avete incontrati a scuola, questi sono gli "orbitali" atomici.*"
(riporto qui sotto immagini degli "orbitali" atomici che si possono trovare nel web:)







"*La 'nuvola' che rappresenta i punti dello spazio dove è probabile trovare l'elettrone è descritta da un oggetto matematico chiamato la 'funzione d'onda'. Il fisico austriaco Erwin Schrödinger ha scritto un'equazione che mostra come questa funzione d'onda evolva nel tempo. Schrödinger aveva sperato che l''onda' potesse spiegare le stranezze della meccanica quantistica (...) [ma] il motivo principale per cui l'onda di Schrödinger non è una buona immagine della realtà consiste nel fatto che, quando l'elettrone collide con qualcosa d'altro, è sempre in un punto solo, non è diffuso nello spazio come un'onda. Se si pensa che un elettrone sia un'onda, ci si trova poi nella peste a cercare di spiegare come  accade che quest'onda si concentri istantaneamente in un solo punto a ogni collisione. (...) La realtà dell'elettrone non è un'onda: è questo apparire a intermittenza nelle collisioni (...)"

Per quanto strana, la teoria si rivela estremamente efficace, ed è alla base, ricorda Rovelli, dei computer, della chimica e biologia molecolare avanzate, dei laser, dei semiconduttori. Altra straordinaria applicazione della teoria è la seguente:
"prendete l'equazione della meccanica quantistica che determina la forma degli orbitali dell'elettrone. Questa equazione ha un certo numero di soluzioni e queste soluzioni corrispondono esattamente : all'idrogeno, all'elio... all'ossigeno... e agli altri elementi! La tavola periodica di Mendeleev è strutturata esattamente come le soluzioni. Le proprietà degli elementi e tutto il resto segue come soluzione di questa equazione! In altre parole, la meccanica quantistica decifra perfettamente il segreto della struttura della tavola periodica degli elementi. L'antico sogno di Pitagora e di Platone di descrivere tutte le sostanze del mondo con una sola formula è realizzato."


Dirac si rende poi conto che la meccanica quantistica si può applicare direttamente ai campi, e scopre la convergenza fra la nozione di particella e quella di campo:
"Campi e particelle sono la stessa cosa
(...)
La nuvola di probabilità che accompagna gli elettroni fra un'interazione e l'altra è un po' simile a un campo. Ma i campi di Faraday e Maxwell, a loro volta, sono fatti di grani: i fotoni. Non solo le particelle sono in un certo senso diffuse nello spazio come campi, ma anche i campi interagiscono come le particelle. (...)
Il modo in cui questo avviene nella teoria è elegante: le equazioni di Dirac determinano quali valori possa prendere ogni variabile. Applicate all'energia delle linee di Faraday, ci dicono che questa energia può prendere solo certi valori e non altri. L'energia del campo elettromagnetico può prendere solo certi valori, e quindi si comporta come un insieme di pacchetti di energia. Questi sono esattamente i quanti di energia di Planck e Einstein. Il cerchio si chiude. (...)
Le onde elettromagnetiche sono sì vibrazioni delle linee di Faraday, ma anche, a piccola scala, sciami di fotoni. Quando interagiscono con qualcosa d'altro, come nell'effetto fotoelettrico, si mostrano come sciami di particelle: sul nostro occhio la luce pioggerella in gocce separate, in singoli fotoni. I fotoni sono "i quanti" del campo elettromagnetico.
D'altra parte, anche gli elettroni e tutte le particelle di cui è fatto il mondo sono "quanti" di un campo: un "campo quantistico" simile a quello di Faraday e Maxwell, soggetto alla granularità e alla probabilità quantistiche, e Dirac scrive l'equazione del campo degli elettroni e delle altre particelle elementari.*
*L'equazione di Dirac
La differenza fra campi e particelle introdotta da Faraday viene largamente a sparire.
La forma generale della teoria quantistica compatibile con la relatività ristretta è chiamata 'teoria quantistica dei campi' ed è la base dell'odierna fisica delle particelle. Le particelle sono quanti di un campo, come i fotoni sono quanti del campo elettromagnetico, e tutti i campi mostrano questa struttura granulare nelle loro interazioni."





(le ultime due immagini sono tratte dall'articolo Il microscopio che vede gli atomi)

"Nel corso del XX secolo l'elenco dei campi fondamentali è stato messo a punto e oggi disponiamo di una teoria, chiamata 'modello standard delle particelle elementari', che sembra descrivere bene tutto quello che vediamo, a parte la gravità,* nell'ambito della teoria quantistica dei campi.
*. C'è un fenomeno che sembra non essere riducibile al modello standard: la cosiddetta materia oscura. Astrofisici e cosmologi osservano nell'Universo effetti di materia che sembra non essere del tipo della materia descritta dal modello standard. Ci sono molte cose che ancora non sappiamo. "

(Incredibile! Anche in questo campo, più si acquisiscono conoscenze, più si scopre quanto si è ignoranti.)

"(...) Il 'modello standard' è stato completato intorno agli anno Settanta. Ci sono una quindicina di campi le cui eccitazioni sono le particelle elementari (elettroni, quark, muori, neutrini, la particella di Higgs e poco altro), più alcuni campi, come il campo elettromagnetico, che descrivono la forza elettromagnetica e le altre forze che agiscono a scala nucleare."





Quindi ci sono, se ho capito bene, "campi-particelle" e "campi-forze".



16 aprile 2014

Nymphomaniac - vol. I



Ho visto oggi questo film di Lars Von Trier. L'ho seguito con molto interesse e piacere intellettuale. Mi aspettavo un film che potesse aiutare a ripensare alcuni nodi filosofici legati al tema della sessualità, e ho trovato anche più di quanto mi aspettavo. 
La storia (che come si sa è solo la prima parte; imminente l'uscita nelle sale italiane della seconda parte) di Joe, una ninfomane (Charlotte Gainsbourg), nella cornice del suo rapporto "terapeutico" con un signore anziano che la trova stesa a terra sanguinante e la soccorre, è occasione per una riflessione profonda sul tema della sessualità in generale: sull'origine dei sensi di colpa legati ad un'espressione libera della propria pulsione sessuale, sulle differenze e gli intrecci fra sessualità e amore, sul confine fra libertà e dipendenza sessuale... Un aspetto che mi ha colpito particolarmente è l'accostamento (realizzato magistralmente dal punto di vista dell'uso del linguaggio cinematografico) fra la polifonia e la poligamia (intesa qui come compresenza di più storie erotico-amorose nella vita di una persona). Il regista utilizza un brano per organo di Bach a tre voci, Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ BWV 639, e mostra come le tre melodie che si intrecciano formino un tutt'uno armonico, così come in una fase della vita di Joe la compresenza di tre rapporti paralleli con tre uomini molto diversi fra loro forma una sorta di unico rapporto complesso e integrato. Per rinforzare l'analogia, e direi per suggerire che vi sia una sorta di destino "naturale" nelle vicende di Joe, Von Trier ricorre addirittura a frammenti della serie di Fibonacci, che vengono rintracciati sia nel primo rapporto in cui Joe perde la sua verginità, sia nella musica di Bach.
La prima parte della vita di Joe oscilla fra sensazioni di enorme vuoto e mancanza di senso e sensazioni di pienezza e armonia, ma si chiude con un'inquietante "Non sento più nulla" proprio durante un rapporto con l'unico uomo che l'aveva fatta innamorare, e il trailer della seconda parte, che il regista offre in chiusura, allude a una deriva violenta, sadomasochistica, della vicenda.


15 aprile 2014

Rovelli, capitolo 3. Relatività ristretta e relatività generale. La prima antinomia cosmologica di Kant. Concepibilità di un Universo infinito.


C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Raffaello Cortina 2014
commenti precedenti:
Rovelli, capitolo 1
Rovelli, capitolo 2




Rovelli presenta in questo capitolo la figura di Albert Einstein e le due teorie della relatività, soffermandosi in particolare sulla relatività generale ("La più bella delle teorie" secondo Lev Landau).

Nello spirito di questi commenti, riporto solo le cose che mi hanno interessato maggiormente e sulle quali ho qualche riflessione/domanda da fare.

Sugli anni in cui Einstein frequentava il liceo Rovelli dice: "invece di occuparsi di quello che gli insegnavano a scuola, leggeva gli Elementi di Euclide e la Critica della ragion pura di Kant". Seguo il filo di questo riferimento a Kant, che mi ha colpito.
Per introdurre la teoria della relatività generale Rovelli spiega come fossero rimaste aperte due questioni, nella fisica newtoniana, che Einstein collega fra loro in modo geniale: la natura della forza di gravità (in particolare come sia possibile che tale forza agisca a distanza fra corpi che non si toccano e che sono separati unicamente da spazio vuoto) e la natura dello spazio. Lo spazio era concepito da Newton come un grande "contenitore" vuoto: "Un'immensa scaffalatura nella quale corrono dritti gli oggetti, fino a quando una forza non li fa curvare". Ma che cos'è lo spazio? Rovelli fa notare come la diffusione della fisica newtoniana ci abbia abituato a pensare lo spazio come vuoto, ma "... lo spazio vuoto non fa parte della nostra esperienza. Da Aristotele a Cartesio, cioè per due millenni, l'idea democritea di uno spazio come entità diversa, separata dalle cose, non era mai stata accettata come ragionevole. Per Aristotele, come per Cartesio, le cose sono estese, ma l'estensione è una proprietà delle cose". L'idea di uno spazio vuoto è un'idea strana, "a metà fra una 'cosa' e una 'non-cosa'". Lo spazio, per Democrito, è un non-essere (contrapposto all'essere, al pieno, rappresentato dagli atomi). "Un non-essere che però c'è. Più oscuro di così è difficile." Newton aveva ripreso la concezione democritea dello spazio, e all'inizio aveva sconcertato i suoi contemporanei (mentre oggi la sua concezione è diventata quella più diffusa nel senso comune). 
"Ma i dubbi dei filosofi sulla ragionevolezza della nozione newtoniana di spazio persistevano, e Einstein, che leggeva volentieri i filosofi, ne era consapevole".
Qui Rovelli prosegue ricordando l'influenza che ha avuto la riflessione di Ernst Mach sul pensiero di Einstein, ma a me è venuto ancora in mente Kant, con la sua concezione dello spazio come intuizione pura. Kant, infatti, con la sua concezione dello spazio, si collocava in una posizione diversa sia dal "sostanzialismo" (Newton) sia dal "relazionismo" (Leibniz e altri. Per questa ricostruzione del dibattito sulla natura dello spazio si veda Mauro Dorato, La filosofia dello spazio e del tempo, in V. Allori, M. Dorato, F. Laudisa, N. Zanghì, La natura delle cose. Introduzione ai fondamenti e alla filosofia della fisica, Carocci Editore, Roma 2005; una rielaborazione di questo testo si trova nel mio saggio breve Spazio e tempo tra fisica e filosofia). Viene da chiedersi: la conoscenza della Critica della ragion pura può aver ispirato Einstein? Cassirer, in un saggio del 1921, ha sostenuto che la relatività generale non smentisce l'impostazione kantiana...
Rovelli mostra come da un lato Einstein sia stato portato dalle scoperte di Faraday e Maxwell a ipotizzare un "campo gravitazionale" analogo al campo elettromagnetico per rispondere alla questione della forza di gravità, e come poi abbia fuso tale problema col problema della natura dello spazio: "Ed ecco lo straordinario colpo di genio di Einstein, uno dei più grandi colpi d'ala nel pensiero dell'umanità: se il campo gravitazionale fosse proprio lo spazio di Newton, che ci appare così misterioso? Se lo spazio di Newton non fosse altro che il campo gravitazionale? (...) Senonché, a differenza dello spazio di Newton, che è piatto e fisso, il campo gravitazionale, essendo un campo, è qualcosa che si muove e ondeggia, soggetto a equazioni: come il campo di Maxwell, come le linee di Faraday. (...) Lo spazio non è più qualcosa di diverso dalla materia. E' una delle componenti "materiali" del mondo, è il fratello del campo elettromagnetico. E' un'entità reale, che ondula, si flette, si incurva, si storce. Noi non siamo contenuti in un'invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco flessibile (la metafora è di Einstein)."
Einstein pubblica la nuova teoria (relatività generale) nel 1915, e due anni dopo prova ad applicarla per descrivere lo spazio dell'universo intero.
"Per millenni gli uomini si erano domandati se l'Universo fosse infinito oppure avesse un bordo. Entrambe le ipotesi sono ostiche."
Ancora una volta mentre leggevo ho pensato a Kant: la grande questione che qui Rovelli richiama è la stessa che Kant formula nella prima delle quattro antinomie (i dilemmi che la ragione pura incontra quando esamina l'idea di mondo): 
TESI: il mondo ha un suo inizio nel tempo e, rispetto allo spazio, è chiuso entro limiti.
ANTITESI: il mondo non ha inizio né limiti nello spazio, ma è infinito così rispetto al tempo come rispetto allo spazio.
Ora, mi sembra molto interessante il modo che Rovelli usa per mostrare le difficoltà di entrambe le alternative, in particolare il modo di mostrare la difficoltà dell'antitesi.
Sulla tesi: "Se c'è un bordo, che cos'è il bordo? Che senso ha un bordo senza niente dall'altra parte?" (cita poi un bel brano del pitagorico Archita, che ipotizza di arrivare all'ultimo cielo e di stendere la mano o una bacchetta al di là...).
Sull'antitesi: "Un Universo infinito non sembra ragionevole: se è infinito, per esempio, da qualche parte c'è necessariamente un altro lettore come te che sta leggendo lo stesso libro (l'infinito è davvero grande, e non ci sono abbastanza combinazioni di atomi per riempirlo tutto di cose differenti l'una dall'altra). Anzi, ci deve essere non uno solo, ma una sequela infinita di lettori simili a te..."
Qui trovo una analogia interessante con l'argomento, basato sul Paradosso della Biblioteca di Babele, con il quale ho sostenuto di recente l'impossibilità di una serie di eventi costantemente variante e infinita e la finitezza della traiettoria del tempo cosmico.
Sull'argomento proposto da Rovelli riguardo all'antitesi, però, in linea di principio si può muovere un'obiezione. Un Universo infinito potrebbe essere inteso come uno spazio infinito entro cui si espande una materia finita. In altri termini: non è detto che un Universo infinito debba essere tutto pieno di cose differenti. E' logicamente concepibile una quantità finita di materia che si espande infinitamente in uno spazio infinito. La domanda però è: questo è anche fisicamente concepibile?

La soluzione di Einstein della prima antinomia cosmologica è che l'Universo possa essere finito ma senza bordo. Se lo si percorre viaggiando sempre nella stessa direzione (ma questo vale per qualunque direzione) si tornerà, dopo molto tempo, al punto di partenza. Uno spazio tridimensionale fatto così è chiamato "tre-sfera".
Rovelli spiega, anche servendosi di efficaci immagini, cosa sia una tre-sfera e, riprendendo un suo articolo, sostiene che Dante, nel Paradiso, abbia anticipato la soluzione di Einstein.
A questo proposito, quello che mi ha colpito è la distinzione che Rovelli propone fra geometria intrinseca (vista da dentro) e geometria estrinseca (vista da fuori). Gauss (per le superfici curve) e Riemann (per la curvatura di spazi con tre o più dimensioni) hanno usato proprio l'intuizione che sia più efficace descrivere uno spazio curvo non guardandolo "da fuori", perché questo presuppone uno spazio "più grande" nel quale si curvi il primo spazio, ma guardandolo e misurandolo immaginando di esserci dentro.
Questa distinzione va a mio avviso confrontata con le distinzioni filosofiche fra esperienza interna e esperienza esterna (per esempio in Kant), fra punto di vista soggettivo e punto di vista oggettivo (quest'ultima espressione può sembrare un ossimoro... ), con la dialettica soggetto/oggetto.

Aggiungo rapidamente un'altra riflessione che la lettura del capitolo mi ha suscitato.

Per introdurre la relatività ristretta (o speciale), Rovelli spiega come la fisica di Newton fosse incompatibile con la velocità costante della luce, perché ritiene la velocità un concetto relativo, "Cioè non esiste la velocità di un oggetto in sé (corsivo mio), esiste solo la velocità di un oggetto rispetto a un altro oggetto.
Domanda: questa contrapposizione fra qualcosa che esiste in sé e qualcosa che esiste in relazione ad altro o rispetto ad altro è la stessa contrapposizione che usa Kant quando parla della cosa in sé? La differenza sembra essere che nel primo caso (parlando della velocità) la relazione sarebbe comunque rispetto a qualcosa di oggettivo, mentre nel secondo caso (il fenomeno per Kant) la relazione è con il soggetto, non con un altro oggetto...


14 aprile 2014

La filosofia di Beppe Grillo. 2


La puntata precedente: La filosofia di Beppe Grillo

Avrei voluto proseguire nella lettura del programma del M5S, ma il clamore richiamato da un post sul blog di Grillo mi ha fatto cambiare programma. L'immagine che vedete qui sopra è quella che apre il post di cui oggi, 14 aprile 2014, si è molto parlato. Il testo del post Se questo è un paese, che riporto integralmente qui sotto, è "liberamente ispirato" alla poesia di Primo Levi "Se questo è un uomo", che apre l'omonimo romanzo. Che dire? Non ha senso contestare la falsità delle singole affermazioni, non trattandosi di un testo composto da proposizioni con reale senso dichiarativo. E' un testo integralmente retorico, quindi occorre interpretarlo, estrarne il senso non dichiarato e criticare eventualmente quello; capirne gli obiettivi e criticare eventualmente quelli. Fra gli obiettivi c'è sicuramente un forte attacco a Napolitano, a Renzi, a tutta la classe politica italiana in generale. C'è sicuramente il mostrare ai propri simpatizzanti di essere profondamente arrabbiato e che loro hanno ragione ad esserlo. C'è anche sicuramente, come ha detto un ex-grillino presente stasera alla trasmissione Piazzapulita, un obiettivo economico: il riferimento ad Auschwitz e a Primo Levi hanno avuto un effetto di forte richiamo, che si traduce in un'impennata di presenze sul blog di Grillo e questo significa più soldi, grazie alla pubblicità nel blog stesso. Ma è giusto, ci si chiede un po' da varie parti oggi, usare come strumento di richiamo mediatico la memoria della Shoah?
E qual è la sostanza del discorso? Quale il senso non esplicito, che si ricava spogliando il testo della veste retorica? Forse mi sbaglio, ma io ci leggo, come altri che ho sentito parlare oggi, un profondo nichilismo. Una visione nichilista che si esprime distruttivamente e aggressivamente. Nichilista perché non salva nulla e nessuno (se non chi pronuncia il discorso stesso!), nichilista perché azzera le differenze fra destra e sinistra, azzera le differenze fra Stato e mafia.

Voi che vi disinteressate della cosa pubblica
come se vi fosse estranea e alla vita delle persone
meno fortunate che vi circondano
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il telegiornale di regime caldo e visi di mafiosi e piduisti sullo schermo
mentre mangiate insieme ai vostri figli
che educate ad essere indifferenti e servi
Considerate se questo è un Paese
che vive nel fango
che non conosce pace, ma mafia
in cui c'è chi lotta per mezzo pane e chi può evadere centinaia di milioni
di gente che muore per un taglio ai suoi diritti civili, alla sanità, al lavoro, alla casa
nell'indifferenza dell'informazione
Considerate se questo è un Paese
nato dalle morti di Falcone e Borsellino
dalla trattativa Stato mafia
schiavo della P2
Comandato da un vecchio impaurito
delle sue stesse azioni
che ignora la Costituzione
Considerate se questo è un Paese
consegnato da vent'anni a Dell'Utri e a Berlusconi
e ai loro luridi alleati della sinistra
Un Paese che ha eletto come speranza un volgare mentitore
assurto a leader da povero buffone di provincia
Considerate se questa è una donna,
usata per raccogliere voti,
per raccontare menzogne su un trespolo televisivo,
per rinnegare la sua dignità
orpello di partito
vuoti gli occhi e freddo il cuore
come una rana d'inverno.
Meditate che questo AVVIENE ORA e che per i vostri figli non ci sarà speranza
per colpa della vostra ignavia, per aver rinnegato la vostra Patria
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

13 aprile 2014

Berlusconi, Grillo e Renzi secondo Massimo Recalcati




Nella puntata di ieri, sabato 12 aprile, di Che tempo che fa lo psicoanalista Massimo Recalcati è stato invitato da Fabio Fazio a interpretare i leader politici presenti sulla scena politica italiana.
Il discorso che ha fatto mostra, secondo me, quanta forza abbia ancora il punto di vista psicoanalitico se usato come chiave di lettura per comprendere l'attualità (al di là del problema se la psicoanalisi sia veramente una scienza).
Riassumo brevemente quello che ricordo del suo discorso, anche al fine di aggiungere elementi al percorso che ho iniziato su questo blog di "ricostruzione" della filosofia di Renzi e di Grillo.
Recalcati ha cominciato cercando di definire il carisma dei leader politici in generale, sostenendo che va al di là della forza logico-argomentativa e consiste nella capacità di far vibrare i loro discorsi toccando corde profonde nell'ascoltatore, corde inconsce, simboliche, archetipiche.
Berlusconi ha incarnato il fantasma della libertà, ma assunta senza responsabilità.
Grillo incarna il fantasma della purezza, per cui ogni forma di mediazione politica - e la politica è essenzialmente arte/scienza della mediazione - viene rifiutata, anche pagando il prezzo di privare di ogni consistenza progettuale il contenuto di sogno/visione trasformatrice che pure alle origini il movimento di Grillo ha avuto.
Renzi incarna il fantasma del figlio, e lo fa su un doppio registro: è sia Edipo sia Telemaco. In quanto Edipo Renzi rappresenta (con la dinamica della rottamazione) la volontà del parricidio, ma (per fortuna) è anche Telemaco, cioè si assume la responsabilità di andare attivamente a cercare il padre assente.
Sul complesso di Telemaco Recalcati ha scritto un libro che occorre leggere, oltre che per l'interesse intrinseco (il rapporto tra generazioni nella nostra epoca) per capire meglio il lato positivo che vede nella figura di Renzi.
Su YouTube sono reperibile alcuni interventi di Recalcati analoghi a quello qui ricordato.
Su Renzi: Psicodinamica del "Rottamatore"
Su Grillo: Padre nostro, dove sei?