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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912

Nymphomaniac - vol. II





La seconda parte del film mi è sembrata più fredda, nel complesso, rispetto alla prima
L'improvvisa insensibilità spinge Joe a cercare esperienze nuove, più forti, e finisce nello "studio" di un sadico (che prova piacere nell'infliggere frustate ma non arriva mai al rapporto sessuale con le sue partner); nel frattempo, però, ha avuto un figlio dall'uomo che l'aveva fatta innamorare, e per frequentare il sadico trascura il figlio, si rivela una madre e un'amante non altezza delle sue responsabilità e delle aspettative amorose della famiglia, per cui viene abbandonata. La sua vita si sviluppa con ulteriori avventure, e viene narrata all'uomo che l'ha soccorsa all'inizio (nella parte I), Seligman, il quale a un certo punto si dichiara "asessuato" e vergine. Seligman, che rappresenta una sorta di psicoterapeuta, aiuta Joe a sollevarsi dai suoi sensi di colpa, e alla fine Joe si sente effettivamente "accolta" da lui e lo riconosce come amico, ma proprio qui, nel finale, avviene un imprevisto capovolgimento di situazione, una sorta di scambio di ruoli che dà al film uno scatto in avanti, una sensazione di sviluppo e di complessità. 
La protagonista sembra non riuscire mai a conciliare sessualità e amore, e sembra essere incapace di  trovare la giusta misura nel vivere la sessualità integrandola con il resto delle componenti essenziali della vita umana. Alla fine, infatti, sembra "guarita" dalla sua ninfomania ma si propone l'astinenza totale dalla sessualità. Quindi o tutto, o niente. 
Anche la seconda parte è ricca di riferimenti culturali e girata con grande perizia.


Considerando il film nell'insieme, forse uno dei problemi generali riguardo alla sessualità, che il regista ha voluto riproporre, è se sia veramente impossibile conciliare la vita sociale e i rapporti amorosi all'interno della famiglia, la civiltà in generale, con una espressione più libera delle proprie pulsioni (un po' come ha sostenuto Freud ne Il disagio della civiltà) o se invece si possa pensare a una società diversa, capace di accogliere individui che sacrifichino meno o per niente l'energia pulsionale. Il discorso che emerge dal film a questo proposito, mi pare, è che non può essere un solo individuo a tentare vie alternative, pena l'emarginazione e l'impossibilità di costruire rapporti interpersonali solidi. 

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