1 agosto 2026
"Il dono dei vincoli. Per leggere Husserl" di Roberta De Monticelli. Husserl massimo filosofo del Novecento? Per la fenomenologia il mondo ha senso? Franzini vs De Monticelli /Cacciari vs De Monticelli
20 ottobre 2022
Capire fatti cogliendone il valore – Comprendere valori esaminando i fatti su cui si fondano
Tempo fa mi interrogavo se l'atteggiamento migliore nel rapportarsi con gli altri fosse quello dello spiegare-comprendere o quello del valutare-giudicare. Dietro a questi due atteggiamenti ci sono due visioni diverse della natura umana:
Se è mosso da forze allora devo spiegare e comprendere
Se è mosso da ragioni allora posso valutare e giudicare
Ma forse occorre superare questa dicotomia, e accettare l'idea che l'essere umano sia determinato da entrambe le componenti, in un impasto variabile a seconda degli individui e a seconda delle occasioni e delle circostanze in cui questi si trovano ad operare.
Nel superamento di questa dicotomia sta anche il superamento della dicotomia (di origine humeana) tra fatti (forze, impulsi, meccanismi) e valori (ragioni, obiettivi, argomentazioni consapevoli)
Nelle riflessioni che avevo fatto al fine di lanciare il progetto della costruzione collettiva di un nuovo sistema filosofico, avevo pensato che la divisione tra cognitivisti etici e anti-cognitivisti etici potesse essere superata, trascesa in un punto di vista comune, che entrambe le posizioni condividono, che avevo chiamato "meta-cognitivismo etico. ((Scrivevo così:
Il nesso fondamentale che proponiamo, come ossatura del sistema, è esprimibile,
in forma estremamente sintetica, come nesso fra posizioni sull’essere
(conoscenze/interpretazioni su come stanno le cose) e posizioni sul bene
(orientamenti per l’agire). (...) Si tratta (...) di una versione del cosiddetto
“cognitivismo etico”. (...) Chi condivide il cognitivismo etico ritiene che le
proposizioni normative o i giudizi etici abbiano un fondamento in ultima analisi
nei fatti, e possano quindi essere trattate come affermazioni conoscitive, oggettive,
cioè possano essere valutate come vere o false. Chi non condivide il cognitivismo
etico ritiene che le proposizioni normative, etiche, non possano essere vere o false,
ma siano solamente espressioni più raffinate per esprimere desideri o emozioni
di qualche soggetto più o meno individuale. È questo uno dei punti critici
maggiormente divisivi nel dibattito attuale, un vero nodo della filosofia
contemporanea sul quale sembra impossibile trovare una posizione comune.
A questo proposito, però, suggeriamo una mossa teorica di aggiramento
provvisorio del problema, che possa servire almeno da contenitore per una
discussione in sede di eventuale revisione della struttura del programma.
Facciamo due esempi:
1) una posizione anti-cognitivista che neghi l’importanza delle ragioni, e quindi
delle conoscenze, come motivazioni dell’agire umano (perché per esempio
ritiene molto più determinanti le pulsioni, o le emozioni, come motivazioni del
comportamento) (...) dovrà comunque esibire la
propria concezione della natura umana e presentarne le conseguenze sul piano
etico.
2) una posizione anti-cognitivista che sia tale perché sostenga che il mondo
non ha struttura, in altri termini una posizione che tragga da un convenzionalismo
in sede metafisica conseguenze etiche (valorizzando l’importanza e l’inevitabilità
del pluralismo delle concezioni etico-politiche, e la necessità di praticare singoli
accordi mirati partendo da concezioni anche incompatibili), è pur sempre una
posizione che trae da tesi sull’essere tesi sul bene.
Resta quindi in sostanza valida, al di là della contrapposizione fra
cognitivismo e anti-cognitivismo, l’idea di una coerenza complessiva del sistema,
nel quale le diverse parti che lo compongono – sostanzialmente logica-epistemologia /
metafisica-scienza / etica-politica – devono essere collegate fra di loro. Si può dire allora
che nell’idea di sistema è presupposto un meta-cognitivismo etico sulla cui base si può
discutere anche partendo da posizioni molto diverse.
Il sistema che esemplifica meglio il nesso tra metafisica ed etica è, a mio
avviso, quello di Spinoza."))
Ma Spinoza non è un negatore del libero arbitrio? Come può trarre conseguenze etiche dalla sua visione metafisica? In realtà Spinoza giunge a (o presuppone!) una completa valorizzazione dell'esistente: non si può non amare la totalità dell'essere, per Spinoza.
In questa prospettiva, tornando all'idea di un superamento della dicotomia fra spiegare-comprendere e valutare-giudicare, occorre imparare sempre più a trarre valori dai fatti e a condividere valori riportandoli a fatti.
Detto in altri termini, riuscire ad appassionarsi per la conoscenza e per gli insegnamenti pratici e orientativi che la conoscenza ci può dare, da un lato, e riuscire a entrare in contatto con visioni e valutazioni (qui penso anche alle opere d'arte, non solo alle culture, ma anche naturalmente alle visioni che gli individui costruiscono inevitabilmente, anche tacitamente) anche molto diverse dalle nostre cercando di capirne la radici nei fatti che le hanno prodotte.
Siamo tutti interconnessi, come esseri umani, ma siamo anche connessi all'universo in quanto siamo fatti della stessa pasta e riusciamo a coglierne, almeno in parte, la struttura (o la mancanza di struttura, che è comunque, se c'è questa mancanza, un dato strutturale!).
La eventuale mancanza di senso sarebbe comunque un senso, se dovesse riguardare la totalità delle cose, sarebbe la caratteristica delle cose: se TUTTO è disordinato, allora il disordine diventa una forma di ordine, se non altro perché è coerentemente presente dappertutto!
La filosofia è amore per la conoscenza. L'aspetto passionale della filosofia ci dice anche che i filosofi non si accontentano di conoscere qualcosa, ma vorrebbero conoscere TUTTO, sono interessati a tutto, si pongono domande su ogni cosa, e non si fermano alla pura conoscenza dei fatti, ma vogliono trarre anche da questa degli orientamenti per l'agire, dei principi e dei valori che siano in grado di fondare scelte sia individuali sia collettive. L'interesse per la generalità, lo sguardo ampio, aperto verso la totalità, e l'interesse per i fondamenti, cioè per il radicamento dei valori nei fatti, ci spiega anche perché la filosofia ruoti intorno ai tre concetti fondamentali dell'essere, della verità e del bene. Una filosofia esprime la sua massima potenza quando riesce a tenere insieme, saldamente uniti, questi tre concetti. La riflessione sulla verità come base logico-epistemologica, e il nesso fra essere – metafisica (scienze) – e bene – visione etico-politica – sono gli aspetti più forti della filosofia
20 febbraio 2018
Libero arbitrio e disunità della filosofia
9 ottobre 2017
Vittorio Hösle, "Il sistema di Hegel". Brani scelti, annotazioni e appunti
Prefazione alla prima edizione tedesca
Bibliografia
Nota del curatore
PARTE PRIMA. SVILUPPO DEL SISTEMA E LOGICA
1. Osservazioni preliminari
2. L’idea hegeliana di sistema. I precursori
2.1. Hegel come filosofo trascendentale. Tendenze della letteratura critica
2.2. Le filosofie trascendentali dei precursori di Hegel
2.2.1. L’idea fondamentale e i limiti della filosofia
trascendentale kantiana
2.2.2. Lo scritto di Fichte Sul concetto della dottrina
della scienza come scritto programmatico dell’idealismo tedesco
e l’idea di una metascienza suprema
2.2.3. I limiti dell’idealismo soggettivo di Fichte e
la concezione dell’idealismo oggettivo sviluppata da Schelling
2.2.4. Da Schelling a Hegel
2.3. Il programma sistematico di Hegel. Possibilità di
una critica immanente
3. La suddivisione del sistema hegeliano e il rapporto tra logica e filosofia reale
3.1. La Scienza della logica e la struttura delle categorie logiche
3.1.1. Significato e compiti della Scienza della logica
3.1.2. Categorie logiche
3.2. La filosofia reale e la struttura delle categorie
della filosofia reale
3.2.1. L’idea di una filosofia reale
3.2.2. Filosofia reale e scienze particolari. Il problema
del caso
3.2.3. Categorie della filosofia reale
3.3. Il problema della corrispondenza tra logica e filosofia reale
3.3.1. Corrispondenze cicliche
3.3.2. Corrispondenze lineari
3.3.2.1. L’inizio della logica e l’inizio della filosofia reale
3.3.2.2. Corrispondenze lineari tra logica e
filosofia reale nel loro insieme
3.3.2.3. La conclusione della logica e la conclusione della filosofia reale
3.3.2.4. Intersoggettività e logica: riflessioni provvisorie
3.4. La struttura del sistema di Hegel
3.4.1. La struttura triadica del sistema
3.4.2. La struttura tetradica del sistema
3.4.2.1. La suddivisione tetradica del sistema
3.4.2.2. I vantaggi oggettivi della suddivisione tetradica
del sistema e l’importanza delle suddivisioni tetradiche
in Hegel
4. La Logica
4.1. Contraddizione e metodo
4.1.1. Forme della contraddizione
4.1.1.1. Considerazioni preliminari
4.1.1.2. La contraddizione
4.1.2. Il metodo
4.1.2.1. Fondazioni riflessive
4.1.2.2. La prova negativa e l’interpretazione delle prove
dell’esistenza di Dio. Sul metodo della negazione
determinata
4.1.2.3. Contraddizioni pragmatiche nella logica;
autoriferimento positivo e autoriferimento negativo
4.2. L’articolazione della logica
4.2.1. La partizione delle diverse logiche hegeliane
4.2.1.1. La suddivisione della Scienza della logica
4.2.1.2. Le suddivisioni presenti nelle prime logiche hegeliane
4.2.2. Le categorie della logica del concetto
4.2.2.1. Concetto, giudizio, sillogismo
4.2.2.2. Oggettività e idea della vita
4.2.2.3. Idea teoretica, idea pratica, idea assoluta.
Poiesis e praxis
4.2.3. La Scienza dell’idea logica di Karl Rosenkranz
4.2.4. Intersoggettività e logica: riflessioni sulla necessità
di un ampliamento della Scienza della logica di Hegel
PARTE SECONDA. FILOSOFIA DELLA NATURA E FILOSOFIA DELLO SPIRITO
5. La Filosofia della natura
5.1. La dottrina hegeliana dello spazio e del tempo
5.1.1. La posizione della matematica nel sistema di Hegel
5.1.2. Lo spazio. Qualità e quantità
5.1.3. Il tempo
5.2. La vita
5.2.1. Chimica, vita, evoluzione
5.2.2. Pianta e animale
5.2.3. I tratti caratteristici dell’organismo animale:
figura, assimilazione, sessualità, morte
6. La Filosofia dello spirito soggettivo
6.1. Il concetto hegeliano dello spirito e
la suddivisione dello spirito soggettivo
6.1.1. Lo spirito: idealizzazione della natura
o manifestazione?
6.1.2. Problemi sollevati dalla partizione della filosofia
dello spirito soggettivo
6.2. L’«Antropologia»: dalla natura alla libertà
6.3. La «Fenomenologia»: coscienza, autoscienza e riconoscimento
6.3.1. Dalla coscienza all’autocoscienza
6.3.2. L’altro. Lotta, servitù, lavoro, riconoscimento universale
6.3.3. Spirito e intersoggettività: Enciclopedia
e Fenomenologia dello spirito
6.3.4. La successione delle determinazioni nella «Fenomenologia» dell’Enciclopedia: alcuni problemi
6.4. La «Psicologia»: lo spirito che è presso di sé
6.4.1. Spirito teoretico, spirito pratico e spirito libero
6.4.2. Il luogo del linguaggio nella «Psicologia» di Hegel. Linguaggio e pensiero, linguaggio e intersoggettività
7. La Filosofia dello spirito oggettivo
7.1. La filosofia pratica di Hegel: solo teoria o anche prassi
7.1.1. La filosofia hegeliana dello spirito oggettivo
è una teoria normativa?
7.1.2. Il ritardo della filosofia. Passatismo e nichilismo di Hegel
7.1.3. La cecità del processo storico
7.1.4. La critica della sinistra hegeliana alla concezione
della storia in Hegel. Idee per una nuova determinazione
del rapporto tra spirito oggettivo, spirito assoluto e storia
7.2. La partizione della filosofia del diritto
7.2.1. Esposizione
7.2.2. Valutazione della concezione hegeliana rispetto alle concezioni di Kant e di Fichte
7.2.3. Critica
7.3. L’«Introduzione» ai Lineamenti e il diritto astratto
7.3.1. I diversi tipi di norme
7.3.2. Libertà e diritto. Il problema del determinismo
7.3.3. Persona e proprietà
7.3.4. Alienazione e contratto
7.3.5. Illecito e pena
7.4. La moralità
7.4.1. Responsabilità giuridica. Giustificazione e scusante
7.4.2. Coscienza morale verace e coscienza morale falsa
7.5. L’eticità
7.5.1 La famiglia
7.5.2. La società civile
7.5.2.1. Produzione, consumo, divisione
del lavoro, alienazione
7.5.2.2. Diritto processuale e diritto di polizia
7.5.2.3. Il liberalismo economico e la plebe. Lo Stato sociale
7.5.3. Lo Stato
7.5.3.1. Stato politico e disposizione d’animo politica
7.5.3.2. I poteri dello Stato
7.5.3.3. La molteplicità degli Stati e la guerra
8. La Filosofia dello spirito assoluto
8.1. L’estetica
8.1.1. L’arte come prefigurazione di religione e filosofia.
Il concetto hegeliano del bello
8.1.2. Forme d’arte e storia dell’arte
8.1.3. Il sistema delle arti
8.2. La filosofia della religione
8.2.1. La filosofia della religione come traduzione
della religione nella filosofia
8.2.2. Religione e intersoggettività
8.2.3. Il Cristianesimo come religione dell’intersoggettività
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Postfazione alla seconda edizione
Indice dei nomi
– (1982), Platons Grundlegung der Euklidizität der Geometrie, in
“Philologus”, 126 (1982), 180-197.
[I fondamenti dell’aritmetica e della geometria in Platone (tr. di E. Cattanei), Milano 1994].
- (1983), Rezension zu: O.D. Brauer, Dialektik der Zeit, Stuttgart-bad Cannstatt 1982, in “Philosophische Rundschau”, 30 (1983), 299-303.
- (1984a), Wahrheit und Geschichte. Studien zur Struktur der Philosophiegeschichte unter paradigmatischer Analyse der Entwicklung von Parmenides bis Platon, Stuttgart-bad Cannstatt 1984.
[Verità e storia. Studi sulla struttura della storia della filosofia sulla base di un’analisi paradigmatica dell’evoluzione da Parmenide a Platone (a cura di a. Tassi), Milano 1998 (senza la terza parte)].
- (1984b), Die Vollendung der Tragödie im Spätwerk des Sophokles, Stuttgart-bad aCnnstatt 1984.
[Il compimento della tragedia nell’opera tarda di Sofocle (a cura di a. gargano), Napoli 1986].
- (1984c), Zu Platons Philosophie der Zahlen und deren mathematischer und phIlosophischer Bedeutung, in “Theologie und Philosophie”, 59 (1984), 321-355.[I fondamenti dell’aritmetica ... cit.]
- (1984d), Hegels «Naturphilosophie» und Platons «Timaios» – ein Strukturvergleich, in “Philosophia Naturalis”, 21 (1984), 64-100.
- (1984e), Rezension zu: Q. Lauer, Hegel’s Concept of God, albany 1982, in “Theologie und Philosophie”, 59 (1984), 109-111.
- (1985a), Rezension zu: D. Wandschneider, Raum, Zeit, Relativität, Frankfurt 1982, in “Theologie und Philosophie”, 60 (1985), 144-145.
- (1985b), Einführung, in: Raimundus Lullus, Die neue Logik. Logica Nova, text kritisch hg. von ch. Lohr, übs. von V. Hösle und W. Büchel, mit einer einführung von V. Hösle, Hamburg 1985, iX-LXXXi1, LXXXVii-XciV.
- (1986a), Eine unsittliche Sittlichkeit. Hegels Kritik an der indischen Kultur, in Moralität und Sittlichkeit, Hg. von W. Kuhlmann, Frankfurt 1986, 136- 182.
- (1986b), Raum, Zeit, Bewegung, in M.J. Petry (1986a), 247-292.
- (1986c), Pflanze und Tier, in M.J. Petry (1986a), 377-422.
- (1986d), Die Transzendentalpragmatik als Fichteanismus der Intersubjektivität, in “zeitschrift für philosophische Forschung”, 40 (1986), 235-252.
- (1986e), Die Stellung von Hegels Philosophie des objektiven Geistes in seinem System und ihre Aporie, in Ch. Jermann (1986b), 11-53.
- (1986f), Das abstrakte Recht, in Ch. Jermann (1986b), 55-99.
- (1986g), Der Staat, in Ch. Jermann (1986b), 183-226.
[Lo Stato in Hegel (a cura di G. Stelli, tr. di C. Stelli), Napoli 2008].
- (1986h), La antropologia en Fichte, in La evolucion, el hombre y el humano, a cura di R. Sevilla, Tübingen 1986, 113-130.
- (1986i), Rezension zu: W. Jaeschke, Die Religionsphilosophie Hegels, Darm- stadt 1983, in “hegel-Studien”, 21 (1986), 244-246.
- (1987a), Moralische Reflexion und Institutionenzerfall. Zur Dialektik von Aufklärung und Gegenaufklärung, erscheint in “hegel-Jahrbuch”, 1987 (o 1986).
- (1987b), Begründungsfragen des objektiven Idealismus, in Philosophie und Begründung, hg. von W. Köhler, W. Kuhlmann und P. Rohs, Frankfurt 1987. [Hegel e la fondazione dell’idealismo oggettivo (a cura di G. Stelli), Milano 1991].
- (1987c), Carl Schmitts Kritik an der Selbstaufhebung einer wertneutralen Verfassung in «Legalität und Legitimität», in “Deutsche Vierteljahrsschrift”, 61 (1987), 3-36.
[La legittimità del politico (tr. di M. ivaldo, i. Santa Maria e S. calabrò), Milano 1990, Guerini].
- (1987d), Was darf und was soll der Staat bestrafen? Überlegungen im Anschluß an Fichtes und Hegels Straftheorien, erscheint in Moralität und Sittlichkeit. Beiträge zur Rechtsphilosophie des deutschen Idealismus, hg. von V. hösle, Stuttgart-bad cannstatt 1987.
- (1987e), Tragweite und Grenzen der evolutionären Erkenntnistheorie, er- scheint in “zeitschrift für allgemeine Wissenschaftstheorie”, 18 (1987). [Portata e limiti della teoria evoluzionistica della conoscenza (tr. di C. Sessa e G. Stelli), Napoli 1997].
[Capitolo Primo. Osservazioni preliminari:]
[2.2.1. L’idea fondamentale e i limiti della filosofia trascendentale kantiana (p. 73 e sgg.):]
Il difetto della concezione kantiana della filosofia trascendentale risulta subito chiaro. Kant è costretto a presupporre la possibilità della matematica e della scienza della natura. Infatti egli vuole provare la matematica e la scienza della natura con «la loro stessa esistenza di fatto» (KdrV B 20 (45); cfr. B 128 (108)); ma proprio Kant, che accetta la critica humiana della fallacia naturalistica, dovrebbe aver chiaro che una pretesa di verità non può mai e poi mai essere fondata in maniera effettivamente stringente in questo modo: la validità intersoggettiva della matematica e della scienza della natura potrebbe anche poggiare su una falsa credenza collettiva o su qualcosa di simile. Kant incorre piuttosto in un circolo di cui è consapevole egli stesso [...] Questo circolo non è un circolo in linea di principio inevitabile: mentre è contraddittorio negare la possibilità che il pensiero sia in grado di pervenire alla verità, perché tale possibilità viene immediatamente presupposta da chi la contesta, non è immediatamente contraddittorio negare la possibilità dell’esperienza (soprattutto nel senso del complesso delle facoltà psicologiche, che sono assunte da Kant empiricamente); il reciproco presupporsi di filosofia trascendentale ed empiria non esclude un punto al di fuori di questo dialelle. Ciò è provato dalla stessa Critica della ragion pura, che certo non è una teoria empirica e pertanto non contraddirebbe se stessa, se fin dall’inizio negasse la possibilità di pervenire alla conoscenza passando per la via dell’esperienza. Quanto detto vale ancor di più per l’intuizione e per il presunto carattere apodittico della conoscenza matematica da essa fondata. Nel XIX secolo è stata proprio la geometria a mostrare che sono possibili in modo consistente sistemi che contraddicono l’intuizione; e a partire dalla teoria generale della relatività lo sviluppo della fisica suggerisce, come è noto, l’ipotesi che anche lo spazio fisico sia uno spazio non euclideo e non sia quindi determinato dalla nostra intuizione. Ma la fondazione kantiana delle proposizioni trascendentali non dipende soltanto da presupposti non dimostrati; in Kant manca anche una fondazione – per quanto ipotetica – delle sue stesse proposizioni metateoretiche (così come manca una fondazione dell’imperativo categorico), di una proposizione, per esempio, come la seguente: solo l’intuizione e la possibilità dell’esperienza rappresentano un terzo idoneo ad unire soggetto ed oggetto in una proposizione sintetica a priori; e nemmeno si vede come Kant possa fondare in modo irriflesso proposizioni del genere senza cadere nel regresso infinito. [...] Come si potrebbe evitare questa debolezza? Evidentemente solo trasformando il “cattivo” circolo di Kant in una struttura riflessiva che sia fondamentalmente inaggirabile, una struttura, a partire dalla quale la possibilità dell’esperienza potrebbe forse essere fondata in modo addirittura stringente. Non sembra che Kant abbia preso in considerazione la possibilità di una struttura del genere [nota: Soltanto in un passo sporadico, nella prima «prefazione» alla prima Critica, Kant utilizza l’argomento dell’inaggirabilità della metafisica: anche gli «indifferenti», che spiegano ogni metafisica come indifferente, «appena vogliono riflettere su qualche oggetto, ricadono inevitabilmente in [quelle] affermazioni metafisiche” (A X (6)). l’incapacità di Kant di servirsi di argomenti di questo tipo si mostra però in modo chiarissimo nel suo confronto con lo scetticismo (B 786 segg./A 758 segg. (470 segg.)): a cui rinfaccia soltanto di raccogliere in modo arbitrario una serie di obiezioni (B 795 seg./A 767 seg. (475 seg.)), senza tuttavia utilizzare la fondamentale figura dell’autocancellazione.]; eppure ad essa egli è in qualche modo pervenuto nell’«io penso», la cui funzione peraltro resta singolarmente indeterminata nel complesso della teoria trascendentale. Kant non ha afferrato la potenza fondativa presente nell’inaggirabilità dell’«io penso».
Hösle riassume qui, e nei paragrafi seguenti, i motivi che hanno spinto gli idealisti tedeschi ad andare oltre Kant, partendo da Kant stesso.
Se una cosa si è realizzata, possiamo dire che era possibile che si realizzasse. Ma se si tratta di dimostrare la verità di una disciplina, segnatamente di matematica e fisica pura, non possiamo partire dal fatto che queste esistano e poi chiederci come sia possibile che siano vere, perché così facendo presupponiamo ciò che dobbiamo dimostrare: matematica e fisica pura esistono, ma potrebbero essere non vere (e gli sviluppi con le geometrie non euclidee e con lo spaziotempo non euclideo nella fisica einsteiniana hanno mostrato se non altro l'incompletezza della verità della matematica e della fisica settecentesche).
Gli idealisti cercano quindi una fondazione delle tesi trascendentali in una struttura riflessiva inaggirabile, e la trovano anticipata nella nozione kantiana dell' «io penso».
Quindi, come spiega Hösle nel seguito, gli idealisti hanno sfruttato la struttura an-elenctica (come la chiama Franca D'Agostini) cioè la struttura dell'auto-fondazione (messa a fuoco nel IV libro della Metafisica di Aristotele). Noto l'uso dei termini "inaggirabile", "inaggirabilità", che Franca D'Agostini (forse riprendendoli da qui?) ha utilizzato spesso per caratterizzare il concetto di verità in vari suoi lavori.
Kant riconosce che nella psicologia razionale l’Io pensante è insieme soggetto e oggetto, che deve cioè già da sempre essere presupposto in quanto elemento da analizzare nel momento in cui deve essere analizzato; ma in questa struttura è in grado di ravvisare solo un «inconveniente»: «per questo Io o Egli o Quello (la cosa), che pensa, non ci si rappresenta altro che un soggetto trascendentale dei pensieri = x, che non vien conosciuto se non per mezzo dei pensieri, che sono suoi predicati, e di cui noi non possiamo aver astrattamente mai il minimo concetto; e per cui quindi ci avvolgiamo in un perpetuo circolo, dovendoci già servir sempre della sua rappresentazione per giudicar qualcosa di esso: inconveniente che non è da esso separabile, poiché la coscienza in sé non è una rappresentazione che distingua un oggetto particolare, bensì una forma della rappresentazione in generale, in quanto deve esser detta conoscenza: giacché di essa posso dire soltanto, che per suo mezzo io penso qualunque cosa» (B 404/A 346 (265)).
Questo passo è stato citato estesamente perché segna forse nel modo più chiaro la differenza che intercorre tra Kant e l’idealismo tedesco: proprio nella riflessività dell’Io che pensa se stesso l’idealismo individua il contrassegno fondativo, che deve legittimare sul piano filosofico l’assunzione dell’Io come punto di partenza (v. pp. 186 seg.). [...]
Kant respinge proprio l’autofondazione che è possibile in forza della riflessione su ciò a cui già da sempre si fa ricorso. Assumendo come base una fondazione riflessiva, cade anche la tesi kantiana che ha esercitato l’influsso più potente, perché apparentemente confermata dal procedere della scienza moderna, il rifiuto cioè di riconoscere un’autonomia al pensiero puramente concettuale e cadono anche la concezione di un doppio binario del conoscere e la critica della psicologia, della cosmologia e della teologia razionali: in questo modo diventa almeno possibile pensare di pervenire a proposizioni sintetiche a priori senza dover ricorrere all’intuizione o all’esperienza possibile. Contro il dualismo kantiano di concetto e intuizione bisogna far valere soprattutto quelle obiezioni che colpiscono ogni dualismo: due principi che si presume siano irriducibili l’uno all’altro sono pur sempre identici in questo, nel fatto cioè che essi sono principi. Nel caso concreto del dualismo kantiano la Critica arriva apertamente a riconoscere che «concetto» e «intuizione» sono entrambi concetti e cioè: anche l’intuizione non può essere qualcosa di completamente diverso rispetto al concetto, già per il fatto che c’è un concetto anche dell’intuizione. Con la concezione di una fondazione riflessiva diventa infine superflua anche l’assunzione kantiana di noumeni (cose in sé) inconoscibili in linea di principio, posti al di là dei confini dell’esperienza possibile, una assunzione questa che può essere confutata anche sul piano della critica del significato: qualcosa di inconoscibile in linea di principio viene infatti conosciuto in quanto inconoscibile e quindi non può essere veramente inconoscibile; da ciò segue che non può esserci qualcosa di inconoscibile.
(Attenzione: nella nota 16 di pagina 78 c'è un errore di stampa. La regola logica a cui l'autore si riferisce è (p → ¬p) ⱶ ¬p )
In altri termini: è vero che l'Io (o l'"io penso" di Kant) è inaggirabile, imprescindibile eccetera, ma lo è rispetto al conoscere, o rispetto al pensare. Questo vale anche per il concetto di verità, inevitabile nel momento in cui usiamo il linguaggio per ragionare, pensare, descrivere. In questo senso la frase "la verità non esiste" è auto-contraddittoria, quindi possiamo anche dire che la verità si auto-fonda. Ma la verità è inevitabile se esiste qualche forma di pensiero, conoscenza, esperienza descritta, ragionamento eccetera. In assenza di linguaggio, pensiero, ragione... non esiste nemmeno verità. Voglio dire che se non ci sono soggetti che pensano-ragionano-descrivono la realtà e la loro esperienza, non c'è nemmeno verità. E possiamo anche dire che senza vita non c'è nemmeno Io. Se non fosse mai comparsa la vita non ci sarebbe stato nemmeno l'Io di Fichte, quindi Fichte non può affermare che l'Io è fondamento del mondo.
Alcuni filosofi affermano che esisterebbe un "terzo regno", né materiale, né psichico, che sarebbe il regno degli enti logico-matematici, ma su questo mi permetto di sollevare forti dubbi. Che argomenti abbiamo a sostegno di ciò? Sui numeri, forse, posso pensare a un'esistenza autonoma se li intendiamo come rapporti oggettivi fra grandezze, se li intendiamo come strutture formali coesistenti alla materia stessa. Ma i concetti, quelli proprio no. I concetti sono prodotti del linguaggio umano, e il linguaggio umano avrebbe anche potuto non esistere. E non mi si venga a dire che per poter sostenere questa tesi devo pur sempre usare il linguaggio. Questo è un puro sofisma. La scienza ci dice che l'universo esiste da 7 miliardi di anni, la Terra da 5, la vita (sulla Terra) da 2. Per 3 miliardi di anni la Terra è esistita senza nessuna forma di vita. In tutto quel tempo dov'era l'Io di Fichte? Su altri pianeti? Il principio riflessivo auto-fondato è relativo all'esperienza umana, ma gli idealisti lo trasferiscono sull'intera realtà, sull'universo.
Per questo Kant è superiore a Hegel: perché propone una razionalità consapevole dell'esistenza di qualcosa di estraneo alla razionalità stessa, che non è detto si possa conoscere completamente. La cosa in sé si può interpretare anche in questo modo, ovvero come quella parte della realtà che esiste autonomamente rispetto al soggetto conoscente e che potrebbe non essere mai completamente conosciuta: o perché irriducibile a princìpi logico-razionali, o perché troppo distante dall'esperienza umana (troppo lontana nello spaziotempo rispetto a noi). Conoscere che esiste qualcosa di inconoscibile non è una contraddizione: per esempio posso osservare una galassia lontana, notare che ha una forma insolita (per esempio potrebbe essere un cubo perfetto), ma non riuscire a sapere niente di più di questo perché è troppo distante, i nostri strumenti ottici non sono in grado di osservare all'interno di questo cubo, e restare col mistero insoluto di come sia possibile una galassia di quel tipo.
«Dobbiamo abbandonare una razionalità chiusa (...), incapace di comprendere ciò che la eccede, per dedicarci a una razionalità aperta, in grado di conoscere i propri limiti e cosciente dell'irrazionalizzabile.» (Edgar Morin, Sette lezioni sul pensiero globale, pag. 113)
Rispetto a questa idea metafilosofica mi chiedo: e la metafisica? Sarebbe in questa prospettiva la disciplina che consente di fondare le altre scienze?
Nella nota 42 Hösle provvede una risposta, anche se la mia domanda fa riferimento a una accezione di "metafisica" più tradizionale, ovvero la teoria che affronta alcuni problemi fondamentali sulla natura della realtà nel suo insieme, più o meno corrispondenti ai problemi indicati da Kant con le quattro antinomie:
[nota 42:] Nelle pagine che seguono uso per lo più il termine “metafisica” nel senso di “logica carica di contenuto (materiale)”; sono consapevole che è possibile definire la metafisica anche in modo diverso, ma credo che la definizione proposta corrisponda abbastanza precisamente a ciò che una gran parte della tradizione ha inteso per “metafisica”; una definizione del genere potrebbe servire inoltre a liberare le teorie metafisiche dal sospetto di irrazionalità.
e poco dopo scrive:
Anche il rapporto della logica materiale con la logica formale andrà compreso in modo più rigoroso di quanto non abbia fatto Fichte. Infatti, da un lato, è chiaro che la metascienza che si autofonda riflessivamente deve precedere la logica; ma, dall’altro, questa stessa metascienza argomenta in modo tale da presupporre in generale anche le leggi della logica formale, per cui sembra presentarsi il pericolo di un circolo. Anche a tal riguardo soltanto Hegel è pervenuto all’unica soluzione soddisfacente, a considerare cioè la logica stessa come una parte della metafisica.
[2.2.3. I limiti dell’idealismo soggettivo di Fichte e la concezione dell’idealismo oggettivo sviluppata da Schelling:]
(...)
In questa indeterminatezza dell’Io assoluto c’è già, mi sembra, il germe dello sviluppo successivo del pensiero fichtiano: al posto di un principio meramente finito, ma proprio per questo capace di sviluppo, Fichte pone più tardi un principio indubbiamente assoluto, ma del tutto astratto e appunto per questo inconoscibile; egli non vede una terza possibilità: un principio assoluto e tuttavia concreto, ed in effetti è questa concezione che può essere considerata come la scoperta senz’altro più importante di Hegel.


