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5 agosto 2022

"Perversioni" nelle relazioni interpersonali (versione aggiornata 26 novembre 2022)

 



Nel primo dei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) Freud propone un concetto di “perversione” basato sull’indagine di tutte le forme di interazione sessuale che si discostano dall’atto che porta alla riproduzione e che avviene dopo la pubertà. In questo senso, anche il semplice bacio è una “perversione”, concetto che quindi di per sé non implica un’accezione patologizzante. “Perversioni” è quindi usato quasi come sinonimo di “varianti”.

In questa stessa accezione freudiana vorrei qui usare il concetto di perversione prendendo però come riferimento di base la classica forma del legame di coppia monogamico tra gli esseri umani.


Si tratta di quella tipica forma di relazione nella quale si è sostanzialmente coetanei, si convive, ci si ama reciprocamente, vi è la fedeltà amorosa, vi è l’esclusività nei rapporti sessuali, vi sono il sostegno reciproco, la confidenza, la complicità e, probabilmente, uno o più interessi/progetti in comune, le amicizie tendono a coincidere e ad essere vissute in condivisione.


Nella coppia tradizionale, quindi, i fenomeni corrispondenti ai tre concetti che nel linguaggio comune usiamo per descrivere e distinguere le relazioni interpersonali – sesso, amicizia, amore – sono compresenti e tendono sostanzialmente a intrecciarsi, al punto che a livello concettuale può essere difficile distinguere se alcune esperienze siano da attribuire a un concetto piuttosto che a un altro. Faccio solo un esempio: l’esperienza dell’impulso (o dell’impegno) all’aiuto reciproco è attribuibile all’amicizia o all’amore? Nel caso della coppia tradizionale siamo abituati ad attribuirla all’amore, ma in sé è un aspetto che può essere presente anche in relazioni puramente amicali.



Non mi occupo qui di tutte le variazioni che derivano dall’orientamento sessuale dei partner (del resto il lettore avrà notato che nella definizione del “modello” di partenza non ho scritto “si appartiene a sessi opposti”), né delle varie combinazioni che possono scaturire tenendo anche conto delle variazioni di genere, ma certamente questi aspetti sono importantissimi, e costituiscono al momento una delle maggiori fonti di proliferazione di modalità alternative a quella tradizionale.


Cerco allora di tracciare una breve mappa delle “perversioni” rispetto al legame di coppia monogamico, con ancora due premesse. Una è quella che non prendo in considerazione la poligamia “istituzionalizzata”, o in culture diverse da quella occidentale, o in epoche storiche differenti da quella attuale. La seconda premessa è che non mi occupo di stabilire se e in che misura le variazioni che descriverò siano state già presenti nel passato della storia umana. Alcune di esse sembrerebbero più marcatamente caratteristiche dell’età contemporanea, ma non è affatto detto (anzi, in alcuni casi è certo) che, in forme magari più “larvate”, non fossero già presenti in epoche precedenti.


A) Un primo aspetto è quello che vede relazioni nelle quali si tende unicamente al rapporto sessuale. Ciò può avvenire in due forme: o si tratta di rapporti puramente occasionali, o si tratta di una relazione che, pur essendo di tipo solo sessuale, assume una certa continuità e frequenza nel tempo.

A1 – Nella prima forma, ciò può avvenire o utilizzando applicazioni dedicate (chat come Tinder o Grindr) per poi incontrarsi a casa di uno dei due soggetti, oppure può avvenire direttamente in locali dedicati (club privati, certo tipo di saune, certo tipo di discoteche, cruising bar eccetera).

A2 – Nel secondo caso, invece, gli incontri di pura sessualità assumono una frequenza regolare ma non fiorisce una comunicazione che precede o segue il rapporto, non si crea amicizia (né tanto meno amore): vi è solo la complicità del ritrovarsi per darsi reciproca soddisfazione sessuale. È una forma che, nel linguaggio volgare contemporaneo, ma a mio avviso impropriamente, viene definita come l’avere un trombamico o uno scopamico.

A3 – Perché dico “impropriamente”? Perché esiste anche una terza forma, che si potrebbe anche considerare come una tipologia a sé stante, che tende a combinare il sesso e l’amicizia (e per questo meriterebbe casomai quelle etichette che abbiamo sopra ricordato, se non suonassero così male) e sembra mettere in dubbio la classica distinzione concettuale tra amicizia e amore, basata sull’idea che nell’amicizia non sia presente la sessualità, mentre nell’amore sì (si parla, in questo contesto – ovviamente –, di amore di coppia, non di un concetto più ampio di amore).

Si tratta di incontri, che avvengono con una certa continuità e frequenza nel tempo, dove vi è quasi sempre al centro l’interazione sessuale reciprocamente soddisfacente, ma accanto alla quale fiorisce uno scambio culturale, una conoscenza personale reciproca, il coinvolgimento in esperienze condivise basate su interessi comuni. Si potrebbe definire come un’amicizia intessuta su rapporti sessuali, nella quale però l’aspetto amoroso non si sviluppa, viene tenuto a freno, o viene intenzionalmente e programmaticamente negato in partenza (perché le persone coinvolte, con  gradi di consapevolezza magari diversi, non desiderano impegnarsi in una relazione di coppia).

Un esempio tipico di questo primo gruppo sono i casi di persone gay che "investono" tutta la loro energia affettivo-amorosa in un rapporto privilegiato con una donna (che è "ufficialmente" amica, ma che sarebbe più appropriato, forse, definire come l'amica del cuore) e mantengono separata la sfera sessuale, che si vivono con partner maschili.


B) Un secondo aspetto è quello che tende a risolvere tutto l’aspetto relazionale nell’amicizia. Si tratta in questo caso di persone che scelgono, o si ritrovano di fatto a vivere in questo modo, di rinunciare all’amore in cambio di una moltiplicazione delle amicizie, costruendo nel tempo una fitta rete di relazioni amicali (senza mescolarle con la sessualità o con l’amore) tale per cui la solitudine viene completamente trascesa, si è single ma non si è mai, di fatto, soli.


C) Ci sono poi tutta una serie di mescolanze, se guardiamo alle impostazioni della vita relazionale, tra gli aspetti sopra indicati: persone che vivono un rapporto di coppia tradizionale ma tendono a “divertirsi”, senza rivelarlo al partner, con qualche rapporto occasionale di puro sesso; o che tendono a sovrapporre, sempre di nascosto, al rapporto di coppia tradizionale rapporti di pura sessualità ma con continuità nel tempo e sempre con la stessa persona (anche con sconfinamenti verso l’amicizia o verso l’amore… e qui pensiamo al classico caso della persona sposata che ha l’amante); persone che vivono da sole e hanno sia una fitta rete amicale sia rapporti di pura sessualità occasionale, o di pura sessualità con continuità, o rapporti di sesso+amicizia.


D) C’è infine un importante gruppo di “perversioni”, nel quale le persone scelgono il rapporto di coppia tradizionale, ma se ne discostano solo per certi aspetti, introducendo tutta una serie di varianti.

Facciamo solo qualche esempio (ciascuno dei quali meriterebbe di essere approfondito):

D1 – persone che pur stando in coppia tradizionalmente, mantengono amicizie “separate”, che frequentano separatamente.

D2 – coppie tradizionali che non "consumano" mai sessualmente l'unione, o che, dopo lunghi periodi di sessualità consumata, perdono il desiderio reciproco ma restano pur sempre legate da una forte affettività, solidarietà ecc.

D3 – persone che stanno in coppia ma senza convivere. Qui si apre un ventaglio di possibilità, nel senso che ci possono essere coppie di persone che vivono in case diverse ma molto vicine fra loro, o nella stessa zona, o in quartieri diversi nella stessa città, o in città diverse nello stesso Stato, o addirittura in Stati diversi… ciò naturalmente comporta anche variazioni nelle frequenza delle interazioni (ci si vede più volte alla settimana; solo il fine settimana, una volta al mese, una volta all’anno…)

D4 – persone che scelgono il rapporto di coppia ma con partner decisamente più giovani/più maturi. Ciò implica facilmente relazioni asimmetriche dal punto di vista della gestione del tempo, struttura che può essere fonte di turbolenze. Altro fenomeno legato a questo tipo di relazioni è la tendenza a un progressivo travaso reciproco di esperienze culturali e sociali differenti.

D5 – persone che introducono nel rapporto di coppia, ma alla luce del sole e con accordo reciproco, anche ambiti di “libertà sessuale”, stando però attenti a preservare la fedeltà amorosa.


Naturalmente vi sono poi ulteriori varianti che scaturiscono dalla combinazione delle variazioni sopra elencate.


Non so quanto possa essere utile dal punto di vista “scientifico” questa mappatura (peraltro, come ho chiarito, consapevolmente incompleta), ma credo che se non altro possa servire a renderci tutti più consapevoli che le forme di relazioni interpersonali tra esseri umani sono sicuramente più numerose e varie rispetto a quelle più socialmente visibili e culturalmente accettate, che questa numerosità e varietà tenderà probabilmente ad aumentare e che i modelli culturali e sociali più diffusi dovranno prima o poi tenerne conto e renderne conto dal punto di vista anche storico-scientifico.


Milano, novembre 2022


Ringrazio Federico Ferrari e Maurizio Maravigna per aver letto una versione precedente di questo scritto, dandomi preziosi spunti di riflessione e approfondimento.

8 settembre 2017

PLATONE, "SIMPOSIO". Appunti










cap. V:  Erissimaco riferisce un discorso di Fedro, secondo il quale
AMORE (EROS), è un dio grande, ma trascurato: nessuno, né in versi né in prosa, ha scritto qualcosa in sua lode. Erissimaco propone quindi di fare ciascuno un discorso in lode di Amore.

Questo stato di cose, un dio grande ma non lodato, trascurato, mi fa pensare al fatto che il tema dell'amore sensuale, o più esplicitamente, il tema dell'amore erotico, della sessualità, sia qualcosa di "grande" (che interessa a tutti), ma che è "bandito" dai discorsi, provoca vergogna il parlarne, sembra di entrare in uno spazio proibito, privato eccetera. Perché è così? , in fondo è un po' così ancora oggi...

Socrate, nell'appoggiare la decisione, dice: "Nessuno sarà contrario, a cominciare da me che affermo di essere un esperto soltanto in cose d'amore..."

Allude, penso, al discorso, che verrà introdotto più avanti, sul forte legame fra EROS e CONOSCENZA.

capp. VI-VII:  Discorso di FEDRO
AMORE è il dio più antico. Cita Esiodo, secondo il quale inizialmente ci fu il Caos, e subito dopo Terra e Amore.

In questo senso EROS era un Dio cosmogonia, rappresentante della forza di attrazione che spinge le cose ad unirsi.

AMORE è fonte di grandissimi beni: forse il bene maggiore: avere una persona virtuosa da amare o che ci ami.
Attraverso AMORE riceviamo i princìpi fondamentali: la vergogna per le brutte azioni e il desiderio e coraggio per le buone azioni. Perché se c'è qualcuno che amiamo o che ci ama, nei suoi confronti ci vergogniamo delle azioni cattive, moralmente brutte. E nell'altro senso, colui che ama non lascerebbe mai in pericolo la persona amata: dal suo amore trae coraggio per azioni eroiche. "Solo quelli che amano sono pronti a morire per gli altri"

Notiamo: 1) già qui compare la distinzione fra amare ed essere amati
2) l'amore come fonte (ma resta da approfondire come, in che modo ciò avviene) dell'acquisizione dei princìpi morali (e anche estetici): buono/cattivo, bello/brutto (notare l'uso di "brutto" in senso morale"). Chi ama/è amato viene come nobilitato da ciò, quindi non può abbassarsi a compiere azioni vili o ingiuste (vergogna, senso di colpa, scatterebbero subito). Chi ama vuole proteggere la persona amata, quindi nasce l'altruismo.

Seguono alcuni esempi: Alcesti, Orfeo, Achille.
Alcesti: (riporto la nota 24 ed. BUR:) "la stupenda figura femminile della tragedia omonima di Euripide. Secondo la tradizione, fu figlia bellissima di Pelia e sposa del re Admeto. Questi, in occasione del matrimonio con la bella fanciulla, trascurò di fare i dovuti sacrifici alla dea Artemide che fu tanto offesa da pretenderne la morte. Ma l'intervento di Apollo placò l'ira della dea, la quale, però, in cambio della vita di lui, volle quella dei suoi genitori. Costoro, però, si rifiutarono di morire al posto del figlio e Alcesti, allora, che amava immensamente il suo sposo, si sacrificò per lui. Ma Eracle scesa agli Inferi e restituì al marito la sublime fanciulla."

Alcesti e Achille sono esempi positivi (sacrificio di sé per salvare/vendicare l'amato), mentre Orfeo è esempio negativo (non si sacrifica ma cerca di salvare l'amata con l'inganno). Viene poi fatta una sorta di graduatoria del valore dell'amore dal punto di vista dell'ammirazione degli dei: al gradino più basso sta chi è amato (ma non ama); poi viene chi ama; ancora più in alto è chi "ricambia l'amore di chi lo ama". Quindi ricapitolando, dal gradino più basso:
1. chi è solo amato ma non ama
2. chi ama ma non è riamato
3. l'amore reciproco


capp. VIIi-XI: Discorso di PAUSANIA
AMORE non è uno, è molteplice. Quindi occorre distinguere e lodare solo il migliore.
Infatti "non ogni amore è bello o degno di lode, ma solo quello che spinge a nobilmente amare".
"ogni azione ha questo di caratteristico: che per se stessa non è mai bella o brutta (...) ma lo diventa dal modo con cui questa azione viene compiuta: onestamente e rettamente, è bella, altrimenti, la stessa azione è cattiva".

Su questa tesi riguardo al valore morale delle azioni, come non intrinseco ma derivato dalla modalità o dall'intenzione di chi la compie, occorrerebbe approfondire molto. Infatti ci si potrebbe chiedere se non esistano alcune azioni, come l'uccidere o il mentire, che siano cattive in sé...

Occorre sottolineare il legame che unisce EROS ad AFRODITE, innanzitutto.

In questo senso, EROS era figlio di Ares e Afrodite "e rappresentava la passione di amore. Lo si immaginava come un giovinetto di ammaliante bellezza, munito di un arco col quale egli soleva lanciar le sue frecce infallibili producendo in chi voleva, o Dei o uomini, la piaga d'amore. Alla forza di EROS, dicevasi, neppure Zeus può sottrarsi; con che si veniva a indicare l'amore come la più forte e temibile potenza della natura." (F. Ramorino, Mitologia classica illustrata, Hoepli 1979)

Siccome ci sono due Veneri, ci sono anche due Amori.

In realtà se ne distinsero tre: Afrodite PANDEMIA (terrena e protettrice di amori anche volgari), Afrodite URANIA (dea dell'amore celeste, datrice di ogni benedizione) e Afrodite PONTIA (dea marina, patrona della navigazione e dei naviganti).

Afrodite Urania è la più antica, e non ebbe madre: era figlia del Cielo, ha ricevuto solo i caratteri maschili ed è immune da ogni forma di libidine.
Afrodite Pandemia è la più giovane, figlia di Giove e Dione, e ha ricevuto i caratteri sia maschili sia femminili.
Occorre distinguere quindi AMORE CELESTE e AMORE PANDEMIO (di tutto il popolo).
L'Amore Pandemio ispira chi ama indifferentemente donne o giovinetti e ama più il corpo che l'anima. L'Amore Celeste ispira chi predilige il sesso maschile ed è esente da libidine.

(continua





SEI SEMPRE TU. Guida informativa per adulti su omosessualità e varianza di genere



Su questi temi esiste una guida più agile, pensata per i giovani:
GENDER. Che cos'è... ... e cosa non è

Per scaricare invece questa guida, scritta per per genitori e insegnanti, CLICCA QUI





GENDER - Che cos'è... ... e cosa non è







2 marzo 2016

Le famiglie co-parentali





Commentando l'articolo di Maria Novella De Luca "Omogenitorialità", uscito su la Repubblica il 20 marzo 2009 e ripubblicato su Nazione Indiana da Franco Buffoni il 23 marzo 2009, ho scritto :

Un’altra tipologia di famiglia omogenitoriale è quella che viene chiamata co-parentale (o co-parenting): una coppia lesbica e una coppia gay si incontrano e costruiscono il loro rapporto intorno al progetto di far nascere uno o più figli. All’interno di ciascuna coppia ci sarà un genitore biologico che sarà genitore a tutti gli effetti; la/il partner deciderà che peso dare al proprio ruolo co-genitoriale (non è detto quindi che il figlio cresca con l’idea di avere due mamme e due papà: potrà avere anche solo una mamma con la sua compagna e un papà col suo compagno). La gestione del figlio, pur separata, sarà improntata al reciproco sostegno fra le due coppie, alla complicità e alla solidarietà. E’ importante, per la buona riuscita, che le due coppie vivano il più possibile vicine, in modo da facilitare gli aspetti logistici, e che ci siano anche momenti di vita in comune allargata (a quattro).
Famiglie di questo tipo sono presenti in Famiglie Arcobaleno, anche se in percentuale molto bassa.
L’articolo non ne parla ma mi sembrava giusto segnalare che esiste anche questa variante, nel variegato mondo delle nuove famiglie.

Ad oggi, per quanto si sente nelle discussioni sui modelli di famiglia alternativi a quello tradizionale, questa realtà è ancora molto poco conosciuta. Molte riflessioni si potrebbero fare confrontando questo modello con altri, non ultima quella che forse si tratta, più che di una famiglia, di due nuclei famigliari che procedono in parallelo, nei quali i figli si trovano a vivere una situazione simile a quella dei figli di genitori separati, con la differenza che in questo caso la separazione non è mai avvenuta perché i due genitori biologici non sono mai stati una coppia e hanno un rapporto che si costruisce gradualmente intorno al processo di realizzazione della loro genitorialità: i figli sono quindi già solo per questo motivo posti fin da subito al centro dell'attenzione, verso di loro convergono gli interessi dei due nuclei.
Va aggiunto che il co-parenting si può realizzare anche in varianti: coppia di donne-uomo single (gay o etero), coppia di uomini-donna single (etero o lesbica), donna single-uomo single.
Dal punto di vista economico realizzare un modello come questo non costa nulla (si basa sulla tecnica dell'autoinseminazione), ma occorre essere molto attenti all'accordo fra i due nuclei per quanto riguarda la futura gestione economica dei figli. Se i figli verranno cresciuti in collocazione prevalente presso il nucleo famigliare materno (come in genere si verifica nel caso dei figli di genitori separati) la legge prevede che il padre dia un contributo economico mensile alla madre per il mantenimento.
Nel caso in cui, invece, la collocazione presso i due nuclei sia paritaria l'accordo economico può prevedere una gestione comune delle spese per il mantenimento dei figli.

Rimando infine alla pagina che il sito di Famiglie Arcobaleno dedica agli studi e ricerche sulle famiglie omogenitariali, ricchissima di indicazioni bibliografiche per chi voglia approfondire il tema in generale.

21 ottobre 2015

Il "genere". Una guida orientativa










Ricevo da Paolo Rigliano, e condivido volentieri:

Caro/a collega, caro/a amico/a,
da qualche tempo, sulle pagine dei giornali e su internet, si sta svolgendo una grande discussione su una presunta “teoria del gender”, dalle caratteristiche assai confuse e che sembra generare molta preoccupazione nelle persone ed in alcune istituzioni.

Per poter aiutare le persone a comprendere meglio sia la natura di tale campagna, sia i principali concetti intorno alla questione del “genere” e delle identità sessuali, Federico Ferrari, Enrico Maria Ragaglia e Paolo Rigliano hanno scritto una GUIDA ORIENTATIVA, [scaricabile al link qui sotto] in formato PDF.

Essa  è edita in collaborazione con la Società Italiana di Psicoterapia per lo Studio delle Identità Sessuali (SIPSIS) ed ha ottenuto il patrocinio della Fondazione Genere Identità e Cultura (GIC), del Centro di Ateneo Sinapsi dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (ONIG).

Con l’auspicio che possa essere di aiuto nella professione clinica, educativa, sociale e come utile strumento di riflessione scientifica e culturale, ti invio un saluto cordiale 

E IL MIO PERSONALE INVITO AD UNA SUA DIFFUSIONE E CONDIVISIONE LA Più VASTA POSSIBILE CON COLLEGHI, AMICI, ISTITUZIONI 

Paolo Rigliano

6 settembre 2015

Sul rapporto tra mente e corpo






La mente deve amare il corpo!

Allora si potrebbe aggiungere: "Anche il corpo dovrebbe amare la mente!".
Ma può un corpo amare?

Altri direbbero che corpo e mente sono in realtà la stessa cosa, considerata da due punti di vista diversi.
E se sono la stessa cosa ci si potrebbe chiedere se il problema del loro rapporto sia in realtà un falso problema.
Ma un problema sussiste. Infatti gli antichi spesso consideravano il corpo come prigione dell'anima. Più tardi, a cominciare da Platone, invece che parlare di conflitto fra corpo e anima si è parlato di conflitto dell'anima con se stessa, di conflitto fra parti dell'anima.

Allora il mio pensiero iniziale si potrebbe riformulare così: la mente dovrebbe amare se stessa in quanto corpo. ~ Esperienze più "distanti" dal corpo (pensieri) dovrebbero amare esperienze più "vicine" al corpo (bisogni, pulsioni). ~ Il proprio io pensante dovrebbe amare il proprio io bisognoso e desiderante.

Ma può l'io pensante amare?
Si tratterebbe di ciò che Spinoza chiama "amore intellettuale"?
Forse il mio pensiero iniziale andrebbe ancora riformulato:
L'io amoroso dovrebbe riconciliare l'io pensante e l'io bisognoso.

L'io pensante non dovrebbe sentirsi prigioniero del corpo (l'io bisognoso).
Ma forse c'è uno squilibrio strutturale: la mente sa che senza corpo non potrebbe esistere, il corpo invece sa che potrebbe essere anche solo corpo.
Il corpo sa che potrebbe essere corpo vivente ma non pensante. O, addirittura, potrebbe essere corpo non vivente.
La mente, come testimoniano le varie dottrine sulla reincarnazione o sull'immortalità, può inorgoglirsi e tendere a rifiutare la propria dipendenza dal corpo: "io posso esistere anche senza corpo!" . Ma al di là di queste credenze, speranze, fedi, la mente sente la propria dipendenza dal corpo.
La mente sente che il corpo viene prima, che ha priorità sia pratica sia ontologica.

La mente vive male la propria dipendenza  dal corpo: se il corpo è affamato non si può pensare! 
I bisogni del corpo possono invadere l'intero campo dell'esperienza e impedire il pensiero.
Se il corpo si ammala, se prova dolore, tutto il pensiero viene convogliato su questi problemi e sembra quasi impossibile pensare liberamente.

La mente sogna di poter pensare infinitamente: solo così potrebbe forse risolvere alcuni problemi (metafisici!) in cui si imbatte.
La mente sogna di non dipendere dal corpo, sogna di poter avere un'esistenza autonoma e un tempo infinito davanti a sé.

Se la mente si inorgoglisce, se il suo sogno di autonomia diventa esigenza, o pretesa di un diritto, la mente può iniziare a disprezzare il corpo.
Quanta svalutazione del corpo c'è stata, nella nostra cultura! 
Di questa svalutazione fa parte anche la condanna del piacere sessuale.
Altra cosa, diversa dalla condanna, è l'invito alla misura e all'equilibrio.

Un conto è la dipendenza ontologica della mente dal corpo (questa va solo accettata, anzi amata).
Un conto è la dipendenza psicologica: è rispetto a questa che ha senso l'invito alla misura e alla moderazione nella soddisfazione dei bisogni del corpo. 
La temperanza si ha quando la mente si prende cura, amorosamente, dei bisogni del corpo.
Questo è il vero presupposto di una liberazione del pensiero, non il disprezzo e la condanna del corpo.


27 aprile 2014

Nymphomaniac - vol. II





La seconda parte del film mi è sembrata più fredda, nel complesso, rispetto alla prima. 
L'improvvisa insensibilità spinge Joe a cercare esperienze nuove, più forti, e finisce nello "studio" di un sadico (che prova piacere nell'infliggere frustate ma non arriva mai al rapporto sessuale con le sue partner); nel frattempo, però, ha avuto un figlio dall'uomo che l'aveva fatta innamorare, e per frequentare il sadico trascura il figlio, si rivela una madre e un'amante non altezza delle sue responsabilità e delle aspettative amorose della famiglia, per cui viene abbandonata. La sua vita si sviluppa con ulteriori avventure, e viene narrata all'uomo che l'ha soccorsa all'inizio (nella parte I), Seligman, il quale a un certo punto si dichiara "asessuato" e vergine. Seligman, che rappresenta una sorta di psicoterapeuta, aiuta Joe a sollevarsi dai suoi sensi di colpa, e alla fine Joe si sente effettivamente "accolta" da lui e lo riconosce come amico, ma proprio qui, nel finale, avviene un imprevisto capovolgimento di situazione, una sorta di scambio di ruoli che dà al film uno scatto in avanti, una sensazione di sviluppo e di complessità. 
La protagonista sembra non riuscire mai a conciliare sessualità e amore, e sembra essere incapace di  trovare la giusta misura nel vivere la sessualità integrandola con il resto delle componenti essenziali della vita umana. Alla fine, infatti, sembra "guarita" dalla sua ninfomania ma si propone l'astinenza totale dalla sessualità. Quindi o tutto, o niente. 
Anche la seconda parte è ricca di riferimenti culturali e girata con grande perizia.


Considerando il film nell'insieme, forse uno dei problemi generali riguardo alla sessualità, che il regista ha voluto riproporre, è se sia veramente impossibile conciliare la vita sociale e i rapporti amorosi all'interno della famiglia, la civiltà in generale, con una espressione più libera delle proprie pulsioni (un po' come ha sostenuto Freud ne Il disagio della civiltà) o se invece si possa pensare a una società diversa, capace di accogliere individui che sacrifichino meno o per niente l'energia pulsionale. Il discorso che emerge dal film a questo proposito, mi pare, è che non può essere un solo individuo a tentare vie alternative, pena l'emarginazione e l'impossibilità di costruire rapporti interpersonali solidi. 

16 aprile 2014

Nymphomaniac - vol. I



Ho visto oggi questo film di Lars Von Trier. L'ho seguito con molto interesse e piacere intellettuale. Mi aspettavo un film che potesse aiutare a ripensare alcuni nodi filosofici legati al tema della sessualità, e ho trovato anche più di quanto mi aspettavo. 
La storia (che come si sa è solo la prima parte; imminente l'uscita nelle sale italiane della seconda parte) di Joe, una ninfomane (Charlotte Gainsbourg), nella cornice del suo rapporto "terapeutico" con un signore anziano che la trova stesa a terra sanguinante e la soccorre, è occasione per una riflessione profonda sul tema della sessualità in generale: sull'origine dei sensi di colpa legati ad un'espressione libera della propria pulsione sessuale, sulle differenze e gli intrecci fra sessualità e amore, sul confine fra libertà e dipendenza sessuale... Un aspetto che mi ha colpito particolarmente è l'accostamento (realizzato magistralmente dal punto di vista dell'uso del linguaggio cinematografico) fra la polifonia e la poligamia (intesa qui come compresenza di più storie erotico-amorose nella vita di una persona). Il regista utilizza un brano per organo di Bach a tre voci, Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ BWV 639, e mostra come le tre melodie che si intrecciano formino un tutt'uno armonico, così come in una fase della vita di Joe la compresenza di tre rapporti paralleli con tre uomini molto diversi fra loro forma una sorta di unico rapporto complesso e integrato. Per rinforzare l'analogia, e direi per suggerire che vi sia una sorta di destino "naturale" nelle vicende di Joe, Von Trier ricorre addirittura a frammenti della serie di Fibonacci, che vengono rintracciati sia nel primo rapporto in cui Joe perde la sua verginità, sia nella musica di Bach.
La prima parte della vita di Joe oscilla fra sensazioni di enorme vuoto e mancanza di senso e sensazioni di pienezza e armonia, ma si chiude con un'inquietante "Non sento più nulla" proprio durante un rapporto con l'unico uomo che l'aveva fatta innamorare, e il trailer della seconda parte, che il regista offre in chiusura, allude a una deriva violenta, sadomasochistica, della vicenda.


19 marzo 2012

Che cos'è il piacere? Limiti della concezione Schopenhauer-Freud






Freud riprende l'idea di Schopenhauer secondo cui il piacere presuppone la sofferenza.
Secondo Freud il piacere scaturisce quando avviene un allentamento della tensione psichica, tensione a sua volta corrispondente a una pulsione che preme per essere soddisfatta.

Ora, se il discorso fila abbastanza bene per quanto riguarda le pulsioni di auto-conservazione, non torna invece per quanto riguarda la pulsione sessuale.
Spiego: la fame, la sete, il sonno, sono condizioni di per sé negative: vengono vissute come stati di tensione spiacevole, e piacevole è il soddisfare tali tensioni mangiando, bevendo, dormendo.
Il desiderio sessuale, invece, corrisponde a una tensione che non è di per sé spiacevole: essere eccitati sessualmente è forse spiacevole? Certamente il piacere che si prova con l'orgasmo è molto superiore a quello che si prova nell'eccitazione, ma questo non toglie che si possa aver voglia di indugiare nelle fasi preliminari all'orgasmo, proprio per prolungare questo piacere.

Si potrebbe quasi pensare che i meccanismi regolatori della vita abbiano privilegiato la spinta alla conservazione della specie più che la spinta alla conservazione dell'individuo. Il piacere provocato nel soddisfacimento della pulsione sessuale (orgasmo) mi pare (mi sbaglio? altri hanno valutazioni diverse?) superiore, quanto a intensità, rispetto a quello provocato dal soddisfacimento delle pulsioni di autoconservazione.
Ma che significato ha, da questo punto di vista "strategico-biologico", il piacere associato all'eccitazione sessuale?

Resta, per tornare al punto iniziale, una carenza teorica sul tema del piacere, almeno per le mie - certamente limitate - conoscenze. Qualcuno dei lettori del blog mi sa indicare altre teorie sul piacere, oltre alla linea Schopenhauer-Freud?


17 febbraio 2012

Il destino delle Weltanschauung. Orientamento religioso e orientamento sessuale: analogie e differenze. Capire Hegel: bibliografia



Il post precedente, linkato sulla pagina facebook di Francesco Berto (il filosofo nella foto qui sopra), ha aperto una discussione a mio avviso molto interessante, della quale vorrei qui riferire i punti salienti.

Un primo punto riguarda la reale situazione a proposito della "colonizzazione del territorio filosofico" fra analitici e hegeliani. Mauro Bompadre e Francesco Berto hanno sostenuto, ma credo sia quasi un dato di fatto, che la situazione è nettamente sbilanciata a favore degli analitici, che costituiscono una sorta di canone implicito, se non per la scelta dei temi almeno per l'adozione della modalità di approccio, per lo stile. Insomma la filosofia (occidentale) è, o sia avvia a diventare fra non molto, analitica.
Resta però un problema, segnalato da Berto: "c'è un bel po' di divario da recuperare. Occhio alle citazioni sulla Stanford Encyclopedia of Philosophy: Kripke batte Hegel 189 a 184. Aristotele è citato 689 volte, Kant 500, Heidegger 118. La colpa è precisamente dei vecchi hegeliani e heideggeriani, che anziché sgobbare un po' per farci capire, intanto, cosa volevano dire questi oscuri signori, hanno passato gli anni a parlare in hegelese o heideggerese stretto."

Un secondo punto riguarda quali siano gli studi più efficaci, scritti con metodo analitico o comunque con chiarezza e profondità, per capire Hegel. 
Segnalato da più voci come validissimo il testo di Berto Che cos'è la dialettica hegeliana? Un'interpretazione analitica del metodo, Poligrafo 2005.
Altro testo importante: Angelica Nuzzo, Logica e sistema. Sull'idea hegeliana di filosofia, Pantograf, Genova 1992.
Altri riferimenti segnalati da Alice Giuliani, Mauro Bompadre e Diego Bubbio: Sistema ed Epoca di Remo Bodei, Hegel e la matematica dell'infinito di Antonio Moretto, i seminari del prof. Garelli, al dipartimento di filosofia dell'Università di Firenze (di Garelli, di prossima uscita, un testo il cui titolo promette molto: Hegel e le incertezze del senso, ETS, Pisa 2012), "le vecchie lezioni di Severino alla Cattolica, pubblicate però solo recentemente", i lavori di Paolo Zellini, Illetterati, Pippin, Pinkard, Redding, Testa, Perelda, Ferrarin, Pasini.

Un terzo punto riguarda l'atteggiamento della filosofia contemporanea nei confronti del problema del senso (o eventualmente non-senso) complessivo del mondo. Berto dice: "Non c'è uno serio [tra i filosofi] che ti dia la Weltanschauung". Questo mi pare un punto cruciale per capire la situazione della filosofia oggi. Un dominio quasi completo dell'atteggiamento analitico, con il grande vantaggio della chiarezza, della comunicabilità e condivisibilità dei risultati, di un lavoro quasi "di squadra" come nelle scienze, ma al prezzo di una rinuncia al prendere posizione in prima persona sulle grandi questioni metafisiche, ad esempio sull'esistenza di Dio.
Si è ragionato sul fatto che oggi chiedere a qualcuno (filosofo, ma la constatazione si può estendere un po' a tutti) se è credente o no è un po' come invadere la sfera privata, e allora a me è venuto in mente un paragone fra l'orientamento religioso e l'orientamento sessuale:
Possiamo dire che siamo arrivati al punto che l'orientamento religioso somiglia all'orientamento sessuale? Per cui normalmente non se ne parla, non si chiede, e poi invece alcuni fanno coming out... (non so, ad esempio Giorello che scrive "Senza Dio", o Vattimo che scrive "Credere di credere") Solo che c'è una differenza: nell'ambito dell'orientamento sessuale c'è una chiara e diffusa "presunzione di eterosessualità" e l'eventuale coming out è per dichiararsi gay o lesbica; nell'ambito dell'orientamento religioso non mi pare si possa oggi dire che c'è una "presunzione di religiosità", né una "presunzione di ateismo". Mi sbaglio? Quindi la situazione sull'orientamento religioso è ancora più sospesa: non possiamo presumere niente di probabile su quello che gli altri credono o non credono, ma non possiamo neanche chiedere... Un bel garbuglio!

30 giugno 2011

L'omosessualità: una variante dello sviluppo


Nel 2007 insegnavo al Liceo Falcone e Borsellino di Arese. A un certo punto girava voce che un professore andasse dicendo in classe, agli studenti, che l'omosessualità è una malattia. Cominciammo a parlare, con un gruppo di colleghi, e decidemmo di fare qualcosa per contrastare l'azione dannosa di questo professore. Il risultato fu la stesura di un testo che venne pubblicato sul giornalino scolastico con le firme di tutti i professori che ne condividevano il contenuto:


Nel lavoro preparatorio per arrivare a questo testo andai a guardarmi la posizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità riguardo all'omosessualità.

Un altro documento interessante è la risoluzione sulla parità di diritti per gli omosessuali  nella comunità, approvata dal Parlamento europeo neo 1994.


Di recente è uscito un libro nella collana Farsi un'idea del Mulino che fa il punto sulle concezioni più aggiornate e scientificamente fondate riguardo all'omosessualità. Lo segnalo al primo posto nella seguente lista di libri sull'argomento. 


Sono inoltre disponibili in rete tre testi molto chiari ed esaurienti, che trattano l'omosessualità, la varianza di genere e il dibattito sulla cosiddetta "teoria del gender", che ho segnalato in tre post successivi a questo:

Il "genere". Una guida orientativa
Gender. Che cos'è... e cosa non è (pensato per i giovani)
Sei sempre tu. Guida informativa per adulti su omosessualità e varianza di genere





28 luglio 2010

Perché non possiamo pensare alla vita come se fosse una partita a scacchi

Mio padre mi ha insegnato a giocare a scacchi quando ero bambino. All'inizio, naturalmente, perdevo sempre. Poi, piano piano, ho cominciato a migliorare fino alla fatidica partita in cui sono riuscito a batterlo. Nel periodo in cui stavo sensibilmente migliorando (quell'estate, ricordo, lessi L'idiota di Dostoevskij) a un certo punto mi sono reso conto di una cosa. Se riuscivo a formulare un "piano di gioco", una strategia per arrivare alla vittoria o anche solo per guadagnare un pezzo, spesso capitava che le mosse fatte per realizzare quella strategia, mosse di attacco, fossero a mia insaputa anche mosse difensive che andavano a parare suoi piani di attacco nei miei confronti. Giocando sempre con in mente un "piano" (che andava costantemente rivisto, aggiornato, riaggiustato) prevenivo possibili pericoli anche ignorandoli. Ciò confermava quanto avevo letto nelle indicazioni preliminari di un antico manuale di scacchi (che sempre mio padre mi aveva messo in mano): l'autore raccomandava "Mai una mossa senza scopo!" (seguivano subito dopo considerazioni sul fatto che mosse casuali quasi certamente indeboliscono la propria posizione e costituiscono perdite di tempo di cui l'avversario può avvantaggiarsi). Questa regola mi aveva subito affascinato, e avevo cominciato a pensare se fosse una regola che potesse valere anche per la vita in generale. In quel periodo, da ragazzo, ero ossessionato dal problema di individuare regole generali da seguire per vivere nel modo migliore. La regola di vivere perseguendo un progetto o più semplicemente ponendosi degli obiettivi è certamente una regola degna di attenzione per chi sia alla ricerca di "formule" per un buon vivere. Volendo seguire l'analogia con il gioco degli scacchi potremmo dire che se perseguiamo un progetto, se ci poniamo degli obiettivi e agiamo di conseguenza, le nostre azioni porteranno a uno sviluppo del nostro essere che potrà essere utile a rispondere anche a situazioni impreviste. Molti anni dopo le prime esperienze scacchistiche di cui parlavo all'inizio, studiando filosofia e imbattendomi nelle teorie sull'azione (G.H. von Wright, Habermas, Bubner...) tornai a interessarmi della questione. Aristotele definisce un'azione come un comportamento finalizzato a raggiungere un certo scopo. Secondo von Wright agire significa provocare intenzionalmente un mutamento nel mondo. Avere un'intenzione, un fine, sembra essere parte del concetto stesso di azione, e si può valutare un'azione in base all'efficacia con la quale riesce a realizzare il proprio scopo, oppure in base alla razionalità dello scopo rispetto a fini ulteriori (si apre qui tutto il discorso sulla razionalità pratica e sull'etica...). Un'azione è razionale se realizza efficacemente il proprio scopo. Uno scopo è razionale se è coerente con fini generali, cioè se rientra in un piano coerente di miglioramento delle proprie condizioni (e, meglio ancora, delle condizioni di tutto ciò che ci circonda...). Ma chiediamoci: fino a che punto può essere utile agire sempre in modo razionale? Si può applicare la regola generale degli scacchi "Mai una mossa senza scopo!" alla propria vita, trasformandola in "Mai un'azione senza scopo!"?? A volte non ci è chiaro lo scopo per cui stiamo facendo qualcosa, ma è meglio così. In certi contesti lasciarsi "guidare dall'istinto" o "dall'intuizione" può essere meglio che farsi guidare dalla ragione. Quali sono questi contesti? Pensiamo a cosa succederebbe se facendo l'amore pretendessimo di sapere esattamente perché facciamo una cosa piuttosto che un'altra. Un altro contesto nel quale l'agire razionalmente può essere bloccante o controproducente è quello di una rilassata e intima conversazione tra amici o tra partner, dove il bello è proprio il "lasciarsi portare" dalle associazioni mentali, avendo anche la capacità di seguire quelle dell'altro (come del resto anche nel fare l'amore il bello non è solo il seguire i propri desideri ma anche il riuscire a sentire e seguire quelli del partner). Qualcosa di analogo accade nella comunicazione fra paziente e terapeuta in una psicoterapia a orientamento psicoanalitico o più semplicemente nel cosiddetto "ascolto attivo" proprio di tutte le relazioni d'aiuto. C'è poi tutto un ambito di situazioni nelle quali avere un obiettivo preciso può essere controproducente. Penso alla creazione artistica, ma anche in certa misura alla ricerca scientifica. In questi contesti, per quel che ne sappiamo, si parte spesso con idee vaghe, intuizioni, problemi da risolvere di cui non si conosce la soluzione. Si lavora proprio su questa vaghezza, sull'idea di qualcosa che vogliamo comunicare ma che non è a noi stessi chiaro, su un enigma che ci tormenta, su un nodo che non riusciamo a sciogliere. La soluzione, l'opera compiuta, la si costruisce strada facendo, senza sapere prima esattamente dove ci condurrà il nostro lavoro (l'aveva già teorizzato Platone quando si era posto il problema di rispondere alla questione sofistica sulla impossibilità della ricerca di conoscenza: se so già non ho bisogno di conoscere, se non so non so nemmeno cosa cercare, e aveva risposto con la sua teoria del conoscere come ricordare...). Un ultimo (ma non per questo meno importante!) contesto è quello del dialogo euristico, così definito da Franca D'Agostini in Verità avvelenata: "si ha un dialogo euristico quando A sostiene p e B sostiene non-p, e A e B sono interessati all'accertamento della verità, dunque si confrontano non tanto per avere ragione quanto per sapere chi ha ragione, e qual è la ragione migliore". Tale tipo di dialogo è essenziale quando sono in gioco dispute sui valori, differenze culturali che portano a confronti fra culture. Sono temi tipici delle teorie sulla gestione nonviolenta dei conflitti (Gandhi, Capitini, Galtung, Patfoort e altri) ma anche della tradizione ermeneutica (della quale sempre Franca D'Agostini ha "distillato" alcune regole fondamentali nel suo recente Verità avvelenata)
Forse allora potremmo tornare alla questione della regola "Mai una mossa senza scopo!" e dire che se vogliamo mantenerla per applicarla alla vita dobbiamo trasformarla in "Mai un'azione senza consapevolezza del senso!". Nei rapporti liberi e creativi con gli altri, nei contesti dove esercitiamo la nostra libertà e creatività possiamo (dobbiamo) abbandonare l'idea di uno scopo prefissato, di un chiaro piano d'azione, e accettare l'idea di un'azione senza scopo, o con uno scopo non chiaro, pur avendo però ben chiaro il senso di quello che stiamo facendo, anche proprio per distinguerlo dai contesti nei quali invece uno scopo preciso e un'azione razionale rispetto ad esso sono fondamentali. Più in generale quindi è importante cercare sempre di riconoscere le esperienze che si stanno vivendo: l'essere presenti, dentro le situazioni, in sintonia o in contrasto con il contesto, ma essere comunque in rapporto con ciò che ci circonda e con noi stessi.

29 ottobre 2009

Il bisogno di una filosofia della sessualità




In un'intervista recente nella quale gli si chiedeva di commentare la bocciatura della legge contro l'omofobia (su Repubblica del 14 ottobre 2009) Gianni Vattimo conclude con queste parole: "In realtà la cultura anti-gay preesiste al cattolicesimo. La Chiesa, invece, potrebbe cambiare molte cose in materia di sesso e aiutarci tutti ad essere più liberi, ma non lo fa. E questa è la sua vera colpa. Non vuole metterci in condizione di mutare la nostra percezione del sesso, lasciando piuttosto che esso resti 'le sale petit secret', 'lo sporco piccolo segreto' di cui parlava Gilles Deleuze. Il sesso resta così uno 'scandalo', uno scandalo aumentato dalla mercificazione che gli è stata imposta dal capitalismo. Alla fine, saremo travolti da questa concezione del sesso." "E cosa bisognerebbe fare, allora?" chiede il giornalista. "Se ne fossimo capaci, dovremmo davvero fare una rivoluzione in campo sessuale. Nel senso che dobbiamo scegliere: o sappiamo darci un modo del tutto nuovo di concepire la sessualità o altrimenti resteremo prigionieri di questo status quo."

Sono pienamente d'accordo sulla necessità di ripensare a fondo i concetti con i quali pensiamo (e comunichiamo) la sessualità in generale, proprio per erodere dal nostro linguaggio e dal nostro pensiero tutte le incrostazioni cuturali e storiche che si portano dietro visioni distorte e confuse e rintracciare anche le evenutali origini "fenomenologiche" di certe associazioni (il sesso come qualcosa di scandaloso, sporco ecc). Ad esempio una cosa banale: il fatto che gli organi sessuali e un'importante zona erogena siano anche i punti dai quali il corpo espelle i propri rifiuti.

Cfr. in questo blog Verso una filosofia della sessualità, ottobre 2008

Segnalo un libro uscito di recente che forse può essere utile in tal senso (ne ho da poco iniziato la lettura e vorrei in futuro presentarne qui una sintesi critica):
Michel Onfray, La cura dei piaceri. Costruzione di un'erotica solare, Milano, Ponte alle Grazie 2009, ed. orig. Flammarion 2008.

6 luglio 2009

Kant e il desiderio di non-genitorialità


La decisione (nel senso di scelta consapevole e motivata, non dovuta a ostacoli fisici, materiali) di non fare figli (pur essendo nella condizione di poterli fare), ad esempio per avere più tempo da dedicare alla vita di coppia o alla propria professione, rispetta la forma morale prescritta dall'imperativo categorico?

Sembrerebbe di no (ricordiamo che l'imperativo categorico, perno dell'etica kantiana, prescrive che la massima che regola il nostro comportamento debba poter essere una massima universale, cioè generalizzabile a tutta l'umanità): se tutti facessero questa scelta, se tutti decidessero di non fare figli si estinguerebbe il genere umano!

Ne consegue, allora, che fare figli è un dovere morale (per chi segue l'etica kantiana)?

12 ottobre 2008

Verso una filosofia della sessualità

 

VERSO UNA FILOSOFIA DELLA SESSUALITA'  Versione scaricabile e stampabile


Piergiorgio Paterlini, scrittore e giornalista, con il suo Manuale di educazione sessuale per gay ed etero, uscito per la prima volta nel 1995 con il titolo Io Tarzan, tu Jane e riedito nel 2003 (Zelig Editore), si rivolge, ed è subito evidente per lo stile colloquiale e scanzonato, ai ragazzi. Nel fare questo, però, avanza delle proposte teoriche tutt’altro che divulgative, anzi diremmo alquanto “impegnative”: sia per l’impegno che richiedono alla mente del lettore, sia nel senso che sono tesi forti, che toccano questioni concettuali, quindi questioni fondamentali. Sostengo che il suo libro pone questioni che andrebbero risolte costruendo una filosofia della sessualità, e che quindi una recensione critica del testo costituisce un buon punto di partenza per chi voglia avventurarsi in tale direzione.

Fra gli obiettivi del libro c’è quello di capire l’omosessualità (e difenderla dall’omofobia) ma nella convinzione che «capire bene l’omosessualità sia anche il modo migliore per parlare correttamente di eterosessualità, e quindi di sessualità in generale», e tenendo sempre ben presente l’intreccio della sessualità con l’amore.

Qui cercheremo innanzitutto di esporne in una ricostruzione sintetica (ben coscienti che questa operazione è già in un certo senso un atto interpretativo) le tesi più importanti e le principali argomentazioni (1−6), e aggiungeremo poi alcune considerazioni critiche e riflessioni suscitate dal testo (7−13).

1. L’impianto concettuale è tutto basato su una distinzione di fondo fra tre livelli di discorso, che sono però anche tre livelli dell’esperienza stessa, della realtà stessa, che vanno tenuti a suo parere ben distinti quando si parla della sessualità: l’oggetto del desiderio (o orientamento sessuale), l’identità di genere, i comportamenti.
Nella sua definizione iniziale di oggetto del desiderio − «chi mi piace, chi desidero, chi amo, di chi mi innamoro» − sembra considerare (ma l’impressione viene confermata poi dallo sviluppo del discorso) più importante l’aspetto amoroso rispetto a quello puramente sessuale: la forma piena del desiderio è quindi, in questa prospettiva, un’esperienza che coinvolge tutta la sfera affettiva.
La tesi di fondo, riguardo l’omosessualità, è che differisca dall’eterosessualità solo nel senso che consiste nella realtà di chi ha come oggetto del desiderio persone del proprio sesso. Non riguarda l’identità di genere, non riguarda le pratiche sessuali né la distinzione fra attivo e passivo.
Va quindi, di pari passo, ridimensionata l’importanza della diversità omosessuale: l’oggetto del desiderio (se sia maschio o femmina) è solo uno fra i mille aspetti della sessualità e dell’amore. Nel corso della storia, dice Paterlini, “a un certo punto” la differenza etero/omo è sembrata l’unica importante, l’unica caratterizzazione rilevante della sessualità, ma questo modo di considerare le cose va cambiato: vi sono molte altre caratteristiche dell’oggetto del desiderio, al di là della sua omogeneità o eterogeneità rispetto al genere del “desiderante”. Per esempio: è più vecchio? Più giovane? Coetaneo? È più magro/muscoloso/grasso? È più bello di corpo o di viso? È più intellettuale o più incolto? Di che colore ha gli occhi e i capelli? E inoltre (passando da come l’oggetto è a come mi rapporto ad esso): me ne innamoro a prima vista o dopo un po’/molto tempo? Eccetera.
Parlando di oggetto del desiderio, Paterlini enuncia a un certo punto una sorta di “legge del desiderio” che per la sua semplicità e per il suo radicarsi nel senso comune potrebbe essere considerata universale, ma sulla cui verità occorrerebbe secondo noi interrogarsi più a fondo: «Si cerca sempre chi ci completi». L’oggetto del desiderio sarebbe quindi sempre complementare al desiderante, ma la complementarietà può individuarsi in molteplici e svariati aspetti oltre a quello della polarità del genere sessuale.
L’intento “politico” che sta dietro a questo suo insistere nel voler ridurre la percezione della diversità omosessuale è la volontà di “smontare” argomentativamente l’atteggiamento omofobico, mostrando innanzitutto come l’omosessuale sia in realtà vicino, simile. Ciò anche al fine di raggiungere una situazione in cui gli eterosessuali prevedano l’esistenza degli omosessuali, che contemplino questa possibilità accanto a tutte le altre che già contemplano nel considerare la varietà dei possibili oggetti del desiderio.

2. L’identità di genere, ovvero il sentirsi uomo o donna, a prescindere dalla propria conformazione anatomica, è, secondo Paterlini, stabile a partire dai tre-quattro anni. I transessuali sono coloro la cui identità di genere non coincide con il loro genere biologico: è un conflitto interiore fra il sentirsi appartenenti, ad esempio, al genere femminile e il ritrovarsi ad avere, invece, un corpo maschile. I transessuali sono, secondo Paterlini, eterosessuali: per esempio se un individuo è biologicamente uomo ma si sente donna, e desidera gli uomini, quello che conta, dal punto di vista dell’oggetto del desiderio, è che si tratta di un desiderio eterosessuale: desidera gli uomini sentendosi donna, e conta più come uno si sente rispetto a quale sia la sua conformazione anatomica.
Esistono anche persone (ma sono rarissime, secondo Paterlini), nelle quali la transessualità si assomma all’omosessualità: es. biologicamente uomo, si sente donna, desidera le donne.
Situazioni più “sfumate”, rispetto alla transessualità, sono quelle del travestitismo e dell’effeminatezza (o della mascolinità nel caso si parli di donne). Si tratta sempre, secondo Paterlini, di questioni di identità di genere, ma presenti in gradazioni e modalità diverse rispetto alla transessualità. Tutte queste realtà, questi modi di essere, appartengono nella maggioranza dei casi, se osservate dall’angolazione dell’oggetto del desiderio, all’eterosessualità.
Parlando di “effeminatezza” viene spontaneo interrogarsi riguardo a cosa sia attribuibile al “maschile” e cosa al “femminile”. Paterlini, a questo proposito, distingue fra due insiemi di caratteristiche: l’insieme comprendente le caratteristiche attribuite ai generi storicamente e culturalmente e l’insieme delle caratteristiche psicobiologiche “originarie”, immutabili. Per esempio, se parliamo di femminilità, caratteristiche storico-culturali sono la dolcezza e il carattere materno (caldo, accuditivo…); caratteristiche psicobiologiche sono (ma qui dobbiamo precisare che Paterlini non fa esempi) la grazia, la seduttività, una maggiore sensibilità e ricettività.

3. I comportamenti sessuali sono appunto ciò che di fatto si pratica a livello sessuale, sia riguardo a quali pratiche specifiche siano preferite sia riguardo al ruolo preferito (attivo o passivo) sia riguardo alla scelta del sesso dei propri partner. I comportamenti, sostiene Paterlini, sono mutevoli.
Occorre anche qui distinguere questo genere di considerazioni da quelle relative all’orientamento sessuale e da quelle relative all’identità di genere: per esempio un uomo che desidera gli uomini può di fatto astenersi dal realizzare questo suo desiderio e avere invece rapporti sessuali e affettivi con donne.
La categoria dei comportamenti serve anche a Paterlini per inquadrare un tema sfuggente quanto profondo e ricco di implicazioni qual è quello della bisessualità. La sua tesi è che la bisessualità, se intesa come orientamento sessuale, non esiste. La bisessualità esiste, ma va intesa solo come comportamento. Per esempio: un sedicente bisessuale può essere in realtà un omosessuale che rinuncia a formare coppia stabile con un uomo e per “salvare le apparenze” si sposa e continua però ad avere rapporti occasionali con uomini.
Perché non si può intendere la bisessualità come orientamento? Perché non si può pensare che per un individuo sia “indifferente” se innamorarsi di un uomo o di una donna: se guardiamo alla capacità di innamorarsi e di amare (e ricordiamo che è proprio questo che contraddistingue l’oggetto del desiderio per Paterlini), deve esserci una differenza: se mi innamoro delle donne non posso innamorarmi anche degli uomini.
Altri casi in cui viene usato impropriamente il termine “bisessualità” possono essere quello di chi si innamora alternativamente di un uomo o di una donna (e qui si tratta di un’oscillazione della propria identità di genere), o quello di chi vive un’oscillazione dell’oggetto del desiderio e si libera dall’incertezza (“sono etero o gay?”) affermando di essere bisessuale.

4. Il rigore di Paterlini sul voler distinguere nettamente il piano dell’orientamento sessuale da quello dell’identità di genere e da quello dei comportamenti risponde almeno a due obiettivi che l’autore persegue.
Uno è quello di “complicare” l’apparato concettuale in modo da renderlo adeguato a cogliere e rispecchiare la complessità della sfera sessuale, complessità che sta emergendo, alle soglie del XXI secolo, in tutta la sua ricchezza e varietà. Anche nella sessualità vissuta e “dichiarata”, come già avvenuto per esempio nella sfera della creatività artistica, si è verificata, e continua ad operare, un’esigenza che è stata propria della cultura novecentesca in generale: quella di superare i limiti della tradizione e di sperimentare tutte le possibilità che gli elementi in gioco offrono. Di fronte a fenomeni nuovi (pensiamo a tutte le possibili combinazioni sommatorie fra le tre variabili orientamento/identità/comportamenti ma anche agli sviluppi e alla diffusione delle cosiddette “perversioni” o alla crescente libertà nello sperimentare forme di sessualità promiscua) occorre moltiplicare i livelli di discorso e chiarire i diversi “assi” su cui si struttura lo “spazio” delle possibilità sessuali.
L’altro obiettivo è quello di costruire un apparato argomentativo in grado di “smontare” l’omofobia minandone gli stessi presupposti: l’uomo etero omofobo odia in realtà la passività perché la associa con la sottomissione. Ritiene che chi si fa penetrare sia un vinto, un essere inferiore (quindi considera inferiori anche le donne!). Associa la virilità con la capacità di penetrare e la femminilità con l’essere penetrati; da questo punto di vista gli omosessuali sono uomini che tradiscono la propria virilità e “si abbassano” al ruolo di femmine. A costui occorre rispondere che ha sbagliato proprio tutto, perché, una volta stabilita la distinzione inziale fra i tre livelli di discorso, ne deriva che i gay non sono effeminati e che spesso preferiscono il ruolo attivo.

5. Un altro modo di “smontare” l’omofobia è quello di demolirne gli argomenti, in primo luogo quello secondo cui l’omosessualità sia “contronatura”. Paterlini presenta con vivacità una serie di contro-argomentazioni, che possiamo sintetizzare in alcuni punti:
a) si scambia il concetto di “natura” con quello di “maggioranza”. È la natura stessa che è fatta di maggioranze e di minoranze.
b) se “contronatura” significa andare contro un destino voluto dal Creatore, allora anche volare in aereo è contronatura, e in generale tutte le invenzioni della tecnica (comprese quelle della medicina…)
c) se “contronatura” allude alla funzione procreativa della sessualità, occorre rispondere che anche i gay possono procreare, e non sempre lo possono gli etero. Inoltre abbiamo ormai capito che l’amore, il sesso, il piacere, sono esperienze che vanno molto al di là di ciò che occorre per procreare, e questa constatazione obbliga a porre, accanto alla domanda “come si diventa omosessuali?”, la domanda “come si diventa eterosessuali?”. Domande a cui, peraltro, finora nessuno è in grado di rispondere con certezza.

6. Dopo aver toccato i temi della masturbazione, della pornografia, della prostituzione e del sesso virtuale (accomunati dalla funzione sostitutiva in presenza di un bisogno sessuale-affettivo insoddisfatto) Paterlini affronta il tema dell’amore in quanto tale. Qui vi è una sua esplicita dichiarazione sui limiti che il pensiero razionale incontra nel descrivere (e quindi anche nello spiegare e nel consigliare) i fenomeni dell’amore: «Non si può “insegnare” l’amore… l’amore e il sesso sono l’indicibile per eccellenza». In questa frase, in verità, si parla anche del sesso, ma di fatto Paterlini, sul sesso, fa abbondante uso della razionalità. Sull’amore invece rimanda essenzialmente all’arte. Se vogliamo aumentare la nostra conoscenza e la nostra saggezza sui fatti dell’amore, Paterilni ci esorta a rivolgerci alla letteratura, e indica anche una serie di autori e di testi.
Nonostante si tratti quindi di un discorso “di frontiera”, al limite del dicibile, Paterlini solleva alcune questioni interessanti e avanza alcune idee.
Che cos’è, veramente, la fedeltà? È la monogamia? È l’avere un partner solo alla volta? Anche qui Paterlini applica la distinzione fra comportamenti e “interiorità”: quello che conta è la fedeltà rispetto all’amore che abbiamo dentro, non il nostro comportamento materiale. In altri termini: se “tradisco” il partner di cui sono innamorato ma la cosa non incide minimamente, per me, sul sentimento che provo per lui, non possiamo parlare di infedeltà. È invece realmente infedele chi si innamora ma poi non è in grado di “tenere” la continuità del sentimento, e, per esempio, cambia continuamente partner (pur stando sempre, rigorosamente, con uno per volta…). Aggiunge anche, ma ammette di stare solo sfiorando una grande e complessa tematica, che a suo parere è possibile amare due persone contemporaneamente (ciò dovrebbe, chiediamo noi, rassicurare o preoccupare i gelosi?…).
Altro tema solo sfiorato, ma molto interessante, è sul ruolo delle fantasie o delle cosiddette “perversioni” (usiamo questo termine in senso freudiano; parlando di questo argomento l’autore non lo usa: il termine compare raramente, nel libro, e con un significato non chiaro. Sembrerebbe usarlo con riferimento solo all’ambito della patologia). La ricchezza della sessualità adulta sta proprio, sostiene Paterlini, nelle contaminazioni con fantasie e fantasmi della sessualità infantile. Purché ciò avvenga consapevolmente, sia un gioco padroneggiato, e non si tratti, invece, di «regressione e malattia».
Vi è infine una tesi su cui l’autore insiste e che collega al tema dell’orientamento sessuale: la vera, grande differenza è tra il fare sesso con/per amore e il farlo senza amore bensì per «amicizia, desiderio, complicità, affetto, gioco, curiosità, sfogo». Il collegamento col discorso sull’orientamento è questo: l’orientamento è vincolante solo sul piano del sesso legato alla passione amorosa, non sul piano del sesso fatto per tutti gli altri motivi sopra elencati. In altri termini: un omosessuale può innamorarsi esclusivamente di una persona dello stesso sesso, mentre può avere rapporti sessuali, senza esserne innamorato, anche con persone di sesso opposto (purchè sia sufficientemente “sciolto”, ovvero «senza troppi blocchi psicologici»). La stessa cosa vale, specularmente, per un eterosessuale. Insomma, l’etichetta etero/omo può essere legittimamente apposta solo andando a vedere, al di là della superficie dei rapporti sessuali “di fatto”, nel profondo del sentimento. Solo l’innamoramento, la passione amorosa, l’Amore, indicano in maniera definitiva l’orientamento.


7. Quando a pagina 19 (citeremo sempre le pagine dell’ultima edizione) definisce i tre concetti base del suo discorso, Paterlini dice che l’identità è stabile mentre i comportamenti sono mutevoli. Sembrerebbe non aver affrontato la questione se l’orientamento sia stabile o mutevole.
Poi però, mentre sta parlando di bisessualità, dice «l’identità come l’orientamento si affermano già nella prima infanzia e non si possono più modificare, fanno parte dello “zoccolo duro” della nostra personalità» (p. 75).
Rispetto all’idea che l’orientamento sia stabile, domando: è quindi impossibile cambiare orientamento a un certo punto nella vita?
Un amico mi racconta che lui ha condotto una vita eterosessuale (con moglie e un figlio), senza dubbi circa il proprio orientamento e con una sessualità vissuta come soddisfacente, e che intorno ai trent’anni, passando un periodo di “transizione” di circa tre anni (un periodo che egli stesso definisce di “crisi esistenziale” e che lo ha portato anche ad iniziare una terapia psicoanalitica), ha “cambiato” orientamento: seguendo un’impulso inizialmente indefinito, ha cominciato ad avere incontri occasionali e in seguito ha avuto storie d’amore con uomini. Oggi si definisce senza dubbi gay. Come considerare un racconto del genere se pensiamo che l’orientamento sia stabile? L’ipotesi potrebbe essere che in tutta la prima fase della sua vita questa persona abbia avuto una totale inconsapevolezza dei suoi “reali desideri”, e si sia comportato seguendo la “norma sociale”. A un certo punto però la verità è emersa dal profondo dell’inconscio e ha dovuto prenderne atto, farci i conti e infine accettarla. Ma è possibile concepire la presenza di un oggetto del desiderio così completamente inconscio? E ancora: a quali desideri corrispondevano i suoi comportamenti sessuali e amorosi fino ai trent’anni? E’ possibile concepire una serie di comportamenti coerenti e continuati per tutta la prima parte di una vita senza che questi comportamenti corrispondano a un desiderio? Notiamo che questo caso è ben diverso da quello di chi, pur cosciente di avere un orientamento omosessuale, decide di rinunciarvi per non subire discriminazioni eccetera. Un’altra ipotesi è che questa persona costituisca un’eccezione, un caso rarissimo che non incide sulla tesi in discussione. Però dal punto di vista del metodo scientifico, un’eccezione non può confermare una regola: un’eccezione (anche una sola) è sufficiente a modificare il nostro modo di considerare quella regola. Non possiamo più parlare, se accettiamo la verità di quell’eccezione, di quella regola come di una regola universale, cioè valida sempre e comunque.
Sempre rispetto a questo argomento, è da rilevare che Paterlini, pur sostenendo in generale la tesi che l’orientamento sia stabile, a un certo punto ammette che possano esistere persone con un orientamento “ballerino” (cfr. p. 76-77), e che queste sentano confusione e legittimamente si interroghino sul proprio orientamento e possano addirittura «scegliere» fra omosessualità e eterosessualità.

8. Nel definire l’oggetto del desiderio (p. 19), come dicevamo sopra (1.), Paterlini tende a non distinguere fra “attrazione fisica” e “innamoramento/amore”. Ma è stata credo esperienza di tutti noi il provare attrazione sessuale per una persona senza esserne innamorati o amarla (perlomeno è un tratto comune del maschile: spesso le donne, sia etero che lesbiche, rivendicano la loro diversità su questo punto e dichiarano di non poter scindere, nella loro esperienza, la sessualità dall’amore…). Ciò non dovrebbe portare a distinguere fra “tipi” o “gradi” di desiderio? Del resto Paterlini stesso, come abbiamo già detto (6.) distingue più avanti (p. 123-124) fra due fondamentali modalità del comportamento sessuale: la presenza o l’assenza della passione amorosa, e anzi usa questa distinzione per chiarire meglio la sua idea dell’orientamento sessuale. L’elenco usato da Paterlini per illustrare il “sesso senza amore” ci lascia per certi versi perplessi: si tratterebbe di un sesso fatto «per amicizia, desiderio, complicità, affetto, gioco, curiosità, sfogo» Per amicizia? Ma l’amicizia non si definisce proprio, fra le altre cose, per l’assenza della sessualità? Per desiderio? Non stiamo proprio cercando di distinguere esperienze all’interno del concetto generale di desiderio? Qui probabilmente Paterlini pensa all’attrazione “fisica”, alla “voglia” puramente sessuale. Affetto? Ecco: non potremmo definire l’affetto come una forma attenuata di amore?
La nostra proposta è: si potrebbe concepire un continuum dove al grado zero mettiamo la “pura attrazione sessuale” e al grado più alto mettiamo l’attrazione amorosa in senso pieno (comprendente anche, ovviamente, l’aspetto erotico), con una serie di gradi intermedi (per esempio il sesso fatto “per affetto”, come dice Paterlini). Un modo per capire se questa idea ha una certa fondatezza è porsi la domanda: ha senso dire «Sono un po’ innamorato.»? Se chiediamo a una persona di spiegarci quali sentimenti provi nei confronti di un’altra e ci venisse risposto “ne sono un po’ innamorato” ci riterremmo soddisfatti? Forse potremmo pensare che si sta innamorando, oppure potremmo pensare che ha le idee confuse. Alcuni potrebbero concludere che in realtà non è innamorato, dato che non è sicuro e usa questa espressione intermedia.
A complicare una eventuale ricerca sulla “tipologia del desiderio” andrebbe anche considerato che può esistere amore senza sesso… Pensiamo ad esempio alle coppie dove non c’è più sesso ma che continuano a stare insieme per anni. Come chiamiamo il sentimento che esiste in questi casi? Oppure pensiamo alle coppie che rimandano la sessualità a dopo il matrimonio… Un altro caso può essere quello di un gay che si “innamora” di una donna, pur senza provare nei suoi confronti attrazione fisica: certo non si tratterà di Amore, ma di qualcosa di simile sì, una sorta di “innamoramento di testa”, fatto di stima, ammirazione, grande confidenza, forte simpatia.
Rispetto all’idea di Paterlini sulla “legge” della complementarietà del desiderio (cfr. 1.) si potrebbe provare a rovesciare tale legge e ipotizzare: si cerca sempre chi ci somiglia, almeno in certi aspetti… se osserviamo i componenti di una coppia, etero o omo, spesso notiamo che hanno molte cose in comune (è molto difficile, per esempio, che si mettano insieme persone che hanno orientamenti politici opposti). Oppure si potrebbe ipotizzare che vi siano relazioni basate principalmente sulla complementarietà e relazioni basate principalmente sulla somiglianza.

9. A proposito della stabilità dell’identità va rilevato che Paterlini, dopo averla affermata come presupposto teorico e come verità empirica (p. 19 e p. 47) parlando del travestitismo dice che si tratta di «persone che non si sentono stabilmente appartenenti al sesso opposto» (p. 56), cioè persone con un’identità di genere confusa o altalenante. Aggiunge però che ne sappiamo ancora troppo poco, e che potrebbe anche trattarsi non di una questione di identità ma di un “comportamento”. Resta il fatto che classifica i travestiti come appartenenti all’area dell’eterosessualità perché «come partner, cercano una donna» (p. 57). Qui c’è qualcosa che non torna. Prendiamo, per semplificare, solo il caso di persone che sono biologicamente uomini. Se transessuali o se effeminati, Paterlini li classifica come etero perché cercano uomini partendo da un sentirsi (più o meno intenso) donne. Se travestiti, li classifica etero perché cercano donne partendo dal loro sentirsi uomini. Ma allora come consideriamo il loro desiderio quando si travestono e assumono la loro identità femminile? Se continuano a cercare donne dovremmo parlare di omosessualità! Insomma, da un lato Paterlini usa il travestitismo come una sorta di anello di congiunzione fra transessualità ed effeminatezza, dall’altro classifica il travestitismo come appartenete all’eterosessualità non per il desiderio provato quando si travestono, ma per il desiderio provato quando sono in abiti maschili.

10. Se transessuali, travestiti ed effeminati non appartengono al mondo gay-lesbico ma costituiscono delle varianti nell’ambito dell’eterosessualità, perché, di fatto, nella società, hanno scelto di porsi a fianco o all’interno del mondo omosessuale e di “lottare” politicamente insieme agli omosessuali? Paterlini sembrerebbe ritenere più efficace, dal punto di vista della lotta contro l’omofobia, una separazione. Esagerando un po’ le cose, potremmo dire che Paterlini, rivendicando la netta distinzione fra questioni di orientamento e questioni di identità, lavora nella direzione della costruzione di un’immagine “pulita”, “purificata”, degli omosessuali (i “veri” gay non sono gli effeminati…) che ritiene (oltre che più vera dal punto di vista scientifico) più forte nella battaglia contro l’omofobia.

11. Il capitolo sull’effeminatezza è corto ma molto intricato, quasi labirintico. All’inizio (p. 58) afferma che l’effeminatezza è un fenomeno che rimane nel campo dell’eterosessualità, da cui deriva la tesi, paradossale ma intrigante, che la “checca” non è un omosessuale. Poi, per avanzare una «dimostrazione empirica» di questa tesi, afferma che «ci sono gay effeminati e gay non effeminati; ci sono eterosessuali effeminati ed eterosessuali non effeminati» quindi l’elemento dell’effeminatezza non può essere usato per distinguere omo da etero. Ma come può parlare di dimostrazione empirica se ciò che deve dimostrare è che non esistono in realtà gay effeminati? Si potrebbe allora interpretare questa dimostrazione come basata sul fatto che il termine “effeminato” viene usato per indicare sia uomini ritenuti gay sia uomini ritenuti etero. Ma anche in questo caso il nesso fra dimostrazione e tesi da dimostrare non ci sembra corretto. Infatti la tesi di Paterlini si potrebbe anche riformulare dicendo che secondo lui è sbagliato applicare il termine “effeminato” a una persona gay. Come può allora richiamare l’uso corrente del termine “effeminato” per sostenere una tesi che vuole andare contro l’uso corrente?
Inoltre, per coerenza, Paterlini dovrebbe anche rifiutare l’applicazione del termine “effeminato” a un uomo etero: infatti un uomo effeminato che andasse cercando le donne dovrebbe in realtà considerarsi un omosessuale! In definitiva, per coerenza Paterlini dovrebbe rifutare completamente l’uso del termine “effeminato” dal momento che qualsiasi applicazione di tale termine risulterebbe scorretta…
Forse proprio considerando questi esiti paradossali, Paterlini poco più avanti riformula la sua tesi in maniera meno drastica: «quando la “dose” di femminilità in un uomo raggiunge il livello della vera effeminatezza, allora forse sì, in questo caso specifico possiamo azzardare che un etero effeminato quando cerca una donna, cerchi sì un rapporto eterosessuale, ma con una “contaminazione” omosessuale; esattamente come un omosessuale effeminato quando cerca un rapporto omosessuale vive contemporaneamente una “contaminazione” eterosessuale».
Certo che riformulata così la sua tesi di partenza perde la sua paradossalità e anche le sue conseguenze “dirompenti” sul piano politico. La conclusione del capitolo sull’effeminatezza è però ancora una volta sorprendente: «Per questo gli effeminati − etero o omo che siano − si possono considerare gli unici veri bisessuali esistenti sulla terra. Forse.». La sorpresa consiste nel fatto che, come già sappiamo, per Paterlini la “vera” bisessualità non esiste!

12. Anche la distinzione fra comportamenti e orientamento sessuale porta, se intesa in senso netto e drastico, a conseguenze secondo noi discutibili.
E’ sicuramente vero che non possiamo dedurre l’orientamento sessuale di qualcuno guardando solo ai suoi comportamenti. I numerosi casi di omosessuali che per “adeguarsi” alla “normalità” rinunciano a realizzare i loro desideri e conducono una vita etero ci insegnano che è possibile reprimersi, che è possibile avere un desiderio anche se non lo si realizza mai o se lo si realizza molto raramente.
Ma questo argomento non regge nel caso di un eterosessuale che ha, più o meno occasionalmente, comportamenti omosessuali: nessuna norma morale o religiosa lo spinge a compierli: perché lo fa? Un’ipotesi potrebbe essere quella dell’esistenza di manifestazioni del desiderio nelle quali il desiderio non ha di per sé oggetto, e si concretizza poi in certe determinate situazioni anche andando ad indirizzarsi su oggetti che “normalmente” non lo orientano. Oppure possiamo pensare a situazioni “forzate”, per esempio le prigioni, nelle quali l’impossibilità di realizzare il desiderio etero può portare a un cambio di rotta del desiderio stesso.
Paterlini, a proposito degli eterosessuali che hanno rapporti occasionali di tipo omosessuale, porta l’esempio di Rocco, il protagonista di Porci con le ali, un eterosessuale che a un certo punto della storia fa l’amore con il suo amico Marcello «per puro piacere, per affetto, curiosità». Come sappiamo, il criterio che consente di distinguere, secondo Paterlini, è la presenza o l’assenza dell’amore. Rocco non è innamorato di Marcello, quindi è e rimane eterosessuale nonostante le avventure con Marcello. Rocco fa del sesso con Marcello per “piacere”, “affetto”, “curiosità”… Ma tutto ciò non si può riassumere nel concetto di “desiderio”? Non possiamo dire che Rocco fa l’amore con Marcello perché in quel momento lo desidera, ne ha voglia? E l’orientamento non consiste nella scelta dell’oggetto del desiderio?
Si dirà: ma Rocco ha la maggior parte delle sue storie con ragazze, quindi è eterosessuale! Sì, ma la situazione di Rocco non si potrebbe descrivere più precisamente usando la scala di Kinsey, o magari una sua versione riveduta e corretta? Kinsey propose nel 1948 una scala a sette gradini che serviva a descrivere le persone rispetto al loro orientamento sessuale:

0 − Eterosessuale esclusivo, mai omosessuale
1 − Eterosessuale prevalente, solo occasionalmente omosessuale
2 − Eterosessuale prevalente, più che occasionalmente omosessuale
3 − Egualmente eterosessuale e omosessuale
4 − Omosessuale prevalente, più che occasionalmente eterosessuale
5 − Omosessuale prevalente, solo occasionalmente eterosessuale.
6 − Omosessuale esclusivo, mai eterosessuale.

Rocco si potrebbe collocare al gradino 1. L’idea interessante, al di là del numero di gradini, è quella di concepire l’orientamento sessuale non in modo dicotomico ma come polarizzazione di un continuum. Probabilmente Paterlini considera questa scala come una scala che misura i comportamenti e non l’orientamento. Ma la nostra obiezione è la seguente: un comportamento sessuale che non sia in alcun modo indotto (né dalla violenza fisica né dalla forza coercitiva delle norme morali-sociali) deve corrispondere a un desiderio. In altri termini: non consideriamo scindibili in maniera netta, così come propone Paterlini, i comportamenti e l’orientamento. Alla continuità fra sesso e amore (come abbiamo proposto sopra − cfr. 8.) potrebbe corrispondere una continuità fra eterosessualità e omosessualità. Si potrebbe inoltre considerare come rarissima o prossima allo zero la situazione 3 nella scala di Kinsey, la famosa bisessualità. Ma si potrebbe anche usare il termine “bisessualità” per comprendere tutte le situazioni dalla 1 alla 5 nella medesima scala. Considerando le cose in questo modo, sarebbero probabilmente più numerosi i bisessuali rispetto agli etero esclusivi e agli omo esclusivi. (Del resto lo stesso Paterlini, parlando delle radici dell’omofobia, non esclude che i maschi etero abbiano tutti delle potenzialità omosessuali: «gli etero sono terrorizzati, peggio ossessionati dalla fantasia di essere penetrati. E nello stesso tempo […] sembra siano confusamente ma irresistibilmente attratti, e ossessionati, dalla voglia non solo di penetrare le donne, ma un altro maschio.». I corsivi sono dell’autore).
Per tornare sulla questione della bisessualità: può un comportamento bisessuale costante (che Paterlini ammette) non corrispondere a un desiderio bisessuale? Ancora una volta il criterio fondamentale è per Paterlini la presenza dell’amore. Scrive: «È possibile […] andare a letto con chiunque, stabilire una buona intesa affettiva, costruire un bellissimo “matrimonio”, magari. Ma un vero innamoramento, un totale appagamento scordateveli.». Chiediamo: cosa dobbiamo intendere con “appagamento” se non la soddisfazione sessuale-affettiva? Proviamo a ribaltare il discorso di Paterlini e diciamo: il vero innamoramento può avvenire solo laddove l’intesa sessuale è profonda. La profonda attrazione sessuale può quindi essere usata come criterio alternativo per valutare l’orientamento. Una spia del proprio desiderio sessuale sono le fantasie sessuali (sempre che la persona sia sufficientemente “emancipata” da permettersele con libertà). Ebbene, come Paterlini ritiene impossibile che qualcuno possa innamorarsi indifferentemente di un uomo o di una donna (la situazione 3 nella scala Kinsey), altri potrebbero ritenere impossibile che si possano avere fantasie sessuali indifferentemente etero o omo. La questione se esista o meno un orientamento sessuale perfettamente in equilibrio tra omosessualità ed eterosessualità è forse, in realtà, poco interessante. Anche ammettendone l’impossibilità (o empirica o teorica o di entrambi i tipi), resta il fatto che posso chiamare “bisessuale” chi ha, poniamo, una componente etero al 51% e omo al 49%. Oppure posso decidere che l’unico significato legittimo è quello 50%-50% e dire: i bisessuali non esistono. Ma perché negarsi una categoria in più, per dare un nome a quelle persone, per quanto poche, che effettivamente oscillano fra comportamenti etero e comportamenti omo?
Paterlini però, su questi ultimi, ha una sua tesi: o si tratta unicamente di comportamenti (ma allora riproponiamo la domanda che abbiamo posto all’inizio del paragrafo precedente) oppure, nel caso si innamorino alternativamente di un uomo o di una donna si tratterebbe di persone con una identità altalenante: cercano un uomo quando si sentono donne e cercano una donna quando si sentono uomini. Si tratterebbe, quindi, in ogni di caso di eterosessualità.

13. Concludiamo con qualche osservazione sullo stile filosofico-argomentativo di Paterlini.
In un punto del libro Paterlini sembra “svelare” la sua filosofia: «non è quello che si vede, quello che si fa che conta, ma il come, il perché, il come ci si arriva. […] raramente ciò che si vede corrisponde alla realtà (e al senso) delle cose. Molto spesso, ciò che si svolge sotto i nostri occhi creduloni e ingenui non è ciò che succede realmente». Possiamo quindi definire Paterlini un anti-fenomenologo? Un anti-wittgensteiniano? Un metafisico? Certamente un realista, ma un realista per il quale le intenzioni contano più dei fatti, e forse più correttamente dovremmo dire che per Paterlini contano i sentimenti più dei comportamenti. Un atteggiamento che su alcune questioni rischia, come abbiamo visto, di creare qualche complicazione eccessiva e qualche contraddizione. Ma fino a un certo punto Paterlini ha sicuramente ragione: i desideri possono restare nascosti, possono non essere visibili… Del resto la vita psichica non si vede, direttamente… D’altra parte si potrebbe anche sostenere che tutto ciò che sappiamo della vita psichica degli altri lo dobbiamo inferire dal loro comportamento, dalle espressioni del loro volto, dalle loro dichiarazioni (ufficiali, private, confidenziali ecc.). Non abbiamo accesso diretto ai desideri altrui, quindi non possiamo che passare, per capirli, attraverso ciò che si vede, si sente ecc. Paterlini presuppone una distinzione forte fra apparenza (ciò che si vede) e realtà (il senso, il perché di quello che si vede. A questa distinzione si può obiettare che se volessimo prescindere completamente dall’apparenza perderemmo con essa anche qualsiasi appiglio per cogliere la realtà…
Un altro passo illuminante circa la filosofia e il metodo di Paterlini è il seguente: «Siamo (…) interessati alle contraddizioni interne al discorso che si fa abitualmente, alle incongruenza macroscopiche del famoso “senso comune”» (p. 103). Qui arriviamo a un punto chiave per capire la forza delle argomentazioni di Paterlini. L’interesse maggiore delle sue tesi sta proprio, secondo noi, nell’effetto “spiazzante” che hanno sulle nostre opinioni più consolidate. Spesso il suo libro riesce a scuoterci proprio sui punti che credevamo più scontati e produce un benefico effetto di “confusione” che predispone un avvicinamento alla verità. C’è in questo senso un’abilità propriamente socratica di Paterlini, applicata a un campo dove a nostro avviso c’è proprio bisogno di questo: mettere in discussione le certezze tradizionali e portare le persone, finalmente, ad assumere un atteggiamento di ricerca e di riflessione. Un esempio? Domande come questa (una nostra riformulazione di quella da lui posta a p. 23): sono più simili fra loro due omosessuali che hanno solo l’omosessualità in comune o due persone che hanno solo l’orientamento sessuale come differenza?