Visualizzazione post con etichetta Cartesio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cartesio. Mostra tutti i post

19 novembre 2018

Williamson contro il relativismo



Riporto un articolo – da la Repubblica, 24 settembre 2017 – di Timothy Williamson, filosofo inglese che insegna ad Oxford, per invitare il lettore a una riflessione sul tema della convivenza pacifica in presenza di netti disaccordi. Il relativismo, che apparentemente aiuta, non è realmente progressivo. Non implica la tolleranza, perché è "neutrale fra tolleranza e intolleranza". Occorre invece essere, come diceva Popper, intolleranti verso l'intolleranza.






Per migliorare il mondo basta un po’ di logica

Da Alan Turing che inventò il primo computer a Tony Blair che invase l’Iraq senza prove certe. Due casi agli antipodi che dimostrano l’importanza della filosofia nelle nostre scelte

di Timothy Williamson

La disciplina più astratta e teoretica della filosofia è la logica, che ha anche alcune delle applicazioni più pratiche. Nel 1936 il logico britannico Alan Turing pubblicò la sua soluzione a un problema irrisolto, sia filosofico che matematico, sui limiti di ciò che si può fare in matematica seguendo formali procedure fisse. Per la dimostrazione ideò una “macchina universale”. Durante la Seconda guerra mondiale costruì una di queste macchine universali, il Colossus, per decifrare i codici utilizzati dai tedeschi. Fu il primo computer elettrico programmabile, e la teoria di Turing ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo dei computer moderni.
Vi sono problemi di natura non tecnica altrettanto difficili. Per esempio: come possiamo vivere pacificamente col prossimo quando siamo in netto disaccordo? Le società moderne sono profondamente in contrasto su scienza e religione, morale e politica. Spesso sembra esserci troppo poco in comune perché le due parti opposte possano discutere razionalmente. Allora raggiungono un punto morto e ciascuna delle due parti finisce per dire: “Noi abbiamo ragione, voi avete torto”, sapendo che l’altra parte dirà altrettanto. Poiché la controversia non può essere risolta con il dialogo, vi è il rischio che si decida facendo ricorso alla forza.
Davanti a questa impasse, oggi vi è un diffuso ricorso al relativismo, secondo il quale entrambe le parti hanno ragione dal proprio punto di vista, e torto dal punto di vista della controparte, tutto qui. Nessuna parte ha ragione in modo assoluto o torto in modo assoluto, indipendentemente dai punti di vista. Questo approccio dovrebbe portare alla pace ed evitare che ciascuna delle fazioni imponga la propria opinione all’altra facendo ricorso alla forza. Al contrario di quel che ritengono i relativisti, il relativismo non comporta tolleranza. È neutrale tra tolleranza e intolleranza, nessuna delle due è migliore dell’altra. Non c’è nulla di intrinsecamente progressivo nel relativismo: l’abbiamo visto quando la consulente di Donald Trump, Kellyanne Conway, ha parlato di “fatti alternativi” in merito al numero di spettatori presenti alla cerimonia di insediamento. E in un’epoca di post-verità, la gente si sente autorizzata a ignorare le prove scientifiche del riscaldamento globale. Anche se l’approccio alla verità e alla falsità non ha conseguenze politiche dirette, esso permea il dibattito pubblico rendendolo più o meno portato al pensiero velleitario.
Le questioni filosofiche astratte sulla relazione tra verità e certezza hanno una rilevanza politica. Chi equipara la verità alla certezza, e ritiene che la certezza sia impossibile, riterrà anche che la verità sia impossibile. È impreciso, però, equiparare la verità alla certezza. Anche se non è certo che ci sia un’attività che provoca il riscaldamento globale, questo non implica che non è vero che ci sia il riscaldamento globale. Probabilmente c’è. La possibilità della verità non implica la possibilità della certezza.
Se abbiamo cura di evitare le erroneità della logica possiamo evitare le insidie del relativismo. E ciò sarebbe auspicabile, perché nel relativismo è insito il proprio fallimento: non è relativista in merito a sé stesso. Ma senza di esso cosa facciamo quando raggiungiamo un punto morto? L’antirelativismo non offre soluzioni facili. Ma dobbiamo essere molto sospettosi di chiunque sostenga che la soluzione di un problema è facile, probabilmente ci sta raggirando.
Per certi aspetti l’antirelativismo offre un maggior rispetto per le parti in contrapposizione rispetto al relativismo. Nella controversia tra osservanti di due fedi quali il cristianesimo e l’Islam, per esempio, ciascuna delle parti considera la propria opinione vera in modo non relativo. Il relativismo esclude questa possibilità, e offre a ciascuna delle parti solo la magra consolazione della verità relativa, lasciandole entrambe del tutto insoddisfatte. Anzi, offrendo tale opzione indipendentemente dalla questione specifica, il relativista si rifiuta di schierarsi realmente con qualsiasi delle due parti.
L’antirelativismo, al contrario, evita questo atteggiamento di disinteresse. Certo, prendere in considerazione seriamente l’opinione di entrambe le parti non significa trovare una soluzione per farle convivere in pace. Ma quel rispetto intellettuale di base è un buon inizio.
Non possiamo pensare di trovare una soluzione solida a un problema politico basandoci su presupposti filosofici incoerenti. Sottoposti a uno sforzo la loro inconsistenza ci lascerà privi di sostegno proprio nel momento del bisogno. Se trascuriamo la teorizzazione filosofica astratta, o non la eseguiamo in modo corretto, rischiamo di partire da presupposti filosofici errati senza rendercene conto.
Nel marzo 2003 gli Stati Uniti, sotto il presidente George W. Bush, e il Regno Unito, sotto il primo ministro Tony Blair, invasero l’Iraq e rovesciarono il regime di Saddam Hussein. La loro giustificazione era che fosse dotato di armi di distruzione di massa. L’affermazione si rivelò presto falsa. In un discorso tenuto nel 2004 in difesa delle proprie azioni, Tony Blair dichiarò: “So solo quel che credo”. Non aveva saputo che ci fossero armi di distruzione di massa, ma aveva saputo che lui credeva che ci fossero. Tentò di distogliere l’attenzione dalla questione delle prove verificabili che ci fossero armi di distruzione di massa alla questione della propria sincerità. Malgrado il suo disprezzo nei confronti del rifiuto francese di partecipare all’invasione, la sua autodifesa richiamava proprio un filosofo francese, Cartesio, secondo il quale la conoscenza è radicata nella conoscenza del proprio pensiero.
Per chiunque avesse dimestichezza con le difficoltà implicite nel progetto cartesiano di liberarsi grazie al pensiero dall’illusorietà della propria consapevolezza, l’affermazione di Blair fu un immediato campanello d’allarme. Per altri forse sembrò una dimostrazione di sincera integrità. Quando esigiamo spiegazioni dai politici è più pertinente chiedere se le loro azioni erano conformi con le prove esterne disponibili al momento piuttosto che con il loro punto di vista soggettivo basato su convinzioni e apparenze. Questa differenza è attualmente al centro degli animati scambi nell’ambito dell’epistemologia, la teoria della conoscenza, tra i cosiddetti esternalisti e internalisti su cosa giustifica le nostre convinzioni, se mai davvero esiste un tale elemento. Di certo non sorprende che la filosofia etica e politica influenzino la politica. I filosofi, per esempio, hanno svolto un ruolo centrale nello sviluppo dell’importante concetto dei diritti umani. Poiché tutta la conoscenza umana costituisce una vasta rete interconnessa, per quanto disordinata e allentata, dovrebbe essere ancor meno sorprendente che anche gli elementi più astratti e teorici abbiano ramificazioni politiche, per quanto sia assolutamente imprevedibile quando e come esse avvengano.

TRADUZIONE DI LUISA PIUSSI © RIPRODUZIONE RISERVATA

9 ottobre 2017

Vittorio Hösle, "Il sistema di Hegel". Brani scelti, annotazioni e appunti






STRUTTURA DEL VOLUME
Prefazione all’edizione italiana
Prefazione alla prima edizione tedesca
Bibliografia
Nota del curatore

PARTE PRIMA. SVILUPPO DEL SISTEMA E LOGICA
1. Osservazioni preliminari
2. L’idea hegeliana di sistema. I precursori
2.1. Hegel come filosofo trascendentale. Tendenze della letteratura critica
2.2. Le filosofie trascendentali dei precursori di Hegel
 2.2.1. L’idea fondamentale e i limiti della filosofia
trascendentale kantiana
 2.2.2. Lo scritto di Fichte Sul concetto della dottrina
della scienza come scritto programmatico dell’idealismo tedesco
e l’idea di una metascienza suprema
 2.2.3. I limiti dell’idealismo soggettivo di Fichte e
la concezione dell’idealismo oggettivo sviluppata da Schelling
 2.2.4. Da Schelling a Hegel
2.3. Il programma sistematico di Hegel. Possibilità di
una critica immanente
3. La suddivisione del sistema hegeliano e il rapporto tra logica e filosofia reale
3.1. La Scienza della logica e la struttura delle categorie logiche
 3.1.1. Significato e compiti della Scienza della logica
 3.1.2. Categorie logiche
3.2. La filosofia reale e la struttura delle categorie
della filosofia reale
 3.2.1. L’idea di una filosofia reale
 3.2.2. Filosofia reale e scienze particolari. Il problema
del caso
 3.2.3. Categorie della filosofia reale
3.3. Il problema della corrispondenza tra logica e filosofia reale     
 3.3.1. Corrispondenze cicliche
 3.3.2. Corrispondenze lineari
  3.3.2.1. L’inizio della logica e l’inizio della filosofia reale
  3.3.2.2. Corrispondenze lineari tra logica e
filosofia reale nel loro insieme
  3.3.2.3. La conclusione della logica e la conclusione della filosofia reale
  3.3.2.4. Intersoggettività e logica: riflessioni provvisorie
3.4. La struttura del sistema di Hegel
 3.4.1. La struttura triadica del sistema
 3.4.2. La struttura tetradica del sistema
  3.4.2.1. La suddivisione tetradica del sistema
  3.4.2.2. I vantaggi oggettivi della suddivisione tetradica
del sistema e l’importanza delle suddivisioni tetradiche
in Hegel
4. La Logica
4.1. Contraddizione e metodo
 4.1.1. Forme della contraddizione
  4.1.1.1. Considerazioni preliminari
  4.1.1.2. La contraddizione
 4.1.2. Il metodo
  4.1.2.1. Fondazioni riflessive
  4.1.2.2. La prova negativa e l’interpretazione delle prove
dell’esistenza di Dio. Sul metodo della negazione
determinata
  4.1.2.3. Contraddizioni pragmatiche nella logica;
autoriferimento positivo e autoriferimento negativo
4.2. L’articolazione della logica
 4.2.1. La partizione delle diverse logiche hegeliane
  4.2.1.1. La suddivisione della Scienza della logica
  4.2.1.2. Le suddivisioni presenti nelle prime logiche hegeliane
 4.2.2. Le categorie della logica del concetto
  4.2.2.1. Concetto, giudizio, sillogismo
  4.2.2.2. Oggettività e idea della vita
  4.2.2.3. Idea teoretica, idea pratica, idea assoluta.
Poiesis e praxis
 4.2.3. La Scienza dell’idea logica di Karl Rosenkranz
 4.2.4. Intersoggettività e logica: riflessioni sulla necessità
di un ampliamento della Scienza della logica di Hegel

PARTE SECONDA. FILOSOFIA DELLA NATURA E FILOSOFIA DELLO SPIRITO
5. La Filosofia della natura
5.1. La dottrina hegeliana dello spazio e del tempo
 5.1.1. La posizione della matematica nel sistema di Hegel
 5.1.2. Lo spazio. Qualità e quantità
 5.1.3. Il tempo
5.2. La vita
 5.2.1. Chimica, vita, evoluzione
 5.2.2. Pianta e animale
 5.2.3. I tratti caratteristici dell’organismo animale:
figura, assimilazione, sessualità, morte
6. La Filosofia dello spirito soggettivo
6.1. Il concetto hegeliano dello spirito e
la suddivisione dello spirito soggettivo
 6.1.1. Lo spirito: idealizzazione della natura
o manifestazione?
 6.1.2. Problemi sollevati dalla partizione della filosofia
dello spirito soggettivo
6.2. L’«Antropologia»: dalla natura alla libertà
6.3. La «Fenomenologia»: coscienza, autoscienza e riconoscimento
 6.3.1. Dalla coscienza all’autocoscienza
 6.3.2. L’altro. Lotta, servitù, lavoro, riconoscimento universale
 6.3.3. Spirito e intersoggettività: Enciclopedia
e Fenomenologia dello spirito
 6.3.4. La successione delle determinazioni nella «Fenomenologia»  dell’Enciclopedia: alcuni problemi
6.4. La «Psicologia»: lo spirito che è presso di sé
 6.4.1. Spirito teoretico, spirito pratico e spirito libero
 6.4.2. Il luogo del linguaggio nella «Psicologia» di Hegel. Linguaggio e pensiero, linguaggio e intersoggettività
7. La Filosofia dello spirito oggettivo
7.1. La filosofia pratica di Hegel: solo teoria o anche prassi
 7.1.1. La filosofia hegeliana dello spirito oggettivo
è una teoria normativa?
 7.1.2. Il ritardo della filosofia. Passatismo e nichilismo di Hegel
 7.1.3. La cecità del processo storico
 7.1.4. La critica della sinistra hegeliana alla concezione
della storia in Hegel. Idee per una nuova determinazione
del rapporto tra spirito oggettivo, spirito assoluto e storia
7.2. La partizione della filosofia del diritto
 7.2.1. Esposizione
 7.2.2. Valutazione della concezione hegeliana rispetto alle concezioni di Kant e di Fichte
 7.2.3. Critica
7.3. L’«Introduzione» ai Lineamenti e il diritto astratto
 7.3.1. I diversi tipi di norme
 7.3.2. Libertà e diritto. Il problema del determinismo
 7.3.3. Persona e proprietà
 7.3.4. Alienazione e contratto
 7.3.5. Illecito e pena
7.4. La moralità
 7.4.1. Responsabilità giuridica. Giustificazione e scusante
 7.4.2. Coscienza morale verace e coscienza morale falsa
7.5. L’eticità
 7.5.1 La famiglia
 7.5.2. La società civile
  7.5.2.1. Produzione, consumo, divisione
del lavoro, alienazione
  7.5.2.2. Diritto processuale e diritto di polizia
  7.5.2.3. Il liberalismo economico e la plebe. Lo Stato sociale
 7.5.3. Lo Stato
  7.5.3.1. Stato politico e disposizione d’animo politica
  7.5.3.2. I poteri dello Stato
  7.5.3.3. La molteplicità degli Stati e la guerra
8. La Filosofia dello spirito assoluto
 8.1. L’estetica
  8.1.1. L’arte come prefigurazione di religione e filosofia.
Il concetto hegeliano del bello
  8.1.2. Forme d’arte e storia dell’arte
  8.1.3. Il sistema delle arti
 8.2. La filosofia della religione
  8.2.1. La filosofia della religione come traduzione
della religione nella filosofia
  8.2.2. Religione e intersoggettività
8.2.3. Il Cristianesimo come religione dell’intersoggettività

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Postfazione alla seconda edizione
Indice dei nomi


OPERE DI VITTORIO HÖSLE

– (1982), Platons Grundlegung der Euklidizität der Geometrie, in
“Philologus”, 126 (1982), 180-197.
[I fondamenti dell’aritmetica e della geometria in Platone (tr. di E. Cattanei), Milano 1994].
- (1983), Rezension zu: O.D. Brauer, Dialektik der Zeit, Stuttgart-bad Cannstatt 1982, in “Philosophische Rundschau”, 30 (1983), 299-303.
- (1984a), Wahrheit und Geschichte. Studien zur Struktur der Philosophiegeschichte unter paradigmatischer Analyse der Entwicklung von Parmenides bis Platon, Stuttgart-bad Cannstatt 1984.
[Verità e storia. Studi sulla struttura della storia della filosofia sulla base di un’analisi paradigmatica dell’evoluzione da Parmenide a Platone (a cura di a. Tassi), Milano 1998 (senza la terza parte)].
- (1984b), Die Vollendung der Tragödie im Spätwerk des Sophokles, Stuttgart-bad aCnnstatt 1984.
[Il compimento della tragedia nell’opera tarda di Sofocle (a cura di a. gargano), Napoli 1986].
- (1984c), Zu Platons Philosophie der Zahlen und deren mathematischer und phIlosophischer Bedeutung, in “Theologie und Philosophie”, 59 (1984), 321-355.[I fondamenti dell’aritmetica ... cit.]
- (1984d), Hegels «Naturphilosophie» und Platons «Timaios» – ein Strukturvergleich, in “Philosophia Naturalis”, 21 (1984), 64-100.
- (1984e), Rezension zu: Q. Lauer, Hegel’s Concept of God, albany 1982, in “Theologie und Philosophie”, 59 (1984), 109-111.
- (1985a), Rezension zu: D. Wandschneider, Raum, Zeit, Relativität, Frankfurt 1982, in “Theologie und Philosophie”, 60 (1985), 144-145.
- (1985b), Einführung, in: Raimundus Lullus, Die neue Logik. Logica Nova, text kritisch hg. von ch. Lohr, übs. von V. Hösle und W. Büchel, mit einer einführung von V. Hösle, Hamburg 1985, iX-LXXXi1, LXXXVii-XciV.
- (1986a), Eine unsittliche Sittlichkeit. Hegels Kritik an der indischen Kultur, in Moralität und Sittlichkeit, Hg. von W. Kuhlmann, Frankfurt 1986, 136- 182.
- (1986b), Raum, Zeit, Bewegung, in M.J. Petry (1986a), 247-292.
- (1986c), Pflanze und Tier, in M.J. Petry (1986a), 377-422.
- (1986d), Die Transzendentalpragmatik als Fichteanismus der Intersubjektivität, in “zeitschrift für philosophische Forschung”, 40 (1986), 235-252.
- (1986e), Die Stellung von Hegels Philosophie des objektiven Geistes in seinem System und ihre Aporie, in Ch. Jermann (1986b), 11-53.
- (1986f), Das abstrakte Recht, in Ch. Jermann (1986b), 55-99.
- (1986g), Der Staat, in Ch. Jermann (1986b), 183-226.
[Lo Stato in Hegel (a cura di G. Stelli, tr. di C. Stelli), Napoli 2008].
- (1986h), La antropologia en Fichte, in La evolucion, el hombre y el humano, a cura di R. Sevilla, Tübingen 1986, 113-130.
- (1986i), Rezension zu: W. Jaeschke, Die Religionsphilosophie Hegels, Darm- stadt 1983, in “hegel-Studien”, 21 (1986), 244-246.
- (1987a), Moralische Reflexion und Institutionenzerfall. Zur Dialektik von Aufklärung und Gegenaufklärung, erscheint in “hegel-Jahrbuch”, 1987 (o 1986).
- (1987b), Begründungsfragen des objektiven Idealismus, in Philosophie und Begründung, hg. von W. Köhler, W. Kuhlmann und P. Rohs, Frankfurt 1987. [Hegel e la fondazione dell’idealismo oggettivo (a cura di G. Stelli), Milano 1991].
- (1987c), Carl Schmitts Kritik an der Selbstaufhebung einer wertneutralen Verfassung in «Legalität und Legitimität», in “Deutsche Vierteljahrsschrift”, 61 (1987), 3-36.
[La legittimità del politico (tr. di M. ivaldo, i. Santa Maria e S. calabrò), Milano 1990, Guerini].
- (1987d), Was darf und was soll der Staat bestrafen? Überlegungen im Anschluß an Fichtes und Hegels Straftheorien, erscheint in Moralität und Sittlichkeit. Beiträge zur Rechtsphilosophie des deutschen Idealismus, hg. von V. hösle, Stuttgart-bad cannstatt 1987.
- (1987e), Tragweite und Grenzen der evolutionären Erkenntnistheorie, er- scheint in “zeitschrift für allgemeine Wissenschaftstheorie”, 18 (1987). [Portata e limiti della teoria evoluzionistica della conoscenza (tr. di C. Sessa e G. Stelli), Napoli 1997].



[Capitolo Primo. Osservazioni preliminari:]
Cercando di porre il sistema di Hegel in rapporto alle moderne acquisizioni del sapere, l’orientamento di questo studio, volto primariamente all’interpretazione teoretica del sistema, si estende di continuo a questioni di carattere sistematico. (...) L’idea di una netta separazione tra lavoro storico e lavoro sistematico non è adeguata all’essenza della filosofia; è comunque un’idea illusoria in un’epoca come la nostra, che è un’epoca tarda, a cui è negata la spontaneità di un pensiero primigenio in grado di accantonare senza esitare la tradizione e ricominciare daccapo. Avere un rapporto con il filosofare sistematico completamente diverso dal rapporto che la storia della scienza ha con la scienza costituisce una peculiarità della storia della filosofia: dal momento che il progresso nella filosofia, se pur esiste, non è certamente lineare, un lavoro di storia della filosofia che non si limiti alla dossografia, e che quindi non trascuri proprio ciò che fa di una filosofia qualcosa di più di un conglomerato di opinioni, può assumere senz’altro per il pensiero sistematico della contemporaneità un significato che è assente in linea di principio in un lavoro analogo nel campo della storia della scienza. (...)il tentativo di rendere l’autore analizzato il più possibile rigoroso, di innalzare all’evidenza il suo argomentare, di mostrare la fecondità del suo pensiero nell’interpretazione di problemi ancora attuali, anzi anche la disponibilità ad esplicitare ciò che in lui è soltanto abbozzato – e nell’opera di quale grande filosofo non sono contenute potenzialità da lui stesso non pensate fino in fondo! – possono servire ad avviare un discorso che mostri la portata e i limiti della filosofia dell’autore di cui si parla di fronte ad altre posizioni, siano esse di nostri contemporanei o di pensatori del passato. (...)Anche il presente lavoro parte dall’assunzione che proprio nel caso di Hegel valga la pena di connettere il modo storico di porre i problemi con quello sistematico. Il principale interesse che lo muove è però indirizzato, come è stato già sottolineato all’inizio, alla struttura del sistema, all’opposto dei lavori appena menzionati che, sistematicamente orientati, si concentrano su singole discipline della filosofia hegeliana; è nel sistema, infatti, che si trova la fondazione dei presupposti fondamentali delle singole discipline (in ogni caso questo è ciò che pensa lo stesso Hegel). Proprio una cernita di ciò che ancora oggi è convincente in Hegel non può evitare di mettere al centro dell’analisi la struttura del sistema.
   Può sorprendere a prima vista che questa cernita avvenga avendo
come presupposto le categorie di soggettività e intersoggettività.(...)dal punto di vista della storia della filosofia è pressoché indubitabile che la filosofia di Hegel rappresenta una cesura decisiva all’interno della filosofia moderna; con Hegel, analogamente a quanto avvenne nel mondo greco con Platone, si conclude un’epoca del pensiero occidentale, a cui segue un’epoca nuova, diversa nello stile e nei contenuti. Le differenze tra età «moderna» ed età «contemporanea», come si potrebbero chiamare i due periodi, si possono però ricondurre – in modo necessariamente semplificato, ma non senza un certo valore esplicativo – all’opposizione tra le categorie di soggettività e di intersoggettività. Il «cogito» di Cartesio inaugura la filosofia moderna con un paradigma concettuale orientato sulla soggettività, che ha un energico sviluppo nelle filosofie trascendentali finite di Kant e di Fichte e, infine, in certo qual modo un compimento nella filosofia trascendentale assoluta di Hegel; di contro, uno dei pochi tratti comuni alle filosofie post-hegeliane consiste nel fatto che centrali in esse sono strutture intersoggettive e la mediazione linguistica del pensiero. Possiamo limitarci qui a menzionare le seguenti tendenze, alcune delle quali sono sorte proprio in opposizione a Hegel: l’antropologia di Feuerbach, la dottrina marxista della natura sociale dell’uomo, il pragmatismo di Peirce, la trasformazione ermeneutica dell’hegelismo operata da Royce, la filosofia del dialogo da Ebner a Buber, la fenomenologia di Husserl, le impostazioni esistenzialistiche di Heidegger, Jaspers e Sartre, ed infine la pragmatica universale e trascendentale, rispettivamente, di J. Habermas e di K.-O. Apel. Nella riflessione sul significato del linguaggio e della comunicazione, che sostituisce la riflessione sulla funzione costitutiva della soggettività, si può ravvisare in ultima analisi il minimo comune denominatore tra filosofia ermeneutica e filosofia analitica. Ma debitrici di questa tendenza della contemporaneità sono anche specifiche scienze particolari, i cui interessi si rivolgono a pro- cessi intersoggettivi, sociali: la sociologia e la linguistica, discipline queste che, a loro volta, hanno esercitato un’importante influenza sulla filosofia contemporanea (si pensi, da una parte, al marxismo e, dall’altra, alla filosofia analitica). (...)
Il sistema di Hegel, come un giano bifronte, è il compimento della filosofia moderna, ma anche l’inizio della filosofia contem- poranea; si può pertanto fin da ora ipotizzare che sia documentabile in Hegel una tensione – forse non superata – nella determinazione filosofica del rapporto fra le categorie di soggettività e di intersoggettività. Questa tensione si mostra in effetti già ad una considerazione superficiale, se si riflette sul rapporto, decisivo per la concezione sistematica hegeliana, tra logica e filosofia reale: la logica di Hegel culmina nella teoria di una soggettività assoluta; ma i processi intersoggettivi giocano un ruolo decisivo nella filosofia reale, soprattutto nella filosofia dello spirito oggettivo e dello spirito assoluto. È possibile spiegare questa divergenza in modo soddisfacente dal punto di vista dell’interpretazione teoretica del sistema? O invece si manifesta qui un’incrinatura che attraversa il sistema di Hegel e ne minaccia la coerenza? La tesi fondamentale di questo lavoro è che questa incrinatura ci sia effettivamente e che Hegel non sia riuscito a determinare il rapporto tra soggettività e intersoggettività in modo coerente rispetto alla sua concezione del rapporto necessario tra logica e filosofia reale, tra principio e principiato. Tuttavia non mi sembra affatto che un risultato del genere metta necessariamente in questione l’impostazione idealistico-oggettiva, che Hegel condivide in qualche modo con Platone e con diverse forme del neoplatonismo: ne viene colpita solo la variante specificamente hegeliana dell’idealismo assoluto, che si potrebbe chiamare idealismo assoluto della soggettività. Gli argomenti più generali di Hegel a favore della necessità di una ragione oggettiva – di una struttura cioè che deve essere sviluppata a priori, che precede non solo ogni conoscere ma anche ogni essere e che rende possibile una conoscenza apriorica della realtà effettiva [in nota: Ho tentato (1987b) di ricostruire l’argomento a sostegno di quest’idea fondamentale in un modo che si collega alle concezioni fondative contemporanee e che perciò si allontana abbastanza, a prima vista, dal metodo di Hegel. Questa trattazione può valere come corrispettivo sistematico dell’analisi storica sviluppata nel cap. 2 di questo lavoro.] – non possono evidentemente essere toccati da una critica che riguarda solo la determinazione più particolare di questa ragione oggettiva e del suo rapporto con i processi reali dello spirito.
Con questo risultato, qui anticipato, si impone quasi inevitabilmente la domanda: è pensabile una forma attuale di idealismo assoluto incentrato su una nozione di ragione oggettiva che andrebbe interpretata in via primaria non come soggettività, ma come intersoggettività? Una questione del genere – che non riguarda l’interpretazione teoretica del sistema hegeliano, ma è rigorosamente sistematica – non è oggetto di questa ricerca; ad essa andrebbe dedicato un lavoro specifico che, non vincolato dal punto di partenza interpretativo, dovrebbe procedere in maniera più libe- ra a livello sistematico; la presente ricerca, invece, si pone domande sistematiche in certo qual modo solo occasionalmente all’interno delle analisi teoretico-interpretative. Questa problematica, tuttavia, non può nemmeno essere del tutto esclusa da tale ricerca e sarà toccata di continuo en passant, proprio quando, in relazione all’interpretazione teoretica del sistema, ci si chiederà se la struttura del sistema hegeliano sia veramente così priva di alternative come pretende.



[2.2.1. L’idea fondamentale e i limiti della filosofia trascendentale kantiana (p. 73 e sgg.):]
Il fondamento della conoscenza delle proposizioni che, in quanto principi, stanno alla base delle scienze della natura è, secondo Kant, la possibilità dell’esperienza. Infatti è in ogni caso necessario un terzo elemento che consenta di collegare soggetto e predicato, i quali nel giudizio sintetico sono completamente diversi (B 193 segg./A 154 segg. (145 segg.)); e, nei giudizi che rendono possibili le scienze empiriche, questo terzo può essere appunto soltanto la possibilità dell’esperienza (B 195/A 156 (146)). L’esperienza però, se è qualcosa di più di una rapsodia di percezioni, poggia su un’unità sintetica delle apparenze. E questa unità si instaura in forza delle categorie, che Kant ricava dalle forme del giudizio (B 95 segg./A 70 segg. (90 segg.)) e che devono essere fondate sull’«Io penso» in quanto unità sintetica dell’appercezione (B 131 segg./A 106 seg - g. (110 segg.)). Queste categorie si possono articolare in un sistema di principi dell’intelletto puro, che costituiscono la condizione della possibilità dell’esperienza, condizione cioè senza la quale sarebbe impossibile avere esperienza.

In questo passaggio dove Hösle ricostruisce in modo sintetico e molto efficace alcuni capisaldi dell'impostazione kantiana mi pare emerga bene un aspetto: l'esperienza di cui parla Kant, quando parla dei princìpi dell'intelletto nell'Analitica, è esperienza verbalizzata, esperienza descritta in proposizioni, quindi esperienza pensata, organizzata. Senza categorie sarebbe impossibile avere esperienza nel senso che sarebbe impossibile descrivere l'esperienza, pensarla, comunicarla (quindi anche conoscerla!).


Dalle due vie ora descritte per raggiungere una conoscenza sintetica a priori risulta che proposizioni sintetiche a priori nella filosofia teoretica «da puri concetti senza intuizione» sono «impossibili» (KdpV A 73 (107)). Sul fondamento di questa convinzione, nella parte distruttiva della prima Critica, nella Dialettica trascendentale, Kant passa a sviluppare una critica della psicologia, della cosmologia e della teologia razionali, alle quali rimprovera in sostanza di basarsi su conclusioni ovvero su proposizioni che in linea di principio non sono stringenti, poiché oltrepassano la sfera dell’esperienza possibile su cui soltanto possono fondarsi le proposizioni sintetiche a priori.
Il difetto della concezione kantiana della filosofia trascendentale risulta subito chiaro. Kant è costretto a presupporre la possibilità della matematica e della scienza della natura. Infatti egli vuole provare la matematica e la scienza della natura con «la loro stessa esistenza di fatto» (KdrV B 20 (45); cfr. B 128 (108)); ma proprio Kant, che accetta la critica humiana della fallacia naturalistica, dovrebbe aver chiaro che una pretesa di verità non può mai e poi mai essere fondata in maniera effettivamente stringente in questo modo: la validità intersoggettiva della matematica e della scienza della natura potrebbe anche poggiare su una falsa credenza collettiva o su qualcosa di simile. Kant incorre piuttosto in un circolo di cui è consapevole egli stesso [...] Questo circolo non è un circolo in linea di principio inevitabile: mentre è contraddittorio negare la possibilità che il pensiero sia in grado di pervenire alla verità, perché tale possibilità viene immediatamente presupposta da chi la contesta, non è immediatamente contraddittorio negare la possibilità dell’esperienza (soprattutto nel senso del complesso delle facoltà psicologiche, che sono assunte da Kant empiricamente); il reciproco presupporsi di filosofia trascendentale ed empiria non esclude un punto al di fuori di questo dialelle. Ciò è provato dalla stessa Critica della ragion pura, che certo non è una teoria empirica e pertanto non contraddirebbe se stessa, se fin dall’inizio negasse la possibilità di pervenire alla conoscenza passando per la via dell’esperienza. Quanto detto vale ancor di più per l’intuizione e per il presunto carattere apodittico della conoscenza matematica da essa fondata. Nel XIX secolo è stata proprio la geometria a mostrare che sono possibili in modo consistente sistemi che contraddicono l’intuizione; e a partire dalla teoria generale della relatività lo sviluppo della fisica suggerisce, come è noto, l’ipotesi che anche lo spazio fisico sia uno spazio non euclideo e non sia quindi determinato dalla nostra intuizione. Ma la fondazione kantiana delle proposizioni trascendentali non dipende soltanto da presupposti non dimostrati; in Kant manca anche una fondazione – per quanto ipotetica – delle sue stesse proposizioni metateoretiche (così come manca una fondazione dell’imperativo categorico), di una proposizione, per esempio, come la seguente: solo l’intuizione e la possibilità dell’esperienza rappresentano un terzo idoneo ad unire soggetto ed oggetto in una proposizione sintetica a priori; e nemmeno si vede come Kant possa fondare in modo irriflesso proposizioni del genere senza cadere nel regresso infinito. [...] Come si potrebbe evitare questa debolezza? Evidentemente solo trasformando il “cattivo” circolo di Kant in una struttura riflessiva che sia fondamentalmente inaggirabile, una struttura, a partire dalla quale la possibilità dell’esperienza potrebbe forse essere fondata in modo addirittura stringente. Non sembra che Kant abbia preso in considerazione la possibilità di una struttura del genere [nota: Soltanto in un passo sporadico, nella prima «prefazione» alla prima Critica, Kant utilizza l’argomento dell’inaggirabilità della metafisica: anche gli «indifferenti», che spiegano ogni metafisica come indifferente, «appena vogliono riflettere su qualche oggetto, ricadono inevitabilmente in [quelle] affermazioni metafisiche” (A X (6)). l’incapacità di Kant di servirsi di argomenti di questo tipo si mostra però in modo chiarissimo nel suo confronto con lo scetticismo (B 786 segg./A 758 segg. (470 segg.)): a cui rinfaccia soltanto di raccogliere in modo arbitrario una serie di obiezioni (B 795 seg./A 767 seg. (475 seg.)), senza tuttavia utilizzare la fondamentale figura dell’autocancellazione.]; eppure ad essa egli è in qualche modo pervenuto nell’«io penso», la cui funzione peraltro resta singolarmente indeterminata nel complesso della teoria trascendentale. Kant non ha afferrato la potenza fondativa presente nell’inaggirabilità dell’«io penso».

Hösle riassume qui, e nei paragrafi seguenti, i motivi che hanno spinto gli idealisti tedeschi ad andare oltre Kant, partendo da Kant stesso. 
Se una cosa si è realizzata, possiamo dire che era possibile che si realizzasse. Ma se si tratta di dimostrare la verità di una disciplina, segnatamente di matematica e fisica pura, non possiamo partire dal fatto che queste esistano e poi chiederci come sia possibile che siano vere, perché così facendo presupponiamo ciò che dobbiamo dimostrare: matematica e fisica pura esistono, ma potrebbero essere non vere (e gli sviluppi con le geometrie non euclidee e con lo spaziotempo non euclideo nella fisica einsteiniana hanno mostrato se non altro l'incompletezza della verità della matematica e della fisica settecentesche).
Gli idealisti cercano quindi una fondazione delle tesi trascendentali in una struttura riflessiva inaggirabile, e la trovano anticipata nella nozione kantiana dell' «io penso».
Quindi, come spiega Hösle nel seguito, gli idealisti hanno sfruttato la struttura an-elenctica (come la chiama Franca D'Agostini) cioè la struttura dell'auto-fondazione (messa a fuoco nel IV libro della Metafisica di Aristotele). Noto l'uso dei termini "inaggirabile", "inaggirabilità", che Franca D'Agostini (forse riprendendoli da qui?) ha utilizzato spesso per caratterizzare il concetto di verità in vari suoi lavori.


Kant riconosce che nella psicologia razionale l’Io pensante è insieme soggetto e oggetto, che deve cioè già da sempre essere presupposto in quanto elemento da analizzare nel momento in cui deve essere analizzato; ma in questa struttura è in grado di ravvisare solo un «inconveniente»: «per questo Io o Egli o Quello (la cosa), che pensa, non ci si rappresenta altro che un soggetto trascendentale dei pensieri = x, che non vien conosciuto se non per mezzo dei pensieri, che sono suoi predicati, e di cui noi non possiamo aver astrattamente mai il minimo concetto; e per cui quindi ci avvolgiamo in un perpetuo circolo, dovendoci già servir sempre della sua rappresentazione per giudicar qualcosa di esso: inconveniente che non è da esso separabile, poiché la coscienza in sé non è una rappresentazione che distingua un oggetto particolare, bensì una forma della rappresentazione in generale, in quanto deve esser detta conoscenza: giacché di essa posso dire soltanto, che per suo mezzo io penso qualunque cosa» (B 404/A 346 (265)).
Questo passo è stato citato estesamente perché segna forse nel modo più chiaro la differenza che intercorre tra Kant e l’idealismo tedesco: proprio nella riflessività dell’Io che pensa se stesso l’idealismo individua il contrassegno fondativo, che deve legittimare sul piano filosofico l’assunzione dell’Io come punto di partenza (v. pp. 186 seg.). [...]
Kant respinge proprio l’autofondazione che è possibile in forza della riflessione su ciò a cui già da sempre si fa ricorso. Assumendo come base una fondazione riflessiva, cade anche la tesi kantiana che ha esercitato l’influsso più potente, perché apparentemente confermata dal procedere della scienza moderna, il rifiuto cioè di riconoscere un’autonomia al pensiero puramente concettuale e cadono anche la concezione di un doppio binario del conoscere e la critica della psicologia, della cosmologia e della teologia razionali: in questo modo diventa almeno possibile pensare di pervenire a proposizioni sintetiche a priori senza dover ricorrere all’intuizione o all’esperienza possibile. Contro il dualismo kantiano di concetto e intuizione bisogna far valere soprattutto quelle obiezioni che colpiscono ogni dualismo: due principi che si presume siano irriducibili l’uno all’altro sono pur sempre identici in questo, nel fatto cioè che essi sono principi. Nel caso concreto del dualismo kantiano la Critica arriva apertamente a riconoscere che «concetto» e «intuizione» sono entrambi concetti e cioè: anche l’intuizione non può essere qualcosa di completamente diverso rispetto al concetto, già per il fatto che c’è un concetto anche dell’intuizione. Con la concezione di una fondazione riflessiva diventa infine superflua anche l’assunzione kantiana di noumeni (cose in sé) inconoscibili in linea di principio, posti al di là dei confini dell’esperienza possibile, una assunzione questa che può essere confutata anche sul piano della critica del significato: qualcosa di inconoscibile in linea di principio viene infatti conosciuto in quanto inconoscibile e quindi non può essere veramente inconoscibile; da ciò segue che non può esserci qualcosa di inconoscibile.


Nella nota 16 poi Hösle aggiunge: «la comprensione dell’inconsistenza del concetto di cosa in sé è il principale argomento per il passaggio dall’idealismo soggettivo a quello oggettivo».
Ritrovo in tutta questa ultima parte del discorso una spiegazione del passaggio da Kant agli idealisti tedeschi che mi è familiare: l'avevo letta (in modo quasi identico) nella storia della filosofia di Emanuele Severino (La filosofia moderna, Milano, Rizzoli, 1984) con la sola differenza che Severino partiva dall'auto-contraddittorietà della nozione di cosa in sé, mentre Hösle pone questo argomento come conclusione di un percorso che tende a superare altri problemi (incompletezze e circoli) nel discorso kantiano.
(Attenzione: nella nota 16 di pagina 78 c'è un errore di stampa. La regola logica a cui l'autore si riferisce è  (p → ¬p) ⱶ ¬p )


[2.2.2. Lo scritto di Fichte Sul concetto della dottrina della scienza come scritto programmatico dell’idealismo tedesco e l’idea di una metascienza suprema]
La superiore capacità di penetrazione fondativa di Fichte rispetto a Kant si manifesta nella concezione di un principio che fonda se stesso in quanto è impossibile astrarre da esso senza nel contempo presupporlo.[...] ma la filosofia di Fichte non si esaurisce nella scoperta di questo principio ultimo assoluto, che nella forma dell’«io penso» era stato abbozzato, ma non formulato in quanto principio fondamentale da Kant (1.99 (Ssd 158)). Fichte pretende piuttosto di principiare a partire da esso le strutture fondamentali del mondo.

L'Io che pone se stesso è questo principio auto-fondato e inaggirabile da cui parte Fichte. 
Vorrei però fare qui una serie di osservazioni critiche importanti, che servono a mostrare la superiorità di Kant, a mio modo di vedere, rispetto agli idealisti tedeschi. (O meglio: superiorità di Kant almeno su alcune cose, poi Hegel è superiore a Kant su altre...)
Non bisogna mai dimenticare, innanzitutto, che la filosofia trascendentale di Kant nasce da un problema di fondazione della conoscenza, del sapere. La critica di Hume, per superare la quale Kant "scopre" l'ambito del trascendentale, colpiva il principio di causa, ovvero uno dei principi basilari delle conoscenze umane. Ora, il fatto che Kant "scopra" a fondamento del sapere l'"io penso", la cui imprescindibilità vede come una struttura circolare senza apprezzarne il valore auto-fondativo, non toglie il fatto che Kant si muova comunque all'interno della problematica della conoscenza. Quindi quando poi Fichte non si limita a usare l'Io come principio assoluto del sapere, ma come principio assoluto del mondo, accade un passaggio indebito dal piano della problematica gnoseologica al piano della problematica ontologica.
In altri termini: è vero che l'Io (o l'"io penso" di Kant) è inaggirabile, imprescindibile eccetera, ma lo è rispetto al conoscere, o rispetto al pensare. Questo vale anche per il concetto di verità, inevitabile nel momento in cui usiamo il linguaggio per ragionare, pensare, descrivere. In questo senso la frase "la verità non esiste" è auto-contraddittoria, quindi possiamo anche dire che la verità si auto-fonda. Ma la verità è inevitabile se esiste qualche forma di pensiero, conoscenza, esperienza descritta, ragionamento eccetera. In assenza di linguaggio, pensiero, ragione... non esiste nemmeno verità. Voglio dire che se non ci sono soggetti che pensano-ragionano-descrivono la realtà e la loro esperienza, non c'è nemmeno verità. E possiamo anche dire che senza vita non c'è nemmeno Io. Se non fosse mai comparsa la vita non ci sarebbe stato nemmeno l'Io di Fichte, quindi Fichte non può affermare che l'Io è fondamento del mondo.
Alcuni filosofi affermano che esisterebbe un "terzo regno", né materiale, né psichico, che sarebbe il regno degli enti logico-matematici, ma su questo mi permetto di sollevare forti dubbi. Che argomenti abbiamo a sostegno di ciò? Sui numeri, forse, posso pensare a un'esistenza autonoma se li intendiamo come rapporti oggettivi fra grandezze, se li intendiamo come strutture formali coesistenti alla materia stessa. Ma i concetti, quelli proprio no. I concetti sono prodotti del linguaggio umano, e il linguaggio umano avrebbe anche potuto non esistere. E non mi si venga a dire che per poter sostenere questa tesi devo pur sempre usare il linguaggio. Questo è un puro sofisma. La scienza ci dice che l'universo esiste da 7 miliardi di anni, la Terra da 5, la vita (sulla Terra) da 2. Per 3 miliardi di anni la Terra è esistita senza nessuna forma di vita. In tutto quel tempo dov'era l'Io di Fichte? Su altri pianeti? Il principio riflessivo auto-fondato è relativo all'esperienza umana, ma gli idealisti lo trasferiscono sull'intera realtà, sull'universo.
Per questo Kant è superiore a Hegel: perché propone una razionalità consapevole dell'esistenza di qualcosa di estraneo alla razionalità stessa, che non è detto si possa conoscere completamente. La cosa in sé si può interpretare anche in questo modo, ovvero come quella parte della realtà che esiste autonomamente rispetto al soggetto conoscente e che potrebbe non essere mai completamente conosciuta: o perché irriducibile a princìpi logico-razionali, o perché troppo distante dall'esperienza umana (troppo lontana nello spaziotempo rispetto a noi). Conoscere che esiste qualcosa di inconoscibile non è una contraddizione: per esempio posso osservare una galassia lontana, notare che ha una forma insolita (per esempio potrebbe essere un cubo perfetto), ma non riuscire a sapere niente di più di questo perché è troppo distante, i nostri strumenti ottici non sono in grado di osservare all'interno di questo cubo, e restare col mistero insoluto di come sia possibile una galassia di quel tipo.
«Dobbiamo abbandonare una razionalità chiusa (...), incapace di comprendere ciò che la eccede, per dedicarci a una razionalità aperta, in grado di conoscere i propri limiti e cosciente dell'irrazionalizzabile.» (Edgar Morin, Sette lezioni sul pensiero globale, pag. 113)


La supposizione che la filosofia abbia a che fare soprattutto con i fondamenti ed i principi fondamentali delle scienze è abbastanza plausibile (...) sarebbe assolutamente nell’interesse delle scienze particolari se la filosofia riuscisse ad instaurare una connessione di ordine e di fondazione tra le scienze stesse; se riuscisse, quindi, a chiarire quale scienza, da un lato, presuppone un’altra scienza, ma, dall’altro, costituisce rispetto a quest’ultima una sfera indipendente. Un fenomeno della storia dello spirito, che imperversa a partire dalla fine del XIX secolo, mostra, a mio parere, l’urgenza del programma qui delineato: mi riferisco al fenomeno del riduzionismo. Intendo come riduzionistica una teoria che “riconduce” una struttura più complessa ad una struttura più semplice, in quanto la prima non sarebbe “niente di diverso” dalla seconda. (...) Così è senz’altro pensabile che il funzionamento del cervello umano possa essere spiegato sulla base di leggi scoperte dalle scienze della natura; ma da ciò non segue affatto che lo spirito umano non sia nient’altro che natura: la possibilità di spiegazione sulla base di strutture più semplici non esclude affatto l’emergere di entità più complesse. È però di estrema importanza rendersi conto che il problema del riduzionismo non può essere in linea di principio risolto mantenendosi al livello delle scienze particolari. Con i mezzi delle singole scienze non è possibile stabilire se la vita o lo spirito siano strutture che si differenziano dalle strutture che le precedono in modo tale da costituire a buon diritto l’oggetto di una scienza specifica; solo sulla base di una dottrina filosofica delle categorie è possibile asserire con certezza, e non limitarsi a mere assicurazioni, che una categoria significa qualcosa di essenzialmente nuovo ed è quindi possibile difendere l’autonomia di una scienza contro i tentativi di un suo assorbimento da parte di un’altra scienza.
(...) [nota 34:] Platone è stato indubbiamente il primo filosofo ad intendere la filosofia come una metascienza suprema che fonda i principi delle scienze particolari, esattamente allo stesso modo dell’idealismo tedesco.(...) Uno dei meriti più grandi di Platone è anche l’aver scoperto nell’inaggirabilità del pensare e dell’argomentare una chiave per una possibile fondazione ultima (cfr. su ciò Hösle (1984a), 423 segg. (309 segg.), e Jermann (1986a), 76 segg., 212 segg.);(...)Nonostante queste analogie, sussiste un’importante differenza tra il programma filosofico di Fichte e di Hegel, da una parte, e quello platonico, dall’altra: Platone cerca di riportare ai principi tutte le strutture fondamentali delle scienze particolari, ma non è in grado di fondare in modo deduttivo i nova categoriali dei singoli gradi dell’essere, sui quali i principi si manifestano; proprio a questo aspirano invece gli idealisti tedeschi.

Al di là della paternità di questa idea (Platone, Fichte, Hegel...) quello che mi sembra importante è che Hösle la proponga, oggi, nella situazione contemporanea della filosofia, come idea ancora valida o comunque degna di interesse: nella sua riflessione metafilosofica propone l'idea che la filosofia possa aspirare (perché di fatto non lo è, se non in modo molto frammentario e parziale) a diventare una meta-scienza che fonda i princìpi delle singole scienze e che ragiona sui rapporti fondativi tra le varie scienze, chiarendo i limiti della possibilità di "ridurre" una scienza a un'altra, e valorizzando l'autonomia delle singole scienze qualora questa esista.
Rispetto a questa idea metafilosofica mi chiedo: e la metafisica? Sarebbe in questa prospettiva la disciplina che consente di fondare le altre scienze?
Nella nota 42 Hösle provvede una risposta, anche se la mia domanda fa riferimento a una accezione di "metafisica" più tradizionale, ovvero la teoria che affronta alcuni problemi fondamentali sulla natura della realtà nel suo insieme, più o meno corrispondenti ai problemi indicati da Kant con le quattro antinomie:

[nota 42:] Nelle pagine che seguono uso per lo più il termine “metafisica” nel senso di “logica carica di contenuto (materiale)”; sono consapevole che è possibile definire la metafisica anche in modo diverso, ma credo che la definizione proposta corrisponda abbastanza precisamente a ciò che una gran parte della tradizione ha inteso per “metafisica”; una definizione del genere potrebbe servire inoltre a liberare le teorie metafisiche dal sospetto di irrazionalità.

e poco dopo scrive:

Anche il rapporto della logica materiale con la logica formale andrà compreso in modo più rigoroso di quanto non abbia fatto Fichte. Infatti, da un lato, è chiaro che la metascienza che si autofonda riflessivamente deve precedere la logica; ma, dall’altro, questa stessa metascienza argomenta in modo tale da presupporre in generale anche le leggi della logica formale, per cui sembra presentarsi il pericolo di un circolo. Anche a tal riguardo soltanto Hegel è pervenuto all’unica soluzione soddisfacente, a considerare cioè la logica stessa come una parte della metafisica.


[2.2.3. I limiti dell’idealismo soggettivo di Fichte e la concezione dell’idealismo oggettivo sviluppata da Schelling:]

(...) Da quanto detto fin qui si può già riconoscere a sufficienza, mi sembra, il difetto decisivo presente nel modo in cui Fichte realizza concretamente il suo programma. Innanzi tutto, la determinazione contenutistica del principio supremo in quanto Io non è veramente stringente. l’idea basilare, com’è evidente, è che il principio supremo debba essere riflessivo e inaggirabile; e tale in effetti è l’Io. Ma Fichte non mostra che l’Io è l’unico principio riflessivo; è possibile pensare che sussista anche un altro principio riflessivo e, fintantoché questa eventualità non venga esclusa e non venga determinato il rapporto tra le diverse strutture riflessive, l’impostazione di Fichte resta ipotetica. In concreto, sarebbe necessario riflettere se l’intersoggettività, la relazione Io-tu, non rappresenti una struttura altrettanto riflessiva di quella meramente soggettiva dell’Io, ma ad essa superiore.

(...)
In questa indeterminatezza dell’Io assoluto c’è già, mi sembra, il germe dello sviluppo successivo del pensiero fichtiano: al posto di un principio meramente finito, ma proprio per questo capace di sviluppo, Fichte pone più tardi un principio indubbiamente assoluto, ma del tutto astratto e appunto per questo inconoscibile; egli non vede una terza possibilità: un principio assoluto e tuttavia concreto, ed in effetti è questa concezione che può essere considerata come la scoperta senz’altro più importante di Hegel.









15 aprile 2014

Rovelli, capitolo 3. Relatività ristretta e relatività generale. La prima antinomia cosmologica di Kant. Concepibilità di un Universo infinito.


C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Raffaello Cortina 2014
commenti precedenti:
Rovelli, capitolo 1
Rovelli, capitolo 2




Rovelli presenta in questo capitolo la figura di Albert Einstein e le due teorie della relatività, soffermandosi in particolare sulla relatività generale ("La più bella delle teorie" secondo Lev Landau).

Nello spirito di questi commenti, riporto solo le cose che mi hanno interessato maggiormente e sulle quali ho qualche riflessione/domanda da fare.

Sugli anni in cui Einstein frequentava il liceo Rovelli dice: "invece di occuparsi di quello che gli insegnavano a scuola, leggeva gli Elementi di Euclide e la Critica della ragion pura di Kant". Seguo il filo di questo riferimento a Kant, che mi ha colpito.
Per introdurre la teoria della relatività generale Rovelli spiega come fossero rimaste aperte due questioni, nella fisica newtoniana, che Einstein collega fra loro in modo geniale: la natura della forza di gravità (in particolare come sia possibile che tale forza agisca a distanza fra corpi che non si toccano e che sono separati unicamente da spazio vuoto) e la natura dello spazio. Lo spazio era concepito da Newton come un grande "contenitore" vuoto: "Un'immensa scaffalatura nella quale corrono dritti gli oggetti, fino a quando una forza non li fa curvare". Ma che cos'è lo spazio? Rovelli fa notare come la diffusione della fisica newtoniana ci abbia abituato a pensare lo spazio come vuoto, ma "... lo spazio vuoto non fa parte della nostra esperienza. Da Aristotele a Cartesio, cioè per due millenni, l'idea democritea di uno spazio come entità diversa, separata dalle cose, non era mai stata accettata come ragionevole. Per Aristotele, come per Cartesio, le cose sono estese, ma l'estensione è una proprietà delle cose". L'idea di uno spazio vuoto è un'idea strana, "a metà fra una 'cosa' e una 'non-cosa'". Lo spazio, per Democrito, è un non-essere (contrapposto all'essere, al pieno, rappresentato dagli atomi). "Un non-essere che però c'è. Più oscuro di così è difficile." Newton aveva ripreso la concezione democritea dello spazio, e all'inizio aveva sconcertato i suoi contemporanei (mentre oggi la sua concezione è diventata quella più diffusa nel senso comune). 
"Ma i dubbi dei filosofi sulla ragionevolezza della nozione newtoniana di spazio persistevano, e Einstein, che leggeva volentieri i filosofi, ne era consapevole".
Qui Rovelli prosegue ricordando l'influenza che ha avuto la riflessione di Ernst Mach sul pensiero di Einstein, ma a me è venuto ancora in mente Kant, con la sua concezione dello spazio come intuizione pura. Kant, infatti, con la sua concezione dello spazio, si collocava in una posizione diversa sia dal "sostanzialismo" (Newton) sia dal "relazionismo" (Leibniz e altri. Per questa ricostruzione del dibattito sulla natura dello spazio si veda Mauro Dorato, La filosofia dello spazio e del tempo, in V. Allori, M. Dorato, F. Laudisa, N. Zanghì, La natura delle cose. Introduzione ai fondamenti e alla filosofia della fisica, Carocci Editore, Roma 2005; una rielaborazione di questo testo si trova nel mio saggio breve Spazio e tempo tra fisica e filosofia). Viene da chiedersi: la conoscenza della Critica della ragion pura può aver ispirato Einstein? Cassirer, in un saggio del 1921, ha sostenuto che la relatività generale non smentisce l'impostazione kantiana...
Rovelli mostra come da un lato Einstein sia stato portato dalle scoperte di Faraday e Maxwell a ipotizzare un "campo gravitazionale" analogo al campo elettromagnetico per rispondere alla questione della forza di gravità, e come poi abbia fuso tale problema col problema della natura dello spazio: "Ed ecco lo straordinario colpo di genio di Einstein, uno dei più grandi colpi d'ala nel pensiero dell'umanità: se il campo gravitazionale fosse proprio lo spazio di Newton, che ci appare così misterioso? Se lo spazio di Newton non fosse altro che il campo gravitazionale? (...) Senonché, a differenza dello spazio di Newton, che è piatto e fisso, il campo gravitazionale, essendo un campo, è qualcosa che si muove e ondeggia, soggetto a equazioni: come il campo di Maxwell, come le linee di Faraday. (...) Lo spazio non è più qualcosa di diverso dalla materia. E' una delle componenti "materiali" del mondo, è il fratello del campo elettromagnetico. E' un'entità reale, che ondula, si flette, si incurva, si storce. Noi non siamo contenuti in un'invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco flessibile (la metafora è di Einstein)."
Einstein pubblica la nuova teoria (relatività generale) nel 1915, e due anni dopo prova ad applicarla per descrivere lo spazio dell'universo intero.
"Per millenni gli uomini si erano domandati se l'Universo fosse infinito oppure avesse un bordo. Entrambe le ipotesi sono ostiche."
Ancora una volta mentre leggevo ho pensato a Kant: la grande questione che qui Rovelli richiama è la stessa che Kant formula nella prima delle quattro antinomie (i dilemmi che la ragione pura incontra quando esamina l'idea di mondo): 
TESI: il mondo ha un suo inizio nel tempo e, rispetto allo spazio, è chiuso entro limiti.
ANTITESI: il mondo non ha inizio né limiti nello spazio, ma è infinito così rispetto al tempo come rispetto allo spazio.
Ora, mi sembra molto interessante il modo che Rovelli usa per mostrare le difficoltà di entrambe le alternative, in particolare il modo di mostrare la difficoltà dell'antitesi.
Sulla tesi: "Se c'è un bordo, che cos'è il bordo? Che senso ha un bordo senza niente dall'altra parte?" (cita poi un bel brano del pitagorico Archita, che ipotizza di arrivare all'ultimo cielo e di stendere la mano o una bacchetta al di là...).
Sull'antitesi: "Un Universo infinito non sembra ragionevole: se è infinito, per esempio, da qualche parte c'è necessariamente un altro lettore come te che sta leggendo lo stesso libro (l'infinito è davvero grande, e non ci sono abbastanza combinazioni di atomi per riempirlo tutto di cose differenti l'una dall'altra). Anzi, ci deve essere non uno solo, ma una sequela infinita di lettori simili a te..."
Qui trovo una analogia interessante con l'argomento, basato sul Paradosso della Biblioteca di Babele, con il quale ho sostenuto di recente l'impossibilità di una serie di eventi costantemente variante e infinita e la finitezza della traiettoria del tempo cosmico.
Sull'argomento proposto da Rovelli riguardo all'antitesi, però, in linea di principio si può muovere un'obiezione. Un Universo infinito potrebbe essere inteso come uno spazio infinito entro cui si espande una materia finita. In altri termini: non è detto che un Universo infinito debba essere tutto pieno di cose differenti. E' logicamente concepibile una quantità finita di materia che si espande infinitamente in uno spazio infinito. La domanda però è: questo è anche fisicamente concepibile?

La soluzione di Einstein della prima antinomia cosmologica è che l'Universo possa essere finito ma senza bordo. Se lo si percorre viaggiando sempre nella stessa direzione (ma questo vale per qualunque direzione) si tornerà, dopo molto tempo, al punto di partenza. Uno spazio tridimensionale fatto così è chiamato "tre-sfera".
Rovelli spiega, anche servendosi di efficaci immagini, cosa sia una tre-sfera e, riprendendo un suo articolo, sostiene che Dante, nel Paradiso, abbia anticipato la soluzione di Einstein.
A questo proposito, quello che mi ha colpito è la distinzione che Rovelli propone fra geometria intrinseca (vista da dentro) e geometria estrinseca (vista da fuori). Gauss (per le superfici curve) e Riemann (per la curvatura di spazi con tre o più dimensioni) hanno usato proprio l'intuizione che sia più efficace descrivere uno spazio curvo non guardandolo "da fuori", perché questo presuppone uno spazio "più grande" nel quale si curvi il primo spazio, ma guardandolo e misurandolo immaginando di esserci dentro.
Questa distinzione va a mio avviso confrontata con le distinzioni filosofiche fra esperienza interna e esperienza esterna (per esempio in Kant), fra punto di vista soggettivo e punto di vista oggettivo (quest'ultima espressione può sembrare un ossimoro... ), con la dialettica soggetto/oggetto.

Aggiungo rapidamente un'altra riflessione che la lettura del capitolo mi ha suscitato.

Per introdurre la relatività ristretta (o speciale), Rovelli spiega come la fisica di Newton fosse incompatibile con la velocità costante della luce, perché ritiene la velocità un concetto relativo, "Cioè non esiste la velocità di un oggetto in sé (corsivo mio), esiste solo la velocità di un oggetto rispetto a un altro oggetto.
Domanda: questa contrapposizione fra qualcosa che esiste in sé e qualcosa che esiste in relazione ad altro o rispetto ad altro è la stessa contrapposizione che usa Kant quando parla della cosa in sé? La differenza sembra essere che nel primo caso (parlando della velocità) la relazione sarebbe comunque rispetto a qualcosa di oggettivo, mentre nel secondo caso (il fenomeno per Kant) la relazione è con il soggetto, non con un altro oggetto...


11 gennaio 2010

Paradossi e creatività filosofica

E’ uscito nel settembre 2009 un nuovo libro di Franca D’Agostini dal titolo Paradossi, edito da Carocci (e sta per uscire Verità avvelenata. Introduzione all’analisi del dibattito pubblico, edito da Bollati Boringhieri). Si tratta a mio avviso di un libro non facile per l’oggettiva complessità della materia trattata, ma avvincente, sia perché i paradossi hanno l’intrinseco potere di catturare la nostra mente (un potere quasi “ipnotico”) sia perché testimoniano un aspetto importante della ragione o logos su cui si basa l’Occidente. La natura intrinsecamente paradossale del logos, già emersa nel pensiero antico, esplode nel Novecento, accompagnata dalla consapevolezza e dalla auto-riflessione. E’ un tema che l’autrice aveva già affrontato in opere precedenti, in particolare nell’introduzione alla Breve storia della filosofia del Novecento. L’anomalia paradigmatica e in Logica del nichilismo, ma che qui prende di petto analizzando, classificando e riflettendo su ben 79 paradossi e quasi-paradossi.

Uno dei più semplici, anche perché si tratta in realtà di un “quasi-paradosso”, cioè di un paradosso nel quale la contraddizione resiste solo fino a quando non ci rendiamo conto dell’ambiguità o della perplessità filosofica che nasconde e non prendiamo una decisione in merito, è quello del trapianto del cervello, che l’autrice propone in questa forma:

Un anziano professore, illustre studioso ma di salute cagionevole, propone a un suo studente, ignorante ma giovane e atletico, di effettuare un trapianto e scambiarsi i cervelli: il giovane avrà il suo proprio corpo ma con un brillante e dottissimo cervello; il vecchio avrà il proprio cervello, ma con un corpo giovane e in ottima salute.

(1) Chi rimarrà però con il corpo vecchio e il cervello vuoto?

(2) Chi ci guadagna fra i due?

Ho voluto provare a proporre in tre delle mie classi di quest’anno (una quarta e una quinta di liceo scientifico e una seconda di liceo classico) questo paradosso come se fosse un problema da risolvere: divisa la classe in gruppi di tre-quattro studenti, a ciascun gruppo ho distribuito un foglio con il testo assegnando il compito di leggerlo, discuterne, cercare una soluzione condivisa ed esporla in un breve testo scritto, riservandomi l’ultima parte dell’ora per leggere, nel gruppo classe ricostituito, le soluzioni e dare una spiegazione finale sul problema filosofico che genera il paradosso stesso.

Gli studenti hanno reagito molto bene, subito catturati dalla paradossalità del problema proposto, accalorandosi nella discussione fra loro e ogni tanto interpellandomi (“prof! Ma qui ci dev’essere un errore! Qualcosa non quadra!!” E io: “E’ proprio questo il problema…”). Io suggerivo di provare a disegnare schemi per chiarirsi le idee e spesso il consiglio è stato seguito. In tutte e tre le classi mi sono reso conto che un’ora di tempo era troppo poco. In ogni caso, mettendo fretta ai gruppi, ho ottenuto risultati interessanti.

Alcuni gruppi sono andati in confusione, rispondendo ad esempio così:

Se il soggetto giovane e quello anziano vengono intesi in rapporto alla loro capacità cerebrale o intellettiva, il soggetto giovane risulta essere l’anziano professore, poiché possiede un cervello reattivo, mentre il soggetto vecchio è l’altro. Possiamo dire che nessuno dei due soggetti possieda entrambe le caratteristiche negative. Si deduce che il trapianto non sia avvenuto poiché entrambi i soggetti mantengono le caratteristiche iniziali. (5C)

Oppure così:

(1) Chiunque sia il “vecchio” e chiunque sia il “giovane”, a uno dei due è dato il corpo in salute e all’altro il cervello dotto. Dunque il “buon” corpo e il “buon” cervello sono dati a due persone separate. Uno avrà buon corpo ma pessimo cervello, l’altro buon cervello ma non un buon corpo. Quindi nessuno resta con corpo vecchio e cervello vuoto.

(2) Non c’è un guadagno. (2B)

Alcuni hanno risposto presupponendo che l’identità risieda nel corpo:

(1) Il vecchio, perché i due individui si sono scambiati solo il cervello, mantenendo il loro corpo, dunque il vecchio avrà un cervello vuoto.

(2) Il giovane. (4F)

(1) Il vecchio professore

(2) Ci guadagna il giovane perché avrà un corpo atletico e un cervello intelligente, se si considera che nella premessa si parla solo di scambio di cervelli, non di corpi! (2B)

Alcuni hanno risposto assumendo implicitamente o esplicitamente (rendendosi conto, in questo secondo caso, della necessità di dover assumere una decisione teorica) la tesi che l’identità della persona risieda nel cervello:

(1) Il giovane, perché attraverso i cambiamenti continua ad avere la sua mente vuota e il corpo del vecchio.

(2) Il vecchio, perché avrà la sua mente brillante e il corpo del giovane. (5C)

(1) Prendendo come esempio Cartesio, secondo la cui teoria l’anima si trova nella ghiandola pineale possiamo dire che cambiando cervello cambia anche l’anima quindi l’anima del giovane, quindi il suo cervello, si trova nel corpo cagionevole.

(2) A guadagnarci sarà l’illustre professore che trasferirà la propria anima nel corpo giovane. (4F)

Partendo dal presupposto che l’identità del prof. e dello studente coincidano con i rispettivi cervelli, lo studente si troverà in un corpo vecchio con il suo cervello, mentre il professore otterrà di avere il suo cervello in un corpo giovane.[argomenta poi a sostegno del presupposto:]

Infatti non è possibile cambiare il proprio cervello restando se stessi (4F)

Un gruppo ha colto il problema di fondo che si cela nel paradosso, ovvero la questione se l’identità della persona risieda nel corpo o nella mente (nei termini del paradosso: se l’identità personale sia il corpo o il cervello). Se l’identità è nel corpo ci guadagna lo studente, se l’identità è nel cervello ci guadagna il professore:

Tesi A: ci guadagna il giovane, perché l’anima risiede nel corpo e quindi lui sarà migliore sia nel corpo che nella mente.

Tesi B: ci guadagna il vecchio perché ipotizzando che l’anima risieda nel cervello il vecchio avrà la stessa mente in un corpo giovane

La conclusione è che non si può dare una soluzione universale poiché non abbiamo la prova scientifica del luogo in cui risiede l’anima. (5C)

In un caso si è rifiutata la questione, superandola attraverso uno spostamento su un piano morale:

Fra i due non ci guadagna nessuno, in quanto nessuno dei due ha pensato che la vita va vissuta con i pregi e i difetti e non si può [o meglio non si deve…] scambiare la propria vita con quella di un altro. (4F)

Infine, in un caso particolarmente creativo si è prodotto una specie di superamento hegeliano della contraddizione, tenendo insieme le due concezioni di identità (!!!):

La risposta dipende dalla concezione di persona e da cosa dipenda la sua unicità. Ogni persona ha un’anima che la contraddistingue e in cui risiedono le sue peculiarità. Se l’anima tende a risiedere nella peculiarità allora [dopo il trapianto] si creano una “super-persona” e un corpo senz’anima: l’anima del vecchio risiede nel cervello, con l’intelligenza, mentre l’anima del giovane nel corpo, con l’atleticità. La “super-persona” ha due anime ed è insieme il giovane e il vecchio. (4F)