9 agosto 2022

Paradosso minore di Harari (l'affermazione della "realtà immaginata") e altre considerazioni critiche sulla sua ontologia

 




Stiamo leggendo Sapiens. Nel capitolo 2 (cuore della Parte prima, sulla Rivoluzione cognitiva), alle pp. 46-47 leggiamo:

I tipi di cose che la gente crea attraverso questa rete di storie vengono chiamate, nei circoli accademici, "costrutti sociali"o "realtà immaginate". Una realtà immaginata non è una bugia. (...) A differenza della menzogna, la realtà immaginata è qualcosa in cui tutti credono [corsivo mio]; e, fintantoché questa credenza comune persiste, esercita un'influenza sul mondo. (...)  Alcuni stregoni sono ciarlatani, ma in gran parte credono davvero nell'esistenza di dèi e demoni. Molti milionari credono sinceramente nell'esistenza di del denaro e delle società a responsabilità limitata. Molti attivisti credono sinceramente nell'esistenza dei diritti umani. Nessuno mentiva quando, nel 2011, le Nazioni Unite richiesero che il governo libico rispettasse i diritti umani dei suoi cittadini, anche se le Nazioni Unite, la Libia e i diritti umani sono invenzioni della nostra fervida immaginazione.

Dall'inizio della Rivoluzione cognitiva Homo sapiens ha dunque vissuto una realtà duale. Da un lato, la realtà oggettiva di fiumi, alberi e leoni; dall'altra, la realtà immaginata di dèi, nazioni e società per azioni. Col passare del tempo, la realtà immaginata è diventata via via sempre più potente, di modo che oggi la sopravvivenza stessa di fiumi, alberi e leoni dipende dalla benevolenza di entità quali gli dèi, le nazioni e le società per azioni.

1) Entriamo innanzitutto in una questione logica. L'affermazione che ho evidenziato in corsivo è paradossale, in senso stretto autocontraddittoria. Mi spiego: se io affermo «la realtà immaginata è qualcosa in cui tutti credono» anche io, che la sto affermando, dovrei crederci. Ma Harari ha appena poco sopra sostenuto che dèi, nazioni, denaro e diritti umani non esistono, quindi almeno lui sembrerebbe non credere nella "realtà immaginata". L'affermazione allora si potrebbe correggere, per togliere la contraddizione, trasformandola in «la realtà immaginata è qualcosa in cui quasi tutte le persone tranne l'autore di questo libro, alcuni filosofi e forse anche i lettori di questo libro, credono». In questo modo, però, l'affermazione si depotenzia non poco, soprattutto se pensiamo che i libri di Harari sono diventati bestsellers di livello mondiale...

2) Seconda questione: a me sembra che il senso in cui si può affermare l'inesistenza degli dèi sia diverso dal senso in cui si può affermare l'inesistenza del denaro e l'inesistenza dei diritti umani. Non sono ancora in grado di spiegare bene le differenze, ma arriverei a dire che per ogni affermazione di inesistenza occorre fare un caso a sé...

3) Il fatto che la realtà immaginata sia diventata sempre più potente (cose che rispetto agli dèi è forse discutibile, tenendo conto del fenomeno della secolarizzazione...) sembrerebbe mettere in dubbio l'affermazione dell'inesistenza delle cose di cui tale realtà si compone, stando a un principio ontologico piuttosto condiviso in filosofia, per il quale se la cosa x produce effetti, ha conseguenze causali, allora x esiste.

4) Non si capisce bene se l'ultima frase citata sia una battuta o una tesi da approfondire; in ogni caso questa sorta di "dualismo ontologico" tra realtà naturale e realtà immaginata sembra configurarsi anche come una sorta di manicheismo per cui il bene starebbe dalla parte della realtà naturale e il male dalla parte della realtà immaginata?


Il paradosso di Harari: la "VERA storia" e la cooperazione globale umana: nuova fondazione o precipizio?

 



Nell'universo non esistono dèi, non esistono nazioni né denaro né diritti umani né leggi, e non esiste alcuna giustizia che non sia nell'immaginazione comune degli esseri umani

Y. N. Harari, Sapiens, ed. it,  p. 41


C'è un paradosso fondamentale, nel discorso di Harari, che sostanzialmente corrisponde al paradosso del nichilismo (quindi a tutto il problema delle conseguenze, indagate da Nietzsche, della cosiddetta "morte di Dio"... del passaggio da nichilismo passivo a nichilismo attivo eccetera) e quindi non è una novità assoluta in filosofia, ma nel discorso di Harari emerge in modo particolarmente chiaro e stridente.

Da una parte Harari ci dice (Cap. 2, pag. 35-36), parlando della Rivoluzione cognitiva, che uno dei presupposti delle teorie che spiegano l'origine del linguaggio umano è che Homo sapiens sia innanzitutto un animale sociale: "La cooperazione sociale è la nostra chiave per la sopravvivenza e la riproduzione. Agli individui, uomini o donne che siano, non basta sapere dove ci sono i leoni o i bisonti. Molto più importante per loro è sapere, riguardo al proprio gruppo, chi odia chi, chi dorme con chi, chi è onesto e chi è un imbroglione. [...] Di solito, infatti il gossip s'incentra sulle malefatte. Il vero quarto potere sono le malelingue e i cronisti, che tengono informata la società e così la proteggono dagli imbroglioni e dai parassiti". 

Dall'altra parte, Harari ci rivela che questa capacità cooperativa si fonda sulla credenza condivisa nell'esistenza di cose che in realtà non esistono affatto! "Tuttavia la caratteristica davvero unica del nostro linguaggio non è la capacità di trasmettere informazioni su uomini e leoni. È piuttosto la capacità di trasmettere informazioni su cose che non esistono affatto. Per quanto ne sappiamo, solo i Sapiens sono in grado di parlare di intere categorie di cose che non hanno mai visto, toccato o odorato. Leggende, miti, dei e religioni comparvero per la prima volta con la Rivoluzione cognitiva. [...] Tale capacità di parlare di fantasie inventate è il tratto più esclusivo del linguaggio sapiens. [...] Il punto è che la finzione ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli su Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare in maniera flessibile e in comunità formate da moltissimi individui [...] I Sapiens sono in grado di cooperare in modi estremamente flessibili con un numero indefinito di estranei".

Ora, la questione è questa: l'umanità, la specie Sapiens, ha sempre più bisogno, di fronte soprattutto al micidiale problema del surriscaldamento planetario, di una forma di cooperazione finora inedita: una cooperazione di specie, su scala globale. Ma NON sembriamo possedere le immagini (le storie condivise, le credenze condivise) giuste a supportare questa forma di cooperazione. Quali potrebbero essere le immagini giuste, le storie giuste, condivisibili da tutta l'umanità, per arrivare alla cooperazione globale?

Harari, con il suo libro e poi la trilogia, non va, in fondo, in direzione contraria? Svelando l'inesistenza dei miti di condivisione (religioni, nazionalismi, ma addirittura diritti umani) non sottrae definitivamente la possibilità di costruire un nuovo mito condiviso che fondi la cooperazione globale? 

Harari sembra puntare tutto, in realtà, sulla proposta della VERA storia dell'umanità. Dire in modo aperto, e sulla base di una visione scientifica (e, direi, ontologicamente fisicalista, ovvero che ritiene che le cose realmente esistenti siano unicamente le cose di cui parla la fisica)[1], che gli oggetti delle grandi credenze condivise IN REALTÀ NON ESISTONO, creare questa consapevolezza condivisa, può fare, credo pensi Harari, da base per un "nuovo mito" che possa unire la specie in cooperazioni su scala globale. Questo "nuovo mito", la VERA STORIA, sarebbe però in sostanza l'assenza di miti, sarebbe LA VERITÀ (certamente la verità scientifica, quindi sempre rivedibile e migliorabile, quindi non assoluta, definitiva e incontrovertibile, ma sempre aperta alla revisione critica...)

Se la capacità di credere collettivamente è sempre stata basata sulla finzione, come si può pensare che adesso sia la verità scientifico-filosofica a fare da base? 

Il "paradosso di Harari" consiste quindi in questo nodo, tipico della situazione contemporanea dell'umanità: da una parte la necessità di fondare un discorso che abbia la capacità di coinvolgere globalmente alla cooperazione, e la consapevolezza che finora le cooperazioni (per grandi gruppi culturali, per nazioni) si sono basate su finzioni. Dall'altra la decisione di distruggere definitivamente ogni mito, ogni credenza basata su finzioni e proporre un discorso vero, il risultato delle conoscenze scientifiche attuali, divulgato in modo eccellente con una STORIA, come possibile nuova base per una cooperazione ancora maggiore di quelle tradizionali, su scale globale. 

Non c'è il rischio che questa operazione di svelamento sia controproducente? Perché in fondo anche i valori su cui si basano le società liberal-democratiche (libertà, uguaglianza) sono COSE CHE NON ESISTONO (se è valido il presupposto fisicalista...). Quindi perché dovremmo crederci, se non esistono?

Forse la scommessa di Harari (e prima di lui di tanti altri, risalendo almeno fino a Spinoza, ma senza passare da Schopenhauer!) è che guardando le cose in faccia, per quello che sono veramente, realmente, scatti una passione, un amore, un sentimento di gratitudine per il fatto stesso che le cose naturali esistano e noi viventi, noi umani, esistiamo, e di conseguenza la voglia di preservare le meraviglie della natura e di noi stessi. L'immensità e complessità dell'universo (fonte inesauribile di desiderio di conoscenza), ma soprattutto lo straordinario equilibrio di condizioni che ha consentito lo svilupparsi della vita sul pianeta Terra, la straordinaria condizione dell'essere vivi, quindi di avere una coscienza, e in particolare una mente in grado di pensare e immaginare, sono cose reali che dovrebbero, se ben comprese, suscitare un sentimento e quindi generare valori e credenze condivise, questa volta da tutti gli esseri umani.

Resta però aperta un'altra possibilità, ovvero che raccontare la verità generi sconforto, dolore, sofferenza, perché la verità può essere anche molto dolorosa e difficile da accettare. La storia vera è fatta anche di sopraffazione, di sfruttamento, di guerre, e la vita è anche violenza, malattia, dolore (qui Schopenhauer docet, almeno nelle descrizioni minuziose degli "orrori" della natura)... E lo sconfinato e immenso universo potrebbe anche provocare un sentimento di annullamento, di vuoto, di totale e irrimediabile mancanza di senso.


[1] Forse sarebbe più corretto dire che il presupposto ontologico di Harari è una forma di naturalismo, a p. 46 infatti leggiamo: "Provate solo a immaginare quanto sarebbe stato difficile creare stati, chiese o sistemi giuridici se avessimo potuto parlare soltanto delle cose che esistono veramente, come i fiumi, gli alberi e i leoni". Pe naturalismo, grosso modo, si intende la concezione filosofica che ritiene esistenti le cose di cui parlano le scienze naturali. Per un approfondimento del concetto di naturalismo rimando a Il migliore dei naturalismi possibili, di Mario De Caro e Alberto Voltolini


Questo post si inserisce in un progetto lanciato in un precedente post.

5 agosto 2022

"Perversioni" nelle relazioni interpersonali (versione aggiornata 7 agosto)

 



Nel primo dei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) Freud propone un concetto di “perversione” basato sull’indagine di tutte le forme di interazione sessuale che si discostano dall’atto che porta alla riproduzione e che avviene dopo la pubertà. In questo senso, anche il semplice bacio è una “perversione”, concetto che quindi di per sé non implica un’accezione patologizzante. “Perversioni” è quindi usato quasi come sinonimo di “varianti”.

In questa stessa accezione freudiana vorrei qui usare il concetto di perversione prendendo però come riferimento di base la classica forma del legame di coppia monogamico tra gli esseri umani.


Si tratta di quella tipica forma di relazione nella quale si è sostanzialmente coetanei, si convive, ci si ama reciprocamente, vi è la fedeltà amorosa, vi è l’esclusività nei rapporti sessuali, vi sono il sostegno reciproco, la confidenza, la complicità e, probabilmente, uno o più interessi/progetti in comune, le amicizie tendono a coincidere e ad essere vissute in condivisione.


Nella coppia tradizionale, quindi, i fenomeni corrispondenti ai tre concetti che nel linguaggio comune usiamo per descrivere e distinguere le relazioni interpersonali – sesso, amicizia, amore – sono compresenti e tendono sostanzialmente a intrecciarsi, al punto che a livello concettuale può essere difficile distinguere se alcune esperienze siano da attribuire a un concetto piuttosto che a un altro. Faccio solo un esempio: l’esperienza dell’impulso (o dell’impegno) all’aiuto reciproco è attribuibile all’amicizia o all’amore? Nel caso della coppia tradizionale siamo abituati ad attribuirla all’amore, ma in sé è un aspetto che può essere presente anche in relazioni puramente amicali.



Non mi occupo qui di tutte le variazioni che derivano dall’orientamento sessuale dei partner (del resto il lettore avrà notato che nella definizione del “modello” di partenza non ho scritto “si appartiene a sessi opposti”), né delle varie combinazioni che possono scaturire tenendo anche conto delle variazioni di genere, ma certamente questi aspetti sono importantissimi, e costituiscono al momento una delle maggiori fonti di proliferazione di modalità alternative a quella tradizionale.


Cerco allora di tracciare una breve mappa delle “perversioni” rispetto al legame di coppia monogamico, con ancora due premesse. Una è quella che non prendo in considerazione la poligamia “istituzionalizzata”, o in culture diverse da quella occidentale, o in epoche storiche differenti da quella attuale. La seconda premessa è che non mi occupo di stabilire se e in che misura le variazioni che descriverò siano state già presenti nel passato della storia umana. Alcune di esse sembrerebbero più marcatamente caratteristiche dell’età contemporanea, ma non è affatto detto (anzi, in alcuni casi è certo) che, in forme magari più “larvate”, non fossero già presenti in epoche precedenti.


A) Un primo aspetto è quello che vede relazioni nelle quali si tende unicamente al rapporto sessuale. Ciò può avvenire in due forme: o si tratta di rapporti puramente occasionali, o si tratta di una relazione che, pur essendo di tipo solo sessuale, assume una certa continuità e frequenza nel tempo.

A1 – Nella prima forma, ciò può avvenire o utilizzando applicazioni dedicate (chat come Tinder o Grindr) per poi incontrarsi a casa di uno dei due soggetti, oppure può avvenire direttamente in locali dedicati (club privati, certo tipo di saune, certo tipo di discoteche, cruising bar eccetera).

A2 – Nel secondo caso, invece, gli incontri di pura sessualità assumono una frequenza regolare ma non fiorisce una comunicazione che precede o segue il rapporto, non si crea amicizia (né tanto meno amore): vi è solo la complicità del ritrovarsi per darsi reciproca soddisfazione sessuale. È una forma che, nel linguaggio volgare contemporaneo, ma a mio avviso impropriamente, viene definita come l’avere un trombamico o uno scopamico.

A3 – Perché dico “impropriamente”? Perché esiste anche una terza forma, che si potrebbe anche considerare come una tipologia a sé stante, che tende a combinare il sesso e l’amicizia (e per questo meriterebbe casomai quelle etichette che abbiamo sopra ricordato, se non suonassero così male) e sembra mettere in dubbio la classica distinzione concettuale tra amicizia e amore, basata sull’idea che nell’amicizia non sia presente la sessualità, mentre nell’amore sì (si parla, in questo contesto – ovviamente –, di amore di coppia, non di un concetto più ampio di amore).

Si tratta di incontri, che avvengono con una certa continuità e frequenza nel tempo, dove vi è quasi sempre al centro l’interazione sessuale reciprocamente soddisfacente, ma accanto alla quale fiorisce uno scambio culturale, una conoscenza personale reciproca, il coinvolgimento in esperienze condivise basate su interessi comuni. Si potrebbe definire come un’amicizia intessuta su rapporti sessuali, nella quale però l’aspetto amoroso non si sviluppa, viene tenuto a freno, o viene intenzionalmente e programmaticamente negato in partenza (perché le persone coinvolte, con  gradi di consapevolezza magari diversi, non desiderano impegnarsi in una relazione di coppia).


B) Un secondo aspetto è quello che tende a risolvere tutto l’aspetto relazionale nell’amicizia. Si tratta in questo caso di persone che scelgono, o si ritrovano di fatto a vivere in questo modo, di rinunciare all’amore in cambio di una moltiplicazione delle amicizie, costruendo nel tempo una fitta rete di relazioni amicali (senza mescolarle con la sessualità o con l’amore) tale per cui la solitudine viene completamente trascesa, si è single ma non si è mai, di fatto, soli.


C) Ci sono poi tutta una serie di mescolanze, se guardiamo alle impostazioni della vita relazionale, tra gli aspetti sopra indicati: persone che vivono un rapporto di coppia tradizionale ma tendono a “divertirsi”, senza rivelarlo al partner, con qualche rapporto occasionale di puro sesso; o che tendono a sovrapporre, sempre di nascosto, al rapporto di coppia tradizionale rapporti di pura sessualità ma con continuità nel tempo e sempre con la stessa persona (anche con sconfinamenti verso l’amicizia o verso l’amore… e qui pensiamo al classico caso della persona sposata che ha l’amante); persone che vivono da sole e hanno sia una fitta rete amicale sia rapporti di pura sessualità occasionale, o di pura sessualità con continuità, o rapporti di sesso+amicizia.


D) C’è infine un importante gruppo di “perversioni”, nel quale le persone scelgono il rapporto di coppia tradizionale, ma se ne discostano solo per certi aspetti, introducendo tutta una serie di varianti.

Facciamo solo qualche esempio (ciascuno dei quali meriterebbe di essere approfondito):

D1 – persone che pur stando in coppia tradizionalmente, mantengono amicizie “separate”, che frequentano separatamente.

D2 – coppie tradizionali che non "consumano" mai sessualmente l'unione, o che, dopo lunghi periodi di sessualità consumata, perdono il desiderio reciproco ma restano pur sempre legate da una forte affettività, solidarietà ecc.

D3 – persone che stanno in coppia ma senza convivere. Qui si apre un ventaglio di possibilità, nel senso che ci possono essere coppie di persone che vivono in case diverse ma molto vicine fra loro, o nella stessa zona, o in quartieri diversi nella stessa città, o in città diverse nello stesso Stato, o addirittura in Stati diversi… ciò naturalmente comporta anche variazioni nelle frequenza delle interazioni (ci si vede più volte alla settimana; solo il fine settimana, una volta al mese, una volta all’anno…)

D4 – persone che scelgono il rapporto di coppia ma con partner decisamente più giovani/più maturi. Ciò implica facilmente relazioni asimmetriche dal punto di vista della gestione del tempo, struttura che può essere fonte di turbolenze. Altro fenomeno legato a questo tipo di relazioni è la tendenza a un progressivo travaso reciproco di esperienze culturali e sociali differenti.

D5 – persone che introducono nel rapporto di coppia, ma alla luce del sole e con accordo reciproco, anche ambiti di “libertà sessuale”, stando però attenti a preservare la fedeltà amorosa.


Naturalmente vi sono poi ulteriori varianti che scaturiscono dalla combinazione delle variazioni sopra elencate.


Non so quanto possa essere utile dal punto di vista “scientifico” questa mappatura (peraltro, come ho chiarito, consapevolmente incompleta), ma credo che se non altro possa servire a renderci tutti più consapevoli che le forme di relazioni interpersonali tra esseri umani sono sicuramente più numerose e varie rispetto a quelle più socialmente visibili e culturalmente accettate, che questa numerosità e varietà tenderà probabilmente ad aumentare e che i modelli culturali e sociali più diffusi dovranno prima o poi tenerne conto e renderne conto dal punto di vista anche storico-scientifico.


Milano, agosto 2022


Ringrazio Federico Ferrari e Maurizio Maravigna per aver letto una versione precedente di questo scritto, dandomi preziosi spunti di riflessione e approfondimento.

3 agosto 2022

Un racconto di Gabriella Sacchetti

 




Ospito nel mio blog un racconto recentissimamente scritto da mia mamma, Gabriella Sacchetti.

Ispirato dal titolo di un libro (in realtà una tetralogia: Le cronache dell'acero e del ciliegio) che Sara (sua nipote/mia figlia) le aveva chiesto di regalarle, il racconto è stato concepito e scritto come rivolto a Sara.




L’acero e il ciliegio




I due alberi erano molto vicini in un giardino un po’ disordinato, con molte erbacce. Le loro radici si toccavano, ed erano molto amici. Anche se nessuno se lo immaginava, loro ascoltavano quello che succedeva intorno, le persone, i loro gesti ed i discorsi. Il ciliegio raccontava  all’acero “ti ricordi quella bellissima ragazza con i capelli castani dai riflessi biondi, che coglieva le mie ciliegie con un leggero sorriso. Era sola, ma non si era accorta che un giovane dal giardino accanto la stava osservando e se ne stava innamorando. Lui aveva una testa ricciuta di folti capelli nerissimi. Sempre più spesso andava sul vialetto del villino accanto con la scusa di salutare sua zia, ma in realtà si metteva lì nel vialetto non  tanto per ammirare il giardino di sua zia così ben tenuto tutto ordinato con alberi esotici dai fiori profumatissimi come il calicantus e l’olea fragrans; guardava e riguardava quella ragazza bella. Io albero capivo i suoi pensieri dal suo atteggiamento. Lui pensava che non era come le altre, perché aveva quel sorriso misterioso pur essendo sola. 

Un giorno decise di rivolgerle la parola, Lei sembrava contenta perché il suo sorriso si allargò molto e diventò ancora più bella, come abbandonandosi del tutto alla simpatia per questo giovane sconosciuto. Lui rimase colpito e forse confrontava questo viso luminoso con quello di tante altre che, per sembrare più affascinanti, gonfiavano le labbra in una specie di broncio. Le sue labbra erano ben disegnate, ma non gonfie, i suoi occhi azzurrissimi partecipavano a questo moto di simpatia verso di lui.

Insomma era la prima volta che io ciliegio vedevo un colpo di fulmine”.



L’acero, che aveva ascoltato il ciliegio con interesse, ora aveva voglia di comunicare qualcosa delle sue impressioni. Così cominciò: “ti ricordi che quando tu avevi già perso le tue rossissime ciliegie, arrivò l’autunno, e poi cominciò l’inverno. Ormai la ragazza bionda ed il giovane dalla nera testa ricciuta erano molto innamorati e spesso venivano a scambiarsi carezze e baci sotto la mia chioma. A loro piacevano molto le mie foglie color rame e notavano che il sotto delle foglie era di colore molto diverso, contrastante, quasi un verde chiaro difficile da definire, perché non era proprio verde; il bello era la brillantezza; la stessa foglia era diversa vista da sopra e vista da sotto. Col vento, muovendosi, questi due colori si mischiavano e l’effetto era straordinario.

I due giovani trascorrevano molti momenti ad osservarmi ed ammirarmi, anche se ho le bacche e non frutti che si possono mangiare.  Passarono anni, e bimbi in carrozzina guardavano intensamente i movimenti delle mie foglie, come incantati, e chissà cosa pensavano, muovendo  vivacemente manine e piedini. Più tardi alcuni bambini quasi litigavano per dare un nome al colore delle mia chioma variata. 

– Sono color rame e verde!

– No, rosso e rosa

– No, arancione e rosso prugna!”



A questo punto il ciliegio interruppe per dire che quasi sicuramente si trattava dei bambini dei due innamorati. E continuò: “nel giardino accanto, a quello coi vialetti, c’era un ragazzetto coi pantaloni corti, che veniva spessissimo frustato dalla madre con una cinghia. So il suo nome, Renzo, perché la madre picchiandolo urlava: ‘Renzo, va a fare quello che devi fare!’. Il povero Renzo per trovare un po’ di pace, andava spesso in chiesa, dove c’era penombra e sussurri, e nessuno che urlava. Gli piacevano soprattutto i funerali di lusso, dove si sedeva fra i parenti eleganti e silenziosi. Questo lo aveva raccontato parlando piano alla vecchia padrona di casa che per lui era come una zia buona. Quando doveva fare i compiti, la madre mandava la sorellina a controllare se Renzo studiava, ma la bambina tornava dicendo: ‘Sta giocando con un chiodo’. Allora altre frustate e urli. Questa specie di zia buona spiegava al ragazzo che sua madre non era cattiva, ma siccome anche lei aveva subito frustate dai suoi genitori, nel paesino del Lazio da cui proveniva, pensava che si devono picchiare i figli per farli crescere bene”.



Il ciliegio ancora raccontò che quando le sue ciliegie erano ancora verdi, una ragazza ne aveva colta una, l’aveva aperta e ci aveva trovato un vermetto dello stesso colore verdognolo della ciliegia acerba. Aveva fatto un urletto, e allora un signore, nuovo abitante della casa con i vialetti, le aveva detto: “è la ciliegia stessa che fa il verme”. Evidentemente non sapeva che in natura nulla si crea e nulla si distrugge.

“Quando le mie ciliegie diventarono rosse, venivano tre ragazze a coglierle. Avevano 17 anni ed erano compagne di liceo. Parlavano molto della scuola, delle interrogazioni, ma soprattutto d’amore. Una era innamorata da due anni di un ragazzo più grande, che non la corrispondeva, e lei raccontava che parlava sempre con lui anche se lui non era lì. Diceva: ‘Sono sempre con lui’. Un’altra la criticava: ‘anche l’amore marcisce, smettila!’. La terza ragazza raccontava che le piaceva molto un ragazzo brutto, conosciuto in montagna. Le altre la prendevano in giro: ma come mai ti piace? E lei: mi piace perché è spiritoso, una volta mi ha detto guardando delle grandi ombre di una valle: ‘Ah, le ombre… un’altra volta mi ha detto: la musica mi dà delle sensazioni di gioia, e mentre diceva così, la sua testa ruotava, e tutto il suo corpo si muoveva ondeggiando’.

Le altre due rimanevano freddine a questa descrizione, però sempre amiche. Continuavano a chiacchierare e a mangiare le mie ciliegie”.



“Così noi alberi ascoltiamo le persone, simpatizziamo e ci commuoviamo. Ma le persone non lo sanno.”

1 agosto 2022

Un progetto di studio: Harari tra scienza e filosofia

 


Questo post ha il valore di una testimonianza su un progetto di studio (o potrei anche più pomposamente dire: un "progetto di ricerca" – sul quale peraltro ignoro se sia già presente in altre menti, se sia già stato perseguito o se sia in atto da parte di altri, e invito pertanto l'eventuale lettore informato a comunicarmelo scrivendo al mio indirizzo di posta elettronica napoleoni1964@gmail.com) che ha un carattere aperto: invito l'eventuale lettore interessato a condividerlo, e quindi a collaborare, a scrivermi e comunico qui che ho anche intenzione di renderne partecipi (volenti o nolenti) i miei studenti delle future quarte – la 4B e la 4D – del liceo scientifico dove insegno (ai quali ho assegnato il primo libro della trilogia di Harari come lettura estiva).

L'idea è quella di leggere (o rileggere) la trilogia di Harari come un'opera che si colloca decisamente sullo sfumato confine tra scienza (in questo caso la scienza storica, con tutti i suoi addentellati scientifici – dalla teoria dell'evoluzione all'antropologia, dalla psicologia all'economia –) e filosofia. Più chiaramente espresso: dall'idea preliminare che mi sono fatto da una prima lettura (peraltro parziale) della trilogia, ritengo che Yuval Noah Harari sia di fatto un filosofo, molto più di quanto lui stesso ammetta, e che come filosofo abbia anche espresso, in questi tre libri, delle idee degne di essere considerate molto seriamente dai cosiddetti "filosofi di professione".

Solo un esempio, tratto dalle prime pagine di Sapiens.

Scrive Harari (nel primo capitolo di Sapiens, intitolato "Un animale di nessuna importanza"):

«Fino a tempi molto recenti, la posizione di Homo nella catena alimentare è rimasta stabilmente su un punto mediano. Per milioni di anni gli umani hanno cacciato piccole creature raccolto quel che potevano, essendo intanto oggetto dell'attenzione di predatori più grandi. Fu solo 400.000 anni fa che alcune specie umane cominciarono a cacciare in pianta stabile selvaggina di grande taglia, e solo 100.000 anni fa – con la nascita di Homo sapiens – l'uomo si insediò in cima alla catena alimentare. Quel salto spettacolare dalla posizione mediana al vertice ebbe enormi conseguenze. Altri animali, come i leoni e gli squali, avevano guadagnato quella posizione molto gradualmente, impiegandoci milioni di anni. [...] Gli umani, invece, raggiunsero la vetta così in fretta che l'ecosistema non ebbe il tempo di equilibrare le cose. Per giunta, neppure gli stessi umani riuscirono ad adattarsi. I principali predatori del pianeta sono in gran parte creature maestose. Il fatto di aver dominato per milioni di anni ha infuso loro un'assoluta sicurezza. Al contrario, il Sapiens somiglia al dittatore di una repubblica delle banane. Essendo noi stati, fino a poco tempo fa, tra le schiappe della savana, siamo pieni di paure e di ansie circa la posizione che occupiamo, il che ci rende doppiamente crudeli e pericolosi. Molte calamità storiche, dalle guerre mortali alle catastrofi ecologiche, sono la conseguenza di questo salto oltremodo veloce.».

Nel paragrafo successivo Harari passa a descrivere l'addomesticamento del fuoco come tappa importante verso il raggiungimento della cima della catena alimentare. Ma il tema viene ripreso, in altri luoghi della trilogia. Il tema filosofico che a me qui sembra emergere è quello del classico problema .sull'origine del male. Perché il male? Perché il male esiste? (problema che presuppone di avere già dato una risposta positiva alla domanda se il male esista oggettivamente o sia solo una percezione soggettiva, una valutazione soggettiva... in ogni caso i due esempi che fa Harari sono molto evidenti al riguardo: le guerre e le catastrofi ecologiche provocate dall'uomo). La questione che mi pongo allora è la seguente.

Harari sta qui consapevolmente formulando una ipotesi teorica attendibile sull'origine del male? È, nel caso, la sua ipotesi teorica un'alternativa reale rispetto a un'altra teoria (sempre scientifico-filosofica, guarda caso!) importante (secondo Civita importante e ancora da considerare perché non ve ne sono in circolazione molte altre a disposizione e altrimenti il problema rimane insoluto... Civita lo scrive nel libro L'inconscio) sull'origine del male, ovvero la teoria di Freud sulla pulsione di morte?

Si tratterebbe di vedere se questa idea di Harari si possa elaborare meglio (o se ci siano altri luoghi nella produzione di Harari dove lui stesso lo abbia già fatto – qui confesso la mia ignoranza, uno dei motivi che mi ha anche spinto a uno studio sistematico della trilogia): in noi ci sarebbero delle paure e delle ansie ataviche legate al fatto che siamo diventati dominatori del mondo vivente in modo "troppo veloce" e tenderemmo a reagire a queste insicurezze di fondo con l'aggressività verso le altre specie, verso l'ambiente e verso i nostri stessi simili.

Oltre a questo esempio, se ne possono trovare molti altri nel corso della lettura, ma al di là di singoli esempi su singole tematiche – e almeno un'altro voglio citare di sfuggita, ovvero che molte delle cose che noi umani riteniamo importanti in realtà non esistano e siano solo il frutto di finzioni condivise – è tutta la trilogia che è intrisa di filosofia, nella misura in cui racconta una storia dell'umanità che è proprio una storia, dotata di un forte senso unitario, con una previsione sul futuro e un monito sul presente.


21 luglio 2022

Un sogno

 Avevo riguardato e riletto tutti i fogli scritti da me, i disegni, gli appunti, gli schemi di progetti, gli spunti narrativi, le storie, gli articoli, le foto scattate, i video, e di tutto questo materiale avevo fatto una accurata selezione, catalogando, ritagliando, incollando… avevo poi buttato tutti i ritagli inutili, tutte le ridondanze, i rami secchi, i vicoli ciechi. E la pila di cose che restavano erano materiale vivo, prezioso, da portare avanti, da sviluppare, da ripensare. E nel fare questo lavoro dicevo infine a me stesso “riconsidera il percorso fatto fino a qui”.

Al risveglio ero sicuro si trattasse di un sogno importante. Credo riguardi il mio rapporto con il passato, sempre problematico perché io tendo a dimenticare e a guardare sempre in avanti, ma soprattutto adesso che sono in un momento particolare di svolta nella mia vita, una specie di rinascita nella quale rischio di rimuovere, insieme alle sofferenze, ai momenti di grande difficoltà, ai dolori profondi, anche le cose belle e importanti che ho vissuto.

C’era dentro anche, penso, un grande bisogno di fare ordine, fare ordine sia buttando via tante cose, ma anche riscoprendo - e qui sta il messaggio che dò a me stesso - tante piccole cose preziose che meritano invece di essere conservate e riconnesse a quello che sono io adesso, riconnesse in modo armonico, valorizzate per il potenziale di sviluppo che nascondono in se stesse.

Quindi è questo quello che voglio fare: non buttare via niente di tutto quello che ha contato, di tutto quello che ho amato, perché se l’ho amato e se l’ho fatto, e ci ho messo le parti migliori di me nel farlo, vuol dire che può servirmi ancora e può essere fonte di ricchezza futura.

Avanzare nel futuro, guardando l’orizzonte a testa alta e con la schiena dritta, ma portandosi dentro tutto il carico delle esperienze importanti, ripensate, comprese, filtrate e diventate il mio tesoro nascosto, tutte le radici e tutti i rami che avanzano con me ad ogni passo, pronti a svilupparsi e a fruttare.

4 luglio 2022

IL SISTEMA E L'ASSURDO. Capitolo 4

 



4.




Fulvia, cui spettava nel secondo viaggio la funzione decisionale, stabilì che prima di partire il gruppo aveva bisogno di una pausa di riflessione, di almeno due giorni terrestri.

In realtà era lei, che ne aveva bisogno; gli altri, però, accolsero bene la decisione e ognuno si dedicò alla sua attività preferita. Shan si mise in meditazione, concentrandosi dapprima sul suo respiro e arrivando ben presto a uno stato di auto-osservazione di quanto accadeva nella sua mente. Klaus si mise a immaginare opere d’arte, che al suo ritorno sulla Terra avrebbe voluto realizzare, ispirate alle visioni del primo viaggio. Gopal iniziò a scrivere un articolo scientifico, che aveva intenzione di trasmettere poi alla comunità terrestre dei matematici, per comunicare la straordinaria scoperta riguardante l’esistenza di forme matematiche perfette in uno degli universi.

Fulvia aveva bisogno di concentrarsi e di pensare, con calma, a quanto avevano visto. La questione sulla quale tendevano a convergere i suoi pensieri era la possibile relazione tra quell’universo platonico, che avrebbero tra non molto abbandonato, e l’universo conosciuto, quello dal quale provenivano, l’universo popolato dai terrestri e dalla tante altre forme di vita intelligente con cui i terrestri erano entrati in contatto.

“Che significato può avere il fatto che gli esseri umani abbiano indagato e studiato oggetti matematici puramente ideali, alla luce del fatto che in un altro universo quegli oggetti, almeno in parte, esistono veramente?” pensava. “Ma più che questo, la domanda ancora più importante è: che significato può avere il fatto che nell’universo conosciuto vi siano cose che somigliano, per approssimazione imperfetta, a quelle forme geometriche che adesso vediamo? E cosa significa che le cose dell’universo conosciuto siano in gran parte conoscibili utilizzando equazioni basate sull’elaborazione di numeri, che, per quanto sempre più distanti ormai dai numeri naturali, ne sono in definitiva uno sviluppo? I due fatti sembrano convergere verso l’idea che tra l’universo conosciuto e questo in cui siamo immersi adesso, maestoso nella sua regolarità senza tempo, strutturato in plotoni ordinati di oggetti perfetti che si estendono in tutte le direzioni dello spazio, vi sia una relazione, una relazione che supera, di fatto, il salto spaziotemporale che abbiamo dovuto fare per arrivare fin qui… questa relazione sembra un dato oggettivo… non sono io, Fulvia, che la stabilisco, non sono io che pensando pongo questa relazione. Questa relazione sembrerebbe un dato, un fatto, un fenomeno.”

Fulvia trasse un lungo sospiro, poi iniziò a sgranocchiare una galletta di mais, gustandone l’aroma leggero che le ricordava i campi di pannocchie nei quali, da bambina, le piaceva nascondersi.


Arrivò, alla fine, il tempo in cui Fulvia aveva deciso di partire per il secondo viaggio.

Tutti erano pronti, in posizione per il salto spaziotemporale. Fulvia osservò a lungo il tasto azzurro e luminoso della partenza, prima di premerlo. Quell’azzurro le ricordava il cielo che, quando bambina era nascosta nel campo di pannocchie, guardava strizzando gli occhi, per non restare abbagliata dalla luce del sole.

La partenza, questa volta, fu molto diversa. Non videro gli oggetti matematici allontanarsi. Tutto restava immobile, tranne il chiarore lattiginoso in cui l’universo in cui si trovavano era immerso, che sembrava scurirsi progressivamente. 

Improvvisamente dalle finestre ovali dell’astronave osservarono un nero profondo, che durò per qualche secondo. Poi videro onde di luce polarizzata, con tutte le sfumature dello spettro cromatico, che si muovevano lentamente. Infine tornò il buio totale, esterno alla HCV1, e l’indicatore sul monitor diceva: SALTO EFFETTUATO. UNIVERSO ESPLORABILE.

– Ragazzi, ci siamo – disse Fulvia.

– Sì, ma cosa esploriamo? Qui sembra non esserci assolutamente nulla! – esclamò Klaus con voce un po’ tremante.

– Se posso permettermi un suggerimento, Fulvia, – disse Gopal – conviene attivare i rilevatori di massa e dirigersi nella direzione delle masse rilevate.

– Ma non saremo capitati in un universo vuoto? – insinuò Shan.


Senza ribattere nulla, Fulvia seguì il suggerimento di Gopal e attivò i rilevatori di massa. Aveva bisogno di agire, agire in fretta, e questa spinta all’azione le derivava dalla consapevolezza di avere il ruolo decisionale.

Il computer di bordo, collegato ai rilevatori esterni, iniziò a trasmettere una serie di dati, che scorrevano sul monitor centrale, di fronte agli occhi di Fulvia. I rilevatori stavano setacciando lo spazio circostante in molteplici direzioni, inizialmente le sei ortogonali all’astronave: sopra, sotto, avanti, indietro, destra, sinistra. Comparivano cifre che indicavano le distanze, sempre maggiori, verso la quali i sensori di massa spingevano il raggio rilevatore delle loro antenne stroboscopiche. Le cifre scorrevano, ma il risultato era sempre lo stesso: nulla di rilevato. Iniziò poi una ricerca, in automatico, in direzioni diagonali rispetto alle sei ortogonali all’astronave. Le molteplici antenne si orientarono a a riccio e le cifre iniziarono a scorrere, mentre quelle delle direzioni ortogonali continuavano fino al limite della profondità di campo rilevabile (che, ovviamente, tendeva a infinito ma non poteva sondare all’infinito).

Finalmente, a un certo punto, mentre la tensione dell’attesa cresceva nei quattro astronauti, il computer segnalò la presenza di qualcosa, verso il basso, in una direttrice diagonale.

Fulvia, fulminea, diede ordine, digitando febbrilmente sulla tastiera, di muovere l’astronave in direzione della massa rilevata. Vi fu un riallineamento, che portò la prua della HCV1 a coincidere con la direttrice nella quale, unica, era stata rilevata della massa. Poi l’astronave partì, a velocità massima.

Dopo parecchio tempo, iniziarono a vedere un puntino luminoso. Ingrandendosi, si cominciò a vedere che si trattava di una sorta di costellazione; cinque stelle posizionate in modo irregolare fra di loro, e un pianetino che gravitava intorno a due di esse.

Quando furono abbastanza vicini al pianeta, che aveva forma sferica come si aspettavano, Fulvia decise di rallentare notevolmente la velocità e diede il comando di lanciare una sonda che ispezionasse l’eventuale l’atmosfera e rilevasse la presenza di forme di vita.

Dopo qualche ora arrivarono i risultati. Pianeta molto simile alla Terra, atmosfera compatibile con la respirazione umana, presenza di svariate forme di vita, accertate per la complessità dei movimenti rilevabili sulla superficie.

La sonda non poteva però capire quanto e se tali forme di vita fossero pericolose.

Klaus aprì subito la discussione, prima ancora che Fulvia avesse lanciato il tema come oggetto di una deliberazione da discutere nel gruppo:

– È chiaro che dobbiamo rischiare qualcosa ed entrare in contatto con questi esseri viventi, siamo qui apposta! La mia esperienza delle forme aliene di intelligenza, certamente relativa al nostro universo, mi dice che se riusciamo ad entrare in comunicazione con loro prima di sbarcare sul loro territorio, sarebbe tutto più sicuro e gestibile.

– Come sapete – Gopal si sentì chiamato in causa – disponiamo di strumenti raffinatissimi: il rilevatore di suoni articolati che è in grado di dirci se sono presenti linguaggi parlati, il traduttore universale che è in grado di decodificare e fornire modelli di comunicazione attiva e relazionale in tempi ragionevolmente brevi (a meno che non dovessimo trovarci di fronte a linguaggi totalmente estranei da quelli presenti nel nostro universo), l’interpretatore delle comunicazioni iconico-scritturali.

Fulvia, dopo una riflessione di qualche minuto, accolse il suggerimento di Klaus e attivò gli strumenti indicati da Gopal. Venne lanciato un messaggio radio-visivo che era interpretabile sia acusticamente sia alfabeticamente sia in simboli iconici. Il contenuto del messaggio era il seguente:

“Saluti! Siamo membri di una specie vivente e intelligente di un altro pianeta. Siamo a bordo di una nave spaziale che si dirige a bassa velocità verso il vostro pianeta e siamo desiderosi di entrare in contatto con Voi a scopo di pura volontà di conoscenza reciproca. Ci date il permesso di sbarcare sul suolo del vostro pianeta e di organizzare un incontro?”

Il messaggio veniva lanciato a intervalli regolari, nella speranza che la specie più evoluta del pianeta fosse in grado di recepirlo e di decodificarlo. Nel frattempo la velocità della nave venne diminuita fino ad arrivare a zero. Erano entrati nell’orbita del pianeta e gravitavano intorno ad esso. La sua massa sferica era perfettamente visibile dalle finestre dell’astronave. Aveva un colore verdastro, con striature violacee.

Dopo parecchio tempo, durante il quale ciascun membro dell’equipaggio si dedicava alla sua occupazione preferita, arrivò un messaggio di risposta, rilevato dal computer di bordo, e si avviò una comunicazione che per semplicità riporto al lettore come se si trattasse di un dialogo tra singoli individui (in realtà da una parte vi erano i cinque membri della HCV1, che ogni volta discutevano su come procedere nel dialogo, e dall’altra parte vi erano gli otto membri di una delegazione speciale chiamata Unità di Crisi Strutturale, che il governo della specie più evoluta del pianeta aveva formato in fretta e furia dopo aver captato il primo messaggio; anche questi otto discutevano tra loro prima di inviare ogni messaggio). Per comodità del lettore, riporto nuovamente il contenuto del primo messaggio, lanciato dalla HCV1.


– Saluti! Siamo membri di una specie vivente e intelligente di un altro pianeta. Siamo a bordo di una nave spaziale che si dirige a bassa velocità verso il vostro pianeta e siamo desiderosi di entrare in contatto con Voi a scopo di pura volontà di conoscenza reciproca. Ci date il permesso di sbarcare sul suolo del vostro pianeta e di organizzare un incontro?

– Questo messaggio è privo di senso, ed evidentemente si tratta di uno scherzo: non esistono altri pianeti oltre al nostro!

– Forse è vero che non esistono altri pianeti oltre al vostro in questo universo. Ma esistono altri universi!

– Anche questo non ha senso: “universo” è un concetto che indica la totalità di ciò che esiste. Non possono esistere molteplici totalità, altrimenti non sarebbero totalità. Quindi il concetto stesso di “molteplici universi” è auto-contraddittorio.

– Da un punto di vista strettamente logico avete ragione, ma la realtà supera le capacità della logica di imbrigliarla concettualmente [su questa frase Fulvia e Gopal avevano molto discusso, ma alla fine Fulvia aveva prevalso e la frase era stata lanciata].

– Noi siamo l’Unica Specie Intelligente che esiste, e siamo superiori ad  ogni altra specie.

– Come spiegate allora la nostra presenza nell’orbita del vostro pianeta? Come spiegate il primo messaggio che avete ricevuto? Come spiegate lo stesso dialogo che stiamo sviluppando?

– Noi sappiamo che un gruppo appartenente alla nostra specie, L’Unica Specie Intelligente, sta cercando di sovvertire l’ordine che il Governo ha stabilito sul pianeta. Evidentemente voi siete parte di un complotto ordito da questo gruppo, che riesce a simulare la presenza di un astronave nella nostra orbita e sta simulando tutti questi messaggi.

– Ma se Voi ci consentite di sbarcare vi renderete conto che siamo molto diversi da Voi, che siamo realmente un’altra specie, e vi spiegheremo con quale esperimento è stata dimostrata scientificamente l’esistenza del Multiverso. Si tratta di un esperimento molto complesso, non riassumibile in poche frasi, ma se siete interessati possiamo fornirvi tutto il materiale necessario a comprenderlo e a riprodurlo nei Vostri laboratori.

– Il vostro sbarco sul Pianeta è fuori discussione. Anche nell’ipotesi, del tutto assurda, che sia vero ciò che voi dite, cioè che esista una totalità che è formata da molteplici sotto-totalità (il che rende il concetto di totalità del tutto inservibile), e che voi siate i rappresentanti di un’altra specie intelligente (anche questa è una contraddizione in termini, dal momento che il concetto di Intelligenza è strettamente connesso al concetto di Unicità), il rischio di un vostro sbarco sarebbe decisamente superiore al beneficio di una semplice scoperta scientifica. Chi ci garantisce che voi non vogliate impadronirvi delle nostre risorse? Chi ci garantisce che voi non abbiate in realtà intenzioni ostili?

– Il fatto stesso che noi abbiamo lanciato il messaggio di richiesta del permesso di sbarco dovrebbe rassicurarvi sul fatto che non abbiamo intenzioni ostili. Se avessimo avuto intenzioni ostili saremmo sbarcati senza chiedere nessun permesso e avremmo iniziato ad attaccarvi sfruttando l’effetto sorpresa.

– In ogni caso l’incontro con voi sarebbe rischioso sotto molti altri punti di vista, primo fra tutti il possibile contagio con malattie verso le quali le nostre difese organiche non sono preparate (ciò è stato osservato nella storia del Pianeta, nell’incontro fra sotto-specie vissute in luoghi diversi).

– Ma noi disponiamo di speciali tute che isolano dalla possibilità di trasmettere o ricevere ogni agente patogeno.

Ogni agente patogeno? Con quale presunzione voi asserite ciò? Come pensate di aver esaurito la conoscenza in materia di agenti patogeni?

– La scienza biologica, anche sulla base delle esperienze fornite delle molteplici forme di vita di altri pianeti con le quali siamo entrati in contatto nel nostro universo, è giunta ormai ad uno stadio che possiamo ragionevolmente definire “scienza totale”. E sulla base delle nostre conoscenze biologiche sappiamo costruire materiali non attraversabili da agenti patogeni, per quanto piccoli essi possano essere, in quanto sono tute il cui tessuto è a trama così fitta che nessun componente molecolare di sotto-retro-micro virus è in grado di trovare un varco.

– Ahahahahahah!

– Perché ridete?

– Perché siate caduti in contraddizione! Asserite di avere una “scienza totale” biologica, ma contemporaneamente ammettete l’esistenza di altri universi, quindi di altre totalità nelle quali le leggi della vita potrebbero essere molto diverse da quelle del vostro universo!

– In effetti avete ragione: una percentuale di rischio riguardo ad agenti patogeni sconosciuti nel nostro universo esiste, ma riteniamo che sia una percentuale molto bassa.

– Ritenete che sia bassa sulla base di cosa?

– Sulla base del fatto che nei molteplici incontri con forme di vita aliene di galassie anche molto distanti nel nostro universo, abbiamo sempre riscontrato che le tute funzionano.

– Insomma, vi fidate delle vostre conoscenze scientifiche sulla base di una varietà di esperienze, confinate però sempre dentro il vostro universo!

– Beh, comunque sicuramente le nostre conoscenze scientifiche hanno avuto più possibilità di essere messe alla prova rispetto alle Vostre, dal momento che ci risulta Voi siate l’unico pianeta esistente in questo universo!


Dopo quest’ultimo messaggio nella HCV1 suonò l’allarme generale. Un raggio disintegratore ad altissimo potenziale, pari ai disintegratori quantistici noti, stava partendo dal pianeta presso il quale si trovavano, e puntava in direzione dell’astronave. 

Fulvia si trovò di fronte a un bivio: o ripartire ad estrema velocità cercando di scansare la traiettoria del raggio o premere immediatamente il bottone di un altro salto spaziotemporale.

Essendo poco pratica di pilotaggi di emergenza, e avendo anche capito che non c’era modo di convincere quella specie superba ad accettare un incontro, si decise, in una frazione di secondo, per la seconda opzione.

23 giugno 2022

IL SISTEMA E L'ASSURDO. Capitolo 3

 




3.


Shan, Fulvia, Gopal e Klaus si trovavano a bordo dell’astronave spaziotemporale HCV1, dopo aver seguito un corso accelerato di navigazione ultraliminale. Ciascuno di loro era comodamente semi-sdraiato in una poltroncina imbottita. L’ambiente interno dell’astronave era tutto color arancione, mentre i comandi e gli strumenti di rilevazione interna ed esterna erano azzurri e luminosi. Il primo viaggio stava per cominciare. 

Una certa inquietudine serpeggiava fra loro. Dopotutto non avevano la minima idea di dove sarebbero capitati. Sapevano, però, che se le condizioni esterne fossero state incompatibili con la loro fuoriuscita dall’astronave (pur utilizzando le straordinarie tute spaziali di ultima generazione), gli strumenti di bordo li avrebbero avvisati per tempo, e avrebbero potuto limitarsi ad osservare il mondo esterno attraverso le ampie finestre ovali poste sopra, sotto e ai lati della HCV1. Restava sempre, però, la possibilità che il mondo fosse compatibile con la fuoriuscita, ma contenesse minacce imprevedibili, non rilevabili dagli strumenti di bordo.

Era stato stabilito che la funzione decisionale del gruppo fosse assegnata a rotazione ogni nuovo “salto”-viaggio, e l’ordine della rotazione, deciso dall’Agenzia Spaziale era Gopal-Fulvia-Klaus-Shan. Toccava quindi a Gopal, per primo, decidere quando toccare il comando per iniziare il primo salto spaziotemporale.

Gopal si rese improvvisamente conto di essere, in quel momento, oltre che intellettualmente molto eccitato – ma questa era una sensazione che provava da molti giorni, più o meno da quando aveva appreso di essere stato scelto per quella missione esplorativa – anche fisicamente eccitato: percepì chiaramente un’accelerazione del battito cardiaco, sentì una sottile fitta alla gola, accompagnata da una contrazione involontaria del muscolo perineale.

Cercò di rilassarsi respirando profondamente. Alla sua eccitazione generale si mescolava un’ansia crescente, che divenne paura quando iniziò a muovere il braccio verso il comando della partenza. L’eccitazione svanì e si trasformò in un bisogno impellente di urinare. Sapeva che le tute da astronave consentivano di urinare ed evacuare liberamente, aspirando e neutralizzando automaticamente ogni secrezione corporea. Lasciò che la sua vescica si svuotasse, inspirò profondamente e toccò il comando.


Il decollo fu immediato. In pochi secondi videro la Terra allontanarsi e diventare un cerchio grigio-blu. Poi videro il sistema solare allontanarsi e la galassia rimpicciolire. Poi percepirono che la velocità stava aumentando enormemente perché videro le stelle trasformarsi in strisce luminose e iniziarono a sentire un rumore di fondo che si fece sempre più acuto. Poi ci fu l’impatto con il limite spaziotemporale. Capirono che non stavano più andando in una direzione, ma stavano attraversando il limite fra uno spaziotempo e un altro spaziotempo perché improvvisamente le finestre furono invase da una luce quasi accecante ed ebbero la sensazione di essersi improvvisamente fermati. La luce si trasformò in un chiarore lattiginoso, e capirono di essere andati “oltre”.

La cosa strana, però, fu che al di là non c’era un altro spaziotempo, come si aspettavano, ma uno spazio senza tempo. Non se ne resero conto subito, però, perché l’HCV1 era dotata di una sorta di “bolla” spaziotemporale, per cui gli orologi interni continuavano imperterriti ad avanzare. Il tempo, infatti, all’interno dell’astronave continuava a scorrere. Il tempo, dentro l’astronave, esisteva.

Dalle finestre si vedeva un chiarore molto leggero, ma si resero subito conto che non si trattava di un universo simile al nostro. Non c’era il buio tipico dello spazio cosmico a cui tutti siamo (o meglio, eravamo) abituati. C’era questo chiarore diffuso e la sensazione di uno spazio immenso, ma gli oggetti visibili non erano luminosi, erano di un colore grigio scuro, quasi nero. In sostanza le cose stavano in modo quasi opposto a quello in cui stanno nel nostro universo: lo spazio, invece che essere buio, era luminoso, ma di una luce tenue, e gli oggetti, invece che essere luminosi, erano opachi. 

Ma le stranezze non erano affatto finite: scoprirono ben presto che in quell’universo non ci si poteva muovere. L’astronave era bloccata nel punto in cui era giunta dopo il “salto”. Gopal provò più volte a dare energia ai motori, ma non c’era verso di spostarsi, neanche di un millimetro. Gli strumenti dicevano che era ASSOLUTAMENTE IMPOSSIBILE USCIRE dall’astronave. La ragione, che avrebbero compreso in seguito, era appunto che in quell’universo il tempo era inesistente. Fortunatamente potevano osservare dalle finestre, e… la vista era spettacolare.

Dalla finestra sulla prua dell’astronave potevano osservare una lunghissima (in realtà infinita) serie di oggetti cubici. La cosa ulteriormente strana, che li disorientò non poco, era che erano posti in perfetto allineamento e che invece che rimpicciolire per il consueto effetto prospettico, via via che si osservavano quelli più distanti, ingrandivano

Fu Gopal a rompere il silenzio:

– L’unica spiegazione possibile di questa stranissima cosa è che si tratti di una successione di cubi realmente più grandi uno rispetto all’altro, e la cui variazione di grandezza è tale da “superare” l’effetto prospettico.

La sensazione era quella di una prospettiva rovesciata, ma fu Klaus a dire:

– Ma allora proviamo a guardare dietro!

In effetti l’ipotesi di Gopal venne confermata, perché dalla finestra sul retro si poteva osservare una serie decrescente di cubi allineati, visione più rassicurante perché non contrastava con l’effetto prospettico.

Shan si avvicinò maggiormente alla finestra di prua e provò a guardare, da quella finestra, verso l’alto e verso il basso: 

– Ehi! Venite a vedere, è incredibile!

Guardando verso l’alto si vedeva una successione crescente di ottaedri, più in alto ancora di dodecaedri e ancora più su di icosaedri.

Gopal andò a prendere un telescopio elettronico e lo puntò verso l’alto (ma sempre dalla finestra anteriore):

– Si vede una successione di sfere!

– E più in alto ancora? – chiese con ansia Shan.

– Vedo altre successioni di solidi complessi, solidi stellati… poi … non riesco più a distinguere ma si direbbe ci sia dell’altro…

– No, non è possibile…! – escalmò Fulvia che stava guardando dalla finestra anteriore verso il basso.

Dopo la (a questo punto prevedibile) successione crescente di tetraedri, seguivano, più in basso, successioni di figure geometriche bidimensionali. Inizialmente vi erano cerchi pieni, dischi allineati in ordine di grandezza, poi altre figure simili a dischi, ma il cui contorno era formato da piccolissimi lati. Guardando ancora più in basso, con il telescopio elettronico, Gopal disse:

– Ci sono via via poligoni più semplici, con meno lati, ma più in basso dell’ottagono non riesco più a vedere…

Fu Fulvia a trarre le prime conclusioni:

– Colleghi, credo proprio si possa dire che questo è un universo che racchiude tutte le forme geometriche nella loro purezza, ordinate per grandezza e per complessità…

Shan era affascinata da quelle visioni. Si spostò lentamente indietro, verso il centro dell’astronave, e guardò attraverso la finestra ovale del pavimento, verso il basso; poi rivolse lo sguardo verso l’alto… Nel frattempo gli altri tre stavano ancora contemplando la scena visibile dalla finestra anteriore.

Shan vide qualcosa di molto strano, ma era talmente scossa da quella visione che non riusciva ad aprire bocca per chiamare gli altri. Si trattava di una sorta di struttura a strati, che proseguiva in “verticale” sia verso l’altro sia verso il basso rispetto all’astronave. Ogni “strato” era composto da gruppi di oggetti che si somigliavano per gruppi; ogni oggetto sembrava avere forma irregolare ed era di un colore diverso dal grigio scuro dei solidi osservabili dalla finestra della prua: erano di un bruno rossastro. Lo strato osservabile per primo, dalla finestra del pavimento, era tutto formato da gruppi simili fra loro, ma ciascuno formato da oggetti con forme diverse, uniformi nel singolo gruppo… Shan era incredibilmente attratta da quelle strane cose, e non riusciva a capire cosa ci fosse di così attraente. Poi iniziò a capire… Cominciò a contare e si rese conto che lo strato osservabile per primo era tutto composto da gruppi di undici oggetti: undici oggetti con forma simile a quella dei ricci di mare, undici oggetti simili a piccoli attaccapanni, undici cose simili a molle, undici cose simili a birilli… e questi gruppi di undici oggetti erano tutti allineati su uno “strato” che si estendeva (potè constatarlo guardando dalla finestra di poppa e dalle finestre laterali) a perdita d’occhio. Sotto a questo strato, c’era uno strato con gruppi di dieci oggetti, ciascuno sempre diverso, cioè composto da oggetti simili fra loro, ma diversi da un gruppo all’altro. Più sotto gruppi di nove, più sotto gruppi di otto… Dalla finestra superiore si vedeva un strato composto da gruppi di dodici, più sopra da gruppi di tredici… Shan era talmente elettrizzata e presa dalla curiosità di contare gli elementi dei gruppi per verificare se la sua ipotesi, che si stava formando nella sua mente, fosse vera, che non rese conto che gli altri tre stavano ancora osservando e ragionando su quanto era visibile dalla finestra di prua.

Dopo alcuni minuti, che a Shan parvero interminabili, si avvicinò ai suoi tre compagni di viaggio, ancora presso la finestra di prua, e disse con voce rotta dall’emozione:

– Colleghi, è incredibile… più indietro nello spazio… ci sono… 

Non riusciva a pronunciare quella parola.

– Cosa? Cosa? Parla!! – la incalzò Klaus.

– Ci sono i numeri! – riuscì infine a dire Shan.

– Ma non è possibile! – sbottò subito Gopal – gli ontologi ormai concordano sulla tesi che i numeri non esistono!

– Forse non esistono nel nostro universo, Gopal, ma ti ricordo che qui siamo in un altro universo! – intervenne Klaus con voce penetrante.

In breve tempo si recarono tutti verso il centro dell’astronave, e iniziarono osservazioni sistematiche.

– È pazzesco! – disse dopo un po’ Fulvia – tutto ciò sembra confermare l’ipotesi, formulata tanti secoli fa, che i numeri sono insiemi di insiemi.

Gopal era molto scettico, anche se subiva il fascino estremo che quegli strati, ordinati per gruppi equinumerosi in ordine crescente verso l’alto, emanavano: era una sorta di piacere estetico che proveniva, come ad ondate, da quella struttura  vastissima, di proporzioni infinite, perfettamente immobile:

– Ammettiamo anche che sia vero, e si rivolgeva a Fulvia e a Shan contemporaneamente (Klaus, estasiato, stava continuando a guardare fuori…), ma in ogni caso questi non sono I numeri, sono soltanto i numeri naturali…

E ti pare poco?? – intervenne Klaus – Questo primo universo in cui siamo capitati è tutto l’opposto del nostro, qui l’ordine si mostra da sé, o addirittura, si potrebbe dire, questo universo è ordine in sé.

– Mentre nel nostro – convenne Gopal – l’ordine è qualcosa di molto raro, e va cercato con grande fatica, dispendio di energie intellettuali e risorse materiali ingenti…

– Le ossa di Platone – commentò infine Fulvia – se esistono ancora da qualche parte, staranno cozzando l’una contro l’altra per esprimere una grande risata di soddisfazione!


Dopo un mese terrestre di osservazioni minuziose al telescopio elettronico, i quattro si rimisero alle postazioni di decollo, pronti ad affrontare il secondo viaggio.

21 giugno 2022

IL SISTEMA E L'ASSURDO. Capitolo 2

 



2.


La prima volta in cui i quattro si conobbero fu in occasione della riunione preliminare alle sedute del corso di tecnica delle astronavi spaziotemporali. A questa riunione erano presenti un delegato dell’Agenzia Spaziale e la ministra della Ricerca sul Multiverso Horichi, che rappresentava in quella sede la presidenza del Governo Terrestre.

La riunione si tenne in una sala privata del palazzo del Congresso, sede del Potere Legislativo Terrestre, a Gerusalemme. Era il 27 maggio 3793.

Vennero informati che lo scopo primario del viaggio, la cui durata non era prestabilita, era quello di capire se il Multiverso avesse un senso complessivo oppure no.

– È strano – osservò Shan – che il Governo si occupi di una questione simile: è un po’ come se il Governo volesse appurare se Dio esista o no… Non è una questione da lasciare alla fede individuale? Ancora si discute se il nostro universo abbia un senso o no… Come possiamo sperare di capire se ce l’abbia o no il Multiverso?

– Inoltre – obiettò Fulvia – non è affatto chiaro in cosa consista propriamente la domanda sull’esistenza o meno del senso, se riferita al Multiverso. Cosa intendiamo esattamente con “senso”? Intendiamo ordine? Struttura? Forma? Scopo? Valore intrinseco?

La ministra Horichi, che aveva un’aria molto pragmatica, disse:

– Girerei l’ultima domanda al professor Gopal A., mentre riguardo alla perplessità avanzata da lei – proseguì rivolgendosi a Shan – posso dire che il Governo non ritiene affatto che si tratti di una questione privata. Come sapete, infatti, gli areligiosi, e in particolare i negatori del senso, attualmente sono il 25% della popolazione terrestre ma sono in tendenziale crescita, e soprattutto stanno assumendo atteggiamenti lesivi verso l’equilibrio mondiale, in quanto si ritengono superiori agli agnostici, tendono a ridicolizzare i religiosi e vorrebbero influenzare decisamente il Governo, pur essendo in realtà una minoranza: la questione, da quando si è appurata l’esistenza del Multiverso, con tutto lo sconquasso culturale che ha già provocato, va assolutamente affrontata e risolta, possibilmente in tempi brevi. Se l’esito delle vostre esplorazioni dovesse dare rinforzo ai religiosi ciò sarebbe più facilmente causa di maggiore equilibrio nella comunità terrestre, ma anche in caso contrario, seppure in modo più complesso, dovremmo arrivare a una maggiore stabilità, perché la percentuale dei religiosi tenderebbe a scendere sempre più.

Gopal, chiamato in causa, si rivolse verso Fulvia:

– Il senso in cui intendiamo “senso” in questo contesto specifico, credo, è semplicemente capire se il Multiverso sia un’accozzaglia assurda di “regioni” spaziotemporali non solo isolate reciprocamente ma anche completamente slegate come contenuto una rispetto all’altra… in altri termini una totale bizzarria della natura, una “follia”, un’immane caos di mondi completamente eterogenei, oppure se vi siano delle costanti, delle somiglianze, perlomeno delle analogie, fra un universo e un altro… e una volta appurato questo, capire se vi siano in qualche modo delle relazioni fra gli innumerevoli universi.

– Mi permetto ancora di osservare che se gli universi sono innumerevoli, in altri termini infiniti, per sapere veramente se esiste una struttura del Multiverso dovremmo visitarli tutti, quindi ci vorrebbe un tempo infinito. – disse Fulvia.

– In realtà quello che l’esperimento del gennaio 3721 ha dimostrato – disse Gopal – è che gli universi sono innumerevoli: cioè che non siamo in grado, per ora, di contarli né di stabilire quanti sono: non ha dimostrato che sono infiniti. In realtà la questione se il Multiverso sia infinito o finito è ancora aperta.

– Non porrei troppe questioni preliminari, – intervenne Klaus – piuttosto vorrei sapere se siamo in grado di programmare un percorso di esplorazione o no. Possiamo ipotizzare un itinerario di viaggio?

A questo punto intervenne il delegato dell’Agenzia Spaziale:

– No, signori, nessun itinerario di viaggio è programmabile, per una questione strettamente tecnica. L’astronave per i viaggi ultraliminali “salta” da un universo all’altro senza possibilità di prevedere verso quale. L’unica cosa possibile da programmare e decidere è il ritorno verso l’universo conosciuto, verso il nostro universo.

La riunione preliminare venne chiusa poco dopo. Gli accordi presi alla fine riguardavano un primo limite temporale di durata del viaggio – tre anni terrestri – al termine del quale il gruppo dei quattro astronauti avrebbe dovuto scrivere una relazione con i risultati di quanto emerso fino a quel punto.