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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1999 (ed.orig. 1973)

"La vera democrazia è filosofia al potere". Parla Franca D'Agostini





Invito alla lettura di questa intervista a Franca D'Agostini.
Ne riporto qui di seguito le parole conclusive:

La promessa della filosofia, cioè l’idea che gli esseri umani possano davvero imparare l’arte della verità, è sempre attiva. Ancora oggi esistono molte risorse. Quel che bisognerebbe riuscire ad accettare, una volta per tutte, è che la democrazia, per funzionare, deve essere filosofia al potere. E poiché il potere in democrazia è (idealmente) di tutti, noi tutti, cittadini e governanti, dobbiamo affrettarci a diventare filosofi. Non studiosi di filosofia, ovviamente, ma semplicemente persone che sanno usare le mezze verità senza fare danno a se stessi e agli altri.

Non è detto che ci riusciamo. Non è detto che la democrazia sia il miglior governo possibile. Non è detto che nel tentativo di imparare a essere filosofi non si finisca per inciampare in (vere o presunte) verità ancora più distruttive di quelle di cui già disponiamo. Ma se c’è un senso plausibile della politica è solo legato a questa ipotesi. Bisognerebbe che la scuola, l’università, la politica, la giustizia si facessero carico seriamente di queste esigenze.

La filosofizzazione dell’umanità è incominciata. Lasciare il lavoro a metà significa lasciare il mondo al nichilismo, non come necessaria fase della libertà della ragione, ma come mezza verità diventata assoluta e trionfante menzogna.

Credo che l'idea di fondo, che D'Agostini ha sviluppato poi nel recentissimo libro La verità al potere. Sei diritti atletici, scritto con Maurizio Ferrera (Einaudi 2019), possa dare indicazioni preziose al movimento delle Sardine su come precisare e arricchire la loro linea di azione, in vista del futuro dialogo con la politica che hanno preannunciato.


Le Sardine e la voglia di fare vera politica






Milano, 8 dicembre 2019

Penso che le Sardine abbiano il grande merito di avere riacceso in molte persone (il 42% degli elettori, secondo il sondaggio realizzato da Demos & Pi e pubblicato oggi su Repubblica, sono "simpatizzanti", cioè hanno partecipato o sono comunque d'accordo con le loro battaglie) la voglia di partecipare attivamente a un processo di trasformazione e miglioramento della vita pubblica. In altri termini, la voglia di fare veramente politica, la voglia di essere cittadini attivi, che partecipano al processo democratico di costruzione di una società più giusta, più equa, attenta ai reali bisogni di chi la compone.
     Dico questo basandomi innanzitutto sulla mia esperienza personale, ma anche confrontandomi con le interpretazioni del fenomeno che leggo sulle fonti di informazione. Scrive oggi Ilvo Diamanti (su Repubblica) che le Sardine hanno invaso "il centro dell'opinione pubblica. Segno di una domanda politica ancora inespressa, perché non trova sbocchi. Perché l'offerta politica è inadeguata. Soprattutto a (centro)Sinistra. (...) le Sardine rivelano una domanda e un "vuoto" di rappresentanza di proporzioni ampie. Soprattutto fra i giovani e i giovani-adulti."
      La mia esperienza personale è molto semplice. Ho letto delle loro manifestazioni, le ho seguite in televisione, ho visto Mattia Santori intervistato in varie trasmissioni, e subito ho provato la sensazione di una forza, di un'energia nuova, di un'onda nella quale sento la voglia di inserirmi, con le mie idee, con le mie esigenze. Voglia di dare il mio contributo per incidere su un possibile processo di trasformazione positiva delle cose. Da qui l'impulso a entrare in comunicazione con loro e dichiarare il mio entusiasmo, suggerire qualcosa. Così ho scritto una mail all'indirizzo che compare nella loro pagina Facebook, che riporto qui di seguito:

Carissimi
Giulia, Andrea, Roberto e Mattia

ho appreso dell’esistenza delle sardine leggendo Rapubblica e seguendo i telegiornali; adesso vi seguo su FB, ho letto il vostro manifesto, vi ho visto da Fazio, stasera ho visto Mattia da Floris…
Sono entusiasta di quello che fate e della speranza che state dando al paese.

Vorrei contribuire al movimento per come posso io, professore di filosofia e storia in un liceo milanese.

Per ora la prima cosa che mi viene in mente è un consiglio di lettura, anche se so che ve sono arrivati già tanti e non vorrei subissarvi.
Siccome una delle vostre battaglie principali è sul linguaggio della politica, vorrei consigliarvi un libro davvero basilare:

Franca D’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, Torino 2010

E’ un testo che spiega le basi della teoria dell’argomentazione, e insegna a capire, per esempio, come smascherare le fallacie logiche e argomentative dei politici. Mette al centro il tema della verità per il suo nesso con la democrazia. Insegna come il dibattito pubblico potrebbe farsi guidare dalla conoscenza e dalla razionalità, mentre rischia invece di essere completamente inquinato dalla prevaricazione e dalla menzogna.

Vi abbraccio, con profonda stima e commozione
Giulio Napoleoni

https://giulionapoleoni.blogspot.com

Dopo qualche giorno mi hanno risposto:

Grazie mille Giulio,
il tuo sostegno ci rafforza!
Cercheremo di trovare il tempo per leggere il libro che ci hai consigliato;

in questo momento il tempo è proprio la risorsa che ci manca di più, ma speriamo di riuscire a prenderci una pausa dopo questa prima ondata di manifestazioni. 

Adesso penso che questa grande energia possa veramente servire a rinnovare e incidere sulla politica "rappresentata" se ciascuno prova a contribuire con le sue idee, con le sue proposte. Penso alle Sardine come un grande catalizzatore nel quale far confluire domande, bisogni finora inespressi, suggerimenti, idee anche più strutturate, per poi trasmettere tutto ciò ai partiti o ai singoli politici che vorranno ascoltarle. Penso alle Sardine come un grande movimento che possa influenzare, orientare, fare pressione, illuminare, guidare, nutrire di idee nuove il Parlamento e il Governo. 
     Riferendomi al mio campo di azione – l'insegnamento –, per esempio, penso che sia venuto il momento di ripensare da cima a fondo il sistema scolastico. Ripensare i programmi, innanzitutto. Chiedersi: quali sono le cose veramente importanti che i giovani devono conoscere per affrontare la vita attuale, per affrontare la situazione contemporanea? Faccio solo alcuni esempi, qui di seguito, in modo disordinato e frettoloso, ma solo per dare un'idea di quello che ho in mente. Ci sono alcune materie cruciali che non esistono o sono marginali nel sistema scolastico di base (ecologia, geopolitica, economia politica, logica, teoria delle decisioni, psicologia, diritto...), altre che andrebbero potenziate (filosofia, teoria dell'evoluzione, cosmologia...). Ma anche ripensare i curricoli orari delle discipline già attualmente insegnate (solo un esempio, che mi riguarda da vicino: che al liceo scientifico la storia al quinto anno si debba insegnare con sole due ore alla settimana è una follia...).
     Per concludere: sogno un movimento che sfrutti la rete come strumento per raccogliere le istanze e le idee di chi come me sente rinascere la voglia di fare vera politica, un laboratorio politico permanente, aperto, che costringa i politici di professione ad ascoltare e cercare di tradurre queste istanze e queste idee in azioni concrete, in riforme coraggiose. Certamente per fare tutto ciò occorre una struttura, un'organizzazione complessa, un grande lavoro. Ma se ciascuno di quelli che ha voglia di fare qualcosa dedica un po' del suo tempo al movimento, forse si può riuscire a organizzare questa grande azione collettiva.
     Io, lo dichiaro qui, mi rendo disponibile a lavorare in questo senso. Non solo elaborando meglio le idee nel campo che è di mia competenza (naturalmente insieme ad altri), ma anche offrendo un po' del mio tempo alla costruzione della struttura, all'organizzazione del laboratorio politico.
     




W le SARDINE ! ! !










Chi sono le Sardine?

Innanzitutto, per chi vuole saperne di più, conviene visitare la loro pagina Facebook.

Qui, fra molte altre cose, si trova un testo che alcuni quotidiani hanno voluto indicare come 
il loro "manifesto". Lo riporto, per comodità, qui di seguito, in versione integrale:

Benvenuti in mare aperto

6000 SARDINE·DOMENICA 24 NOVEMBRE 2019

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.
Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla.
Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare.
Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara.
Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.
Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.
Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. E’ stata energia pura. Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi.
Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto.
Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.
Non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo. Perché grazie ai nostri padri e madri, nonni e nonne, avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare.
Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo.
Vi siete spinti troppo lontani dalle vostre acque torbide e dal vostro porto sicuro. Noi siamo le sardine, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto.
“E’ chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare”.

Aggiungo subito un'informazione. La citazione che chiude il testo è un frammento di una canzone di Lucio Dalla che si intitola Come è profondo il mare.
      Ma quali considerazioni si possono fare, leggendo questo testo, per rispondere alla domanda 

Cosa vogliono le Sardine?

Leggendo il loro testo si capisce che:
1. Vogliono contrapporsi al fenomeno del populismo.
2. Vogliono che i politici dicano la verità.
3. Vogliono contrapporsi a chi diffonde odio.
4. Vogliono che i politici non semplifichino e sviliscano problemi che richiedono, per essere risolti, grande serietà e impegno (così traduco la frase "Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara")
5. Vogliono aiutare chi ha bisogno di aiuto, senza diventare né santi né martiri ("Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo")
6. Vogliono promuovere una modalità non violenta nella gestione dei conflitti.
7. Vogliono una società dove sia sempre possibile coltivare il piacere, la bellezza, la creatività.
8. Credono nella buona politica, quella che lavora nell'interesse di tutti, e ritengono che vada incoraggiata perché si trova attualmente in difficoltà ("Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.").
9. Ritengono che un modo per contrapporsi alla cattiva politica sia lo smettere di ascoltarla. ("avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare")
10. Vogliono suscitare nelle persone il pensiero. 

Ascoltando Mattia in alcune interviste recenti ho anche capito che:
11. Puntano a cambiare il linguaggio della politica
12. Sono antirazzisti, antifascisti.
13. Vogliono lavorare per una piena integrazione di tutti con tutti.




Articoli/video interessanti sulle Sardine:
Riporto qui l'elenco (in aggiornamento costante) degli articoli che via via riporterò di seguito (o per intero o tramite link):
24 novembre 2019: Così è cambiata la vita di Mattia. "Ora una rete nazionale del movimento", di Luciano Nigro
2 dicembre: Abbasso le sardine. Ma soprattutto viva le sardine, di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena
3 dicembre: Troppe sardine piacciono a troppi?, di Paolo Flores D'Arcais
5 dicembre: Chi è Mattia Santori e chi c'è dietro la 6000 sardine, di Felice Florio
6 dicembre: Attento Mattia Le sardine hanno uno stile, di Francesco Merlo
6 dicembre: Le sardine, la legge del branco e la fine del tonno, di Andrea Le Moli
7 dicembre: Il salto della sardina, di Roberto Saviano
7 dicembre: Il momento della verità per le sardine, di Corrado Augias
10 dicembre: la Repubblica Torino: Le sardine debuttano stasera sotto la Mole con una versione muta di "Bella Ciao"
10 dicembre: Finalmente si torna in piazza: viva le Sardine! intervista a Erri De Luca di Giacomo Russo Spena
10 dicembre: Mattia Santori: "No Casapound in piazza San Giovanni..."
10 dicembre: Dacia Maraini: Perché sto con le sardine
11 dicembre: Santori a Rainews24: " Non c'è più spazio per la neutralità"
11 dicembre: Sardine, il ritorno della partecipazione attiva
12 dicembre: Erri De Luca: "Le sardine sono movimento costituzionalista"

12 dicembre: Lettera aperta alle Sardine, di Paolo Flores D'Arcais

Così è cambiata la vita di Mattia "Ora una rete nazionale del movimento"
È uno dei quattro ideatori delle sardine di Bologna
di Luciano Nigro
Repubblica, 24 novembre 2019

 BOLOGNA — «Avrei bisogno di staccare un giorno e andare a pranzo dai genitori della mia fidanzata, ma proprio non ci riesco» sorride Mattia Santori, il ragazzo di 32 anni, sconosciuto fino a dieci giorni fa, diventato in un lampo la bandiera delle sardine d’Italia e di un pezzo di mondo. Quel giovedì sera in una piazza Maggiore strapiena il grido "Grazie Bologna" che ha guastato la festa di Salvini al Paladozza lo ha catapultato sulle prime pagine dei giornali, nei salotti televisivi, sotto i riflettori della politica. Un bel salto per il "cinno" (così i bambini si chiamano sé stessi sotto le Due Torri) cresciuto in parrocchia, all’ombra dello stadio Dall’Ara, che a 15 anni portava le pizze nelle case per guadagnarsi qualche soldo e che in piazza pensava «soltanto di dare una mano» per fermare i sovranisti in Emilia.
Un successo che farebbe montare la testa a tanti, e venire le vertigini a chiunque. E a lui? Forse, un pizzico di vanità. «Se fa piacere? Be’ dopo aver ascoltato per una vita Santanché e Sallusti in televisione, poter dire a tanta gente quello che pensi non è male. E lo stesso portare a L’Aria che tira una ragazza di quinta superiore e un ventenne appassionato di politica», confessa con quell’accento da bravo ragazzo che ti fa venire in mente i tortellini. Poi cambia tono: «Io però sono solo una delle sardine. E se faccio tutto questo, che a volte ha un sapore un po’ triste e banale, è perché serve qualcuno che racconti il nostro messaggio, un volto che in qualche modo garantisca il marchio». Già, perché ormai Santori non è più soltanto uno dei quattro amici al bar che hanno complicato l’avanzata leghista nella regione rossa, portando in piazza un popolo che né il Pd, né i Cinque Stelle sanno più mobilitare. Per mezza Italia è diventato lui l’anti- Salvini. E proprio per questo è la sardina più ricercata dal capo della Lega con tutti i suoi gattini e i suoi pinguini che non vedono l’ora di farne un boccone.
Quella di Mattia, però, non è la favola di un cenerentolo divenuto principe in un istante. È una storia che si confonde con il percorso di una generazione. L’avventura dei trentenni flessibili della società liquida, che non potendo contare su una carriera certa devono inventarsi mille lavoretti anche nella terra dove tutto, dall’oratorio all’università, dallo sport alle grandi imprese, prova a parlare ancora di coesione sociale e di gioco di squadra. Lui dopo le pizze che gli permettevano di pagarsi la cena e la coca, è stato babysitter, volontario nei centri estivi per studenti, casellante. Ha raccolto la frutta nei mesi caldi. Fa l’allenatore di basket e atletica per bambini. E ha un contratto, 24 ore a settimana, nella società del professore ed ex ministro Alberto Clô che si occupa di energia e di mercati. Una fatica? «Sono pragmatico e mi piace lavorare, così come mi piace la vita — questo si dice la mattina davanti allo specchio — La prima cosa che ho imparato dai miei genitori è che questo vale più dei soldi. E la seconda è che in famiglia quello che ha uno devono averlo tutti».
Della generazione Erasmus, invece, ha preso la voglia di viaggiare e di essere indipendente. Un mondo di libertà scoperto alla scuola alberghiera («Per me una scuola di vita») a 17 anni da stagista in Sardegna. È allora che decide di vivere solo. Da studente di scienze politiche e poi economia, va in Francia, in Grecia, in Sudamerica. Che tormento tornare a casa, con i genitori e le due sorelle, amatissimi tutti quanti, ma amati ancora di più quando non si vive sotto lo stesso tetto. Dura due mesi e poi di nuovo fuori, da indipendente, con la sua ragazza.
Vita complicata, ma ricca: economista al mattino, in palestra con i bambini e i ragazzi disabili il pomeriggio, allenatore della squadra femminile di frisbee che ha vinto la Champions, ogni estate organizza un evento assai seguito, un torneo di basket per ragazzi in carrozzina, per ricordare un caro amico disabile, amatissimo in città. E la politica? Cos’era la politica prima delle sardine? «Mi interessa capire e approfondire, per combattere l’ingiustizia. Non sopporto la violenza e la falsità del messaggio dei populisti». Di sinistra, come quelli che cantano Bella Ciao? Ha ragione chi dice che dietro il movimento ci sono il Pd e Prodi? «In realtà non tutti la cantano e sento sensibilità diverse, ci sono moderati, persone tranquille convinte, come me, che è ora di fare qualcosa. E Prodi, che qui tutti conoscono, io non l’ho mai incontrato ». Le sardine, si sa, le hanno pensate in quattro, ma il marchio – racconta – lo ha disegnato un quinto. Lo slogan "Bologna non abbocca" lo ha proposto una ragazza fuori dal team. Idem il manifesto. «Oggi siamo in venti, ma non riusciamo a seguire tutto. Ogni giorno riceviamo centinaia di proposte stupende, una più creativa dell’altra».
E adesso? Che succederà alle sardine dopo il voto di gennaio in Emilia? Faranno la fine dei No global dopo Genova, si disperderanno come i tre milioni di Cofferati al Circo Massimo, diventeranno un partito, o qualcosa di simile ai ragazzi di Greta Thunberg? «Siamo dentro un presente travolgente — dice Mattia mentre scorre i 250 messaggi non letti su whatsapp, con la fretta di correre a Reggio Emilia dove lo aspettano in seimila — non abbiamo ancora trovato un attimo per pensare al futuro. Su una cosa scommetto: nel movimento c’è un’energia crescente e ci sono gli anticorpi alla violenza e alle provocazioni. Presto dovremo creare un coordinamento delle sardine di tutte le città. Adesso, però, quello che conta è che ognuno riempia prima la sua piazza ».


Abbasso le sardine. Ma soprattutto viva le sardine
di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena
Micromega, 2 dicembre 2019

Il fenomeno che ovunque riempie le piazze contro la peggior destra dal Dopoguerra in poi ha un programma vago ma piace perché risponde a una domanda inevasa di cambiamento. Dove andrà? A chi porterà voti? È ancora presto per saperlo, intanto oggi nell’era del salvinismo le sardine costruiscono senso comune, affermano temi progressisti e rappresentano un risveglio delle coscienze. Di questi tempi, non è poco: coi limiti del caso, nuotano dalla parte giusta.

Premessa: chi scrive non pensa che le sardine rappresentino la panacea contro i mali della società, una avanguardia rivoluzionaria né il movimento per eccellenza. Non hanno un programma definito né una posizione prevalente su temi centrali come lavoro, precarietà, lotta alle disuguaglianze, Europa. È anche inutile chiedersi perché non esprimano un’opinione pubblica, ad esempio, sul Tav Torino-Lione o sul Mes. Gli stessi portavoce bolognesi del movimento durante i loro interventi possono apparire superficiali: si limitano ad affermare che manifestano contro chi in questi anni, alla ricerca di consenso facile, «ha disgregato il tessuto sociale del nostro Paese», spiegava ieri alla folla di Milano Mattia Sartori, uno dei ragazzi bolognesi che nel capoluogo emiliano ha inaugurato la stagione di piazza. Sono considerazioni giuste ma generiche, tanto da far ipotizzare a qualcuno che il movimento possa dissolversi in un breve lasso di tempo per mancanza di sostanza o perché sussunto dal Pd e dal centrosinistra nel suo complesso. 

Eppure bisogna interrogarci su un aspetto: le sardine crescono. Sono ovunque, da nord a sud. Riempiono le piazze in modo eterogeneo, sono adulti e sono giovani, uomini e donne che hanno in comune una cosa: si sentono abbandonati dalla politica tradizionale. Il movimento chiama a sé persone non strettamente politicizzate, che però partecipano mossi da sentimenti di umanità e repulsione verso una propaganda cattiva e inquinatrice del vivere collettivo. Si rivolgono al governo – ideato per arginare ed evitare la vittoria alle urne dello spauracchio Matteo Salvini – sottolineandone l’insufficienza e la delusione. Oltre al frontismo contro la destra, si affianca così la critica all’attuale centrosinistra. Nelle loro piazze si parla, in primis, di antifascismo, solidarietà e difesa della Costituzione, respingendo la cultura dell’odio rivolto verso i più deboli. 

Nate in Emilia Romagna, all’interno di una competizione elettorale che ha valenza nazionale, anche per portare voti al candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini, le sardine si sono diffuse fino a convocare la manifestazione nazionale a Roma del prossimo 14 dicembre. Crescono perché colmano un vuoto e i vuoti in politica non esistono. Rispondono, semplicemente, a un sentimento di smarrimento e insieme a una domanda inevasa di cambiamento. 

Nella discussione pubblica crediamo ci sia un equivoco di fondo. Chi pensa che gli italiani abbiano attitudini quasi antropologiche verso il salvinismo o ritiene ormai il Paese perduto, non si rende conto dei numerosi conflitti che attraversano la società. Il belpaese è stato per anni il laboratorio politico e sociale dell’alternativa, fin dai tempi del movimento alterglobalista, tanto da essere modello da emulare. In Italia si è assistito, per citare qualche esempio, all’immensa manifestazione per la Pace del 15 febbraio 2003, alle comunità ribelli, alla vittoria referendaria del 2011 per l’acqua pubblica e contro il nucleare o la più recente consultazione per difendere la Costituzione dalla riforma del governo Renzi. Resiste un tessuto sociale radicato sui territori e composto da movimenti sociali, associazionismo, reti per i beni comuni: quel che manca da anni a sinistra è una rappresentanza coerente con questi valori. 

Le sardine si inseriscono in questo contesto: fanno propria una richiesta di discontinuità con lo status quo, una domanda che non si esprime ancora in un programma definito. La loro forza è nello spontaneismo. Intanto mettono davanti i propri corpi, come elemento prepolitico utile per riscoprire un elemento di incontro fisico e allo stesso tempo per togliere alla destra la retorica della conquista della piazza popolare. Utilizzano un linguaggio diretto, fresco e comprensibile. Acclamano l’unità dopo anni e anni di divisioni a sinistra. E ciò, in tempi di magra, è sufficiente per diventare catalizzatori di un risveglio di coscienze. In questa fase storica di ascesa non solo politica ma culturale di una destra violenta tentano di esercitare una battaglia per l’egemonia attraverso una narrazione alternativa: no, non esiste solo un Paese che si esalta per le esibizioni muscolari del leader di turno. 

Le sardine insomma possono costruire senso comune ripartendo dai fondamentali, che oggi sarebbe sbagliato dare per scontati. Riportano al centro del dibattito una grammatica basilare fatta di partecipazione, online e offline e riconquista di un protagonismo diffuso. Apartitici ma fortemente politici, perché la politica siamo anche noi, individualmente e collettivamente. Anche simbolicamente la sardina, pesce povero, che da solo rimane indifeso ma che assieme ai propri simili si protegge, porta con sé un messaggio politico fortissimo che ha in realtà molto da insegnare a una sinistra incapace da troppi anni di definirsi e farsi capire dal resto del mondo. 

Porsi la domanda del come andrà a finire è prematuro. Al momento le sardine non parlano di rappresentanza e questo movimento non si pone il problema. Di certo, il protagonismo delle sardine costringe tutti a fare i conti con l’assenza di una reale alternativa politica. Obbligano il Paese e il dibattito pubblico a confrontarsi su temi come diritti, antirazzismo, solidarietà in contrapposizione a chi quotidianamente foraggia paure e xenofobia. 

A voler giudicare un fenomeno capace di portare centinaia di migliaia di persone in piazza nel giro di pochi giorni si peccherebbe di alterigia, specie se il punto di partenza è il poco più del nulla di una sinistra, quella moderata e quella radicale, in stato di afasia. Piuttosto sarebbe più utile contaminare il movimento, provare a plasmarlo, a indirizzare il banco di sardine verso il suo naturale sbocco: quello di una radicalità nei contenuti e nelle proposte imprescindibile di fronte all’urgenza delle sfide del presente. Di certo Salvini non si sconfigge con operazioni politiciste di Palazzo – chi scrive lo pensa fin da quando è nato il governo Conte 2 – ma nelle pieghe della società e dei suoi conflitti. Con i limiti del caso enunciati, le sardine nuotano dalla parte giusta. 

Ben venga quindi un mare di pesci il prossimo 14 dicembre a Roma. 


Troppe sardine piacciono a troppi?
di Paolo Flores d’Arcais 
Micromega, 3 dicembre 2019

Le piazze delle “sardine” continuano a essere colme oltre ogni speranza (tranne a Taranto), sabato 14 dicembre a Roma si chiuderà la prima fase di questo inatteso e travolgente movimento. Per il 15 è previsto l’incontro tra gli animatori di tutte le sedi. Comincerà il “dopo”, l’organizzazione della spontaneità. E comincerà a profilarsi un’identità che ancora si presta a interpretazioni assai divergenti. 

Queste “sardine” piacciono a troppi, si dice. E chi piace a troppi è quasi sempre innocuo (fino a un certo punto, però: Mani Pulite dopo alcuni mesi entusiasmava gran parte dell’Italia, giustamente, fortunatamente, la sciagura è stata che il fuoco concentrico dell’establishment abbia paralizzato e poi ucciso la nascente rivoluzione della legalità, di cui l’Italia continua ad avere più che mai bisogno). 

Che piacciano a troppi è certo. Piacciono molto anche a Giuliano Ferrara, da un quarto di secolo il leader intellettuale della destra più massimalista, (oltre c’è la destra anticostituzionale ed eversiva dei Salvini, Meloni & Co). 

Con un entusiasmo prosastico fin qui riservato solo al Cav. dei tempi d’oro, Ferrara si è spellato le mani per lo “spettacolo rassicurante” (opposto al “popolo gognesco dei fax di Mani Pulite” e ai “tristi girotondi”, esultando per “un movimento spontaneo di fiancheggiamento dell’establishment. Ma che cosa si può chiedere di più dalla vita?”). 

Ferrara spaccia per descrizione il suo personalissimo wishful thinking, dilatando oltre ogni legittimità ermeneutica alcune frasi (od omissioni) del loro “manifesto”. Che in realtà è un manifesto di stile politico, più che di contenuti programmatici (benché assumere come stella polare la Costituzione, da sette decenni inapplicata, è già uno scheletro impegnativo di progetto, e lo slogan è lo stesso dei fax pro Mani Pulite, dei Girotondi e di tutto quanto fa orrore a Ferrara e lo mette in uggia). 

Le “sardine” sono un movimento magmatico, tumultuosamente in fieri. Un embrione ormai esploso, senza un DNA preciso, però: dunque potrà evolvere secondo linee assai differenti. Qualcosa comunque già sappiamo. Partiamo dai due soggetti principali, i fondatori e i cittadini che si mobilitano. 

I quattro amici trentenni di Bologna, che hanno lanciato il primo appuntamento, sono decisamente antifascisti (ma questo dovrebbe valere per ogni cittadino, visto che la Costituzione, il patto che tiene tutti noi italiani insieme, che ci rende con-cittadini, nasce dalla Resistenza e ne esprime i valori). Decidono di ribellarsi e chiamano alla mobilitazione in piazza quando la politica diventa barbarie, diventa Salvini e i suoi pasdaran. Alla politica becera rispondono con la mobilitazione insieme allegra e seria, una sorta di festa permanente della Costituzione. Non invitano i partiti, ne diffidano, ma non sono contro. Probabilmente sono di quei cittadini che vorrebbero che il Pd assomigliasse più a loro che ai dirigenti del Pd, e sperano che una qualche metamorfosi del genere sia ancora possibile. 

Le decine di migliaia di cittadini che scendono in piazza al loro invito, città dopo città (e un mare a Roma sabato 14, speriamo), hanno probabilmente sensibilità politiche diverse, in quello spettro (in entrambi i sensi della parola!) che si definiva un tempo “sinistra”. Un fatto li unisce, però. Se quattro amici lanciano il segnale, si mobilitano. Alle convocazioni del Pd, da anni hanno fatto orecchie da mercante. Se a Bologna, con le stesse parole d’ordine, la manifestazione anti-Salvini l’avesse convocata il Pd si sarebbero trovati in quattro gatti meno qualcosa. 

Il che viene a dire: quattro amici della società civile li prendiamo sul serio, sono credibili, ci fidiamo, i dirigenti del Pd no. Questa oggi è l’essenza del movimento che si sta formando, la materia della galassia “sardine”. Si tratterà di essere coerenti con questo fatto e con la volontà di applicare, realizzare, praticare, la Costituzione. Vedremo come organizzeranno la manifestazione del 14, la prima con programmata visibilità nazionale (se qualche rete televisiva facesse davvero informazione la darebbe in diretta, ovviamente). Quali temi sottolineeranno, come cominceranno ad articolare in obiettivi di lotta quell’esigentissimo programma che è l’attuazione della Costituzione. Che forme organizzative si daranno, come selezioneranno i propri leader (che ovviamente dichiareranno di non essere tali), come affronteranno prima o poi le scadenze elettorali, quali campagne “pro”, e non solo “contro” decideranno di lanciare. 

Vedremo se saranno un fuoco di paglia, come siamo stati (colpevolmente!) noi Girotondi (per cui lo spazio della sacrosanta protesta è stata monopolizzata per dieci anni dal Vaffa di Grillo), o se sapranno dare corpo alla speranza di “giustizia-e-libertà” che a livello di massa continua a percorrere come un fiume carsico la società civile democratica, da trent’anni, senza riuscire a trovare mai la sua adeguata espressione politica. Vedremo. Ma l’esito dipenderà anche dal non essere semplici spettatori, dall’impegnarsi in questo magma. 


articolo molto interessante del 5 dicembre 2019, uscito su www.open.online

Attento Mattia Le sardine hanno uno stile
di Francesco Merlo
Repubblica, 6 dicembre 2019

Non è facile per nessuno e capisco che neppure Mattia sia riuscito a resistere allo spirito di patata di Un giorno da pecora. Egregiamente provocato dalla coppia malandrina Geppi Cucciari e Giorgio Lauro, ha per esempio trasformato la propria fidanzata in un quiz sul suo nome palindromo: Ada, Anna, Ava oppure… Otto? Anche quando l’ho sentito e visto compiacersi di attirare «soprattutto le over cinquanta» ho pensato che un bel ragazzo ha diritto all’ironia e che, magari, forse, chissà, può anche permettersi di dire: «Vabbé, me le scrollo di dosso».
E però Mattia Santori ha pure mangiato in diretta un piatto di sardine al limone, e passi anche questa banalità della sardina che si nutre di sardine.
Ma poi mi è venuto in mente Gian Maria Volonté e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (chissà se Mattia l’ha visto) quando ha confessato il vizietto di passare col rosso con il motorino, sardina al di sopra di ogni sospetto. E va bene che tutti noi adoriamo almeno un po’ le bricconate, ma le sardine sono il contrario dell’Italia che passa col rosso, che è la stessa che salta le code e parcheggia in seconda fila. Le sardine sono uno stile, una voglia di misura, di un senno, la necessità di una regola d’eleganza in un Paese che ha elevato a pedagogia il fregare il prossimo.
L’Italia dei "meglio furbi che virtuosi" è quella della prepotenza e non della solidarietà. Insomma non è l’Italia delle sardine.
Ho conosciuto Mattia Santori e garantisco che è migliore della tv che frequenta e che ovviamente mira al Sottosopra in nome dell’audience, e dunque "stracambia" Maradona in Freccero e Oliviero Toscani in Alba Parietti, e trita alla stessa maniera Cacciari e Celentano: l’indifferenziato televisivo. Ecco, Mattia non si perde una trasmissione, da Piazza Pulita a Floris, da Daria Bignardi a Lilly Gruber…, sta sempre lì a fare il marziano.
Dico la verità: mi capita, quando lo vedo, di imbarazzarmi per lui. Anche perché sono sicuro che le altre tre sardine — Andrea Garreffa che è la testa, Roberto Morotti che è la coscienza, e Giulia Trappoloni che è il cuore — sanno bene che il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso e che il marziano, a furia di essere intervistato, finì ubriaco in via Veneto dietro ai paparazzi che non gli andavano più dietro.
Mattia una volta rivela che lo chiamano Bambaz, un’altra dice d’essere iperattivo mentalmente, e intanto si tira su i capelli e consuma se stesso e la sua estraneità. Così rischia di diventare il Pisanello-Benigni di Woody Allen "il signor qualsiasi a Roma", famoso solo perché era venuto il suo momento di diventare famoso. E bisogna strizzare gli occhi per non vedere l’essenziale: le sardine che sono acefale e vogliono restare senza capo, le sardine che sono il contrario dei signori qualunque della tv, rischiano di trasformare la bella faccia di Mattia, che giustamente hanno scelto a rappresentare tutte le loro belle facce pulite, in quella dell’ultimo allampanato dal successo. Il suo volto ingenuo e allegro si sta estenuando nel farsi ordinario, famoso perché non ci sarà niente di lui che si farà ricordare e perché la troppa televisione cambia i connotati di tutti, anche delle sardine.
Ecco, sicuramente Mattia ha letto Great Expectations di Dickens, che i ragazzi inglesi studiano a scuola più o meno come noi studiamo I promessi sposi. Dunque sa che fu la vanità a bruciare Le grandi speranze e a perdere Pip, il bello, generoso e inizialmente superfortunato protagonista, palindromo.


Le sardine, la legge del branco e la fine del tonno.
di Andrea Le Moli
Micromega, 6 dicembre

Aristotele ci aveva già avvertito e la biologia marina contemporanea lo ha precisato: il mare è popolato di oloturie, organismi detritivori importanti perché ripuliscono i fondali dei mari, rimettono in circolo sostanze nutritive e aiutano a mantenere in equilibrio l'ecosistema. Ma sono meglio le sardine, purché non facciano la fine del tonno.
Recenti sviluppi nell’uso della comunicazione pubblica fanno pensare che più che il cielo sia il mare il vero limite dell’immaginario umano. Almeno se ha un senso la scelta della sardina come espressione di una “legge del banco” opposta a quella del “branco” (intelligenza distribuita versus coesione regolata da rapporti di forza e leadership incondizionata); come lo aveva l’immagine di un parlamento “scatoletta di tonno” da sventrare o quella della “minchia marina” (oloturia) a simbolo dell’ottusità di chi rifugge dall’azione civile libera e responsabile.
Sul potenziale delle minchie marine/oloturie e sulla conseguente efficacia di questa metafora ci sarebbe da discutere. Di questi fondamentali organismi di transizione tra mondo vegetale e mondo animale parla già Aristotele (Hist. An. 487 b; De part. an. 681 a) per spiegare come la natura passi senza soluzioni di continuità dalle cose inanimate agli animali per il tramite di esseri che, pur essendo viventi, non sono tuttavia “semplicemente” animali. Aggiungendo che questi miracoli organici sono come quelle piante terrestri "dotate della capacità di vivere e di crescere ora su altre piante, ora persino sradicate". Anche per la biologia marina contemporanea le oloturie sono organismi detritivori importantissimi perché ripuliscono i fondali dei mari, rimettono in circolo sostanze nutritive e aiutano a mantenere in equilibrio l'ecosistema. Per tacer del fatto che possiedono incredibili capacità rigenerative e risultano capaci di vivere a profondità inaspettate, costituendo quasi il 90% delle forme viventi sotto gli 8.000 metri di profondità. Dunque attenzione, nel mare e nel linguaggio, alle oloturie. Che continuano a vivere quando e dove meno ce lo aspettiamo, che se proviamo a toccarle ci bruciano e che, a differenza nostra, non hanno sempre il problema di decidere da che parte stare.
Il “banco di sardine” appare invece immagine più promettente, perché cifra di una resistenza prodotta dalla capacità dei piccoli di organizzare la propria debolezza, di far fronte circondando il predatore, sempre pronti a disperdersi per non offrire un bersaglio. Una sorta di riscatto degli individui polverizzati dal contesto socio-politico globale che scoprono di poter sfruttare la polverizzazione come arma; e dunque immagine di una organizzazione spontanea alternativa ai modelli distorti di leadership incondizionata. Oltre alla riprova del fatto che sempre più spesso, nell’azione politica, è necessario metterci i corpi, e non solo la faccia. Questo, ovviamente, posto che non si tratti dell’ennesima architettonica del consenso travestita da spontaneismo e veicolata da mezzi solo apparentemente universalisti e democratici come i social network.
In ogni caso, quanto questa strategia possa funzionare in politica è sempre stata questione aperta, campo di predizioni facili ma scivolose in quell’acquapark collettivo che è diventata la comunicazione pubblica. Dall’Uomo Qualunque di Giannini, passando attraverso Girotondi e Popolo Viola, la storia del movimentismo italiano è fatta di esperienze destinate a naufragare nell’assenza di progettualità a lungo termine e capacità politica. Buon gioco sembrerebbe avere allora la corsa alla predizione disfattista. Mentre un’attenzione forse troppo benevola per esser sincera viene concessa da forze politiche in attesa di accreditamento elettorale. Il tutto a legittimar l’impressione che si sia ufficialmente aperta la stagione della pesca. Aggiungeteci che il candidato alla poltrona di governatore della Calabria per il centrosinistra potrebbe essere un pregiato inscatolatore professionista di tonno e il cerchio, davvero, si chiude.
Ma forse si era già aperto un po’ chiuso, l’ultimo cerchio di quella balza da purgatorio che è la politica di casa nostra. Come non notare infatti il paradosso di un movimento che si dichiara antipopulista, ossia contrario proprio a quell’espressione di antipolitica che è stato il populismo italiano, dai Cinquestelle fino alla svolta nazional-balneare della Lega? Se poi, oltre a contemplare la disfida dei simboli, ci imbarchiamo nel contest dei contenuti l’impressione non cambia. Nel manifesto delle sardine di contenuti infatti non ce n’è. La cosa migliore che se ne possa dire è che è pieno di buoni sentimenti, i quali però non fanno piattaforma politica.
Purtuttavia, se le sardine non sembrano aver molto da dire nel merito tantissimo ne hanno nel metodo. Perché la loro è anzitutto rivoluzione metodologica, riforma dello stile comunicativo dominante e scossone dato all’idea che l’unica maniera efficace di compattare il consenso sia la ricerca della bolgia, dell’ordalìa, della tonnara. Che in fondo, come pensano in molti, non si tratti che di rincorrere, imitare e magari un giorno primeggiare nell’uso sapiente e spregiudicato della Bestia. Non gli dobbiamo chiedere di più, alle sardine. Certo possiamo aspettare il risultato delle elezioni in Emilia, fra due mesi. Se si registrasse un successo schiacciante del fronte anti-Lega o un incremento dei votanti tra i giovani e giovanissimi prenderebbe forza la tesi di un’influenza in positivo della protesta; il capitone (again, il mare) prenderebbe qualche pesce in faccia (la mer, encore) e avrebbe senso insistere su questa strada. Ma se quanti oggi accorrono festosi in piazza dovessero dimenticarsi di andare a votare domani racconteremmo un’altra storia. E magari le sardine si troverebbero di fronte all’accusa di aver contribuito al successo altrui, in quanto la strategia di un’opposizione di piazza rivolta ad una forza all’opposizione avrebbe avuto l’effetto di presentare quest’ultima come vittima, o come talmente forte da essere inevitabilmente destinata al governo.
Tuttavia, se anche grazie a questo piccolo gesto dovesse prodursi un aumento di sensibilità politica, magari un inizio di quella trasformazione dello stile comunicativo che non possiamo non auspicare, si porrebbe la questione se lasciare questa forza ridisperdersi senza un progetto o, peggio, vederla procedere verso lo schieramento di reti in attesa. Diverso sarebbe se ci fosse un ecosistema disposto ad accogliere l’impatto con il banco di sardine equilibrandosi sin da subito in una intelligenza collettiva in grado di declinarne la spinta in un progetto di vita associata, e non semplicemente in una “pesca” elettorale. Non so quanti di coloro che ancora si chiamano a sinistra abbiano le risorse per entrare in questa logica. O se invece preferiscano continuare a farsi trasportare dalle maree giocando a mozzicarsi reciprocamente. In questo destinati, prima o poi, a fare “la fine del tonno”, che poi è davvero il pesce a cui finisce sempre peggio, nel mare e nel linguaggio.

Andrea Le Moli insegna Filosofie dell’età contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Palermo. Autore di volumi, saggi e articoli sui rapporti tra pensiero classico e filosofia del Novecento, attualmente si occupa di Biocritica e Global Philosophy.


Il salto della sardina
"Senza leader, senza simboli, solo il nome di un pesce. Sono andato in piazza con loro. Ecco che cosa ho capito"
di Roberto Saviano
Repubblica, ROBINSON, 7 dicembre 2019
Una piazza rumorosa come un pesce
Che cosa vogliono le Sardine e che cosa possiamo fare noi

Vado in piazza Duomo, il primo dicembre, con le Sardine. Ci vado da uomo del Sud. Osservare l’Italia dal Sud è un’altra cosa. Tutto dal Sud è un’altra cosa. Non sto dicendo che al Nord si stia bene, che al Nord ci siano privilegi, ma la sensazione è che il Sud sia sempre abbandonato, che sia addirittura temuto. La sensazione è che se sei del Sud e hai la fortuna di vivere al Nord, le cose potranno andarti bene, ma se sei del Nord, non ti verrebbe mai in mente di abbracciare la croce del Sud, come fece Danilo Dolci, di studiare i problemi del Sud e di provare a dare risposte concrete. La politica fugge dal Sud e, quando ci si avvicina, lo fa trattando le regioni meridionali come bacini di voti, di voti facili perché la disperazione e il disagio sono tali che basta promettere poco per alimentare speranze. Ogni movimento d’opinione o politico deve prendere il Sud come banco di prova, deve conquistare il Sud per prima cosa, deve trattare il Sud come la parte fragile di un corpo bellissimo dalle gambe esili. Deve spostare la testa al Sud e aprire laboratori di confronto costante a Napoli, Palermo, Taranto, Bari, Lecce, Reggio Calabria, Catanzaro, Campobasso, Catania. Ma la direzione che si sta percorrendo è quella diametralmente opposta.
Al Sud tutto chiude: industrie, aziende e redazioni di giornali, nonostante le promesse. Nonostante gli slogan. Se osservi l’Italia e la politica italiana da Sud non puoi fare a meno di sentirti oltraggiato dalla perenne presa per i fondelli, dalla perenne menzogna (abbiamo sconfitto la povertà, abbiamo salvato l’Ilva, abbiamo bloccato l’immigrazione) che non tiene conto delle vittime che lascia dietro di sé, italiani e stranieri. Non riesci a trattenere l’indignazione verso una politica che individua nemici (i migranti, gli immigrati, le zingaracce, gli scrittori, i giornalisti e le testate giornalistiche, gli avversari politici, finanche gli utenti dei social) e li espone alla gogna, additandoli come possibili bersagli. «Mi dicon che non si spara e mentre me lo dicon son seduti su cumuli di cadaveri che non hanno ammazzato loro, ma di cui neanche avvertono il fetore» : questa frase è di Beppe Fenoglio, ma la sento mia. Non immaginate quanto.
Perché è il fetore che bisognerebbe iniziare a sentire, il fetore dei cadaveri su cui siamo seduti. Dobbiamo smetterla di turarci il naso e capire, finalmente, che da una parte c’è chi punta il dito su ciò che siamo, dall’altra noi che rispondiamo discutendo nel merito dei temi. E in risposta? Otteniamo attacchi personali. Il "ti tolgo la scorta" è uno dei tanti ed è forse il peggiore che mi sia stato rivolto perché presenta la mia maggiore debolezza come un privilegio. Questo è il metodo: i migranti non sono vittime degli aguzzini libici, ma delle Ong, accusate di essere trafficanti di esseri umani. Gli immigrati che parlano al cellulare, per il fatto stesso di possedere un cellulare, non sarebbero in realtà indigenti, ma anche loro privilegiati; non una parola sul fatto che i telefoni sono l’unico modo che hanno per restare in contatto con le famiglie rimaste nei paesi di origine, per dare loro notizie e riceverne. Gli immigrati sono muscolosi: questa caratteristica fisica viene presentata così, come fosse motivo per cui provare vergogna – o peggio, un pericolo da cui stare in guardia – e non si riflette sul dramma di chi, per debolezza fisica non ce l’ha fatta, nel senso che è morto in Africa, in Libia o in mare. Siamo seduti su cumuli di cadaveri e non ne sentiamo il fetore, appunto. Ma quello che lascia sgomenti è che questi attacchi sono attacchi strumentali: servono a compattare le masse attorno a un nemico (o meglio all’idea, al concetto di nemico), sono la foglia di fico dietro cui si nasconde il vuoto totale e una prepotente fame di potere che non guarda in faccia a nessuno, che non ha pietà di nessuno.
E così ci si sente soli. Anche se sai che sono in tanti a pensarla come te. Soli perché non tutti hanno la possibilità di far sentire la propria voce. È con questo spirito che sono andato in piazza Duomo, a Milano, alla manifestazione delle Sardine: ci sono andato per un imperativo che mi tormentava, per uscire dalla solitudine e aggiungere la mia voce a quella di migliaia di altre persone perché le sardine sono pesci fragili se presi individualmente, ma inarrestabili quando uniti nella potenza del banco. Non solo per il numero, ma perché nel banco le sardine non stanno tra loro e accolgono altre specie. Non so se la bizzarria di questo nome abbia tenuto conto della peculiare tendenza a inglobare anche ciò che non somiglia a se stessi o se fosse solo un riferimento al rimanere densamente compressi, uno accanto all’altro, in spazi che però non sono per niente angusti; non lo era piazza Maggiore a Bologna e nemmeno piazza Duomo a Milano.
In ogni caso, decido di andare. Vado perché non è vero che chi è sotto protezione debba nascondersi. La protezione, a chi scrive, viene data perché possa continuare a raccontare e non perché se ne stia rintanato in un bunker come i latitanti braccati dalle forze di polizia. È pericolosissimo far passare il messaggio che se sei scortato non puoi andare in piazza. Pericolosissimo perché sancirebbe la definitiva capitolazione dello Stato davanti alle organizzazioni criminali.
Del resto non è che mi sentissi sicuro perché la piazza era di " sinistra", ma ero tranquillo – lo sono sempre, da 13 anni – perché sono affidato a carabinieri di altissima professionalità. La piazza era strapiena. Speravo di poter incontrare degli amici con cui avevo appuntamento, ma ricevevo messaggi in cui mi dicevano che era impossibile muoversi, che nonostante la pioggia c’erano migliaia di persone e che stavano stretti, compressi come sardine. Entro in piazza Duomo, mi immergo nel banco diffuso degli ombrelli. E mentre mi inzuppo, penso agli ultimi versi della canzone di Lucio Dalla che le Sardine hanno scelto come loro inno: « Il mare non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare » e il mare, domenica scorsa, a Milano, è piovuto letteralmente dal cielo.
Volevo vedere che aspetto avesse una piazza senza simboli e senza bandiere; come si presentasse una piazza che non appartiene a nessuno, anzi, che appartiene a chi in quel momento c’è. Volevo capire che aria si respirasse in una piazza che non doveva trasformarsi in voti, almeno non nell’immediato. Volevo capire perché la menzogna, l’attacco all’avversario, il colpo basso sono diventate armi considerate ormai quasi imprescindibili da utilizzare nelle competizioni elettorali. E volevo capire se davvero, come credo, si può essere un soggetto politico senza chiedere voti, senza promettere nulla, ma solo chiamando a raccolta perché cambi, prima di tutto, la comunicazione politica; perché al centro del dibattito ci siano i temi e non le persone che diventano leader o nemici da abbattere. Spesso sentiamo dire che i movimenti politici guadagnano consenso quando sono all’opposizione e che poi, quando sono al timone, il consenso si sgretola. È fisiologico, perché una cosa sono le parole che infiammano le piazze, un’altra è amministrare, governare, prendere decisioni. Un conto è dire: sappiamo cosa non vogliamo e cosa non vogliamo essere, ma è difficilissimo dire: ecco, in questo percorso politico mi riconosco.
E il motivo è semplice: il fallimento è dietro l’angolo, l’errore è a un passo da noi ed è a un passo dai soggetti politici in cui di volta in volta ci riconosciamo. Ma non dobbiamo temere né il fallimento, né l’errore, altrimenti diventiamo come ciò che più ci fa orrore: un soggetto politico vuoto, pura comunicazione, video e selfie, promesse e minacce per poi scappare quando non si può mentire oltre.
     E non si scappa, e non si smette di mentire per un afflato di onestà, ma perché ci sono momenti nella vita politica di un partito o di un movimento in cui bisogna prendere delle decisioni e spiegare quelle decisioni alla propria base elettorale. Il problema nasce quando alla base elettorale vengono dati solo slogan, gattini e pane e Nutella.
Ecco perché le Sardine sono attese al varco, sono attese nel momento esatto in cui le parole e le azioni politiche diventeranno impegno per una forza che possa contare alle urne. Non so se l’attesa sarà vana, ma per me quel che conta ora è capire che effetto avranno sulla comunicazione politica e sulla consapevolezza politica degli italiani, di tutti gli italiani, da nord a sud. Se riusciranno, essendo tante e senza leader, a spostare l’attenzione dalla persona, passando per le persone, per approdare ai temi.
Max Weber descrive il leader politico come colui (o colei) che fonda la sua legittimità sulla capacità straordinaria che possiede di essere l’anello di congiunzione tra la collettività e il Parlamento. Il carisma del leader politico deve essere esercitato all’interno delle regole democratiche e il Parlamento ha la funzione di costante controllo. Ma il leader può diventare altro e, ribaltando le pagine di Max Weber, può fondare la propria legittimità sull’essere un grande vuoto in cui tutti possono riconoscersi. L’uomo o la donna senza qualità che decidono di incarnare, all’occorrenza, un unico segmento della nostra vita sociale: l’incazzatura perenne, il dito inquisitore puntato verso l’altro, sull’errore dell’altro, sull’inciampo. E quando pure l’altro non avesse sbagliato, oggi esistono – ma in realtà sono sempre esistiti e oggi più di ieri abbiamo la possibilità di smascherarli – strumenti in grado di creare artificialmente l’errore, di individuare il presunto reo per poterlo processare sommariamente in televisione e sui social media, per condannarlo a furor di popolo. Da qui nasce l’urgenza di riunirsi, di stringersi gli uni agli altri: scendere in piazza come un banco di pesci che si compatta in emergenza. Il collante è l’emergenza, non un bersaglio comune, e l’emergenza è identificata con la menzogna sistematica, con l’aggressività verso chi spesso non è in grado di difendersi. L’emergenza nasce per contrastare la costante mistificazione dei propri percorsi, il silenzio colpevole sulle pratiche criminali dei compagni di partito, il non rispondere mai dei propri errori, il difendersi attaccando.
Ecco cosa la destra — ma per certi versi anche parte del centrosinistra — teme delle Sardine: il tentativo di trasformare la grammatica del linguaggio politico, il voler cambiare le regole di un campionato in cui i sovranisti si sentono forti; il tentativo che per ora sembra riuscito a lasciare il virtuale per contarsi fisicamente. Seimila, diecimila, venticinquemila.
E la differenza non è chi scende in piazza, ma nel motivo che porta a scendere in piazza. Scendo in piazza per me o lo faccio per qualcun altro? Resto me stesso o mi perdo nelle istanze del leader che credo mi rappresenti? C’è chi decide di perdersi nelle istanze del leader che più di tutti intercetta il malcontento e c’è chi non crede più nel leader, ritenendo anzi che il tempo dell’uomo solo al comando sia finito. Così accade che scendi in piazza per metterci la faccia, non per nascondere la tua dietro quella di qualcun altro, ma perché il tuo volto, accanto a quello di chi ti è vicino, sia visibile. Per farlo, però, bisogna mettere da parte simboli e bandiere; essere disposti a spogliarsi di quello che siamo stati o abbiamo creduto di essere fino a oggi. La piazza senza simboli, che non è affatto una piazza senza colori, non si riconosce in un leader senza qualità, in un leader interscambiabile, in un leader in cui poter momentaneamente riversare ciò che sei. La piazza senza simboli consente a ciascuno di portare se stesso, di potersi stringere accanto all’altro senza perdere le proprie qualità anzi, sommandole a quelle di tutti gli altri. Ma essere un movimento di piazza non offre soluzioni per l’ex Ilva, che rischia seriamente di diventare la Bagnoli del nuovo millennio, nella migliore delle ipotesi. Essere un movimento di piazza non offre soluzioni alla diminuzione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, inferiori del 20 per cento rispetto agli impegni che l’Italia ha preso con l’Unione Europea.
Di movimenti di piazza ne abbiamo visti e studiati molti e non hanno inciso come promesso o sono diventati ciò che mai avrebbero voluto essere. Al momento c’è molta curiosità per le Sardine, il circo mediatico le ha adottate perché non ha trovato nulla di strettamente politico da opporre alla destra.
Però una strada esiste, ed è davvero l’unica strada che non è mai stata battuta fino in fondo. È una strada intrapresa e poi abbandonata perché lunga, impervia e priva di ricompense individuali, di riconoscimenti immediati, di vittorie lampo. Se le Sardine vorranno fare la differenza non devono offrire soluzioni, ma iniziare a studiarle. Devono mettere in cima all’agenda politica e alle priorità del Paese una rinnovata e urgente Questione Meridionale. Devono tenere in considerazione, in alta considerazione, i militanti di qualsiasi colore politico, che conoscono il territorio, che da anni studiano e propongono soluzioni, inascoltati, spesso oscurati dalla opacità dei loro leader. Oggi le Sardine devono scendere in piazza e al contempo aprirsi al territorio, senza temerlo. Non basta raccogliere persone, non basta riempire le piazze, serve confronto e interlocuzione per evitare l’effetto sorpresa di cui è stato vittima il M5S, che voleva cambiare tutto in poche mosse e che in poche mosse è stato cambiato, definitivamente.

Le lettere di Corrado Augias
Il momento della verità per le sardine
Repubblica, 7 dicembre 2019
Gentile Augias, il fermento giovanile che si sta coagulando intorno all’esperimento delle "sardine" porta al centro del dibattito un fenomeno sul quale molti si sono espressi: la folla come soggetto collettivo. La maggior parte degli esponenti della psicologia collettiva ne hanno fornito un quadro negativo come se la folla fosse un soggetto peggiore del singolo individuo, dotato di autocontrollo e di uno spirito critico che gli permette di reprimere azioni incontrollate. In realtà, come sostenuto da ultimo dalla professoressa Michela Nacci ("Il volto della folla" – Il Mulino), bisogna riconoscere che anche nell’individuo la dimensione affettiva e istintuale è preponderante rispetto a quella razionale acquisita solo di recente. La grande prova di equilibrio finora dimostrata dai giovani scesi nelle piazze consolida il dato che ci troviamo a vivere una stagione della politica nella quale ciò che conta è il dimostrare che l’individuo è intenzionato a dismettere i panni di una certa egoistica passività nella quale s’era rinchiuso. Mirko Denza, Volterra – denza82@yahoo.it

Non è il caso di addentrarsi nello studiatissimo fenomeno della psicologia collettiva, o di massa, sul quale molto si è scritto a partire dal saggio di Gustave Le Bon (Psicologia delle folle – 1895) secondo il quale la psiche razionale dell’individuo nella folla si annullerebbe per lasciar prevalere istinti immediati, spinte incontrollate prive di una loro moralità potendo essere indifferentemente eroiche o crudeli, comunque irrazionali. Accenno solo alla lettura marxista del fenomeno che apprezza nella massa la forza di mobilitazione vista come positiva quando la massa, la folla, si muova sospinta da "coscienza di classe". Il saggio di Michela Nacci, richiamato dal signor Denza, offre un quadro illuminante della visione ottocentesca della folla: «Non ragiona, non discute, non ascolta le opinioni diverse dalla sua, manifesta gli istinti da cui è mossa, si fa trasportare dagli affetti e dalle passioni che non prova neppure a controllare, ama o odia senza vie di mezzo, nutre una sorta di venerazione nei confronti del leader, cerca il capro espiatorio, forma un insieme compatto che ha bisogno di confermare continuamente la propria compattezza, emargina ed espelle chi dissente, definisce un nemico esterno e basa sulla lotta a quel nemico la sua unità», eccetera. Dopo aver analizzato la debolezza della psicologia collettiva, Michela Nacci però conclude: «Eppure, la folla c’è ancora. La folla che si forma quando si verifica un evento che crea il panico. La folla sul web». Il richiamo è all’episodio di panico collettivo in piazza San Carlo a Torino nel 2017. In questo quadro complesso, dove collocare le sardine? Per il momento non lo sappiamo. Questo movimento simpatico, forse promettente, finora non ha parlato, s’è limitato a cantare.
Quando aprirà bocca – probabilmente a Roma il 14 prossimo – capiremo meglio composizione e propositi. Sarà un momento delicatissimo perché il canto accende, commuove, unisce. Il pensiero articolato può unire ma anche dividere, può indicare una meta o limitarsi alla recriminazione come accadde ai 5Stelle. Quando il canto cede il posto alla parola, arriva il momento della verità.
c.augias@repubblica.it

Le sardine debuttano stasera sotto la Mole...
Repubblica Torino, 10 dicembre
Dopo, Bologna, Modena, e Genova stasera è il turno di Torino: l'appuntamento è alla 19 quando le Sardine promettono di invadere piazza Castello con il loro flash mob. E dovrebbero essere tante: tra le 20mila e le 30 mila persone se si leggono i numeri degli aderenti alla pagina Facebook appositamente creata che hanno superato quota 70 mila. "Torino si Slega" è lo slogan della manifestazione
Gli organizzatori hanno anche varato un  vademecum per chi parteciperà la dimostrazione. Il primo invito è quello di "Portare un libro (porteremo la cultura lasciando a casa l'insulto), no a piazze piene di immondizia, niente bandiere (vi preghiamo e vi suggeriamo di non portare bandiere e nessun logo di partito), no insulti, no cartelloni offensivi, no violenza". L'appello sulla pagina Facebook continua: Saremo tantissimi, senza bandiere o simboli di partito, armati soltanto di sardine di tutti i colori e della nostra voglia di urlare "basta", basta all'odio, alla politica del terrore voluta dalla Lega e dal suo Capitano. Basta con l'uso indiscriminato dei media e dei social per diffondere falsità, per metterci gli uni contro gli altri, cercando di controllarci col terrore. Siamo persone libere, siamo persone educate e civili, ripudiamo qualunque tipo di violenza e fascismo e non permetteremo più che il clima voluto dalla destra sovranista inquini la nostra vita. Siamo contro il razzismo, la xenofobia, il bullismo, l'omofobia, la transfobia, il sessismo. Siamo contro chi costruisce il consenso sulla divisione, la paura e la manipolazione. Siamo per l'ecologia della mente e dell'ambiente, perché vogliamo vivere bene in un posto che sta bene. Siamo un mare che non si può più fermare, una forza che costringerà il mondo della politica ad assumersi le proprie responsabilità, a ricominciare a lavorare per il benessere delle persone, soprattutto dei più deboli, nel rispetto dell'individuo e della Costituzione. Sardine torinesi, dimostriamo ancora una volta come questa città sia culla di civiltà e libertà, torniamo a impossessarci delle nostre strade, delle nostre piazze, spolveriamo quell'orgoglio che ci ha consentito di essere così centrali nella storia di questo Paese. Amiamo l'Italia e vogliamo con forza dimostrare che possiamo farcela, possiamo battere questo male oscuro che ci hanno imposto e che sta condizionando le nostre vite. Siamo giovani, anziani, donne, uomini, italiani, stranieri, siamo Sardine!"
"Torino si Slega", avrà fra i temi anche quello della violenza fisica e psicologica sulle donne. Per questo, stasera aprendo il flash mob partirà il canto di Bella Ciao, inizialmente con le labbra chiuse, senza aprire bocca, "come tutte quelle vittime di violenza che non ne hanno avuto la possibilità"

Mattia Santori: "No Casapound in piazza san Giovanni, noi siamo antifascisti, il resto è sciacallaggio"
il Manifesto, 10 dicembre

Dacia Maraini: Perché sto con le sardine
10 dicembre

Erri De Luca: “Finalmente si torna in piazza. Viva le sardine!”
Per lo scrittore con le innumerevoli manifestazioni di questi giorni si sta affermando il protagonismo di una nuova generazione che “si sta scrollando di dosso la catasta ammuffita delle gerarchie dei partiti”. E a chi accusa le sardine di avere un programma vago, replica: “Questa gioventù ha deciso di manifestarsi prima di tutto a se stessa. Usa la valorosa parola inclusione, la più efficiente risposta alla politica delle separazioni e delle esclusioni”. 
intervista a Erri De Luca di Giacomo Russo Spena
Micromega, 10 dicembre

“Il tonno come specie è destinata a ridursi, le sardine no”. Erri de Luca è un grande conoscitore del mare e, da scrittore, ama dilettarsi con le allegorie letterarie. L'immagine delle sardine gli è congeniale perché “si uniscono sulla superficie dell'acqua per dare le sembianze di un unico grande pesce e spaventare così il tonno”. I pesci, in effetti, stanno crescendo. Da Nord a Sud si riempiono le piazze. Il movimento chiama a sé persone non strettamente politicizzate, che però partecipano mossi da sentimenti di umanità e repulsione verso una propaganda cattiva e inquinatrice del vivere collettivo. Come già affermato su Il Fatto, Erri De Luca si sofferma sull'incredibile spontaneità e sul dato generazionale di questo movimento: “Giro per il mondo esiste una gioventù che si è messa di traverso e scende per le strade. Succede – con drammaticità diversa – da Teheran a Hong Kong al Cile. Si è diffusa una febbre civile” 
Qualcuno, a sinistra, guarda con sospetto al movimento delle sardine. Qual è invece il suo giudizio? E come replica agli scettici?
Lascia che aggrottino le ciglia e si grattino perplessi la pelata. A me riguarda che questa gioventù si stia scrollando di dosso la catasta ammuffita delle gerarchie dei partiti. La società cambia quando fermentano le piazze, ossigeno nascente delle parole nuove. L’immagine di una gioventù chiusa nell’isolamento delle relazioni in rete, è stata capovolta in poche settimane. La loro convocazione fisica stabilisce la dichiarazione della loro cittadinanza.
Ma le sardine esprimono ancora un programma vago: si limitano a schierarsi contro il salvinismo e a sottolineare genericamente i limiti del centrosinistra, eppure riempiono le piazze ovunque nel Paese. A cosa è dovuto il loro successo?
Il programma sembra vago a chi è affezionato al formato classico: punto uno, punto due... Questa gioventù ha deciso di manifestarsi prima di tutto a se stessa. Usa la valorosa parola inclusione, la più efficiente risposta alla politica delle separazioni e delle esclusioni. Includere è un programma vago? Può esserlo in un dibattito televisivo, non lo è in piazza.
Come vede la decisione delle sardine di non far intervenire nessun partito o organizzazione dal palco finale del 14 dicembre?
Dove esiste un movimento allo stato nascente non esistono partiti, ma persone. Non è antagonismo, è pura estraneità. Sarebbe come invitare sul palco un rettore universitario o un rappresentante dell’ordine dei farmacisti.
Tra le parole d'ordine delle sardine c'è la difesa della Costituzione, ma non sembrano reclamare una discontinuità sul tema immigrazione rispetto all'era di Salvini al Viminale: ad esempio, perché non pretendere l'abrogazione dei decreti sicurezza?
Perché non cadono nel gioco dei dettagli di leggi e normative. La loro parola inclusione basta e avanza per sapere cosa pensano e sentano dei porti chiusi e dei naufragi procurati.
In piazza a Roma sono previste migliaia di persone in piazza, il problema è capire cosa succederà il giorno dopo. Secondo lei come si struttureranno? Hanno la possibilità di diventare un partito?
Non lo desiderano. Il passaggio alla forma partito è la fase mortale di un movimento. Il partito irreggimenta. Credo che la loro forma decisionale resterà l’assemblea.
Secondo lei, le sardine non verranno sussunte dal Pd? Gli stessi quattro organizzatori del Pd non fanno mistero di sostenere Bonaccini in Emilia Romagna...
Non credo che si appiattiranno su una indicazione di voto né si pronunceranno sulla modesta contingenza di un voto regionale.
Ha dichiarato che “il tonno se ne deve andare”. Ma come si sconfigge politicamente Salvini? Veramente sono sufficienti le sardine?
Il tonno va confuso e messo in condizione di non nuocere, suscitandogli contro una massa critica portatrice di sentimenti e parole opposte, come, insisto, inclusione.


Santori: "Non c'è più spazio per la neutralità"
Rainews24, 11 dicembre

Sardine, il ritorno della partecipazione attiva
la Repubblica , 11 dicembre

Erri De Luca: "Le sardine sono movimento costituzionalista"
L'HuffPost, 12 dicembre

Lettera aperta alle Sardine
di Paolo Flores D’Arcais
Micromega, 12 dicembre

Cari Andrea Garreffa, Roberto Morotti, Mattia Santori e Giulia Trappoloni (rigorosamente in ordine alfabetico), spero con tutto il cuore che la manifestazione di sabato a piazza San Giovanni a Roma risulti GIGANTESCA. Più gigantesca ancora di quella dei Girotondi del 14 settembre 2002, quando i cittadini di quella “Festa di protesta” nella stessa piazza erano davvero stipati come sardine e debordavano per duecento metri su via Merulana, per metà di via Carlo Felice che dalla piazza conduce a Santa Croce in Gerusalemme, e dietro le mura in tutta la zona della sottostante via Sannio.
Spero in un successo che vada oltre le più esuberanti speranze perché c’è bisogno che la società civile democratica, quella che vuole realizzare la Costituzione repubblicana, ritrovi la fiducia e l’entusiasmo della lotta e non si rassegni più a coltivare l’ideale della “Costituzione presa sul serio” solo in interiore homine, e nella rassegnazione di troppi anni all’egemonia vuoi di una destra becera ed eversiva, vuoi di un Pd impaniato nella sudditanza all’establishment, vuoi di un M5S che alle originarie ambiguità e contraddizioni ha aggiunto il carico suicida del tradimento delle promesse elettorali nell’accucciarsi a Salvini (governo Conte 1), non riscattato dagli ondeggiamenti e avvitamenti degli ultimi mesi.
Voi avete il merito di aver osato, con la semplicità di chi ricorda che un programma che unisca gli italiani e restituisca dignità alla politica c’è già, si chiama Costituzione, e bisogna farne la stella polare di ogni azione pubblica. Che solo i valori della Costituzione danno significato all’Italia come Patria, perché solo l’interiorizzazione di quei valori ci rende con-cittadini di una democrazia ancora vitale. Interiorizzazione che significa azione coerente per realizzare quei valori quotidianamente: Calamandrei, uno dei protagonisti dell’Assemblea Costituente, proprio in un discorso ai giovani agli inizi degli anni cinquanta ricordava come senza questa azione quotidiana la Costituzione diventasse lettera morta.
Infine spero che il successo della manifestazione di sabato sia ancora più gigantesco di quello dei Girotondi, perché voi avete deciso di riunirvi il giorno dopo per decidere come continuare. Come dare futuro organizzato all’esplosione di passione civile e fedeltà alla Costituzione repubblicana di queste settimane. COME non SE. Avete già deciso, insomma, di non ripetere l’errore di noi Girotondi, che non dotandoci di strutture organizzative, nell’illusione che i partiti avrebbero ascoltato il messaggio della piazza e si sarebbero rinnovati radicalmente e di conseguenza, siamo rimasti solo un falò, per quanto ciclopico ed entusiasmante, che non ha invertito la deriva partitocratica e le ulteriori degenerazioni di imbarbarimento.
Spero che un gigantesco successo vi offra la chance irripetibile di una gigantesca responsabilità: non lasciar dissipare le splendide energie di democrazia che avete evocato e catalizzato. Perché dirsi il “partito” della Costituzione è quanto di più esigente e radicale si possa affermare, e ritrovarsi con centinaia di migliaia di italiani che partecipando alle manifestazioni dichiarano di volerne fare parte vi obbliga moralmente ad elaborare insieme a loro l’articolazione di questa fedeltà alla Costituzione solennemente sbandierata. Una Costituzione che assumete come vostra identità proprio in quanto denunciate che resta a tutt’oggi disattesa, e spesso anzi lungo oltre settant’anni volutamente tradita dai governi.
C’è stato un momento, dopo il Sessantotto e sulla sua onda, che alcuni principi della Costituzione trovarono applicazione nelle leggi ordinarie. Una su tutte, lo Statuto dei lavoratori, che dava sostanza al primo articolo della Costituzione. O la legge che istituì il divorzio e poi il diritto della donna a decidere se interrompere la sua gravidanza.
Ma da almeno un quarto di secolo viviamo invece nella REAZIONE contro quelle conquiste, quelle prime parziali attuazioni dei valori costituzionali. Lo Statuto dei lavoratori è stato calpestato, cancellato, considerato un “male sociale” anziché una irrinunciabile conquista. Nella scuola e nell’università il linguaggio e troppi meccanismi sono ormai quelli dell’imprenditoria anziché della scuola egualitaria repubblicana delineata dalla Carta. E la Costituzione è stata addirittura sfigurata, inserendovi il diktat liberista del pareggio di bilancio. Perciò, per non far disperdere e dissipare le energie che avete suscitato dovrete saper tradurre e articolare la fedeltà alla Costituzione in movimenti e obiettivi di lotta. La Costituzione,  per essere una bussola, implica saper proporre le leggi per attuarla, nel campo del lavoro, in quello della giustizia eguale per tutti (dove identiche siano garanzie e severità per l’ultimo degli emarginati e il primo dei potenti, il che da decenni viene dell’establishment bollato come “giustizialismo”), in un rilancio del Welfare (quale eguaglianza vi sarà mai tra donne e uomini se gli asili nido gratuiti non sono una ovvia normalità?), in una informazione sottratta tanto alla lottizzazione quanto al potere del denaro, in un ritorno alla sanità pubblica ogni giorno invece impoverita, in una laicità mai realizzata, e via articolando.
Senza di che il richiamo alla Costituzione rischia di diventare rituale, quell’omaggio che non costa nulla e non impegna a nulla.
E non potrete neppure eludere il problema cruciale e spinosissimo del “con chi” realizzare questo programma di lotte e di obiettivi. Per fare in modo che tutti i cittadini scesi in piazza possano essere con voi protagonisti, e non solo “mobilitati” una tantum, del movimento che nasce.
Io spero che non avrete paura di affrontare tutte queste gravosissime responsabilità, perché senza affrontarle le meravigliose energie di queste settimane si spegnerebbero in nuova apatia. Del resto in questo compito enorme non sarete soli, tutti i manifestanti di sabato saranno con voi, pronti a condividerle. Avanti, Sardine!





G. Piana, Appunti per una introduzione alla filosofia (1983): riassunto e commento




Riassunto (il testo di Piana è scaricabile gratuitamente, come tutti i suoi altri testi, dal suo archivio on line)

I.
RAPPORTO DELLA FILOSOFIA COL TEMPO
1. La filosofia passa disordinatamente dal presente al passato e viceversa, sognando il futuro.
2. La storia di un problema filosofico è fondamentale, ma la filosofia può anche proporre un problema come se esso fosse senza storia.
3. A volte la filosofia si fa carico delle urgenze del presente, ma volte sembra del tutto avulsa dal presente.

II.
IL PROBLEMA DELLA DEFINIZIONE DELLA FILOSOFIA E LA GENERALITÀ DELLA FILOSOFIA
1. Esistono orientamenti di pensiero profondamente diversi tra loro, quindi molteplici definizioni di "filosofia".
2. È sbagliato cercare la definizione "giusta" o "vera" della filosofia: dobbiamo invece prendere posizione sugli scopi e i limiti della riflessione filosofica. Le definizioni di "filosofia" dei filosofi sono prese di posizione.
3. Nella tradizione vi è l'idea della generalità della filosofia. Il filosofo sarebbe allora un "tuttologo"? Molti contestano ciò e sostengono che la filosofia sia una specializzazione.
4. Noi vogliamo riprendere l'idea della generalità, ma insieme sostenere anche che la filosofia non produce conoscenze "scientifiche" né conoscenze di ordine "superiore": la filosofia non ha da insegnarci nulla.
5. L'idea della generalità va allora intesa in questo modo: la filosofia è libera di spaziare con la sua riflessione ovunque, senza metodo, o con un metodo proprio, o con una pluralità di metodi.

III.
DIFFERENZA FRA LA FILOSOFIA E LA SCIENZA
1. La scienza interviene quando non sappiamo qualcosa; la filosofia interviene quando siamo confusi su qualcosa.
2. La tipica opposizione, nella prospettiva scientifica, è fra ciò che è noto e ciò che è ignoto; nella filosofia l'opposizione è tra ciò che è oscuro e ciò che è chiaro.
3. Wittgenstein: "La forma di un problema filosofico è 'Non mi ci raccapezzo'" (Ricerche filosofiche).
4. La confusione può essere anche soggettiva, come un 'inquietudine, uno smarrimento; in tal caso la filosofia vorrebbe mostrarti una strada.

IV.
IL VERSANTE "IDEOLOGICO" DELLA FILOSOFIA
1. Ciascuno ha un suo "modo di pensare". Cosa intendiamo con questa espressione? Non si tratta di un piccolo sistema di idee, non è un complesso di opinioni. Accompagna il mio essere personale, ma non so da dove viene ( è "implicito", inconsapevole), né mi chiedo di quali pensieri consiste.
2. Possiamo cogliere il modo di pensare di qualcuno osservando un suo giudizio (una sua valutazione su qualcosa), una sua opinione dichiarata, un suo modo di agire o di parlare, un suo comportamento.
3. Il modo di pensare si manifesta sia nei momenti delle grandi decisioni, sia in tutte le minuzie della vita quotidiana.
4. Il modo di pensare viene inculcato, proviene dall'esterno: dal costume, dall'educazione ricevuta, dalla tradizione, dalla religione, dalla cultura diffusa in generale (etica, morale, religione, storia, sapere, tradizioni).
5. Si diventa filosofi quando si decide di abbandonare il modo di pensare che abbiamo ricevuto originariamente. Nella crisi del modo di pensare la filosofia mostra possibili vie d'uscita, proponendo poi, a sua volta, dei modi di pensare alternativi.
6. La filosofia produce e propone una concezione del mondo / Weltanschauung / "ideologia"/ modo di pensare / modo di vedere.
7. La filosofia è critica delle ideologie inculcate. Nasce dall'esigenza di un modo di pensare autonomo, nasce dalla critica del preconcetto. Propone una "ideologia", intesa come patrimonio di idee che è necessario per uno stare al mondo provvisto di senso.
8. Se invece con "ideologia" si intende una dottrina già fatta, dove tutto è già stato pensato e non può essere messa in discussione, allora questa non è filosofia, si oppone alla filosofia.
9. In quanto ideologia filosoficamente prodotta, la filosofia è in relazione con la vita, con l'esistenza individuale e con l'esistenza sociale, nella loro determinatezza storica. Occorre distinguere fra un modo di pensare il mondo e un modo di sentire il mondo. Dietro una filosofia può esserci un nucleo affettivo, o un interesse presente nel conflitto storico-sociale. La filosofia è anche questo, ma non può ridursi a questo.
10. Le filosofie del passato si possono comprendere su due livelli: il loro contenuto teoretico e la loro curvatura ideologica (questo secondo livello mette in gioco il loro rapporto con l'epoca storica nella quale nascono).

V.-VI.
IL VERSANTE TEORETICO DELLA FILOSOFIA
1. Un progetto filosofico dà una forma a un modo di pensare. Dobbiamo cogliere l'orientamento che risulta dall'insieme di questa forma, ma l'orientamento, se è proposto da una filosofia, deve essere scelto per delle ragioni, deve essere ben fondato.
2. Non si tratta però di una validità basata sull'opposizione vero-falso. "Avere ragione" non si identifica con "dire una cosa vera". La forza di una filosofia è la sua forza argomentativa. Vi sono buone e cattive argomentazioni, differenze di peso fra le ragioni che sostengono un orientamento. Una filosofia si mette sempre alla prova della discussione. La confutazione scettica fa parte delle discussioni. La filosofia non è mai dogmatica.
3. La consistenza teoretica della filosofia riguarda uno spazio che non è (e non deve, anche se può, esserlo) connesso con il lato "ideologico" della filosofia. Questo spazio è occupato dai problemi filosofici e dalle questioni fondamentali (o "di principio", o "ultime").
4. I problemi filosofici nascono da difficoltà particolari che hanno origine nell'attività conoscitiva (sia filosofica, sia scientifica), e dipendono in genere da confusioni di ordine concettuale. Si risolvono sostanzialmente pensando (ma è utile naturalmente anche ricercare tutte le informazioni possibili). Lo scopo del pensare filosofico, nell'affrontare un problema filosofico, è quello di fare chiarezza.
5. Spesso però per fare chiarezza occorre utilizzare dei criteri, delle strutture teoriche da cui trarre metodi e sostegni. Le teorie filosofiche vengono costruite come contesti entro i quali poter chiarire uno o più problemi. Il filosofo elabora teorie come impalcature della chiarificazione.
6. Rispetto alle questioni fondamentali, invece, occorre dire che se da un lato si può porre su di esse molta enfasi (sono questioni e concetti molto importanti), dall'altro si può su di esse anche fare ironia: nel senso che non sono questioni da risolvere urgentemente, non sono un passaggio obbligato, non hanno il carattere di una méta da raggiungere, non sono questioni che hanno bisogno di essere decise affinché qualcosa abbia luogo o venga concretamente praticato.
7. Spesso, per introdurre a un problema filosofico, dobbiamo mostrare la confusione dietro all'apparente chiarezza. Il problema, altrimenti, potrebbe passare inosservato, potrebbe restare nascosto. Paradossalmente, prima il filosofo confonde, e poi inizia a fare chiarezza. Questo procedimento viene inaugurato da Socrate, il "padre dei filosofi".


Commento

Quando Piana tenne il corso Introduzione alla filosofia, inverno 1983-84, all'Università Statale di Milano, io ero fra gli studenti frequentanti il corso, attentissimo e subito conquistato dalla simpatia di Piana, per il suo modo di parlare pacato e con tratti di ironia, sempre chiarissimo nell'esposizione.
Il corso, dopo le prime lezioni che nell'edizione digitale 2001 sono riproposte, proseguì con approfondimenti sui temi dell'empirismo (con una trattazione dei fondamenti della filosofia di Hume) e della metafisica (attraverso la lettura interpretata di testi di Leibniz, Kant e Heidegger). Fu un'esperienza per me estremamente formativa, e l'immagine della filosofia che Piana mi ha trasmesso è rimasta sempre dentro di me. Successivamente un discorso metafilosofico all'altezza di quello di Piana l'ho trovato nella lettura di un saggio di Franca D'Agostini: Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza (Carocci Editore), e le tesi di D'Agostini le ho sempre confrontate criticamente, nella mia mente, con quelle di Piana. Successivamente c'è stata un'altra lettura metafilosofica che mi ha colpito: Prima lezione di filosofia di Casati (Laterza). In un testo nel quale provavo ad applicare un'idea di Franca D'Agostini sull'insegnamento della logica a scuola, mettevo a confronto le tesi metafilosofiche di D'Agostini con quelle di Casati. Commentando questo mio scritto, Franca D'Agostini mi scrisse una lettera metafilosofica dove chiariva e sviluppava le sue tesi. Nella mia risposta a questa lettera sono contenuti, in particolare nelle Conclusioni, elementi di confronto fra la metafilosofia di Piana e quella di D'Agostini.
Rileggere adesso il testo di Piana che ho sopra riassunto (attenzione: nel riassunto molte cose si perdono, quindi leggete il testo integralmente; inoltre: la ripartizione in paragrafi numerati è mia, e il contenuto corrisponde sostanzialmente alla suddivisione in sei parti che ha operato Piana, con qualche spostamento e accorpamento), anche a scopo di ausilio didattico per i miei studenti, che riflessioni mi suscita?

Innanzitutto noto come Piana sottolinei molto la pluralità delle filosofie, mostrando spesso come le prese di posizione dei filosofi possano essere opposte fra loro (cfr. per esempio I.2., I.3., II.1, V-VI.6.). Su questo concordo pienamente, e per questo, secondo me, la filosofia si colloca in una sorta di spazio intermedio fra l'arte e la scienza.
Inoltre noto come Piana tenda a svalutare radicalmente la portata conoscitiva della filosofia. In particolare vorrei soffermarmi criticamente sui punti V-VI.2.  e V-VI.6.
Quando Piana dice che "avere ragione" non si identifica con "dire una cosa vera" fa riferimento, credo, alla differenza tra la validità di un ragionamento o di un argomento e la verità della sua conclusione. Un ragionamento può essere valido ma portare a conclusioni false, se parte da premesse false. Ma è da considerare che fra i criteri per valutare la forza di un'argomentazione vi è anche la verità o falsità delle premesse. Quindi in qualche modo la verità, o meglio il grado di verità, di una tesi filosofica è importante, secondo me, se dobbiamo valutare una filosofia. Se una filosofia è incompatibile con le verità scientifiche, questo è un elemento che a mio avviso gioca a suo sfavore.
Quando Piana dice che le questioni fondamentali non sono questioni da risolvere urgentemente, non sono un passaggio obbligato, non hanno il carattere di una méta da raggiungere, non sono questioni che hanno bisogno di essere decise affinché qualcosa abbia luogo o venga concretamente praticato, secondo me svaluta troppo la portata teorico-pratica della filosofia. Proprio nel nostro tempo, secondo me, la filosofia dovrebbe essere molto più forte e incisiva nel sostenere visioni del mondo e teorie in grado di orientare i comportamenti individuali e collettivi verso una maggiore auto-consapevolezza e verso una maggiore consapevolezza della generale interconnessione di tutti con tutti e di tutti con il pianeta.