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20 giugno 2012

Il dibattito Vattimo/D'Agostini prosegue su La Stampa

La metafisica è finita
filosofiamo in pace

La Conclusione di Vattimo a un volume di saggi in suo onore. Una "questione di metodo" contro ogni pretesa di dominio

GIANNI VATTIMO
Un problema preliminare, con cui la filosofia contemporanea non può non fare i conti se vuole esercitarsi ancora come filosofia, e non solo come saggistica o come industriosità storiografica sul pensiero del passato, né ridursi a pura disciplina ausiliaria delle scienze positive (come epistemologia, metodologia, logica), è quello posto dalla critica radicale della metafisica. Bisogna sottolineare qui l’aggettivo «radicale», perché solo questo tipo di critica della metafisica costituisce davvero un problema preliminare ineludibile per ogni discorso filosofico consapevole della propria responsabilità. Non sono radicali quelle forme di critica della metafisica che, più o meno esplicitamente, si limitano a considerarla come un punto di vista filosofico fra altri, una scuola o corrente, che per qualche ragione filosoficamente argomentata bisognerebbe oggi abbandonare. […]

La critica della metafisica è radicale, e si presenta come un problema preliminare ineludibile, una vera e propria «questione di metodo», là dove si formula in modo da non colpire solo determinati modi di far filosofia o determinati contenuti, ma la stessa possibilità della filosofia come tale, come discorso caratterizzato da un suo statuto logico e anche, inseparabilmente, sociale. Il maestro di questa critica radicale della metafisica è Nietzsche. Secondo lui, la filosofia si è formata e sviluppata come ricerca di un «mondo vero» che potesse fare da fondamento rassicurante alla incerta mutevolezza del mondo apparente. Questo mondo vero è stato di volta in volta identificato con le idee platoniche, con l’aldilà cristiano, con l’ a priori kantiano, con l’inconoscibile dei positivisti, finché la stessa logica che aveva mosso tutte queste trasformazioni - il bisogno di cercare un mondo vero autenticamente tale, capace di resistere alle critiche, di «fondare» - ha condotto a riconoscere la stessa idea di verità come una favola, una finzione utile in determinate condizioni di esistenza; tali condizioni sono venute meno, e questo fatto si esprime nella scoperta della verità come finzione.

Il problema che Nietzsche vede aprirsi a questo punto, in un mondo dove anche l’atteggiamento smascherante è stato smascherato, è quello del nichilismo: dobbiamo davvero pensare che il destino del pensiero, una volta scoperto il carattere non originario, ma divenuto e «funzionale», della stessa credenza nel valore della verità, o della credenza nel fondamento, sia quello di installarsi senza illusioni, come un «esprit fort», nel mondo della lotta di tutti contro tutti, nel quale i «deboli periscono» e si afferma solo la forza? O non accadrà piuttosto, come Nietzsche ipotizza alla fine del lungo frammento sul Nichilismo europeo (estate 1887), che in questo ambito siano destinati a trionfare piuttosto «i più moderati, quelli che non hanno bisogno di principi di fede estremi, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso e di assurdità»?

Nietzsche non sviluppa molto di più questa allusione ai «più moderati», ma è probabile che, come appare dai suoi appunti degli ultimi anni (gli stessi da cui proviene questo frammento sul nichilismo), l’uomo più moderato sia per lui l’artista, colui che sa sperimentare con una libertà che gli deriva, in definitiva, dall’aver superato anche l’interesse alla sopravvivenza. […]

La questione circa la fine della metafisica, la sua improseguibilità, non è ineludibile solo o principalmente in quanto si riesca a dimostrare che essa costituisce il movente, esplicito o implicito, delle correnti principali della filosofia novecentesca; ma soprattutto perché pone in discussione la stessa possibilità di continuare a filosofare. Ora, questa possibilità non è minacciata tanto dalla scoperta teoretica di altri metodi, altri tipi di discorso, altre fonti di verità ricorrendo alle quali si potrebbe fare a meno di filosofare e di argomentare metafisicamente. Ciò che getta una luce di sospetto sulla filosofia come tale e su ogni discorso che voglia riprenderne su piani e con metodi diversi le procedure di «fondazione», di afferramento di strutture originarie, principi, evidenze prime e cogenti, è la smascherata connessione che queste procedure di fondazione intrattengono con il dominio e la violenza.

Il riferimento a questa connessione, sebbene possa apparire accidentale, è invece quello che, preso sul serio, rende davvero radicale la critica della metafisica; senza di esso, tutto si riduce a sostituire semplicemente alle pretese verità metafisiche altre «verità» che, in mancanza di una dissoluzione critica radicale della stessa nozione di verità, finiscono per riproporsi come istanze di fondazione. È difficile, come pure si sarebbe tentati di fare richiamandosi a Hegel, opporre a una tale «questione di metodo» l’invito a provare a nuotare gettandosi in acqua, cioè a cominciare di fatto a costruire argomentazioni filosofiche cercando se non sia possibile, contro ogni eccesso di sospettosità, individuare alcune certezze sia pure relativamente «ultime» e generalmente condivise. Tuttavia l’invito a gettarsi in acqua, l’invito a filosofare,non può provenire dal nulla; esso si richiama necessariamente all’esistenza di una tradizione, di un linguaggio, di un metodo. Ma le eredità che riceviamo da questa tradizione non sono tutte equivalenti: tra di esse c’è l’annuncio nietzschiano della morte di Dio, la sua «esperienza» più che teoria, della fine della metafisica e, con essa, della filosofia.

Proprio se si vuole accettare la responsabilità che l’eredità della filosofia del passato ci impone, non si può non prendere sul serio anzitutto la questione preliminare di questa «esperienza». Proprio la fedeltà alla filosofia è ciò che impone di non eludere, anzitutto, la questione della sua negazione radicale; questione che, come si è visto, è indistricabilmente connessa a quella della violenza.


Vattimo e Lady Gaga, ma cosa vi ha fatto di male la metafisica?

Dopo l’accusa del filosofo,
la difesa: macché violenza,
è  questa la “scienza che danza” ipotizzata da Nietzsche

FRANCA D'AGOSTINI
Torino
C’è una sola cosa che odio più del denaro, ed è la verità»: così dichiarava Lady Gaga al concerto di Torino, qualche tempo fa. Naturalmente, ci si chiede se sia vero che odia la verità, e se sì, allora dovrebbe odiare quel che ha detto; d’altra parte, se non è vero, forse non odia né la verità né il denaro, o forse li odia ma non nell’ordine indicato... Ma che cosa spinge l’erede di Madonna a prendersela con la verità, una «vecchia gloria» della filosofia, uno dei cosiddetti «trascendentali», unum verum bonum? È interessante capire quel che intende Lady Gaga, perché anche i filosofi - dunque persone che professionalmente si occupano dell’unum verum bonum - a volte condividono il suo punto di vista, con dichiarata e consapevole indifferenza per la classica autocontraddizione che ciò comporta.

È il caso in particolare di Gianni Vattimo, che come si legge nei suoi scritti, e da ultimo nella Conclusione di Una filosofia debole (Garzanti), saggi in suo onore a cura di Santiago Zabala, di cui La Stampa ha anticipato uno stralcio il 23 febbraio, visibilmente odia il concetto di verità, e con esso il concetto di realtà, e più in generale tutto il sistema di pensiero che chiama «metafisica», il quale consisterebbe nel fare frequente uso di questi concetti tipicamente filosofici, e tenerli in gran conto.

A un primo sguardo, queste forme di avversione nei confronti di entità astratte e perciò sostanzialmente inoffensive sono perlomeno enigmatiche: perché prendersela con i concetti di realtà e verità, e non piuttosto con le persone che li usano male, spacciando per vero e reale tutto e solo quel che fa a loro comodo? E perché prendersela con la metafisica, addirittura sostenendo che, come Vattimo scrive, sarebbe all’origine «del dominio e della violenza»? Quando sento queste strane connessioni mi viene sempre in mente il dialogo che cita Hannah Arendt nel saggio sul Totalitarismo: «Gli ebrei sono stati la causa della grande guerra!»; risposta: «Sì, gli ebrei e anche i venditori di biciclette»; «Ma perché i venditori di biciclette?»; «E perché gli ebrei?». Allo stesso modo, quando si sente dire che la metafisica è all’origine della violenza e del dominio, consiglio di aggiungere: «Sì, certo: la metafisica e anche le equazioni di sesto grado»; e naturalmente, quando vi chiedono «perché le equazioni di sesto grado?», conoscete la risposta.

È chiaro che nell’intera vicenda c’è di mezzo un fraintendimento, un disguido terminologico. Vattimo si muove guidato da Nietzsche e Heidegger. Da Nietzsche eredita la visione della «metafisica» come una semplice e un po’ infantile visione della realtà, in base alla quale vi sarebbe uno strato profondo, detto «mondo vero» e uno strato superficiale, illusorio e non vero. È questa una forma di pseudo-platonismo che Nietzsche ricavava da una affrettata lettura di Schopenhauer, ma è difficile che ci sia in giro qualcuno che difende una simile posizione: sia esso scienziato o politico o artista o anche filosofo (forse qualche vescovo cattolico potrebbe avallarla, ma non so...).

Richiamandosi a Heidegger, Vattimo intende poi per «metafisica» ogni forma di dogmatismo o di rigido realismo tecnocratico. Ma questo linguaggio sembra essere una prigione più che un’opportunità. Oggi la parola «metafisica» viene per lo più usata per indicare una indagine filosofica (e perciò critica, e problematica) sui fondamenti della fisica (come le nozioni di causalità, tempo, spazio), o su ciò che è possibile o impossibile, o sui criteri in base a cui distinguiamo l’esistente e l’inesistente. Nessun rapporto con quella teoria del «mondo vero» che a Vattimo non piace. Anzi, a occhio, l’attuale confronto tra metafisici assomiglia molto a quel che Vattimo vorrebbe fosse la filosofia: «Costruire argomentazioni filosofiche cercando se non sia possibile individuare alcune certezze generalmente condivise». In effetti proprio la metafisica - per esempio quella di David Lewis, o quella del nostro Achille Varzi - oggi assomiglia molto alla «scienza che danza con piedi leggeri», ipotizzata da Nietzsche.

Tornando allora a Lady Gaga, ci accorgiamo di un altro e più importante fraintendimento. È verosimile che con «truth» Gaga non intenda ciò che si contrappone al falso, ma ciò che si contrappone al finto artistico: quel gioco di vere finzioni che guida ogni arte, rappresentativa o meno. Ora è chiaro che il nemico qui non è la «verità», ma piuttosto la tendenza repressiva di chi si appella a un presunto (e falso) vero per mettere a tacere le espressioni altrui. Ma se così è - e gli accenni all’arte nel testo di Vattimo fanno pensare che per lui sia proprio così - allora la prima operazione è sbarazzarsi una volta per tutte proprio di quel linguaggio filosofico a cui Vattimo resta ostinatamente fedele. Un linguaggio tutto pieno di impossibilità e limiti: dal «su ciò che non si può dire bisogna tacere» di Wittgenstein (ma ciò che non si può dire lo stabiliva lui) alla «fine della filosofia» (e della metafisica, e di una quantità di altre cose) annunciata da Heidegger, e da molti altri.

27 marzo 2010

libri sul comodino e considerazioni

Elenco, in ordine casuale, i libri che ho sul comodino oggi e la cui lettura di fatto sto portando avanti "contemporaneamente", alcuni da più tempo altri da meno, seguendo di volta in volta il desiderio del momento: Francesco Berto, L'esistenza non è logica, Laterza 2010 Franca D'Agostini, Verità avvelenata, Bollati Boringhieri 2010 Maurizio Ferraris, Documentalità, Laterza 2009 Achille Varzi, Il mondo messo a fuoco, Laterza 2010 AAVV, Storia dell'ontologia, Bompiani 2008 Achille Varzi, Ontologia, Laterza 2005 Gianni Vattimo, Addio alla verità, Meltemi 2009 Maurizio Ferraris, Goodbye Kant!, Bompiani 2005 Francesco Berto, Logica da zero a Godel, Laterza 2007 Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Rizzoli 2005 Jodorowsky-Moebius, L'Incal, Edizioni BD 2008 Franca D'Agostini, Paradossi, Carocci 2009 Questo solo per dire, a chi ha notato che il blog è fermo da un po', che qualcosa prima o poi verrà fuori, se solo avrete la pazienza di aspettare e ogni tanto darete un'occhiata... Qualcosa che avrà a che fare con l'analisi dell'essere, dell'esistenza, della realtà fisica, della realtà sociale, della realtà politica, del pensiero, della possibilità logica, dell'impossibilità, dell'irrealtà, dell'immaginazione. Tutti questi temi affollano la mia mente, mentre la vita va avanti fra lezioni da preparare, compiti da correggere, pannolini da cambiare... Vi saluto tutti, lettori e lettrici del blog! PS nel frattempo sto meditando di ospitare sul blog le opere di qualche artista amico, trasformandolo momentaneamente in galleria d'arte.

20 dicembre 2008

Nichilismo: pericolo e salvezza

L’ultimo “Almanacco di filosofia” della rivista Micromega, dal titolo “Dio, nichilismo, democrazia”, stampato nell’ottobre 2008, è in larga parte costruito intorno alle reazioni che vari filosofi, teologi e un costituzionalista hanno avuto di fronte a un testo di Paolo Flores d’Arcais dal titolo Etica dell’ateismo. In tale testo Flores d’Arcais sostiene, in sintesi, che l’etica e la politica devono rinunciare alla religione. La fede non può essere fondamento di etica e politica, perché in quanto tale porta allo scontro fra visioni del mondo diverse ma che pretendono ciascuna di essere l’unica vera. Occorre quindi, propone Flores d’Arcais, l’ateismo metodologico, ovvero il consegnare l’eventuale fede alla sfera privata. In pratica si tratta di una difesa radicale della laicità in tutti i contesti di convivenza sociale: dalle città alla comunità internazionale. In questi termini la tesi non è particolarmente originale, ma il modo in cui Flores la sostiene contiene molti punti problematici e fecondi. Mi voglio soffermare su uno in particolare, ovvero il fatto che Flores declina in modo decisamente negativo il termine “nichilismo”, con la relativa reazione di Vattimo. Secondo Flores, che Dio esista o non esista “tutto è permesso”. O nel senso (se si crede in Dio) che si scontrano i diversi profeti, predicatori, autorità che parlano in nome di Dio (guerre di religione, crociate, scontri di civiltà, intolleranze…), o nel senso (se non si crede) che ogni morale è possibile e quindi prevale il più forte, chi ha più successo, e impera comunque la guerra. Il “tutto è permesso” è quindi condizione umana. “L’uomo è l’animale a rischio di nichilismo. (…) In altri termini: l’uomo è il creatore e signore della norma. (…) Il potere dell’uomo sulla norma è al tempo stesso il suo potere di autodisruzione.” Il nichilismo viene quindi presentato da Flores come caduta in uno stato di conflitto permanente che può arrivare all’autodistruzione della specie. Vattimo, nel suo intervento dal titolo Solo il nichilismo ci può salvare, rivendica invece una nozione positiva, o perlomeno neutra, di nichilismo. Il nichilismo, stando alla sua accezione in Nietzsche, è proprio la consapevolezza che la norma dipende solo da noi, cioè che ogni valore con pretesa di assolutezza può essere svalutato; è la fine dell’idea che ci siano valori assoluti. Ma ciò è salvifico, perché è solo questo che ci può salvare dalla tentazione di bombardare un paese perché lì non si sono ancora affermati i valori assoluti. Il nichilismo ci obbliga all’idea che sono necessari, per la convivenza civile, accordi, bilanciamenti, conciliazioni e compromessi. Siamo quindi di fronte a due modi molto diversi di intendere il concetto di nichilismo, il che sicuramente indica un problema aperto. Da una parte abbiamo la paura che la situazione di irriducibile pluralismo etico porti a violenza, a distruzione e autodistruzione. Dall’altra abbiamo la tesi che proprio la consapevolezza del pluralismo etico possa invece costringere al tener conto delle differenze e a trovare accordi di rispetto reciproco. La domanda potrebbe essere formulata in questo modo: è l’assenza di valori che porta al conflitto permanente o è l’eccessivo attaccamento ad alcuni valori considerati irrinunciabili? Il fatto che possano esistere molteplici morali (quindi nessuna sia assoluta) comporta il rischio della prevaricazione come unico criterio o porta alla costruzione responsabile di una propria morale e successivo confronto pacifico con quelle altrui? Propongo una chiave per uscire dal dilemma: la differenza fra il pluralismo etico come fatto e la consapevolezza del pluralismo etico. Una cosa è credere che non essendoci un sistema di regole universali ognuno debba pensare per sé e per il proprio gruppo di appartenenza cercando di prevalere sugli altri. Un’altra cosa è rendersi invece conto che che comunque stiamo seguendo (o dobbiamo darci) delle regole e che altri individui /altri gruppi hanno regole diverse dalle nostre, e che ciò comporta il rischio della distruzione/autodistruzione, e che si tratta allora di costruire un terreno comune, un linguaggio comune entro il quale comunicare e trovare accordi, compromessi. Il nichilismo come situazione di reale assenza di valori trascendenti, entro la quale ciascuno (individuo/gruppo/comunità) aderisce a un’etica particolare e si scontra con gli altri è altra cosa dal nichilismo inteso come consapevolezza raggiunta di tale situazione, perché tale consapevolezza ci rende uniti e uguali nella comune situazione della relatività di ogni morale. Il nichilista inconsapevole è pericoloso, è distruttivo. Il nichilista consapevole è capace di comprendere il punto di vista altrui ed è molto meno incline alla violenza rispetto al non-nichilista. Flores sostiene la necessità di fare a meno della fede, nella sfera pubblica, anche se la si ha; Vattimo sostiene la necessità di fare a meno di ogni universalismo anche se si ha fede. In conclusione: “l’ateismo metodologico” di cui parla Flores D’Arcais è forse la stessa cosa del “nichilismo salvifico” di cui parla Vattimo. Altro punto su cui mi pare concordino è che l’unica etica “universale”, il terreno comune sul quale etiche diverse possano incontrarsi e trovare accordi, non può essere che una meta-etica, un discorso etico di secondo (o terzo? o quarto?) livello… Ma questa è un’altra storia.