5 agosto 2026

APPUNTI del corso su "Filosofia della musica" di Giovanni Piana, Università Statale di Milano, 1986. L'atteggiamento fenomenologico, la nozione di SENSO e quella di VALORE espressivo.

 


Alla ricerca di una ragionevole e comprensibile nozione di "senso", che possa essere utilizzata per porre la seguente domanda metafisica:

Ha, il mondo (inteso come somma di tutti gli oggetti – esistenti e inesistenti), un senso?

ho ripreso in mano gli appunti del corso "Filosofia della musica", tenuto in Statale da Giovanni Piana nel 1986.

Ne riporto di seguito alcuni stralci, evidenziando in grassetto le parti che mi sembrano più significative (sono solo alcune delle prime lezioni, perché poi il discorso di Piana si è sviluppato sempre più verso il tema specifico, peraltro rintracciabile in uno dei suoi libri più ambiziosi e "sistematici": Filosofia della musica, pubblicato da Guerini e Associati ed oggi presente nell'Archivio Piana, accessibile gratuitamente in rete nella versione arricchita dopo la morte di Piana, a cura di suo figlio, Valentino).

19 marzo

Il suono diviene materiale della musica quando entra ib un rapporto di esperienza con una soggettività percettiva.

Rapporto di esperienza in generale: due componenti:

1. componente soggettiva

2. componente relazionale (riferimento all'oggetto); oggettività intesa non come in sé sussistente, indipendentemente dal soggetto, ma come estremo della relazione.

FENOMENOLOGIA: non come sistema, ma come insieme di criteri. FENOMENO non come fatto ma come l'apparire di qualcosa a qualcuno.

Nozione generale di atteggiamento fenomenologico: atteggiamento di chi si mantiene all'interno del rapporto esperienziale, senza introdurre elementi che lo spieghino andando oltre di esso. Descrizione delle esperienze fatte senza volerle spiegare o interpretare. (Non può qui intervenire la critica di chi dice che ogni fatto è già interpretazione. Infatti qui non si tende all'obiettiviamo (che sarebbe un andare oltre)).

Su questa nozione generale, pre.filosofica, innestiamo prese di posizione filosofiche: intanto

RIDUZIONE ALL'IMMANENZA: ogni oggettività viene fatta valere solo come fenomeno. In questa prospettiva, ad esempio, la considerazione fisica del suono è già un andare oltre l'immanenza, cioè oltre l'esperienza che io ho del suono. È questa una forma di "fenomenismo" (o addirittura di "idealismo")? NO: riduzione all'immanenza NON vuol dire soggettivismo totale. Operando la riduzione all'immanenza non cambiano le esperienze: cambiano i problemi che io mi pongo rispetto ad esse. L'oggetto viene problematizzato. L'oggetto si manifesta come una pluralità di SENSI, che vanno compresi nella loro costituzione. L'oggetto non come qualcosa di dato, con proprietà oggettive, ma come complesso di significati che hanno una loro origine e una loro motivazione (che va ricercata).

CONFRONTO CON L' EMPIRISMO. Mentre per noi la riduzione all'immanenza aveva come effetto quello di problematizzare l'oggetto, cioè di rendere attenti alla molteplicità di sensi con cui esso si presenta nella relazione esperienziale, giungendo così ad un arricchimento dell'esperienza, con Hume invece l'effetto è quello di un impoverimento dell'esperienza, perché Hume vuole dissolvere i sensi complessi, polverizzarli, per riportarci ad uno stadio primitivo in cui esistono solo atomi di esperienza (le "impressioni"). Anche la soggettività viene decomposta. Vi è anche un intento ricostruttivo dell'oggettività (attraverso le leggi associative), ma questa ricostruzione è dubbia, in quanto viene sottolineato il carattere temporale dell'esperienza. Ridurre all'immanenza [per Hume] è tornare indietro nella temporalità dell'esperienza, quando nessun senso sei era costituito (CAOS dell'inizio dell'esperienza). Ogni formazione di senso avviene come stabilizzazione graduale, attraverso l'abitudine. Ciò implica che nessuna formazione di senso è necessaria di per sé, che le formazioni di senso sono solo abiti mentali, sono tramandate dalla tradizione, si giustificano solo perché è stato così, ma poteva andare anche diversamente quindi nessuna formazione ha un particolare privilegio sulle altre. In questa direzione si va verso l'anti-dogmatismo, si va contro la volontà di una fondazione forte, extra esperienziale, razionale, trascendente. Si vuole recuperare un'apertura totale dell'esperienza, dove tutto è da costruire e nulla è deciso in partenza. L'abitudine ha anche un'altra valenza: è potente; io appartengo alle mie abitudini. È difficilissimo liberarsi delle proprie abitudini. L'empirismo indebolisce le nozione di verità e di necessità, sostituendole con quelle di convenzione e contingenza.

20 marzo

CRITICHE ALL'EMPIRISMO.  1. Sul modo di intendere la riduzione all'immanenza: fenomeno come aggregato di dati sensoriali, che sono poi astrazioni filosofiche. Non vi sono dati sensoriali in sé (per esempio sensazione di bianco), ma essi sono sempre relativi a qualcosa. 2. L'esclusione di vincoli interni al materiale di esperienza che orientino la sua organizzazione, cioè la totale casualità delle associazioni: le leggi dell'associazione. In realtà non è possibile sostenere la totale occasionalità delle associazioni proprio tenendo conto della regola della somiglianza. Le regole riconosciute da Hume: CONTIGUITÀ TEMPORALE (irrilevanza del contenuto), CONTIGUITÀ SPAZIALE (irrilevanza del contenuto ma formazione istantanea del senso), SOMIGLIANZA: vincolo interno al materiale di esperienza; vincolo contenutistico. L'empirismo assume come modello della formazione di senso la contiguità temporale, e su questa base costruisce il suo atteggiamento mentale, MA: ● la regola di contiguità spaziale mette in crisi la concezione di formazione di senso come formazione STABILIZZATA nel tempo attraverso l'abitudine; ● la regola di somiglianza mette in crisi la concezione di assenza di vincoli oggettivi nella formazione di senso (oltre che agire come la regola della continuità spaziale). 

[...]

25 marzo

Le critiche all'empirismo che abbiamo fatto non sono nuove: rientra nell'impostazione gestaltica. VON EHRENFELS, STUMPF. Nonostante le critiche, la tematica dell'associazione rimane per noi valida. L'esperienza è essenzialmente operare unificazioni. Le configurazioni sono il risultato di SINTESI fondate sul contenuto degli elementi della configurazione. Ciò implica intendere la soggettività anzitutto come PASSIVA, RICETTIVA. SINTESI PASSIVA: unificazione dovuta alle tendenze sintetiche insite nel dato fenomenologico. Obiezione: e il momento INTERPRETATIVO? e il fatto che la ricezione è già sempre interpretazione? Risposta: il dato fenomenologico fornisce un AMBITO entro cui sono possibili molteplici interpretazioni, ma non infinite interpretazioni, non qualunque interpretazione. Vi sono dei VINCOLI alle interpretazioni possibili. Il SENSO si forma nell'intersezione tra TEMPO e STRUTTURA. Sul versante del TEMPO abbiamo la potenza dell'abitudine, gli abiti mentali e culturali, le proiezioni soggettive. Il momento soggettivo esiste comunque, nella stessa nozione di fenomenologia, dato che il rapporto di esperienza è il rapporto col soggetto. Sul versante della STRUTTURA (che non va intesa in senso logico-schematico: non è uno schema logico che sotto il piano fenomenologico) abbiamo le tendenze sintetiche insite nel dato fenomenologico. La potenza della struttura delimita l'ambito delle possibilità interpretative.

SENSO non va quindi inteso sul modello del linguaggio, piuttosto sul modello del comportamento sensato o insensato, cioè in riferimento a parametri: ● DIREZIONE, ● ORDINE (vs DISORDINE), ● COERENZA (vs  INCOERENZA); SEMPLICITÀ (vs COMPLESSITÀ [non mi è qui però chiaro se Piana intendesse la caratteristica della complessità come tendente all'ambito dell'insensato, perché di per sé il concetto non mi sembra implicare questo, anzi in certi casi si può intendere come rimandante ad un ambito di maggiore senso...]), ● CONNESSIONE-RELAZIONE.

Vi è un dinamismo (di tendenze sintetiche) che conduce ad un risultato sensato o insensato (ordinato o caotico; semplice o complesso ecc).

ESPRESSIONE:  i complessi fenomenologici possono avere una carica espressiva. In generale hanno una espressività latente. "Esprimere" non come manifestare all'esterno ciò che è all'interno, ma come suscitare un processo immaginativo che porta in una dimensione diversa da quella reale, attraverso "intesi immaginative".

26 marzo

ESPRESSIONE: Un dato fenomenologico perde il suo carattere specifico e assume un VALORE espressivo, immaginativo, simbolico; valore che non è statico ma indica una direzione, una regione immaginativa descrivibile come una rete di immagini. La nostra posizione si colloca tra due estremi: 1. il convenzionalismo, per il quale un dato può ricevere qualunque valore simbolico; 2. la totale intrinseci del rapporto simbolico, ovvero il simbolo sarebbe manifestazione di un dato metafisico, indipendentemente dall'uomo. Per noi, un complesso fenomenologico non può simbolizzare (nel senso dinamico) qualunque regione immaginativa. Vi sono dei vincoli: un contenuto deve essere in grado di sopportare l'indice di valorizzazione che gli è stato attribuito. A noi interessa l'esplicitazione dell'ambito espressivo reso possibile da un certo dato fenomenologico. Ci interessa descrivere le possibilità espressive di un dato. Ci interessa cioè una fenomenologia dell'espressione, che però non è l'unico aspetto dell'espressione. Vi è anche, l'aspetto DIALETTICO, ovvero: la realizzazione dell'espressione. Le possibilità espressive vengono utilizzate da un soggetto, in un ambito temporale, in un progetto espressivo i cui fini sono extra-immaginativi (motivi esistenziali eccetera), circostanze temporali [storiche] che mettono in moto il processo immaginativo. 

[confronto polemico con Goodman... La nostra posizione mantiene l'istanza dell'antidogmatico e della libertà intellettuale, ma è contro il relativismo]

1 agosto 2026

"Il dono dei vincoli. Per leggere Husserl" di Roberta De Monticelli. Husserl massimo filosofo del Novecento? Per la fenomenologia il mondo ha senso? Franzini vs De Monticelli /Cacciari vs De Monticelli









In occasione della presentazione del libro di Roberta De Monticelli Il dono dei vincoli. Per leggere Husserl (Garzanti 2018), alla Casa della Cultura Massimo Cacciari, Elio Franzini e l'autrice hanno discusso (in maniera anche molto accesa, a tratti! - i disaccordi maggiori sono quelli tra Cacciari e De Monticelli) sui diversi motivi per cui Husserl possa essere considerato il maggiore filosofo del Novecento, o addirittura l'unico "vero" filosofo del Novecento. Discussione estremamente istruttiva, che ripropongo qui e che mi riprometto di approfondire in seguito.

Riprendo (agosto 2026) questo vecchio post (che si limitava a invitare alla visione della presentazione/discussione del libro su Husserl di Roberta De Monticelli) e, dopo aver rivisto il video e ascoltato la discussione, riporto qui stralci del lungo intervento di Franzini, che ricostruisce bene la prospettiva fenomenologica e nel farlo afferma che secondo questa prospettiva "il mondo HA un senso" Ribatte più avanti la De Monticelli che il mondo è una cosa troppo grande per avere un senso... Questo punto critico è per me molto importante e da approfondire. Su una questione collegata (Esiste il mondo?) ho scritto un post tempo fa che era una quasi-recensione di un libro di Markus Gabriel:


FRANZINI:

Husserl “esige la fondazione” (espressione usata da Cacciari nell’intervento precedente) e al tempo stesso esigendo la fondazione ritiene la filosofia un compito illimitato. Quella stessa fondazione che si esige, in realtà non si conclude mai. D’accordo con Cacciari anche nel dire che resistono in Husserl dei grandiosi residui dogmatici…

La fenomenologia si è molto diffusa, adesso parla anche in inglese ed è diventata un orizzonte che si fonde con la cosiddetta filosofia analitica, e in questo senso qui Husserl non è quello che fonda ma quello che analizza e descrive.

Husserl è, mi sembra che questo sia un punto che esce dal libro della De Monticelli, è il partigiano di una ragione quasi neo-illuministica, una ragione che rigetta Spengler e che grazie a questo rigettare vede in Heidegger un punto di deriva. Un punto di deriva  al quale si contrappone quell’istanza fondamentale di tutto il pensiero fenomenologico, cioè l’esigenza di porre la filosofia su un dato concreto e questo dato concreto si chiama Lebenswelt, si chiama mondo della vita. Il discorso di Husserl dai primi del Novecento fino alla Crisi delle scienze europee si fonda su questo concetto. Husserl è il filosofo del mondo della vita. Il mondo della vita è anche un’istanza di carattere etico, ma non in senso generico:  l’ethos della filosofia di Husserl è il mondo della vita.
R.D.M. insiste fin all’eccesso su questa istanza etica della filosofia di Husserl, questo è il mio primo punto critico: personalmente, l’Husserl che ormai mi piace di più è quello dove ci sono meno residui dogmatici, dove sono meno possibili quei sincretismi astratti, dove non vi sono quelle retoriche… preferisco l’Husserl logico, delle Ricerche logiche, di Logica formale e trascendentale, di Esperienza e giudizio: l’Husserl di quelle ricerche quasi illeggibili che coprono i suoi anni dal 1904 al 1907, quelle microanalisi fenomenologiche che ci fanno vedere un pensiero che si forma, al di là dei dogmatismi e al di là di quelle rigide definizioni epocali. Questo Husserl micro-analitico ha certo un’etica del filosofare ma non ha al suo fondo un’istanza di carattere etico.

Qual è il punto di partenza? Quel punto di partenza che dà il senso del titolo ma anche quello della centralità del mondo della vita è il problema dell’evidenza. Il problema dell’evidenza è il problema epistemologico della fenomenologia. La fenomenologia si vuole presentare come un’epistemologia, ma le fenomenologia è anche una ricerca viva, cioè una ricerca che non rimane chiusa nell’ambito del maestro, pur non potendo prescindere dal maestro. La fenomenologia ci insegna a ragionare sull’evidenza, a ragionare sulle cose stesse, a ragionare sulle varie regioni che costituiscono il senso del nostro mondo circostante, ma è ricerca che non si riduce mai al solo Husserl, proprio perché è indagine sull’evidenza, è indagine sulle varie e stratificate regioni del mondo della vita. Questa è la forza teorica della fenomenologia: che anche nel momento in cui è storia, anche nel momento in cui è inserita all’interno di un contesto storico, la fenomenologia non può mai essere ridotta alla sua storicità proprio perché è filosofia viva, è filosofia che si fa “sempre di nuovo” (Enzo Paci): ogni volta che si indaga si fa della fenomenologia.
Ma che cosa sono i “vincoli”?
I vincoli sono gli priori materiali, il fatto che le cose stesse si auto-strutturano, il fatto che anche nel momento in cui noi determiniamo la nostra visione del mondo e delle cose, cioè intenzioniamo il mondo, e quindi ci poniamo sul piano dell’immanenza, il senso dell’evidenza è nelle cose, nelle qualità materiali delle cose stesse. Quindi la filosofia ci dona questo istante, questo elemento del vincolo. E il dono dei vincoli è il dono delle essenze, perché sono le essenze a disegnare, al loro interno, il senso intrinseco delle cose. Questa è la chiave della fenomenologia. 
Questo elemento che costituisce il mondo delle vita, dalle Ricerche logiche fino alla Crisi delle scienze europee, è il fatto che il mondo si struttura secondo un senso perché il mondo HA un senso. E fare della fenomenologia significa riaffermare sempre di nuovo il senso del mondo, ma il mondo ha un senso perché il mondo si manifesta attraverso vincoli, attraverso a priori, attraverso evidenze, attraverso essenze, essenze concrete. Il mondo è un vincolo perché la fenomenologia è una ontologia del concreto. Ma nel senso che propone Husserl in Esperienza e giudizio: l’ontologia è il far emergere il senso dell’esperienza, ma il senso dell’esperienza è concreto, ma la concretezza è vincolata perché il mondo è fatto così e così, e non altrimenti. Anche se questo essere fatto così e così del mondo e non altrimenti può e deve essere visto da plurimi punti di vista possibili. Per cui il senso delle cose è un senso che implica il divenire dello sguardo e un’ontologia del concreto che si sviluppa con una fondazione (perché la fondazione è la concretezza) ma la fondazione è qualcosa che esige uno sguardo che si rinnova. Questa, senza dilungarmi, è l’intenzionalità; l’intenzionalità è la proprietà dei vissuti, che ne fa i modi di presenza degli oggetti.

L’intenzionalità non è un principio di spiegazione, l’intenzionalità è un principio di relazione con il mondo, che non può essere spiegata ma può essere solo descritta. 

Il rinnovo delle ragione nella descrizione e non nella spiegazione è forse l’unico senso che la filosofia oggi può avere.


DE MONTICELLI:

 (rivolgendosi a Franzini) “Il mondo ha senso”? Beh, il mondo è è una cosa troppo grande per avere un senso: sono sempre pezzi di mondo che hanno sensi d’essere.