6 luglio 2009

Kant e il desiderio di non-genitorialità


La decisione (nel senso di scelta consapevole e motivata, non dovuta a ostacoli fisici, materiali) di non fare figli (pur essendo nella condizione di poterli fare), ad esempio per avere più tempo da dedicare alla vita di coppia o alla propria professione, rispetta la forma morale prescritta dall'imperativo categorico?

Sembrerebbe di no (ricordiamo che l'imperativo categorico, perno dell'etica kantiana, prescrive che la massima che regola il nostro comportamento debba poter essere una massima universale, cioè generalizzabile a tutta l'umanità): se tutti facessero questa scelta, se tutti decidessero di non fare figli si estinguerebbe il genere umano!

Ne consegue, allora, che fare figli è un dovere morale (per chi segue l'etica kantiana)?

22 giugno 2009

uno sguardo intenso...

... sembra anche severo, ma certamente si tratta di un'attribuzione indebita: una lettura umana di una forma di vita non umana.


"Sono emozionato" (etica della comunicazione)


Sentiamo sempre più spesso la frase "Sono emozionato" senza che venga detto di quale emozione si tratta. La parola "emozione" è molto utilizzata in senso generico ma copre una pigrizia nel discernere e dare un nome a ciò che si sta provando. Si tratta di paura? preoccupazione? rabbia? imbarazzo? commozione? gioia? Sforzarsi di nominare, spiegare con precisione, magari con una o più frasi invece che con una sola parola, renderebbe la nostra comunicazione molto più razionale ed efficace. Il problema è che dietro a questa precisione linguistica dovrebbe esserci una capacità di lettura, di comprensione delle proprie emozioni, che spesso manca. Già renderesene conto, però, serebbe un primo passo. Una domanda sottile, sottovoce, dovrebbe sempre accompagnarci: "Cosa sto provando in questo momento?" "Cosa (quale emozione) sento?".

20 dicembre 2008

Nichilismo: pericolo e salvezza


L’ultimo “Almanacco di filosofia” della rivista Micromega, dal titolo “Dio, nichilismo, democrazia”, stampato nell’ottobre 2008, è in larga parte costruito intorno alle reazioni che vari filosofi, teologi e un costituzionalista hanno avuto di fronte a un testo di Paolo Flores d’Arcais dal titolo Etica dell’ateismo.

In tale testo Flores d’Arcais sostiene, in sintesi, che l’etica e la politica devono rinunciare alla religione. La fede non può essere fondamento di etica e politica, perché in quanto tale porta allo scontro fra visioni del mondo diverse ma che pretendono ciascuna di essere l’unica vera. Occorre quindi, propone Flores d’Arcais, l’ateismo metodologico, ovvero il consegnare l’eventuale fede alla sfera privata. In pratica si tratta di una difesa radicale della laicità in tutti i contesti di convivenza sociale: dalle città alla comunità internazionale.

In questi termini la tesi non è particolarmente originale, ma il modo in cui Flores la sostiene contiene molti punti problematici e fecondi. Mi voglio soffermare su uno in particolare, ovvero il fatto che Flores declina in modo decisamente negativo il termine “nichilismo”, con la relativa reazione di Vattimo.

Secondo Flores, che Dio esista o non esista “tutto è permesso”.
O nel senso (se si crede in Dio) che si scontrano i diversi profeti, predicatori, autorità che parlano in nome di Dio (guerre di religione, crociate, scontri di civiltà, intolleranze…), o nel senso (se non si crede) che ogni morale è possibile e quindi prevale il più forte, chi ha più successo, e impera comunque la guerra. Il “tutto è permesso” è quindi condizione umana. “L’uomo è l’animale a rischio di nichilismo. (…) In altri termini: l’uomo è il creatore e signore della norma. (…) Il potere dell’uomo sulla norma è al tempo stesso il suo potere di autodisruzione.” Il nichilismo viene quindi presentato da Flores come caduta in uno stato di conflitto permanente che può arrivare all’autodistruzione della specie.

Vattimo, nel suo intervento dal titolo Solo il nichilismo ci può salvare, rivendica invece una nozione positiva, o perlomeno neutra, di nichilismo. Il nichilismo, stando alla sua accezione in Nietzsche, è proprio la consapevolezza che la norma dipende solo da noi, cioè che ogni valore con pretesa di assolutezza può essere svalutato; è la fine dell’idea che ci siano valori assoluti. Ma ciò è salvifico, perché è solo questo che ci può salvare dalla tentazione di bombardare un paese perché lì non si sono ancora affermati i valori assoluti. Il nichilismo ci obbliga all’idea che sono necessari, per la convivenza civile, accordi, bilanciamenti, conciliazioni e compromessi.

Siamo quindi di fronte a due modi molto diversi di intendere il concetto di nichilismo, il che sicuramente indica un problema aperto. Da una parte abbiamo la paura che la situazione di irriducibile pluralismo etico porti a violenza, a distruzione e autodistruzione. Dall’altra abbiamo la tesi che proprio la consapevolezza del pluralismo etico possa invece costringere al tener conto delle differenze e a trovare accordi di rispetto reciproco.
La domanda potrebbe essere formulata in questo modo: è l’assenza di valori che porta al conflitto permanente o è l’eccessivo attaccamento ad alcuni valori considerati irrinunciabili?
Il fatto che possano esistere molteplici morali (quindi nessuna sia assoluta) comporta il rischio della prevaricazione come unico criterio o porta alla costruzione responsabile di una propria morale e successivo confronto pacifico con quelle altrui?

Propongo una chiave per uscire dal dilemma: la differenza fra il pluralismo etico come fatto e la consapevolezza del pluralismo etico.
Una cosa è credere che non essendoci un sistema di regole universali ognuno debba pensare per sé e per il proprio gruppo di appartenenza cercando di prevalere sugli altri. Un’altra cosa è rendersi invece conto che che comunque stiamo seguendo (o dobbiamo darci) delle regole e che altri individui /altri gruppi hanno regole diverse dalle nostre, e che ciò comporta il rischio della distruzione/autodistruzione, e che si tratta allora di costruire un terreno comune, un linguaggio comune entro il quale comunicare e trovare accordi, compromessi. Il nichilismo come situazione di reale assenza di valori trascendenti, entro la quale ciascuno (individuo/gruppo/comunità) aderisce a un’etica particolare e si scontra con gli altri è altra cosa dal nichilismo inteso come consapevolezza raggiunta di tale situazione, perché tale consapevolezza ci rende uniti e uguali nella comune situazione della relatività di ogni morale.

Il nichilista inconsapevole è pericoloso, è distruttivo. Il nichilista consapevole è capace di comprendere il punto di vista altrui ed è molto meno incline alla violenza rispetto al non-nichilista.

Flores sostiene la necessità di fare a meno della fede, nella sfera pubblica, anche se la si ha; Vattimo sostiene la necessità di fare a meno di ogni universalismo anche se si ha fede. In conclusione: “l’ateismo metodologico” di cui parla Flores D’Arcais è forse la stessa cosa del “nichilismo salvifico” di cui parla Vattimo.

Altro punto su cui mi pare concordino è che l’unica etica “universale”, il terreno comune sul quale etiche diverse possano incontrarsi e trovare accordi, non può essere che una meta-etica, un discorso etico di secondo (o terzo? o quarto?) livello… Ma questa è un’altra storia.

1 novembre 2008

L'inoltrepassabile

A un ateo domando: come sai che al di là dei limiti dell'esperienza non c'è nulla? Non potrebbe esserci qualcosa d'altro? Qualcosa di completamente diverso, forse impensabile, inimmaginabile? Sei proprio convinto che sappiamo tutto?

A un credente domando: come sai che al di là dei limiti dell'esperienza c'è Dio? Non ti sembra che Dio sia troppo simile all'uomo (persona, con una volontà, una conoscenza, un potere... elevati al massimo grado) per essere veramente trascendente, cioè collocato oltre, al di là?

Tendiamo costantemente ad uscire dai limiti della nostra esperienza, ma ne veniamo costantemente ricacciati dentro, perché se usciamo fuori dai limiti stiamo facendo allora esperienza di questo fuori, che diventa allora un dentro...

Il trascendimento della nostra esperienza è quindi insieme impossibile ma necessario. Questa necessità sembra appartenere alla natura umana, perché in questo continuo uscire-rientrare intanto i limiti si allargano: sappiamo-immaginiamo-pensiamo sempre di più. C'è quindi crescita, evoluzione: è il modo umano di essere vivi.

(cfr., in questo blog, "Libertà come evoluzione")
(cfr. Franca D'Agostini, Logica del nichilismo, Laterza 2000)

26 ottobre 2008

Capire Hegel: la dialettica soggetto/oggetto

Capire l'impostazione di fondo della filosofia hegeliana è sempre stato per me un problema, e la filosofia di Hegel è certamente una delle più difficili.
Nel volume di Franca D'Agostini "Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza" (Carocci 2005) ho trovato però dei passaggi illuminanti che mi hanno molto aiutato:

"Ogni realista difensore della cosa senza soggetto sta in verità parlando di se stesso, e difendendo il proprio modo di guardare la realtà. Questo vale naturalmente anche per i difensori della soggettività senza la realtà: almeno e se non altro in quanto devono postulare come reale, dunque violare e rendere oggettivo, quel soggetto di cui difendono il primato contro gli oggetti.
In altre parole, nel momento in cui difendo i diritti dell'oggetto, lo faccio dal punto di vista di un soggetto tanto potente da saper conoscere perfettamente, e perciò difendere, il proprio altro; nel momento in cui invece difendo i diritti della soggettività lo faccio assumendo il soggetto stesso come un oggetto e un dato obiettivato, e dunque postulo un oggetto tanto forte da poter modellare con la sua forma il suo differente.
Questa elementare dialettica è il vizio di forma di qualsiasi posizione unilaterale. Ma l'opinione di Gadamer (come quella di Hegel), è che tutti, i soggettivisti come i difensori dell'oggettivo, sono in qualche modo spossessati dalla oggettività di questa dialettica, che - essa stessa - costituisce il movimento proprio di qualcosa che non è interamente riducibile al soggettivo, né all'oggettivo, pur essendo proprio dell'uno e dell'altro."

Ecco. Questa è la dimensione in cui si colloca la filosofia hegeliana. Di che si tratta? Del linguaggio, di quella dimensione oggettiva ma costituita attraverso il "solidificarsi dell'esperienza umana in concetti-parole", quindi qualcosa che ha una radice soggettiva e la cui oggettività non coincide però con quella delle cose. "Il linguaggio non è né uomo né cosa".

Hegel esalta e valorizza questa dimensione intermedia fra le cose (gli enti fisici) e i vissuti (gli eventi mentali), in cui troviamo oggetti che sono un prodotto collettivo dell'umanità e sono collegati fra loro in una struttura non statica bensì soggetta al mutamento, alla trasformazione storica.

Questa dimensione è in fondo quella della filosofia stessa, quella nella quale si collocano le indagini filosofiche, e la filosofia è anche quell'ambito "intermedio" fra scienza e arte che potrebbe far uscire dalla guerra delle "due culture" (umanistica vs scientifica) invitando all'ascolto reciproco, fornendo un terreno comune entro il quale dialogare.

Forse il male culturale del nostro tempo è proprio il non riuscire a tenere insieme i discorsi sui fatti e i discorsi sui valori.

14 ottobre 2008

Ontologia come valorizzazione

"Cosa esiste?"

Per rispondere devo affrontare una serie di questioni, ad esempio: esistono solo le cose materiali o anche gli eventi? solo le cose o anche i vissuti? solo le cose individuali o anche gli insiemi? solo le cose o anche i concetti?

Quando ammetto che un certo tipo di cose (ad esempio gli eventi) esistono, le sto in qualche modo valorizzando, sto dando loro dignità (potremo dire dignità ontologica).

Perché?
Perché ciò che esiste è sicuramente più importante di ciò che non esiste.
Se una cosa non c'è non conta nulla, non dobbiamo tenerne conto, non può influenzarci, condizionarci eccetera.
Se invece una cosa prima veniva considerata inesistente, e poi invece la si considera esistente significa che le stiamo dando importanza, la stiamo prendendo in considerazione.

Ma si danno solo due possibilità ontologiche, ovvero essere /non essere?
La ricchezza e la complessità del reale ci fa propendere per l'idea che ci siano diverse modalità di esistenza, tipi diversi di essere. (il modo in cui esiste un ricordo è diverso dal modo in cui esiste una sedia...)

Se intendiamo l'ontologia come la disciplina che intende chiarire le differenze generali fra tipologie di esistenza, possiamo però ancora porci la domanda: chiarire queste differenze generali non significa anche inevitabilmente stabilire una gerarchia, cioè valutare quali tipi sono più importanti e quali meno? Platone è andato senz'altro in questa direzione.

Potremmo però orientarci verso un'ontologia "paritaria", cioè rifiutarci di dire cosa esiste di più e cosa di meno. Potremmo allora per esempio sostenere che l'esistenza degli oggetti che occupano regioni spazio-temporali (gli oggetti fisici) non sia più importante dell'esistenza degli oggetti che non occupano tali regioni (per esempio i concetti).
Si tratterebbe di un'ontolgia che stabilisca differenze fondamentali senza ordinare gerarchicamente.

Ma il problema è che un’ontologia così concepita tenderebbe ad annullare la differenza fra essere e non essere, cioè mancherebbe del polo negativo, il non essere. Esisterebbe tutto, ma allora tutto avrebbe anche uguale valore. Come orientarsi in un mondo così concepito? Una valorizzazione totale equivale a un’annullamento del valore stesso.

Diversi e mutevoli sono i modi di “fare esperienze”, ovvero costruire/recepire il senso. Ma a noi serve distinguere fra ciò che ha senso e ciò che non ne ha, fra ciò che ha valore e ciò che non ne ha, fra ciò che esiste e ciò che non esiste.

Nella prospettiva di un'ontologia come valorizzazione la domanda

"Che cos'è X?"

si potrebbe considerare equivalente alla domanda

"Che senso ha X?"

Metafisicamente: l'Essere è il Senso.

"Esiste" è un predicato?

Forse la vera questione importante, in relazione alla quale i predicati "esiste/non esiste" acquistano un significato preciso, è la questione dell'esistenza o inesistenza di Dio. Non è un caso che la tesi di Kant per cui "esiste" non è un predicato sia stata da lui costruita proprio attraverso la critica alla prova ontologica dell'esistenza di Dio.

Ma è poi vero che dire "X esiste" non significa nulla?

Si potrebbe anche sostenere che "X esiste" sta per "X non è un prodotto della mente umana".

Certo questo non vale in tutti quei contesti in cui parliamo proprio dei prodotti della mente umana, per esempio teoremi, romanzi, sinfonie, teorie filosofiche... Certamente tutte queste cose esistono!
I contesti in cui "X esiste" ha significato sono proprio quelli in cui si discute sull'esistenza o inesistenza di qualcosa, i contesti problematici. In primo luogo le discussioni su Dio, ma anche secondariamente quelle sulle anime immortali, i fantasmi, i poteri paranormali eccetera.
Quindi in un certo senso è vero che tutto esiste e si tratta solo (!) di specificare differenze fra tipologie di esistenza diverse (le cose materiali, le relazioni, i vissuti, gli "oggetti logici/culturali"...) ma su una questione come quella di Dio il porlo fra gli oggetti prodotti dalla mente umana o il porlo come esistente (appunto nel significato di "non prodotto dall'uomo") fa una grande differenza. La differenza (seguendo Pareyson) tra il sostenere che il mondo ha senso e il sostenere che non ha senso.

Letture consigliate per approfondire la questione:

L. Pareyson, Ontologia della libertà, Einaudi 1995 e 2000
F. D'Agostini, Logica del nichilismo, Laterza 2000
F. D'Agostini, Storia di "la verità non esiste", "aut aut", 301-302, 2001