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1 ottobre 2017

Il potere dell'amore - The Power of Love






Riporto di seguito il testo di un articolo di Lucio Caracciolo (nel titolo dell'articolo link diretto alla pagina web, per chi vuole andare alla fonte) su Limes online.
Vorrei evidenziare un passaggio che mi sembra molto interessante: il cosmopolitismo e le utopie universalistiche sono deboli perché è "Difficile amare tutti".
Cioè, aggiungo io, più ci si allontana dal nucleo della coppia o della famiglia, più è difficile amare; si può riuscire ad amare i nostri connazionali, a sentire un senso di appartenenza, di identità, con la propria "patria", ma è veramente difficile riuscire a sentire, a provare, amore per l'intera umanità. Ma questa sarebbe la salvezza, sarebbe la soluzione di molti problemi. Può esserci una propedeutica a questo sentimento? Si può imparare ad amare? Non solo un'altra persona...
Al discorso di Caracciolo è collegata una conferenza organizzata da Limes dal titolo The power of love, che ha accompagnato il lavori collegati alla pubblicazione del numero di Limes Chi comanda il mondo.
In questa conferenza l'intervento di Umberto Galimberti ha posto al centro la correlazione tra amore e follia (intesa come dimensione irrazionale che sottostà alla ragione in tutta la cultura occidentale): amare significa riuscire a comprendere la "follia" dell'altro, e essere amati significa sentire che l'altro intercetta la propria follia. Ha anche, in generale, sottolineato l'importanza della "simbolica" come dimensione irrazionale di significati che stanno alla base anche delle identità dei popoli. Da approfondire il riferimento a Platone (Fedro, 244 a) e la tesi che "la guerra è sacra", nel senso che attinge anche questa a una dimensione irrazionale... La tesi conclusiva di Galimberti è che solo attraverso l'amore riusciamo a comprendere le basi simboliche dei popoli e quindi a superare veramente i conflitti.
Ma, come abbiamo detto prima, è molto difficile "amare tutti" così come è difficile amare un intero popolo...


Se l'amore è un fattore geopolitico
A muovere gli attori e le potenze geopolitiche non è sempre e solo il calcolo dell’utile: l’identità è oggi una posta geopolitica decisiva. Al Quarto Festival di Limes a Genova, una riflessione su the power of love.
Il mondo non risponde più ai comandi.

Mai come oggi il potere è disperso in un pianeta senza centro, sovraffollato e turbolento.

Certo, l’America resta il Numero Uno per la strapotenza militare, ”l’esorbitante privilegio” del dollaro, l’innovazione tecnologica. Ma più che a un sovrano universale, somiglia a un primo della classe annoiato e irritato, preoccupato che meno dotati compagni gli copino il compito e gli rubino il voto.

Dopo due decenni di retorica americana della globalizzazione, Donald Trump è più preoccupato di costruire muri e tagliare ponti per difendersi dal mondo che di consolidarvi ed estendervi l’impero americano. Perché «non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». Con ciò il presidente esprime un sentimento diffuso nell’America profonda.

Quanto all’altro, originario ceppo dell’Occidente: l’Europa rischia la disgregazione, avviata dal voto britannico sul Brexit. Eppure solo un secolo fa era il centro del potere planetario. Nove decimi delle terre abitate erano rette da europei o loro discendenti. E l’umanità era segmentata in gerarchie razziali, con i bianchi europei in vetta e i neri (allora negri) in fondo all’abisso.

Sulla competizione per il potere in questo mondo da sette miliardi e mezzo di anime si concentra a Genova, da domani a domenica, il quarto Festival di Limes. Titolo: “Chi comanda il mondo”. In altre parole: quale potenza dominerà questo secolo – ancora l’America? O toccherà alla Cina? O semplicemente a nessuno?

Vent’anni fa ci veniva spiegato che la storia è finita. Tipica espressione della vichiana «boria dei dotti». Oggi scopriamo che non solo non è finita, ma corre al galoppo. Proprio perché il mondo attuale è fuori sesto, ingovernabile da un solo centro di potere, vale la pena concentrarsi anche sulle passioni che lo agitano.

A muovere attori e decisori non è solo né sempre il calcolo dell’utile. Le teorie della scelta razionale, per cui a motivarci è la valutazione dei costi e dei benefici che ci attendiamo dalle nostre azioni, non sono sufficienti a dar conto delle dinamiche geopolitiche che mettono in crisi paradigmi consolidati.

Il segnale che ci viene dal Brexit e da Trump, dalle mischie etniche e dalle guerre a sfondo religioso, è che posta geopolitica decisiva è oggi l’identità. E non c’è identità senza amore di sé e della propria comunità: la patria. Altrimenti perché dovremmo distinguerci dagli altri? Popoli e nazioni, o aspiranti tali, si battono per il diritto a preservare o affermare le rispettive idee di sé.

Entriamo nel campo del sentimento. È l’amore per il proprio insieme – e/o l’odio per l’altrui – a motivare gruppi, comunità e nazioni nelle loro battaglie geopolitiche. Quando Trump proclama «Io amo l’America» o Putin si lascia andare alla commossa rievocazione delle glorie russe, in nome delle quali qualsiasi sacrificio è dovere, non è solo propaganda.

Senza la sincera adesione a un sentimento patriottico è impossibile mobilitare il consenso necessario a qualsiasi potere, persino – o tanto più – se autoritario.

Ne sappiamo qualcosa noi italiani, usi a relegare l’amor di patria fra le retoriche del passato, con il risultato di renderci istintivamente disponibili alla guida altrui. Espressione di quella «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi» contro cui si scagliava Carlo Emilio Gadda nel suo Giornale di guerra e di prigionia.

Non si intende la teoria e la prassi italiana del “vincolo esterno” – ovvero lasciamo che siano i virtuosi europei a imporci le giuste regole da cui spontaneamente scarteremmo – senza considerare questa anti-passione nostrana. Non stupisce che un paese indisponibile a rispettarsi sia poco rispettato.

Proprio perché le passioni contano, pesano più che mai nelle opinioni pubbliche e orientano le scelte dei decisori più di quanto essi siano disposti ad ammettere, ne consegue che il mondo attuale è sempre meno prevedibile. Imbracarlo nelle teorie preconfezionate, nei modelli universali significa perderne di vista alcune tendenze di lungo periodo, espresse ad esempio nella letteratura.

Si può intendere l’impero russo senza leggere Puškin, quello britannico scartando Conrad o quello americano trascurando il Fitzgerald del Grande Gatsby?

Nella geopolitica delle nazioni contemporanee la potenza dell’amore si rivela, fra l’altro, nel culto del proprio passato. Passione collettiva, non solo individuale. Per cui si riscoprono o si inventano antichissime, epiche genealogie, che confermerebbero il diritto di una comunità a questo o quello spazio. Sono simili passioni a muovere “il desiderio di territorio”, titolo dell’opera pionieristica di uno studioso francese delle identità, François Thual.

Quindi anche la volontà di impero, che secondo lo storico americano William Langer – in polemica con le interpretazioni economiciste dell’espansionismo Usa – dimostra «la sopravvivenza nella società moderna di un’esausta mentalità feudal-militaristica, votata alla conquista per la conquista, senza specifico obiettivo o limite».

Questi sentimenti atavici contribuiscono a spiegare lo scarso fascino del cosmopolitismo e delle grandi utopie universali. Difficile amare tutti. Quando il patriottismo va fuori controllo, come capita nelle età di crisi, ne scaturisce il perfetto opposto: il nazionalismo esclusivo, xenofobo, talvolta razzista, che trasforma l’amore di sé in odio dell’altro. Le tracce di questa perversione sono oggi fin troppo visibili.



Per mostrare come «nel minestrone di questo nostro mondo, dove la geografia è il nastro trasportatore, esiste qualcosa di immutato»: i sentimenti che restano, come scriveva Marina Cvetaeva, «sempre uguali a se stessi», perché «ci sono stati ficcati dentro il petto come fiamme di una torcia».

18 ottobre 2015

Occuparsi del sovrasensibile



Il tradizionale compito della metafisica: conoscere il "sovrasensibile".
Dio, mondo e anima: il sovrasensibile secondo Kant, con le tradizionali aree corrispondenti della metafisica moderna, teologia, cosmologia e psicologia.

Ma come possiamo oggi reinterpretare questi "oggetti" tradizionali della metafisica?
Io proverei così:

il senso del tutto (Dio), il tutto (il mondo), l'esperienza che parti del tutto hanno di altre parti del tutto (l'anima).

In termini di problemi:
Ha il tutto un senso?
Come è fatto? (confini e fondamenti)
Come convivere con la consapevolezza che la propria esperienza è limitata, finita? (la morte)

6 ottobre 2015

Arte o scienza? La filosofia sta nel mezzo. 3








Non credete ci sia una differenza essenziale tra scienza e arte? Intendo: sulla questione della verità. 
“Ricerca della verità” può avere un senso anche in arte? 
Non riesco a pensare che la verità sia una (una sola, come sostiene Franca D'Agostini, per esempio in Introduzione alla verità) anche nell’esperienza artistica. L’artista opera scelte, decisioni, su come utilizzare il materiale...

Nella filosofia la questione la riformulo così: il fatto che ci siano (stati) sistemi contemporanei e incompatibili fra loro (prendiamo ad esempio Spinoza e Locke, perfettamente contemporanei) è qualcosa di inaccettabile, “scandaloso” come pensava Kant, o è dovuto alla natura stessa dei problemi filosofici, che non sono uguali ai problemi scientifici? (quindi è almeno in parte accettabile: questo sostengo io).
Oppure, semplicemente, volendo tenere ferma la tesi sull'unicità della verità anche in filosofia, si può dire che alcune tesi di Spinoza sono vere, altre sono false; stessa cosa vale per Locke; e poi a questo si aggiungono, fra  i due, grosse differenze di modo, tono, stile, linguaggio.

3 ottobre 2015

Arte o scienza? La filosofia sta nel mezzo. 2








C’è un lato creativo e di invenzione (quello che Popper chiama “il contesto della scoperta”) anche nella scienza migliore, nel “buon lavoro scientifico”. Questo è quello che io chiamerei il lato “artistico” della scienza. Sono i momenti in cui uno scienziato modifica il quadro di riferimento (come ha fatto Einstein con spazio e tempo…) o trova una sintesi nuova per pezzi di conoscenze che prima esistevano isolatamente (come Newton con la legge di gravitazione).
    Quando ho scritto (nel post precedente) che la scienza aspira solo all’oggettività intendevo che nella scienza l’intersoggettività dei risultati, delle teorie, delle tesi, è irrinunciabile: uno scienziato non può dire mai “questo è il mio modo di vedere le cose”. Un artista sì, anzi deve precisare sempre più e ampliare sempre più il proprio stile, il proprio modo particolare di osservare e creare oggetti e mondi.     
    Un filosofo sta, secondo me, a metà strada perché vuol capire come stanno le cose (oggettività) ma su questioni-limite, e allora diventa rilevante il modo di pensare che ha. Possono esserci modi diversi di pensare, che hanno a che fare con le personalità dei pensatori, con le loro personali esperienze.
    La logica (nel senso del saper trarre conclusioni da premesse) è la stessa per tutti, ma lo “stile di pensiero” può variare. Intendo: come affrontare i problemi, quali concetti fondamentali considerare più importanti, di quali problemi ci si innamora e quali invece si trascurano… sono scelte individuali dei singoli filosofi che poi determinano sistemi filosofici diversi: la filosofia di Kant è diversa da quella di Hegel, ma sono entrambe buona filosofia: come lo si spiega, se la filosofia fosse solo scienza? Non credo si possa dire che sono diverse solo perché appartengono a momenti diversi della storia della filosofia. Spinoza e Locke sono nati entrambi nel 1632 ma le loro filosofie, sicuramente vere filosofie, sono diversissime tra loro.
    Il fatto che la filosofia vada studiata, insegnata, imparata, non toglie che possa essere considerata mezza arte (oltre che mezza scienza): anche l’arte si impara e si studia e richiede ricerca, ma ricerca interiore più che verso il mondo. Un artista deve conoscere la storia dell’arte e deve imparare le tecniche (per esempio un musicista che vuole comporre studia armonia ecc.).
    L’artista ricerca la propria verità (il proprio modo di rapportarsi col mondo… Klee diceva che l’arte rende visibile ciò che non lo è), lo scienziato ricerca la verità sul mondo visibile, il filosofo cerca la verità su ambiti intermedi tra il visibile e l'invisibile (il possibile, il buono, il totale ...) quindi mette in gioco anche parti della sua soggettività.

Riporto qui un commento di Alfio Bonanno che mi sembra molto acuto e su cui occorre riflettere:

Alfio Bonanno E' un tema complesso. Il flauto magico o lo scriveva Mozart, o nessun altro. Invece la teoria della Relativita' o la formulava Einstein, o qualcun altro, era solo questione di tempo. In pratica l'atto creativo nella scienza e' definito ab initio. Nell'arte e' completamente "libero".



1 ottobre 2015

Arte o scienza? La filosofia sta nel mezzo.







Arte o scienza? La filosofia è per chi vuole stare nel mezzo, o potremmo anche dire: è per chi vuole tutto, per chi non si sente né veramente artista né veramente scienziato ma sente di avere caratteristiche sia dell'uno sia dell'altro.
   Nel campo dell'arte prioritario è produrre (scrivere, disegnare, dipingere, scolpire, comporre...), creare cose e creando esprimere se stessi, mostrare agli altri il proprio modo di guardare il mondo, il proprio modo di rapportarsi con la realtà. Il soggetto, il Sé, l'Io, il proprio qui e ora e il fare creativo sono prioritari nella posizione esistenziale dell'artista.
   Nel campo della scienza, invece, prioritario è studiare, informarsi, e anche osservare direttamente (facendo esperimenti) le cose o le persone (dopo avere studiato cosa gli altri prima di noi hanno già osservato e scoperto) e infine dare il proprio contributo a migliorare il quadro complessivo delle conoscenze, a volte anche ristrutturando il quadro stesso, modificando la cornice o cambiando completamente quadro. L'oggetto, la realtà, il mondo (normalmente parti, settori, della realtà) sono al centro dell'attenzione dello scienziato, mentre l'aspetto della scrittura, della produzione, è secondario ed è uno strumento per comunicare agli altri ciò che si è scoperto, non uno strumento per esplorare se stessi (come nell'arte; o meglio il proprio modo di relazionarsi al mondo).
   Cosa è prioritario nella filosofia? Produrre (scrivendo)? Non direi. Studiare, informarsi, sperimentare? Studiare e informarsi sono sicuramente importanti, basilari nella fase formativa, ma non direi che siano prioritari nel filosofo già formato. Forse si potrebbe azzardare che innanzitutto il filosofo aspira a non fare nulla.
      Non fare nulla non nel senso di riposare e basta; non fare nulla nel senso di dare spazio all'attività che è prioritaria e tipica del filosofo: il pensare. 
    Pensare che può innescarsi a partire da qualsiasi cosa: un'osservazione, qualcosa che abbiamo studiato, qualcosa che sentiamo dentro (un'inquietudine personale, una sensazione di disagio o preoccupazione per come vanno le cose dell'umanità, o viceversa una sensazione di profonda gioia rispetto alla condizione di essere vivi sulla Terra...). 
     Lo studio, per il filosofo, è sempre anche creativo. Esempio: studio Aristotele o studio Spinoza, ma mentre leggo i loro testi mi annoto tutte le riflessioni che la lettura mi suscita; studiando mi pongo continuamente domande, dubbi; se potessi dialogare con loro sarebbe una discussione continua ("perché dici questo? Sei proprio sicuro che le cose stiano così? Non hai pensato che si potrebbero considerare anche da quest'altro punto di vista? Non ti sembra che prima di pensare a questo sia necessario chiarire quest'altro?" e così via). Lo studio è riflessivo e creativo. Quindi si studia scrivendo, e viceversa si scrive studiando. Queste due espressioni ("studiare scrivendo", "scrivere studiando") stanno a indicare la via di mezzo di cui parlavo all'inizio: filosofare è un'attività a metà strada tra l'atto creativo e l'atto ricettivo-conoscitivo. Scoprire l'oggetto, scoprire come è fatta la realtà, non esclude - per il filosofo - anche il tenere conto della propria esperienza personale e del proprio personale modo di essere, pensare, rapportarsi alle cose, giudicarle, valutarle, considerarle nell'insieme. 
    Questo spazio aperto al lato soggettivo, ad un pensare creativo che può coinvolgere anche l'immaginazione (gli esperimenti mentali, l'esplorazione delle possibilità), l'utilizzo della propria personale sensibilità, intesa come modo di sentire le cose e le persone, ascoltando anche le emozioni e il corpo, è proprio della filosofia perché la filosofia si muove su territori di confine: confine fra i settori specializzati delle conoscenze scientifiche, confine delle conoscenze finora raggiunte, confine fra ciò che è e ciò che potrebbe essere (in meglio, in peggio), confine tra passato e presente, confine tra presente e futuro, confini ultimi della realtà, del mondo, aspirazione a contemplare la realtà nel suo insieme, nella globalità, nella totalità. Là dove uno sguardo (scientifico) che aspira solo all'oggettività non può arrivare, serve uno sguardo che insieme all'oggettività utilizzi anche la soggettività, l'intuizione, la fantasia, perché solo questi strumenti possono farci fare un salto qualitativo e andare a vedere dentro i confini, oltre i confini. Certo, magari sbagliando, brancolando, lanciando ipotesi teoriche che poi verranno smentite, criticate, superate. Ma il gioco del continuo dialogo, della ricerca sempre aperta, della revisione critica della posizioni dogmatiche è il bello della filosofia.




10 settembre 2015

Per un elenco (quasi) completo dei problemi filosofici






Al di là delle "scuole" filosofiche, al di là delle correnti, dei movimenti, delle impostazioni, delle prese di posizione e degli atteggiamenti (analitico, fenomenologico, marxista/neomarxista, neohegeliano, neokantiano, neopositivista, esistenzialista, psicoanalitico...) la sostanza delle teorie filosofiche si misura sulla capacità di affrontare alcuni particolari problemi.
       Insiemi di problemi filosofici fra loro collegati costituiscono le varie discipline filosofiche, settori di studio ormai molto specializzati (logica, ontologia (e metaontologia), metafisica, epistemologia o teoria della conoscenza, filosofia della scienza, filosofia dell'arte (o estetica), etica normativa, metaetica, etica applicata, teoria politica, filosofia dell'azione, filosofia del diritto...
       Teorie che riescano ad affrontare ed elaborare (per non dire risolvere, perché in filosofia soluzioni definitive sono molto difficili e forse, alcuni dicono, addirittura impossibili...) tutti i principali problemi filosofici si dicono in genere sistemi filosofici. Oggi ci sarebbe un grande bisogno di sistemi filosofici, ma ce ne sono pochissimi in circolazione, e a quanto ne so sono un po' datati (l'ultimo vero sistema è probabilmente quello di Hegel (1770-1831). Ce ne sarebbe bisogno perché c'è una grande confusione nell'ambito della cultura umana in generale, una enorme massa di conoscenze che si presentano però in modo estremamente frammentato e iper-specializzato, con la conseguente difficoltà ad orientarsi e connessi fenomeni di para-conoscenze (teorie del complotto globale, ad esempio) e derive fondamentaliste. In fondo i fondamentalismi religiosi si potrebbero interpretare come una scorciatoia per arrivare ad una visione generale delle cose semplice, comprensibile e con immediate risposte anche pratiche, sul cosa fare e come vivere. Le soluzioni offerte dai fondamentalismi sono false e oltremodo pericolose per TUTTI (anche per i fondamentalisti stessi, quindi), ma il bisogno a cui rispondono è autentico - ammesso che la spiegazione del loro esistere sia riducibile a questo, ma in realtà il fenomeno è sicuramente più complesso, con radici economiche e quant'altro.
       Si tratta di un bisogno di fare ordine nel sistema dei saperi, di ridurre la ridondanza, di semplificare i linguaggi e pervenire ad una sorta di "macroteoria" o sistema.
In un libro del 2005 D'Agostini scriveva (mi scuso se la citazione non è precisa):
La crisi delle grandi idealità, ratificata dalla fine del bipolarismo mondiale, ha determinato una pragmatizzazione del discorso politico, che di recente mostra però i suoi limiti: gli effetti della globalizzazione impongono di nutrirsi di pensiero etico-critico e non più solo di interessi pratici contestuali.
La crescente importanza degli organismi sovranazionali impone la formulazione di principi a un tempo sovracontestuali e attenti alle differenze locali, autorevoli e dialogici.
Questo lavoro (richiesto sia dalla situazione attuale dei saperi, sia dalla situazione attuale della politica globale) può essere svolto bene da coloro che sono provvisti, grazie alla loro formazione filosofica, di una combinazione di tecnica argomentativa e sensibilità culturale. Per questo la filosofia gode oggi di una nuova fortuna culturale, ma ci sono dubbi:
− sopravvive la diffidenza (dal secondo Ottocento) verso una disciplina pre-scientifica…
− la filosofia divulgata e mediatica spesso dà un’immagine vecchia e inadeguata della filosofia
− la filosofia contemporanea è attraversata da controversie metafilosofiche:
1) f. = parte della scienza/genere letterario
2) filosofi = professori di f./intellettuali impegnati pubblicamente
3) idea che la funzione filosofica sia oggi assolta da altre pratiche scientifico-letterarie
4) f. come passione che coinvolge l’anima intera/malattia mentale/guida-terapia
5) filosofo come scienziato cognitivo che lavora senza dati empirici
6) non esiste più “la filosofia” ma solo ricerche specialistiche
Tutto ciò porta secondo me alla necessità di cui parlavo all'inizio, ovvero alla ripresa del progetto di costruire un sistema filosofico puntando sulla sostanza dei problemi filosofici e cercando di affrontarli nella loro interconnessione.

Ma quali sono i problemi filosofici?
Senza addentrarsi nelle complesse questioni metafilosofiche che rileva e pone D'Agostini, vorrei qui tentare un semplice elenco, che sia però il più possibile completo (perché completo dovrebbe essere un sistema, almeno nella sua aspirazione).
Ovviamente non ho la pretesa di esaurire con le mie povere forze il compito, e chiamo quindi in causa i volonterosi lettori con competenze filosofiche perché mi aiutino a completare l'elenco.
Intanto però comincio. Considero l'elenco seguente un elenco aperto e in fase di elaborazione.
Sarebbe meglio intitolarlo Appunti per un elenco completo...

In ordine casuale (da riordinare in seguito):

- libero arbitrio: l’uomo è realmente libero di scegliere?

- qual è stata, se c'è stata, l’origine del cosmo?

- perché vi è qualcosa, e non piuttosto il nulla? Il mondo ha un senso?

- esistono costituenti ultimi della materia? Che cos'è il tempo e cosa lo spazio?

- che cos'è la vita?

- in che misura possiamo essere certi delle nostre conoscenze sulla realtà?

- esistono limiti alla conoscibilità del reale?

- la matematica si scopre o si inventa?

- come raggiungere la felicità?

- come è giusto vivere?

- il male esiste? Se sì, perché?

- esiste una “natura umana”? Se sì, qual è? Che cos'è la mente umana?

- che cosa esiste realmente? Vi sono “gradi” di esistenza a seconda del “tipo” di cose? Alcune cose sono più reali di altre?

...  ...

6 marzo 2015

L'infinito non è di questo mondo.






a Franca D’Agostini


«Porre un limite all'infinito è un tema ricorrente nella fisica moderna. [...] molto spesso, ciò che appare infinito non è altro che qualcosa che non abbiamo ancora capito o contato. [...] "Infinito", in fondo, è solo il nome che diamo a ciò che ancora non conosciamo. La Natura sembra dirci, quando la studiamo, che non c'è nulla, alla fine, di davvero infinito. [...] L'unica cosa davvero infinita è la nostra ignoranza.»
C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Milano 2014




1. Il paradosso della Biblioteca di Babele
La biblioteca di Babele è un famoso e straordinario racconto di Jorge Luis Borges. Vi si narra di una biblioteca talmente vasta da costituire un universo. La biblioteca risulta essere composta da un numero sterminato di volumi, talmente alto da sembrare infinito, ma tale numero non è infinito, in quanto si tratta di tutte le possibili combinazioni di 25 caratteri (22 lettere, la virgola, il punto e lo spazio) in volumi costituiti da 410 pagine, ciascuna con 40 righe e 40 caratteri per riga (quale sia effettivamente tale numero è stato calcolato da Achille Varzi nello scritto Il libraio, lo scrittore e la    biblioteca di Babele). Alla fine del racconto il narratore ipotizza che la biblioteca sia infinita, ma semplicemente nel senso che la sterminata serie di volumi potrebbe ripetersi ciclicamente infinite volte.
Tale biblioteca contiene "tutto ciò che è dato esprimere, in tutte le lingue”. Togliamo la questione degli innumerevoli e preponderanti volumi privi di senso, con accozzaglie mostruose di lettere, togliamo per ipotesi anche i volumi ibridi, con frammenti di senso che navigano in mari di "insensate cacofonie" (temi su cui peraltro è imperniato gran parte dello sviluppo narrativo). Consideriamo solo i volumi sensati. Ci troviamo comunque di fronte a un'idea paradossale: la quantità di cose esprimibili non è infinita!
Ciò significa, ad esempio, che le opere d'arte che è possibile scrivere sono un numero finito, quindi che alla lunga la letteratura sarà destinata a finire, a meno di non doversi ripetere, ma anche che le teorie scientifiche possibili non sono infinite, quindi a un certo punto la ricerca avrà un termine perché avremo scoperto tutto quello che c'era da scoprire.
E la storia? Sembrerebbe che finché la storia va avanti, i libri che la raccontano debbano essere sempre diversi, ma allora? Dobbiamo concludere che siccome la quantità di cose che possiamo esprimere è finita allora anche la storia debba interrompersi? Qui arriviamo al vero paradosso: ipotizziamo di prendere solo i libri di storia della biblioteca di Babele. Sono tantissimi, ma un numero finito. Ipotizziamo che ogni volume racconti la storia di un secolo, e che la storia non si ripeta mai ma sia sempre diversa. Si può argomentare così: per quanto grande, il numero dei volumi di storia della biblioteca di Babele sarà n, corrispondente a n secoli. Ma la storia potrebbe durare n+1 secolo. Il volume che descrive quel secolo n+1 non è contenuto nella biblioteca. Chiediamoci però: il volume che descrive il secolo n+1 non è comunque composto di caratteri come gli altri? Se la biblioteca contiene tutte le combinazioni possibili dei caratteri non dovrebbe contenere anche quel volume?
In altri termini, il paradosso consiste nella contraddizione tra l’idea che la quantità di cose esprimibili sia finita e l’idea che il tempo, inteso come la storia dell’universo, sia infinito.
Il contrasto di fondo, che produce il paradosso, risiede nella finitezza della Biblioteca rispetto alla presumibile infinità di cose/eventi che possono essere descritti, espressi, narrati, teorizzati



2. Conseguenze cosmologiche del paradosso
Sostengo che riguardo alla storia dell'universo siano possibili solo due ipotesi:
1) che abbia avuto un inizio e che avrà una fine,
2) che si ripeta ciclicamente.
Per un ragionamento che abbozzo più avanti, ritengo molto più probabile la prima delle due ipotesi.
E' da escludersi, invece, secondo un ragionamento che parte dal paradosso della Biblioteca di Babele, che:
3) abbia avuto un inizio e che possa svolgersi in futuro in modo sempre diverso all'infinito,
4) che non abbia avuto un inizio e che si estenda all'infinito nelle due direzioni (all'indietro e in avanti) in modo costantemente variante.
L'argomento parte dall’idea che la quantità di cose esprimibili non sia infinita. Non sono infinite, quindi, le descrizioni vere che corrispondono agli eventi della storia dell'universo. Facciamo l'ipotesi che per ogni galassia esistano 24000 miliardi di volumi che ne descrivano in modo veritiero l'evoluzione, la storia, entrando nel dettaglio delle stelle e dei pianeti più significativi (nel caso in cui su uno o più pianeti si sia sviluppata la vita ammettiamo pure che vi sia un supplemento di 36000 miliardi di volumi per ciascun pianeta, nei quali vengono descritte le varie specie e la loro evoluzione, la storia delle loro civiltà e così via). Per quanto sia enormemente grande il numero di questi volumi, sarà sempre un numero finito n (Certo, a meno che il numero delle galassie non sia infinito. Ciò aprirebbe un ulteriore paradosso rispetto alla finitezza delle cose esprimibili…). Rispetto all'idea che la storia di ogni galassia possa essere più lunga rispetto a quanto narrato in quei 24000 miliardi di volumi vale il paradosso che abbiamo già esposto: ammettiamo che vada oltre, non sarà comunque descrivibile? Se è descrivibile rientrerà nel numero finito delle cose esprimibili. Quindi forse saranno necessari più volumi, ma non potranno mai essere infiniti volumi. Dal paradosso si esce quindi solo con due ipotesi: o la storia dell'universo è finita, o si ripete ciclicamente uguale (se fosse ciclica ma ogni volta diversa non sarebbe in realtà ciclica). Questa seconda ipotesi, però, appare altamente improbabile: lo studio dei fenomeni naturali mostra come la contingenza sia sovrana, quando si parla di successioni storiche, con un prima e un poi. Non resta dunque che l'ipotesi 1 come la più probabile.

3. Obiezioni e risposte
Una filosofa che stimo molto, alla quale ho sottoposto il paradosso subito dopo averlo “scoperto”, ha obiettato che le lingue nelle quali sono scritti i testi della Biblioteca sono in realtà entità a loro volta storiche (quindi ciò introdurrebbe una variabile tempo che renderebbe il numero dei volumi della Biblioteca non determinabile).
Ma ipotizziamo che le lettere di un alfabeto (poco importa se siano 21, 26 o altro numero) rappresentino in maniera sufficientemente efficace tutti i suoni che l'apparato vocale umano è in grado di produrre (parliamo di specie umana: certo si può dire che anche la specie umana è in evoluzione e in futuro i suoni producibili potrebbero essere diversi, ma allora direi che comunque la gamma dei suoni producibili in futuro non dovrebbe essere infinita...).
Bene. A questo punto anche le variazioni lessicali, grammaticali, sintattiche prodotte dal mutare storico delle lingue vengono "catturate" dall'ipotesi dell'insieme di tutte le possibili combinazioni di questo numero finito di caratteri moltiplicato esponenzialmente per il numero di caratteri per riga, righe per pagina eccetera. A un certo punto nasce una parola nuova? E' sicuramente già presente nella Biblioteca. Nasce una nuova forma grammaticale? Anche per questa vale lo stesso discorso.
Il punto è che se una forma linguistica è possibile (pronunciabile) allora esiste nella Biblioteca.
Altra obiezione potrebbe essere: perché i volumi devono avere 410 pagine e non di più, o di meno? Risponderei che occorre pensare a un numero sufficientemente alto di pagine per volume perché tale numero costituisce l'ampiezza dell'unità di senso che va ipotizzata se vogliamo parlare di opere d'arte, opere scientifiche eccetera. I due numeri importanti, per formulare il paradosso, sono il numero dei caratteri dell'alfabeto e il numero delle pagine per volume: è importante solo che siano numeri finiti e che corrispondano più o meno alla realtà degli alfabeti naturali e dei volumi nei quali solitamente si esprime l'ingegno umano, ma non è importante ovviamente di quali numeri si tratti.
Un'altra obiezione: un'opera potrebbe richiedere più volumi (ad esempio la Recherche di Proust). Possiamo sempre immaginare, però, che un'opera di tal genere esista comunque nella Biblioteca, anche se "spalmata" su un numero di volumi forse diverso (e forse l'ultimo potrebbe essere composto da cento pagine sensate, la fine dell'opera, e poi pagine bianche: ricordiamo che nei caratteri base occorre pensare anche lo spazio, e le pagine bianche si possono intendere come iterazione dello spazio).
Italo Nobile ha pubblicato sulla mia pagina Facebook alcune osservazioni critiche che riporto qui di seguito:
«Non sono d'accordo in quanto la quantità di cose esprimibili non è infinita se e solo se il tempo non è infinito e se e solo se la lunghezza delle stringhe che costituiscono i termini designanti oggetti sia finita. Tu accetti come premesse una certa interpretazione della biblioteca (ad es. in quella di Lasswitz ci sono anche le opere letterarie che attualmente non significano niente, ma nessuno può dire che non significhino qualcosa) e soprattutto neghi che ci possono essere serie infinite di segni a designare oggetti. In realtà con i segni a nostra disposizione possiamo designare infiniti oggetti dal momento che abbiamo i numeri. Questa tesi parte dal numero finito di segni e dal numero finito di pagine di un libro per inferire qualcosa sull'universo. Ma ciò significa mettere il carro davanti ai buoi. L'unica cosa che potremmo dire è che, nel caso di universo infinito (o con un numero infinito di oggetti) ad un certo punto ci potremmo trovare nella situazione per cui dobbiamo considerare degli oggetti nuovi come copie di oggetti già visti».
Provo a rispondere, o comunque a commentare a mia volta quanto dice Italo.
Sulla prima osservazione, che ipotizza un tempo infinito nel quale si possano esprimere cose infinite, direi questo: se partiamo dall'ipotesi di un tempo infinito nel quale esista una produzione infinita di testi significanti, resta il fatto che a un certo punto, esaurite le combinazioni possibili di tutti i segni entro un certo formato (numero di caratteri per pagina, numero di pagine per testo) siamo destinati a ripetere le stesse cose, quindi per quanto infinita la Biblioteca sarà ripetitiva, modulare...
Sulla "lunghezza delle stringhe" dei termini designanti mi vengono in mente i numeri irrazionali... Cosa analoga Italo dice più sotto quando ipotizza "serie infinite di segni a designare oggetti", e "con i segni a nostra disposizione possiamo designare infiniti oggetti dal momento che abbiamo i numeri."
In effetti qui mi pare che Italo colga un punto cruciale: nel paradosso della Biblioteca di Babele i numeri non sono considerati, ed è vero che i numeri sono di per sé intrisi di infinito, infinito stratificato, fra l'altro, a diversi livelli di potenzialità (come Cantor ci ha rivelato con la teoria dei numeri transfiniti). Resta il fatto che il linguaggio matematico ha un modo diverso di rapportarsi con la realtà rispetto al linguaggio verbale, e forse addirittura si potrebbe dire che il linguaggio matematico descrive, direttamente, oggetti "di altro tipo" rispetto alle cose fisiche, anche se ovviamente è fondamentale per la conoscenza del mondo fisico nel senso che descrive indirettamente situazioni e rapporti fra cose fisiche...
È vero che sono partito da una certa interpretazione della Biblioteca, ma ci tengo a chiarire bene un punto sul quale ho riflettuto molto. Il fatto che si ipotizzi un numero finito di segni grafici, che corrispondono a un numero finito di fonemi (e parliamo di linguaggio verbale) si fonda sulla realtà dei linguaggi naturali e anche sulla struttura dell'apparato vocale umano. Non possiamo produrre infiniti tipi di suoni. Il fatto che si prenda in considerazione un numero finito di righe/pagine di un testo non implica che si metta un limite fisso alla lunghezza di un testo, infatti un testo può essere espresso in più volumi della Biblioteca, ma significa che si considerano, nel paradosso, testi di senso compiuto, cioè testi finiti, per quanto lunghi possano essere.
L’ipotesi di un testo infinito (su cui Borges ha costruito un altro racconto, Il libro di sabbia) cade perché tale testo non avrebbe un senso determinabile, quindi non avrebbe senso.
Infine, all'obiezione di "mettere il carro davanti ai buoi" se partiamo da considerazioni sul linguaggio per arrivare a tesi sulla realtà, rispondo che è un procedimento tipico della filosofia, nelle sue aspirazioni metafisiche. Da Platone e Aristotele fino a Wittgenstein... non abbiamo sempre fatto così? (Del resto il linguaggio è esso stesso un "pezzo" di realtà. Una proposizione è un fatto che esprime un altro fatto…)


4. Conclusioni
Negare l'infinito reale, nella realtà fisica, equivale a credere nella conoscibilità, nella comprensibilità del mondo.
Perché dobbiamo credere all’ipotesi immaginativo-metafisica della Biblioteca di Babele? (cioè l’ipotesi che la quantità di ciò che è dicibile, esprimibile attraverso il linguaggio, sia finita.)
Perché un libro deve avere un numero di pagine finito? O anche: perché una frase non può essere infinita? Perché altrimenti il suo senso non sarebbe, per principio, comprensibile. Potremmo capirne solo le singole parti, ma non il tutto. Ma un senso incomprensibile equivale a una assenza di senso.
Resta sempre comunque pensabile, possibile, che la realtà (fisica) sia invece nel complesso inconoscibile, incomprensibile, quindi resta sempre possibile che sia infinita e senza senso.

Ma perché qualcosa che è, di fatto, conoscibile nelle sue singole parti dovrebbe essere inconoscibile nell'insieme? Noi abbiamo già sperimentato la conoscibilità di parti della realtà, quindi abbiamo ragionevoli motivi di credere che la realtà sia conoscibile e sensata anche nella sua totalità, quindi che sia finita.

1 gennaio 2015

"Non ci sono fatti, solo interpretazioni": cosa voleva dire Nietzsche? Su alcuni aspetti della frattura Analitici vs Continentali





Avvertenza
Questo post è una personale e parziale ricostruzione sintetica, a scopo didattico, del capitolo 1 di Realismo? Una questione non controversa (Bollati Boringhieri 2013) di Franca D'Agostini.
La sintesi non è stata approvata dall'autrice del libro, quindi me ne assumo interamente la responsabilità.
In fondo al post aggiungo, in grassetto, il sommario del capitolo 1 scritto dall'autrice (pubblicato nel blog Filosofia pubblica), che dà un'idea di quanto il mio percorso ricostruttivo si discosti dal testo originale.
G.N.
Altri post che proseguono questa serie:
Il saggio originale, in versione integrale, in cui recensivo il libro della D'Agostini è scaricabile in questo post:


La famosa frase di Nietzsche “Non ci sono fatti, solo interpretazioni” è stata, ed è tuttora, spesso fraintesa. Il fraintendimento tipico è quello di intenderla come un’affermazione ontologica (sulla realtà, sull’essere), cioè intenderla come se dicesse “la realtà non esiste” (ma intesa così sarebbe insensata e autocontraddittoria). Altro errore tipico è quello di intenderla come formula riassuntiva dell’ermeneutica (la corrente filosofica che mette al centro dell’attenzione il tema dell’interpretazione e che trova espressione canonica nel pensiero di Gadamer, Ricoeur e Pareyson: ma nessuno di questi autori ha mai ripreso l’asserto nietzscheano). Sulla base di queste errate letture, si è a lungo polemizzato contro il presunto anti-realismo espresso in quella frase e contro l’ermeneutica come se fosse una scuola filosofica anti-realista, negatrice dell’esistenza del reale, a volte argomentando che i veri fatti a nostra disposizione sono i fatti non interpretati. Ma anche quest’ultima tesi è scorretta, perché nel momento in cui vogliamo utilizzare i fatti per sostenere una tesi o una teoria li dobbiamo necessariamente interpretare:

è semplicemente ovvio che tutti sempre e costantemente interpretiamo, anche gli scienziati duri e puri lo fanno, esattamente come tutti e sempre tocchiamo e sentiamo, e urtiamo contro fatti più o meno soffici.

Tutta la polemica si riduce a zero se ammettiamo che ci sono diversi tipi di fatti (cfr. § 9.), più o meno “duri” (cioè incontrovertibili, indiscutibili), e quando discutiamo perlopiù non parliamo di fatti, ma di interpretazioni, cioè descrizioni interessate di fatti: abbiamo degli interessi, nel descrivere la realtà, e questi interessi hanno un ruolo importante nel determinare le nostre ricostruzioni dei fatti, soprattutto quando discutiamo con altri che hanno interessi diversi dai nostri.
Fra i responsabili dei fraintendimenti della frase nietzscheana possiamo indicare due autori: Richard Rorty e Maurizio Ferraris. Rorty (filosofo americano) ha avuto il merito di segnalare ai filosofi di area anglo-americana la presenza di un problema importante nella filosofia contemporanea: la cesura tra filosofia “analitica” e filosofia “continentale”. Si trattava (e in parte si tratta ancor oggi) di una frattura fra due modi diversi di intendere la filosofia, che provocava un notevole dissesto nell’assetto complessivo della disciplina. La tradizione analitica (in lingua inglese) procedeva con stile rigoroso, attento alla chiarezza e alla validità logica delle argomentazioni, teneva conto dei risultati della scienza, ma era scettica rispetto agli usi pubblici della filosofia e tendeva alla specializzazione e alla chiusura nel mondo accademico. La tradizione continentale (in lingua francese, tedesca, italiana ecc.) aveva invece uno stile libero, attento all’efficacia retorica e alla semplificazione necessaria per misurarsi con i media, era interessata alla politica e alla vita pubblica ma era in generale avversa o indifferente verso la scienza. Rorty, con l’intento di mettere in comunicazione le due tradizioni, introdusse nell’ambiente analitico una ricostruzione sommaria dell’ermeneutica (una fra le correnti principali della tradizione continentale) rendendone involontariamente confusa l’immagine e dando luogo a una sostanziale incomprensione di quanto di buono contenesse. Contribuì in questo modo a determinare un dibattito falsato intorno alla presunta dicotomia fatti/interpretazioni.
Ma cosa intendeva veramente dire Nietzsche, quando scriveva “non ci sono fatti, solo interpretazioni”? L’affermazione va interpretata (!): contestualizzata, è espressione del nichilismo tardo-ottocentesco. Riassume la situazione in cui si trovava la cultura europea di quell’epoca: una progressiva democratizzazione che coincideva con uno sviluppo esplosivo delle scienze, sviluppo che significava specializzazione dei saperi e conseguente impossibilità di padroneggiare con una sintesi orientativa la realtà e la conoscenza; la formula sta quindi per qualcosa come: non è più possibile una visione unica, diretta, semplice e chiara della realtà, ma siamo costretti a fare i conti con una pluralità di prospettive, punti di vista, saperi diversi e contrastanti fra loro.
     Questa idea di Nietzsche venne poi ripresa e interpretata da Vattimo e Rovatti, che lanciarono nel 1983 il cosiddetto “pensiero debole”. Anche su questa posizione filosofica si è creato un fraintendimento, infatti la si è spesso interpretata come una posizione metafisica (anche qui un presunto anti-realismo contro cui polemizzare), mentre in realtà era una posizione metodologica o metateorica, interpretabile come una variante del falsificazionismo di Popper e riassumibile, semplificando molto, nella tesi secondo la quale quando discutiamo e ragioniamo dobbiamo ammettere sempre che la nostra posizione potrebbe essere rivista e migliorata. Anche questa tesi va compresa nel suo contesto. Si trattava della volontà di intervenire nella situazione di crisi delle politiche ispirate a ideologie forti (come il marxismo), crisi che corrispondeva, in Italia, all’avvio di politiche di compromesso contro le quali si scagliavano reazioni terroristiche; tale situazione veniva interpretata da alcuni filosofi (per esempio Gargani e Viano) come “crisi della ragione”, mentre Vattimo e Rovatti intendevano rilanciare la filosofia (la ragione) indebolendone però le pretese di accesso semplice, diretto e completo alla verità e alla realtà.


Cap. 1 – Fatti e interpretazioni, o fraintendimenti e falsificazioni?
La distinzione fatti/interpretazioni non ha alcun rilievo ontologico. Se serve a
qualcosa, serve a chiarire che quando si discute non si discute più di fatti-fatti, per
esempio il fatto che hai rubato dieci monete nelle tasche di Jones; ma di fatti-interpretazioni
(o ricostruzioni, o versioni dei fatti): per esempio il fatto che tu dici
che non l’hai rubate, e Jones invece ti accusa di averlo fatto. È dunque una
distinzione che ha un carattere meta-teorico, disciplina la discussione sulla realtà,
non è una teoria della realtà.
La confusione sul tema si deve al successo di uno stile rortyano (e
nietzscheano) in filosofia, la cui caratteristica primaria consiste nello scambiare
asserzioni metateoriche e metodologiche per asserzioni metafisiche (ma Rorty non
è stato l’unico responsabile), e su questa base creare finte polarizzazioni: es.
difensori dei fatti contro difensori delle interpretazioni (ovvio che entrambi
difendono cose che non sono contrapposte, né hanno alcun bisogno di venir difese).

10 luglio 2014

La vera «questione controversa»: la metafisica. Riflessioni sull'ultimo libro di Franca D'Agostini




La vera questione non è se la realtà esista o no, né se sia modificabile da noi solo in parte o totalmente (come sembrerebbero pensare i sostenitori del "Nuovo Realismo"). La vera questione è: com'è fatta la realtà? È ordinata? Ha senso? Ha valore in sé? È solo la scienza che può rispondere a queste domande o anche la filosofia, accanto e insieme alla scienza, ha voce in capitolo? Dalla visione scientifica della realtà cosa emerge? Emerge un senso, un valore delle cose? La visione scientifica della realtà è unitaria o no? È compito della filosofia collegare le varie parti della scienza o è la scienza stessa a doverlo fare?

Questa tesi (le domande le ho riformulate e sviluppate a modo mio) si può trovare nell'ultimo libro di Franca D'Agostini: Realismo? Una questione non controversa (Bollati Boringhieri, Torino 2013), una tesi molto tagliente sul versante della stroncatura del "Nuovo Realismo" marcato Ferraris («chi si professa realista in quanto contrapposto agli antirealisti non sta professando nulla, e non sta dicendo niente di rilevante»), ma molto aperta e per nulla conclusiva sul versante della proposta teorica. Si tratta infatti, direi, dell'impostazione di un "programma di ricerca", sulla base sia di una ridefinizione radicale del "realismo" sia dell'individuazione di alcune prospettive logico-metafisiche contemporanee particolarmente feconde (Armstrong, Lewis, Priest).

Ricostruisco una parte del discorso. 
Nell'Introduzione D'Agostini, per fare luce sulla falsa questione del realismo, esamina le posizioni di coloro a cui viene erroneamente attribuito l'"antirealismo" e in particolare esamina la convinzione che i concetti di verità e realtà «siano concetti dogmatici, caratteristici di strutture d'autorità, come la Chiesa o la Scienza» e rileva alla base di questa convinzione due ragioni:
1) «vediamo la realtà solo filtrata attraverso l'esperienza che ne abbiamo, dunque ciò con cui abbiamo a che fare non è propriamente la realtà "in sé"»
2) nelle discussioni fare appello alla realtà o alla verità può essere un modo autoritario per troncare ogni argomento.
«Le due ragioni sono evidentemente connesse, e abbiamo così la conclusione: non ho accesso alla realtà, dunque se dico "le cose stanno così" sono un pericoloso dogmatico, oppure (che è lo stesso) mi fido ciecamente della Scienza, o di altre autorità istituite.» Le due ragioni vengono entrambe smontate:
1) «è vero che vediamo la realtà filtrata dall'esperienza, ma quel che vediamo è comunque la realtà» (su questo punto rimando, in questo blog, alla mia sintesi di Introduzione alla verità, dove si evidenzia il ruolo che una corretta interpretazione della filosofia di Kant svolge nel pensiero di D'Agostini: l'in sé non è inaccessibile)
2) «Le funzioni concettuali associate alle parole verità e realtà sono funzioni inferenziali e discussive, che non hanno di per sé stesse né colpe né meriti: servono per ragionare e argomentare, e possono essere usate bene o male.»
Queste sono quindi le risposte che andavano (vanno) date a chi proponeva (propone) un attacco ai concetti di verità e realtà (per esempio Vattimo): non la tesi "la realtà esiste" (magari dimostrata con argomenti complessi come l'Argomento della Ciabatta... si veda M. Ferraris, Inemendabilità, ontologia, realtà sociale).
Il problema non è difendere la realtà, dice D'Agostini, «ma piuttosto difendere la possibilità della metafisica: ossia la possibilità di parlare della realtà in termini non vincolati alle sole scienze empiriche o ad altri settori scientifici determinati» (si badi: "non vincolati alle sole scienze" significa che comunque delle scienze si deve tenere conto! Ferraris, invece, con la sua "ipotesi della mesoscopia", mette sostanzialmente fuori gioco, ritenendole irrilevanti dal punto di vista metafisico, le scienze – la fisica in primo luogo –. Scrive infatti, nel saggio sopra indicato: «Il mondo è pieno di cose di taglia media, né troppo grandi, né troppo piccole [...] le cose che si presentano come fenomeni sono definite per l’appunto da una taglia mesoscopica: non ci sono fenomeni troppo grandi o troppo piccoli. Questo lo aveva riconosciuto bene proprio Kant, che sottolineava che il colossale, ciò che è troppo grande per la rappresentazione, esorbita dalla sfera del fenomenico e riguarda piuttosto l’ambito del sublime. Nella stessa linea di considerazioni, Kant aveva anche osservato che il mondo, come totalità di tutto ciò che c’è, non è un fenomeno, bensì una idea della ragione, insieme all’anima e a Dio. [...] L’uso combinato di una ecologia e di una fenomenologia realistica definisce la sfera della ontologia, e permette una vistosa differenziazione rispetto alla epistemologia. Il problema fisico è grande o piccolo, quello ontologico è medio. L’ontologia ci interessa se ci sta a cuore un mondo mesoscopico, per il microscopico e il macroscopico va benissimo la fisica, anzi, sarebbe assurdo voler ricorrere a qualche altro tipo di approccio. Ma è del tutto ovvio che un mondo mesoscopico ci interessa non meno di quello fisico, altrimenti non potremmo dire la maggior parte delle cose che diciamo, non potremmo avere i valori che abbiamo ecc.» Quello che risulta incomprensibile, se si assumono le ipotesi di Ferraris, è il fatto che le conoscenze scientifiche abbiano avuto un impatto così forte sulle strutture valoriali che hanno sorretto l'umanità dall'antichità al XVIII secolo; perché la teoria eliocentrica, pur riguardando cose fuori dalla taglia media, dava così fastidio alla Chiesa? Se Dio esista o no è, dal punto di vista di Ferraris, un problema ontologico o fisico?).

Questa necessità di tornare alla "questione della metafisica" ha sullo sfondo, secondo me, anche una emergente conflittualità fra credenti e non credenti. Penso alle discussioni anche aspre cui possiamo assistere, ad esempio fra Telmo Pievani e Paolo Flores D'Arcais da una parte e Vito Mancuso dall'altra. Oppure penso a quelle che Ronald Dworkin, nel suo ultimo libro Religione senza Dio (Il Mulino, Bologna 2014) chiama "nuove guerre di religione" (per esempio la questione se «i simboli di appartenenza religiosa possano essere indossati nelle scuole pubbliche, negli uffici e negli edifici governativi e negli spazi pubblici»; i tentativi della destra religiosa americana di far insegnare nelle scuole il creazionismo prima e il disegno intelligente poi in alternativa alla teoria dell'evoluzione, le battaglie intorno alla legittimità del matrimonio omosessuale...). 
La scienza continua a produrre nuove conoscenze sulla realtà rinforzando una visione (per quanto non unitaria) nella quale secondo me non c'è più modo né necessità di pensare a Dio come viene descritto nei monoteismi tradizionali (e infatti ritengo che le forme attuali di credenza religiosa delle persone colte - e in parte anche delle persone mediamente scolarizzate - intendano Dio in modo diverso da questi) ma ancora non riesce a costruire un'alternativa alle religioni tradizionali in termini di orientamento e sostegno dell'individuo attraverso la valorizzazione dell'esistente e la progettualità. È necessario quindi che la filosofia riprenda in mano il suo compito principale, la sua vocazione metafisica, e lo faccia però in stretto rapporto con i saperi scientifici (altrimenti saranno gli scienziati stessi a doversi incaricare di fare anche filosofia, come in parte stanno già facendo... penso  a Barrow, Pensrose, Hawking, Odifreddi, Boncinelli e via dicendo – e non c'è niente di male, anzi, ma i filosofi hanno competenze speciali in metafisica, ontologia, etica, logica, che vanno applicate e possono produrre risultati decisivi). Nel fare questo, inoltre, dovrà anche, secondo me, indicare la strada verso nuove forme di religiosità (intesa come atteggiamento, non come teoria) che siano in grado di superare il tradizionale ancoraggio alla nozione di un Dio persona e creatore, e potrà anche ritrovare il nesso con la dimensione pubblica e politica, alla quale è legata fin dalle sue origini nella Grecia antica.



27 giugno 2014

Contro l'infinito





«Porre un limite all'infinito è un tema ricorrente nella fisica moderna. [...] molto spesso, ciò che appare infinito non è altro che qualcosa che non abbiamo ancora capito o contato. [...] "Infinito", in fondo, è solo il nome che diamo a ciò che ancora non conosciamo. La Natura sembra dirci, quando la studiamo, che non c'è nulla, alla fine, di davvero infinito. [...] L'unica cosa davvero infinita è la nostra ignoranza.»
(C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Milano 2014)

Negare l'infinito reale, nella realtà fisica, equivale a credere nella conoscibilità, nella comprensibilità del mondo.

Torno a ragionare sulla Biblioteca di Babele.
Perché dobbiamo credere a questa ipotesi immaginativo-metafisica? (cioè : la quantità di ciò che è dicibile, esprimibile attraverso il linguaggio, è finita)
Perché un libro deve avere un numero di pagine finito? O anche: perché una frase non può essere infinita?
Perché altrimenti il suo senso non sarebbe, per principio, comprensibile. Potremmo capirne solo le singole parti, ma non il tutto. Ma un senso incomprensibile equivale a una assenza di senso.
L'insieme di tutto l'esprimibile non può essere infinito.

Resta sempre comunque pensabile, possibile, che la realtà (fisica) sia invece nel complesso inconoscibile, incomprensibile, quindi resta sempre possibile che sia infinita.

Ma perché qualcosa che è, di fatto, conoscibile nelle sue singole parti dovrebbe essere inconoscibile nell'insieme? Noi abbiamo già sperimentato la conoscibilità di parti della realtà, quindi abbiamo ragionevoli motivi di credere che la realtà sia conoscibile anche nella sua totalità, quindi che sia finita.

30 marzo 2014

Rovelli, capitolo 1: Grani. Dai concetti alla realtà. L'infinito attuale nel ragionamento di Democrito. Scienza, etica ed estetica unite insieme nell'atomismo antico.

Proseguo il commento a C. Rovelli, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose.
(precedente commento: La scienza è fonte di valori?)



Nel primo capitolo Rovelli spiega come la teoria della gravità quantistica abbia una radice filosofica nella teoria dell'atomismo antico, di Leucippo e Democrito. In particolare, riporta il ragionamento filosofico con il quale Democrito, insieme ad altri argomenti, è arrivato all'idea che tutte le cose sono fatte di atomi (è l'argomento riferito da Aristotele nel De generazione et corruptione). 
Immaginiamo che la materia sia divisibile all'infinito, e immaginiamo di poter suddividere un pezzo di materia infinite volte. Cosa ne resterebbe? Particelle con dimensione estesa? No, perché se così fosse non potremmo dire di aver diviso all'infinito (quelle particelle, se estese, possono ancora essere suddivise). Dovrebbero allora restare solo punti senza estensione. Ma anche questo esito è contraddittorio, poiché aggregando punti senza estensione non otterremo mai il pezzo da cui siamo partiti. Per uscire dal paradosso dobbiamo pensare che la materia non sia divisibile all'infinito, cioè che sia composta da particelle estese non ulteriormente divisibili (gli atomi, appunto).

Le cose che voglio dire su questo sono due:

1.  Democrito, usando concetti (infinito/finito; divisibile/indivisibile ecc.), il principio di non contraddizione e il ragionamento, capisce cose vere sulla realtà. In altri termini: facendo un esperimento mentale, usando l'immaginazione e i concetti linguistici, coglie la natura profonda della materia. Come è possibile questo? Certamente, e Rovelli lo ricorda, Democrito usava anche argomenti basati sull'osservazione, ma quello che colpisce è come la metafisica possa anticipare la fisica di molti secoli. Già Popper aveva riflettuto su questo rapporto filosofia-scienza, e proprio sull'esempio dell'atomismo antico. Ora mi chiedo: questo esempio non mostra che la ragione può spingersi anche oltre i limiti dell'esperienza ed ottenere risultati positivi? Questa domanda la farei a Kant... Certamente solo la ragione e solo esperimenti mentali non bastano. L'osservazione è indispensabile, per ottenere conoscenza che si approssimi alla verità. Ma la forza dei concetti e dei ragionamenti è innegabile e conserva qualcosa di misterioso anche a distanza di secoli. Forse la spiegazione di come sia possibile questo potere conoscitivo del linguaggio e della ragione è che i concetti si sono formati proprio partendo dall'esperienza, o meglio dall'incontro fra la nostra mente e la realtà. Il linguaggio consente un accesso alla realtà che sembra a volte scavalcare l'esperienza, ma il linguaggio non si è creato nel vuoto mentale, si è creato nel continuo rapportarsi delle menti umane con la realtà, quindi potremmo dire che il linguaggio è intriso di esperienza già di per sé, e quindi usandolo correttamente, facendone un uso immaginativo e razionale insieme (come anche nella matematica), possiamo fare ipotesi veritiere sulla realtà.

2.  Nel ragionamento di Democrito si fa uso dell'infinito attuale: si immagina di aver già diviso un pezzo di materia infinite volte. Se invece Democrito avesse immaginato lo stesso caso ma basandosi sull'infinito potenziale, avrebbe potuto giungere a conclusioni diverse. Avrebbe potuto pensare a una materia continua (non granulare, o "discreta") nella quale ad ogni ulteriore suddivisione si ottengono parti estese, le quali però sono ulteriormente divisibili, e questo si può fare ogni volta senza mai fermarsi. (Un po' come accade nei video che simulano l'ingrandimento di un frattale, dove è chiaro che si può continuare all'infinito, nel senso che si potrebbe non smettere mai di ingrandire e troveremmo sempre la stessa struttura).

Rovelli afferma anche che probabilmente Leucippo aveva intuito che ci fosse un limite inferiore alla divisibilità ragionando su come risolvere i paradossi di Zenone di Elea.

Rovelli racconta poi che fino a fine Ottocento l'ipotesi atomica era rimasta tale, pur raccogliendo molti indizi, soprattutto dalla chimica. Molti, cioè, non credevano che gli atomi esistessero veramente. La prova definitiva è arrivata nel 1905, con un articolo di Einstein che parte dall'osservazione del moto browniano, cioè dal movimento fluttuante di granelli minimi di materia in un fluido (per esempio l'aria). 

Rovelli ricostruisce poi la storia dell'atomismo, esaltandone il naturalismo, il razionalismo, il materialismo. 
"Purtroppo," scrive a pagina 32 "ci è rimasto tutto Aristotele, sul quale si è poi ricostruito il pensiero occidentale, e niente Democrito. Forse, se ci fosse rimasto tutto Democrito e niente Aristotele, la storia intellettuale della nostra civiltà sarebbe stata migliore. Ma secoli di pensiero unico dominante monoteista non hanno permesso la sopravvivenza del naturalismo razionalistico e materialistico di Democrito (...) Platone e Aristotele, pagani che credevano nell'immortalità dell'anima, potevano essere tollerati da un Cristianesimo trionfante, non Democrito."

Nell'ultima frase Rovelli commette un errore: Aristotele non credeva nell'immortalità dell'anima...

Nell'ultima parte del capitolo Rovelli esalta il De rerum natura di Lucrezio come testo che conserva lo spirito dell'atomismo democriteo, e ne descrive alcuni tratti: il senso di meraviglia, di profonda unità delle cose (noi siamo fatti della stessa sostanza delle stelle...), la calma luminosa legata all'assenza di dèi capricciosi, l'accettazione profonda della vita e della morte, "amore profondo per la natura, immersione serena in essa, riconoscimento che ne siamo profondamente parte (...) tasselli organici di un tutto meraviglioso e senza gerarchie".
Cita Democrito, che dice: "Ogni terra è aperta al sapiente, perché la patria di un'anima virtuosa è l'intero universo".

Quello che mi sembra più interessante di questo discorso è il mostrare come nelle radici filosofiche del pensiero scientifico, purtroppo in buona parte perdute, ci fossero insieme conoscenza della natura e valori, mentre oggi si tende a pensare che la scienza non possa, o non debba, fare discorsi anche valoriali.






25 marzo 2014

La scienza è fonte di valori?




Carlo Rovelli, ordinario di fisica teorica in Francia, saggista e collaboratore del Sole24Ore per il supplemento culturale, ha pubblicato di recente un libro dal titolo La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose (Raffaello Cortina 2014). Riporto qualche passaggio della Premessa di questo volume, per poi fare un breve commento.
"L'umanità è come un bimbo che cresce e scopre con stupore che il mondo non è solo la sua stanzetta e il suo campo giochi, ma è vasto, ci sono mille cose da scoprire e idee da conoscere diverse da quelle fra le quali è cresciuto. L'Universo è multiforme e sconfinato, e continuiamo a scoprirne nuovi aspetti. Più impariamo sul mondo, più ci stupiamo della sua varietà, bellezza e semplicità. (...) Il mondo è sterminato e iridescente; vogliamo andarlo a vedere. Siamo immersi nel suo mistero e nella sua bellezza, e oltre la collina ci sono territori ancora inesplorati. L'incertezza in cui siamo immersi, la nostra precarietà, sospesa sull'abisso dell'immensità di ciò che non sappiamo, non rende la vita insensata: la rende preziosa."

Le mie domande, rispetto a queste parole che mi hanno colpito, sono, oltre a quella che dà il titolo a questo post: cosa fa propendere una persona verso queste sensazioni di mistero, bellezza e preziosità della vita piuttosto che verso il nichilismo? Il progredire delle conoscenze scientifiche e quindi anche la progressiva consapevolezza umana di essere parte infinitesima di qualcosa di immenso e in gran parte ancora ignoto non può produrre anche l'effetto opposto, appunto la sensazione di mancanza di un senso complessivo della realtà? Da cosa dipende l'effetto valoriale vs nichilistico della conoscenza scientifica?