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2 settembre 2020

Enrico Fermi ricordato da sua nipote, Gabriella Sacchetti

 


Pubblico con piacere un testo che mia mamma, Gabriella Sacchetti, ha scritto nel 2001 (su richiesta di Roberto Vergara Caffarelli, per una ricerca che poi non è stata terminata, quindi il testo preparato da mia mamma non fu pubblicato). 

Si tratta di "riflessioni e ricordi", come ha voluto intitolarlo, attinti dalla sua memoria e da lettere inedite, rielaborati anche attraverso la lettura di testi di Emilio Segrè e Bruno Pontecorvo. 

Ne scaturisce un'immagine estremamente vivace e vissuta con grande ammirazione, curiosità e partecipazione affettiva. 

Il testo completo è scaricabile in formato PDF al link qui sotto. Di seguito pubblico l'inizio.


scarica il testo in PDF


Riflessioni e ricordi su mio zio, Enrico Fermi

di Gabriella Sacchetti

2001

Premessa

Questo personaggio ci è stato familiare da sempre; anzi posso dire che, anche se assente, è stato importantissimo nella mia formazione e in quella dei miei fratelli attraverso i racconti vivacissimi di mia madre, sua sorella Maria.

Ho avuto con lui uno scarso contatto diretto, perché quando è partito per gli USA ero una bambina e andavo a casa sua per giocare con i cugini, ma lui non si vedeva mai. Quando dopo la guerra  ha fatto qualche viaggio in Italia, aveva molti impegni di lavoro e lo abbiamo frequentato solo in alcune gite in montagna e cene con amici. 

Rivedendolo nel ’48 al suo primo ritorno in Italia eravamo rimasti colpiti dalla grande somiglianza con nostra madre. Come succede a molti figli, consideravamo lei come unica e originalissima, ed ecco invece comparire una specie di suo doppio, nei lineamenti, nella mimica, nella voce. “Prova ora a guardarlo dal basso – mi diceva mio fratello – è identico!”  E giù risate soffocate, di cui forse non si è mai accorto.

Eppure di lui sapevamo molto, lo conoscevamo già. Questo non perché la mamma si vantasse dell’illustre parentela. Anzi si urtava molto se qualcuno le ricordava che aveva un fratello celebre. Ma perché ci raccontava molto della sua infanzia e giovinezza e quindi anche di lui. 

(continua a leggere scaricando il PDF)

Vedi anche questo post: Enrico Fermi raccontato da Gabriella Sacchetti, nella trasmissione Italiani Nobel Minds di Rai Storia


25 agosto 2020

PARTITA ITALIANA DEL LIBERO ARBITRIO • Piano di studio

                                        

Giulio Napoleoni Volto immaginario 1: il primo della serie "Volti immaginari", creata con iPad e programma Sketches

Il titolo – che ha un sapore scacchistico e insieme musicale – è motivato dal fatto che, nello sforzo di approfondire una soluzione (abbozzata rozzamente qui, ma qualche idea nuova è in fase di elaborazione) al problema del libero arbitrio, devo fatalmente (per motivi di forza maggiore legati al mio percorso formativo) tenere conto di apporti teorici soprattutto italiani.

L'idea di questa nuova impresa è nata dalla volontà di riscrivere un precedente lavoro (del 2017) che a distanza di due anni ho riletto, trovandolo con sorpresa pieno di errori, imprecisioni, incoerenze. Per emendare tutto ciò mi sono visto – e mi vedo – costretto a ripensare teorie che già conoscevo e ad acquisire teorie, concetti, discipline, che nel 2017 non avevo ancora studiato.


 

Giulio Napoleoni legge un libro con iPad la sera, usando le evidenziazioni colorate


PIANO DI STUDIO

● = già letto;  ◦ = in lettura;  ❉ = rielaborato; ☆= in corso di rielaborazione

(i testi sono in ordine cronologico (inverso) di pubblicazione)


◦ De Caro M., Marraffa M., Mente e morale. Una piccola introduzione, Luiss University Press 2016

Lavazza A., Marraffa M. (a cura di), La guerra dei mondi. Scienza e senso comune, Codice edizioni, Torino 2016

Gardelli J., Caso e conoscenza, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, 2015

● Rovelli C., Libero arbitrio e determinismo, in «MicroMega», 2/2015, “Almanacco di filosofia” 

 Zanella M., Il dibattito sul libero arbitrio nell'ambito della filosofia analitica contemporanea, Tesi di dottorato, Università Ca' Foscari Venezia, 2014

◦ Dorato M., Che cos'è il tempo? Einstein, Gödel e l'esperienza comune, Carocci, Roma 2013

De Caro M., Lavazza A., Sartori G. (a cura di), Quanto siamo responsabili? Filosofia, neuroscienze e società, Codice edizioni, Torino 2013

◦ Di Francesco M., Piredda G., La mente estesa. Dove finisce la mente e comincia il resto del mondo?, Mondadori, Milano 2012

Gazzaniga M., Chi comanda? Scienza, mente e libero arbitrio, Codice edizioni, Torino 2013 (ed. orig. 2012)

    Marraffa M., Paternoster A, Persone, menti, cervelli, Mondadori, Milano 2012

    ◦ De Caro M., Lavazza A., Sarotiri G. (a cura di), Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero   del libero arbitrio, Codie edizioni, Torino 2010

 De Monticelli R., La novità di ognuno. Persona e libertà, Garzanti, Milano 2009

De Caro M, Le neuroscienze cognitive e il mistero del libero arbitrio, in Il soggetto. Scienze della mente e natura dell'io, Bruno Mondadori, Milano 2009

 Dorato M., Determinismo, libertà e la biblioteca di Babele, in Prometeo, Anno 27, 105, Marzo 2009, pp.78-85

Varzi, A. C., È successo da qualche anno, in Stramaledettamente logico. Esercizi di filosofia su pellicola, a cura di A. Massarenti, Roma, Laterza Editore, 2009, pp. 3–32 [incluso nel Piano su gentile suggerimento dello stesso prof. Varzi.]

 Di Francesco M., Neurofilosofia, naturalismo e statuto dei giudizi morali, in «Etica & Politica», IX, 2007, 2, pp. 126-143

 Ferretti F., Perché non siamo speciali. Mente, linguaggio e natura umana, Laterza, Roma-Bari 2007

Marraffa M., De Caro M., Ferretti F. (a cura di), Cartographies of the Mind. Philosophy and Psychology in Intersection, Springer, Dordrecht 2007

Varzi A., Vaghezza e ontologia, in Storia dell’ontologia, a cura di Maurizio Ferraris, Bompiani, Milano, 2008, pp. 672–698 

Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina, Milano 2005

 De Caro M., Il libero arbitrio. Una introduzione, Editori Laterza, Roma-Bari 2004

Damasio A., Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, Milano 2003

 Dupré J., Natura umana. Perché la scienza non basta, Laterza, Roma-Bari 2007 (ed. orig. 2003)

 Marraffa M., Filosofia della psicologia, Laterza, Roma-Bari 2003

 Casati R., Varzi A. C., Un altro mondo? in "Rivista di estetica" 19:1 (2002), 131–159

Di Francesco M., La coscienza, Laterza, Roma-Bari 2000

 Dorato M., Il software dell'universo. Saggio sulle leggi di natura, Bruno Mondadori, Milano 2000

 Civita A., La volontà e l'inconscio, Guerini e associati, Milano 1987

 Severino E., Studi di filosofia della prassi, Adelphi, Milano 1984

 Nozick R., Spiegazioni filosofiche, Il Saggiatore, Milano 1987 (ed orig. 1981)

 von Wright G. H., Libertà e determinazione, a cura di R. Simili, Pratiche Editrice, Parma 1984, trad. it di Freedom and Determination (ed. orig. 1980).

 von Wright G. H., Causalità e determinismo, a cura di S. Besoli, Faenza Editrice, 1981 (ed. orig.1974)

 Jonas H., Organismo e libertà, Einaudi, Torino 1999 (ed. orig 1973)

Dessì P., Le metamorfosi del determinismo, Franco Angeli, Milano 1997.

Damasio A., L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 1995

Dupré J., The Disorder of Things. Metaphysical Foundations of the Disunity of Science, Harvard University Press, 1995

 Civita A., Il cervello e la mente, Guerini e associati, Milano 1993

❉ Musatti C. L., "Libertà e servitù dello spirito", in Id., Libertà e servitù dello spirito. Diario culturale di uno psicoanalista, Boringhieri, Torino 1971

Piana G., I problemi della fenomenologia (in particolare l'ultimo capitolo, Il problema di una fenomenologia del bisogno) 1966/2000

 Capizzi A., La difesa del libero arbitrio da Erasmo a Kant, La Nuova Italia, Firenze 1963

 Martinetti P., La libertà, Boringhieri, Torino 1965 (prima ed. 1928)




23 agosto 2020

Cosa pensa Achille Varzi sul libero arbitrio? Zettel: Un esperimento mentale



Possiamo farci un'idea, per rispondere alla domanda che fa da titolo a questo post, andando a rivedere la trasmissione Zettel sul libero arbitrio, nella quale Varzi fa un intervento che ho trascritto e copio qui di seguito. Ma ci sono anche altre cose sue interessanti per il tema del libero arbitrio, intorno al concetto di possibilità... Uno scritto che si può considerare come un contributo indiretto su tema è il saggio scritto a quattro mani con Casati Un altro mondo? (Pubblicato in "Rivista di estetica" 19:1 (2002), 131–159) (Questo testo rientra nel mio Piano di studio di Partita italiana del libero arbitrio). Qui i due filosofi ragionano sulla domanda "Il mondo del senso comune è davvero un «altro mondo» rispetto a quello delle scienze fisiche?" (una accenno a come rispondono, in attesa di preparare una scheda esaustiva su questo testo, lo trovate qui ). Dico questo perché una delle molteplici facce con la quale si può presentare il problema del libero arbitrio è la tensione tra il punto di vista del senso comune (su come e perché noi persone agiamo, vogliamo, decidiamo) e il punto di vista delle scienze (su come e perché l'animale umano agisce, vuole, decide, sceglie, su come funzionano la mente e il cervello degli umani che agiscono e prendono decisioni prima di agire).

(Sul tema della natura umana vedi anche questo post recente:

Sulla natura umana e su sette regole per una filosofia qualitativamente completa)


Cartolina da New York  di Achille Varzi in Zettel su Libero arbitrio

Quando si parla di libero arbitrio, una tesi importante e per certi aspetti molto intuitiva è quella per cui il nostro senso di libertà è a ben vedere una sorta di illusione cognitiva, cioè la conseguenza di una asimmetria tra il nostro modo di rapportarci al futuro rispetto al nostro modo di rapportarci al passato. Il passato lo conosciamo, e quindi ci è facile dire che non possiamo cambiarlo. “Quel che è stato è stato.” Il futuro no, non lo conosciamo. Ed è per questo motivo che abbiamo l’impressione, la sensazione, di essere liberi di agire e di fare quello che vogliamo. Però basterebbe che qualcuno ci dicesse di conoscere il futuro ed ecco che questa asimmetria verrebbe a cadere. E di conseguenza non sarebbe così difficile riconoscere che in qualche modo anche il futuro è già scritto. “Quel che è stato è stato, e quel che sarà sarà.”

   Ora non è che io voglia sostenere questa tesi, però vorrei provare almeno a sostenere che la sua verità non abbia le conseguenze nefaste che la negazione del libero arbitrio sembrerebbe avere. In modo particolare non ne segue che uno debba necessariamente avere un atteggiamento di stampo “fatalista”. Per farlo vorrei per una volta servirmi anch’io di un semplice esperimento mentale.

      Supponiamo che io sia un temponauta, cioè che io abbia una sorta di macchina del tempo che mi permette di spostarmi avanti e indietro negli anni. Anzi, credetemi, è proprio così… adesso questo è uno scoop… ma io sono nato nel 2958, e quindi vengo da un’epoca molto lontana, e a un certo punto ho deciso di venire a trovarvi, sono salito sulla mia macchina del tempo e sono arrivato qua. Qualche anno fa, poi ho deciso di fermarmi, mi piace molto il vostro mondo e vi faccio parte, esattamente come voi. Però prima di partire ho deciso di documentarmi. Ho preso tutti i giornali dal 2000 al 2050, li ho qui su questo microfilm, e quindi so esattamente tutto quello che è successo. In particolare so quello che è successo domani. Dico “quello che  è successo domani” perché appartiene al mio passato… se mi mettessi nei vostri panni dovrei dire “so quello che succederà domani”. So quello che farai tu, e naturalmente so anche quello che farò io. So quello che farò perché è quello che ho fatto, è tutto qui nel mio microfilm. Non sono libero di comportarmi in modo diverso, perché sebbene “domani” appartenga al mio futuro personale, dal punto di vista del tempo storico “domani” appartiene al mio passato. E abbiamo detto che il passato non si può cambiare. 

      Ebbene, ditemi voi se stando così le cose il vostro senso di libertà e di libera scelta cambia. Cambia forse qualcosa, nell’ipotesi che il vostro futuro sia il frutto delle vostre azioni, delle vostre scelte, del vostro agire intenzionale? No, non cambia niente. Perché dal fatto che sia già vero oggi che domani farete certe cose non segue che non sia vero che le cose che farete domani non siano il frutto di una vostra scelta intenzionale, non sia in vostro arbitrio comportarvi in quel modo. Cioè, in un certo senso siete obbligati a fare quelle cose perché le avete fatte (è tutto qui nel mio microfilm, abbiamo detto), ma in un altro senso non siete obbligati: potreste comportarvi in modo diverso, avreste potuto comportarvi in modo diverso. Non l’avete fatto ma tant’è; questo non significa che il futuro non sia il frutto delle vostre azioni, così come lo è il vostro passato.

   Quindi in breve:  non potete fare cose diverse da quelle che farete, ma questo non significa che non le facciate perché siete costretti.



24 giugno 2020

Enrico Fermi raccontato da Gabriella Sacchetti - Italiani Nobel Minds - Rai Storia









"Italiani - Nobel Minds"..
Enrico Fermi - Emilio Segrè
Rai Storia 23 giugno 2020, ore 21.10.
La trasmissione è visibile su RaiPlay. Ho voluto però anche registrarla, e ne ho tratto due video che sono visibili su YouTube (coprono la trasmissione quasi per intero)
n.1 :
La trasmissione comprende, oltre a una vivace ricostruzione storica, biografica e scientifica, una intervista inedita a Gabriella Sacchetti, nipote di Enrico Fermi, che ricorda con partecipazione emotiva, ironia, precisione e lucidità, episodi della vita familiare del grande fisico.

8 luglio 2018

Matteo Locatelli, "La teoria dei loop"





Presento, in questo post, il lavoro di approfondimento che Matteo Locatelli, studente di eccellenza, ha  portato all'esame di maturità di quest'anno presso il Liceo scientifico "Salvador Allende" di Milano, esame che Matteo ha superato brillantemente.
Si tratta di un riuscitissimo, a mio avviso, tentativo di conciliare la semplicità e la chiarezza nella trattazione (che Matteo è riuscito a mantenere anche nell'esposizione orale di apertura del colloquio d'esame) con la scelta di un argomento irto di difficoltà ed intrinsecamente complesso. Il pregio di questo testo è anche nella volontà di tenere insieme due punti di vista: quello scientifico (che qui ha giustamente il peso maggiore) e quello filosofico. Quando si affronta il tema delle strutture profonde della realtà, la fisica, la metafisica e la filosofia della scienza sono chiamate a collaborare. Mi azzarderei addirittura a dire che i fisici sono spinti a fare anche, almeno un po', i metafisici – Carlo Rovelli, il punto di riferimento scelto da Matteo Locatelli, ne è un esempio concreto – e i filosofi devono confrontarsi inevitabilmente con gli scienziati.


Riporto, di seguito, l'Introduzione e l'Indice.


INTRODUZIONE

A partire dall’inizio del Novecento, le nostre conoscenze sulla fisica teorica, e di conseguenza sulla nostra idea di come è fatto il mondo, furono stravolte da due grandi teorie rivoluzionarie: la relatività generale di Albert Einstein e la teoria della meccanica quantistica. La prima ha rimodellato i nostri concetti di spazio, tempo e gravità, sostituendosi alla fisica newtoniana, dandoci una nuova e potente visione del cosmo, come mai ne avevamo avute fino ad allora. La seconda invece, rimpiazzando la meccanica classica, ha stravolto in maniera radicale la nostra comprensione sulla materia e l’energia. Entrambe queste teorie, nel corso degli anni, sono state confermate innumerevoli volte da altrettanti esperimenti e ad oggi sono diventate, l’una, la base della cosmologia e l’astrofisica, l’altra, il punto di partenza della fisica atomica, nucleare e particellare.
Fra le due teorie ci sono però molti punti divergenti, in contrasto tra loro. Le due teorie non possono essere entrambe corrette, almeno non nel modo in cui vengono formulate fino ad oggi, perché sembrano, nelle loro radici, contraddirsi a vicenda. Per questo motivo molti fisici teorici negli ultimi decenni, ed ancora oggi, si stanno dedicando al campo della fisica teorica chiamato gravità quantistica con l’obiettivo di trovare una sintesi capace di offrire una visione coerente del mondo, compatibile con il sapere raggiunto, all’interno della quale la meccanica quantistica e la relatività generale possano essere comprese in modo non contraddittorio.
Questa sintesi viene definita “teoria del tutto” in quanto riesce a conciliare tutte le nostre conoscenze fisiche e a darci una visione totale sul mondo. Esistono però diverse linee di studio che hanno portato alla formulazione di diverse teorie ipotetiche, sulle quali è concentrato l’interesse della ricerca. Fra queste, le più accreditate sono senza dubbio la teoria delle stringhe e la teoria dei loop che, a causa di diverse caratteristiche, sono considerate incompatibili. Per esempio, un nodo centrale per la teoria delle stringhe, assente nella teoria dei loop, è l’esistenza della supersimmetria, una estensione del modello standard delle particelle elementari in cui tutte le particelle avrebbero una corrispondente super particella, di massa maggiore, che attraverso diversi esperimenti specifici non sono state trovate, indebolendo la teoria alle radici.
Per questo motivo, la teoria della gravità quantistica a loop, per molti fisici, tra cui l’italiano Carlo Rovelli, uno dei massimi ricercatori mondiali nell’ambito, al cui libro La realtà non è come ci appare (Raffaello Cortina 2014) mi ispiro per questo lavoro, rappresenta ad oggi la teoria più vicina a raggiungere l’obiettivo finale della teoria del tutto.


INDICE

Introduzione

Relatività generale
Il ragionamento del genio
Tessuto spaziotemporale
L'universo

Meccanica quantistica
Nascita della teoria: la natura è granulare
La realtà è relazione
Il mondo non è determinabile
Campi = particelle

La visione relazionista
Un problema logico-metafisico
Franca D'Agostini: una "metafisica ragionevole"
Mauro Dorato: il "realismo scientifico"

LA TEORIA DEI LOOP

Il preludio della teoria
Lo spazio non è continuo
La nascita dei loop

Grani di spazio
Il grafo
Reti di spin
Ci sono quanti e quanti

Il tempo non esiste
La vera natura del tempo
Una "fisica senza tempo"
Spinfoam

Applicazioni fisiche della teoria
Il Big Bounce
I buchi neri secondo i loop
Risoluzione delle divergenze
La fine dell'infinito

Il mondo dei loop - Conclusione

Fonti




20 febbraio 2018

Libero arbitrio e disunità della filosofia



A/C



Alla radice della “frattura” tra analitici e continentali c’è una questione irrisolta, tutt’ora aperta, che è la questione del rapporto fra scienze della natura e scienze dell’uomo, in altri termini la questione dello scontro/convivenza fra due diversi punti di vista dai quali è possibile guardare e conoscere la realtà umana: il punto di vista che considera l’uomo come uno fra i tanti enti naturali, e che applica quindi (per esempio nella conoscenza del cervello e delle sue “prestazioni”) i modelli tipici delle scienze “dure”, e il punto di vista che considera l’uomo come un ente in qualche modo diverso, con una sua peculiarità (che in ultima analisi è il libero arbitrio, o, nel linguaggio di Alfredo Civita, la “polivalenza della mente”) che richiede l’utilizzo di modelli e linguaggi diversi, modelli e linguaggi che somigliano in qualche modo a come l’uomo si “auto-percepisce” e a come si relaziona con gli altri esseri umani.

In pratica: la frattura analitici/continentali resiste, pur nelle molteplici complicazioni e sviluppi, perché sotto c’è il problema, persistente, del libero arbitrio. Oggi quasi tutti i neuro-scienziati sostengono che il libero arbitrio è una pura illusione, mentre direi che tutte le scienze dell’uomo presuppongono (spesso tacitamente) che il libero arbitrio ci sia.

La filosofia non riesce a “ricucire” la frattura perché manca una posizione condivisa su questo problema (e su tutti i problemi collegati, come il problema mente-corpo, il problema della fondazione dell’etica e dei valori in genere eccetera). Manca una posizione condivisa della filosofia sulla natura umana, ed è da qui che nascono tutti i problemi… Hegel assume il punto di vista umano come qualcosa da cui non è possibile uscire, al punto di fare della Ragione o del Logos la struttura della realtà stessa, mentre gli analitici guardano l’uomo dagli spazi siderali della fisica, per gli analitici la ragione è uno strumento di cui l’uomo si serve per comprendere la natura e se stesso, ma la natura, e l’uomo stesso, non sono fondati sulla ragione stessa, sono fondati su combinazioni di particelle.








25 giugno 2016

La filosofia: prese di posizione e aspirazioni all'oggettività. Lettera aperta a Franca D'Agostini







Rispondo alla lettera metafilosofica sull'idea di "filosofia come scienza" di Franca D'Agostini, sviluppando il suo discorso verso una caratterizzazione della filosofia come ricerca tesa fra l'aspirazione alla conoscenza oggettiva e la necessità di "prendere posizione" fra opzioni teoriche alternative.


Cara Franca,

sono io che ringrazio te, che trovi il tempo di scrivermi.
   Ritengo che se il tuo pensiero metafilosofico fosse stato maggiormente ascoltato e seguito le sorti della filosofia sarebbero state migliori. Nel chiuso è un libro che ho amato profondamente e l’importanza del tuo lavoro credo stia proprio negli sforzi che hai fatto, e continui a fare, per rendere la filosofia una scienza. Volendo fare un paragone illustre mi viene in mente Kant, che nello sforzo di rendere scientifica la metafisica ha scritto quel capolavoro che è la Critica della ragion pura.
    Tuttavia vorrei sollecitarti ancora con qualche riflessione ulteriore, prima commentando punto per punto la tua lettera, poi chiudendo con una sintesi del mio pensiero sulla questione del rapporto tra filosofia e scienza.

1. In effetti non vi sono dubbi sul fatto che la filosofia sia ‘scienza’ nel senso preliminare da te indicato. Ma quanto può servire ricordarlo? Nello stesso senso, infatti, sono scienze anche l’architettura, la musica… attività che normalmente si classificano fra le arti, in discorsi dove ‘arte’ e ‘scienza’ hanno significati più precisi.
    Noto però che questa caratterizzazione della filosofia come materia di studio e ricerca viene sottilmente ripresa più avanti, in 6.a (mescolata con una tesi più forte sull’essere la filosofia una scienza normale) e in 9. (ma anche qui un po’ confusa con la tesi più forte: in 9 parli anche della filosofia come scienza-studio…).
    È vero però che questa definizione serve come base per poter fare la distinzione importante che fai dopo, in 6.b-11., tra filosofia come studio-ricerca e filosofia come fatto antropologico.

2. La definizione che dai di ‘scienza’ in senso più specifico la correggerei leggermente. Focalizzare il tema dell’oggettività sull’aspetto della valutazione di tesi e teorie non ci aiuta, credo, perché non chiarisce la differenza tra scienza e arte: anche in arte le opere e le performance sono valutabili con una certa oggettività. Direi quindi piuttosto che la scienza è una conoscenza che tende all’oggettività, nel senso che tende alla verità e giustifica le sue tesi/teorie, e facendo ciò produce intorno a sé un accordo intersoggettivo. L’arte invece non tende di per sé all’oggettività, anzi direi che tende a valorizzare la soggettività (è una sorta di tacita norma, nel campo della produzione artistica – almeno a partire dal Rinascimento – che ciascun autore debba sforzarsi di esprimere la propria, originale, visione del mondo, basando quindi sulla propria individualità le scelte estetiche) ma viene poi valutata oggettivamente (per esempio nessuno, oggi, potrebbe ragionevolmente sostenere che la musica di Bach è priva di valore).
    Sulla base della tua definizione più specifica di scienza, dici poi: “In questo senso, la F forse non è una ‘scienza’ ma sarebbe augurabile che lo fosse”. Su questo, togliendo il ‘forse’, sono pienamente d’accordo e cercherò di sostenerlo con argomenti nella parte conclusiva. Ma questo è contraddetto da quanto dici più avanti, in particolare nel punto 6.a, (“credo che la F sia una scienza abbastanza ‘normale’ … non meno caratterizzata di altre scienze soft”). Riconosci poi (punto 7) in T. Williamson il difensore di tale tesi e rimandi al suo libro per quanto riguarda gli argomenti necessari a sostenere questa tesi sulla filosofia come scienza normale. Poco dopo (ancora 7.) torni invece alla tesi del punto 2., allontanandoti da 6.a, quando parli di “mancata normalizzazione della filosofia”.
    Insomma, mi pare ci sia nella tua posizione una certa oscillazione: a volte parli di filosofia=scienza come un qualcosa che è già o è di per sé, per essenza, per costituzione, a volte parli di filosofia=scienza come ciò che dovrebbe essere, come un qualcosa che non si è ancora realizzato. Io propendo nettamente per la seconda alternativa. E il motivo principale di questa mia propensione (ma credo di non essere il solo, anzi mi pare che sia la posizione più diffusa…)  è che la filosofia non ha mai raggiunto e non raggiunge, nelle sue parti più caratteristiche, l’accordo intersoggettivo.

3. Qui concordo con te, solo che chiarirei in questo modo: il fatto che arte, scienza, filosofia siano intersecate presuppone la loro distinzione. Dire che non sono sfere separate non va equivocato come se volesse dire che sono una cosa sola, un’unica sfera. Sono sfere distinte ma intersecate. Con questo chiarimento, però, la tua tesi 6.(a) è di nuovo smentita. Tu stessa sembri in parte smentirla quando dici “Che arte scienza e F si riferiscano ad attività metodologicamente diverse è ovvio…”.

4.-5. Qui critichi le posizioni di Casati, e non mi interessa entrare nel merito di queste critiche. L’unica cosa che non mi convince è quando interpreti ‘arte’ come “attività non normale, in quanto non soggetta a norme di alcun genere”. Credo che vi siano molte norme nel campo sia della produzione sia della fruizione artistica, e penso che il senso in cui Casati usa ‘arte’ in relazione alla filosofia sia quello che ho chiarito in 2., cioè l’arte come un’attività che valorizza la soggettività di chi la produce, o più semplicemente un’attività che non tende di per sé all’oggettività: non produce tesi o teorie.

6.-11. Su 6.a ho già detto sopra. Su 6.b-8.-9.(secondo paragrafo)-10.-11., cioè sulla filosofia come fatto antropologico, che richiede idealità e scetticismo, rimanda a Socrate ed è funzione della cittadinanza democratica, sono pienamente d’accordo. A questo si ricollega, se ho ben capito, la tua idea dell’insegnamento della logica nelle scuole primarie-secondarie. Quest’ultimo aspetto per me si è tradotto in un’avvenutra che ho iniziato quest’anno in una classe terza del liceo scientifico. Un’esperienza che mi ha dato molte soddisfazioni e mi ha appassionato, e vorrei provare a raccontarla, in altra sede, supportando il racconto con dati e riscontri quantitativi (i materiali didattici, le prove che ho somministrato, la valutazioni, i progressi degli studenti nel corso del tempo).
    Mi par di capire che sulla filosofia come fatto antropologico hai intenzione di approfondire in altra sede, quindi immagino tu ci stia lavorando sopra e mi aspetto, quindi, un tuo prossimo lavoro metafilosofico su questo tema. Sbaglio?

9. Sulla filosofia come studio (ma non scienza, per i motivi che sotto riassumo) dei fondamenti e trattazione dei super-concetti resto legato al fascino che questa tesi ha esercitato su di me all’epoca della lettura (e ri-lettura…) di Nel chiuso, e aggiungerei solo una maggiore accentuazione sull’aspetto problematico: la filosofia tratta i problemi fondamentali e affronta i problemi legati ai super-concetti.

Conclusioni
Penso in generale che la filosofia produca i suoi risultati migliori quando tende ad essere una scienza, cioè quando tende all’oggettività e di conseguenza tende a produrre accordo intersoggettivo. Ma non ci riesce mai fino in fondo. O meglio: quando ci riesce veramente, succede che una sua parte si “stacca” e diventa effettivamente una scienza. Questo, come tutti sanno, è successo con la fisica e tutte le scienze naturali, ed è successo anche con la psicologia, l’antropologia, le scienze umane in generale. E credo che questo stia succedendo adesso con la logica, o è in parte già successo.
    Il caso della fisica è esemplare. La fisica, che ha continuato a chiamarsi “filosofia naturale” fino a Newton, oggi nessuno si sognerebbe di considerarla parte della filosofia. Eppure, in un certo senso, la fisica è ancora filosofia, perché continua a porsi alcuni problemi fondamentali che la filosofia coltiva oggi in sede metafisica o ontologica (“Che cosa esiste?”, “È ciò che esiste spiegabile nella sua totalità?” ecc.).
    In un certo senso si potrebbe risolvere il problema considerando tutte, o quasi, le scienze come sottoinsiemi della filosofia, definendole come quelle parti della filosofia che sono riuscite a raggiungere un certo grado di oggettivtà. Resterebbero fuori la matematica, che ha avuto origine  prima della filosofia stessa, e la storia, che è nata nel V secolo a.C., poco dopo la filosofia, ma indipendentemente da essa, pur ispirata dallo stesso clima culturale.
    Il problema della filosofia, dalle sue origini ad oggi, è che nasce come forte aspirazione ad essere episteme ma non riesce ancora, e forse non riuscirà mai, in alcuni suoi nuclei fondamentali, a produrre conoscenze oggettive. Permangono fratture profonde in alcuni nuclei portanti della disciplina. I settori, o le discipline filosofiche, nei quali sono maggiormente evidenti i segni di questa mancanza di validità intersoggettiva sono innanzitutto metafisica/ontologia ed etica/politica. 
    Prendiamo solo un semplice esempio. Nell’ambito della tradizione analitica (che è quella dove la vocazione all’episteme è oggi più forte), se consideriamo il problema della possibilità, abbiamo otto teorie differenti: scetticismo, espressivismo, modalismo, realismo modale, ersatzsismo, finzionalismo, agnosticismo, disposizionalismo (vedi il libro di Andrea Borghini Che cos’è la possibilità, Carocci 2009). Un problema, otto soluzioni diverse. E non c’è modo di venirne a capo, perché in ultima istanza ci troviamo di fronte a opzioni teoriche ugualmente legittime; forse alcune appaiono più forti, altre più deboli, ma come possiamo sapere qual è quella vera? Ad esempio il realismo modale di Lewis è una posizione teorica fortemente originale, molto ben argomentata, ma poco condivisa.
    Osservo inoltre che la distinzione tra filosofia e scienza è presupposta, senza essere tematizzata, in buona parte della filosofia della scienza. Cito, come esempio, un passaggio del libro di Mauro Dorato Cosa c’entra l’anima con gli atomi? Introduzione alla filosofia della scienza (Laterza 2009, pag. 9): “Indipendentemente dal nostro atteggiamento verso di essa, la scienza e le sue applicazioni costituiscono parte integrante della nostra cultura. Il problema di stabilire come il sapere scientifico si dinstingua da altre tradizionali forme di ‘interpretazione del mondo’, quali quelle offerte dalla religione, dal mito, dall’arte, e dalla filosofia stessa, è un altro tema squisitamente filosofico, che non può essere affrontato da una singola scienza. Per cercare di risolvere tale importante problema limitandoci alla filosofia, è però necessario tenere un piede sia nella conoscenza scientifica sia in quella filosofica; come già accennato, la caratterizzazione del rapporto tra filosofia e scienza costituisce essa stessa un problema filosofico, le cui possibili soluzioni si spera saranno un po’ più chiare alla fine di questo libro.”
    Tornando alla questione centrale, quello che sostengo è che la filosofia, in quanto non riesce in alcune sue parti costitutive a raggiungere l’oggettività, resta almeno in parte legata alla soggettività dei suoi autori, e in questo senso vi è una parziale somiglianza con l’arte.
    Nella filosofia la presenza di questo elemento soggettivo non è certamente mai diventato norma, ma resta un dato di fatto caratterizzante. Spesso una posizione teorica, in filosofia, finisce per essere identificata con il suo autore.
   L’aspetto soggettivo della filosofia lo intendo in questo senso: di fronte a più opzioni teoriche ugualmente legittime (cioè razionalmente argomentate ma con argomenti diversi, che portano a tesi diverse) un autore “preferisce”, “sceglie” un’opzione piuttosto che altre, e poi va avanti a costruire in base a quella. Nello stesso modo in cui, di fronte alla scelta su come iniziare una partita a scacchi, un giocatore ha di fronte a sé alcune opzioni, con varianti e sotto-varianti, già molto studiate e approfondite (ci sono volumi e volumi di “teoria delle aperture”) e sceglie sulla base della propria propensione o simpatia verso il tipo di gioco che è previsto svilupparsi da quelle opzioni. (Avevo già proposto questa immagine in uno scritto sul mio blog, partendo dalla lettura del libro di Borghini sopra ricordato: https://giulionapoleoni.blogspot.it/2010/05/la-filosofia-come-esplorazione-delle.html)














13 maggio 2015

Per una metafisica sistematica (nuova versione)

I problemi dell'idea di mondo in Kant
come programma di ricerca metafisico 






“Come è fatta la realtà?”
Che cosa è richiesto, in questa domanda? Certamente la domanda si scompone in una serie di altre domande particolari. Ma nella tradizione della metafisica, da Aristotele a Kant, questa domanda investe la realtà nel suo insieme.
Perché “da Aristotele a Kant”? Forse sarebbe meglio precisare dicendo: “da Aristotele a prima della grande esplosione e specializzazione delle scienze nel XIX secolo”. Nel senso: quando ancora un singolo pensatore poteva sperare di padroneggiare i diversi campi del sapere e comprendere il senso del tutto (ma già con Leibniz si comincia ad avere consapevolezza della difficoltà di padroneggiare la quantità crescente di conoscenze scientifiche).

Kant, nella “Dialettica trascendentale”, parla di un bisogno della ragione pura: «il principio proprio della ragione in generale (nell’uso logico) è di trovare per le conoscenze condizionate dell’intelletto quell’incondizionato con cui venga compiuta l’unità della conoscenza stessa» (Critica della ragione pura, A307/B364). Questo bisogno metafisico corrisponde alla vocazione alla sistematicità propria della filosofia: la filosofia, fin dalle sue origini, aspira a pensare “in grande”, vuole capire come stiano le cose nell’insieme, nella totalità, e vuole anche capire quale sia il ruolo della vita in generale, e dell’essere umano in particolare, all’interno della totalità.

6 marzo 2015

L'infinito non è di questo mondo.






a Franca D’Agostini


«Porre un limite all'infinito è un tema ricorrente nella fisica moderna. [...] molto spesso, ciò che appare infinito non è altro che qualcosa che non abbiamo ancora capito o contato. [...] "Infinito", in fondo, è solo il nome che diamo a ciò che ancora non conosciamo. La Natura sembra dirci, quando la studiamo, che non c'è nulla, alla fine, di davvero infinito. [...] L'unica cosa davvero infinita è la nostra ignoranza.»
C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Milano 2014




1. Il paradosso della Biblioteca di Babele
La biblioteca di Babele è un famoso e straordinario racconto di Jorge Luis Borges. Vi si narra di una biblioteca talmente vasta da costituire un universo. La biblioteca risulta essere composta da un numero sterminato di volumi, talmente alto da sembrare infinito, ma tale numero non è infinito, in quanto si tratta di tutte le possibili combinazioni di 25 caratteri (22 lettere, la virgola, il punto e lo spazio) in volumi costituiti da 410 pagine, ciascuna con 40 righe e 40 caratteri per riga (quale sia effettivamente tale numero è stato calcolato da Achille Varzi nello scritto Il libraio, lo scrittore e la    biblioteca di Babele). Alla fine del racconto il narratore ipotizza che la biblioteca sia infinita, ma semplicemente nel senso che la sterminata serie di volumi potrebbe ripetersi ciclicamente infinite volte.
Tale biblioteca contiene "tutto ciò che è dato esprimere, in tutte le lingue”. Togliamo la questione degli innumerevoli e preponderanti volumi privi di senso, con accozzaglie mostruose di lettere, togliamo per ipotesi anche i volumi ibridi, con frammenti di senso che navigano in mari di "insensate cacofonie" (temi su cui peraltro è imperniato gran parte dello sviluppo narrativo). Consideriamo solo i volumi sensati. Ci troviamo comunque di fronte a un'idea paradossale: la quantità di cose esprimibili non è infinita!
Ciò significa, ad esempio, che le opere d'arte che è possibile scrivere sono un numero finito, quindi che alla lunga la letteratura sarà destinata a finire, a meno di non doversi ripetere, ma anche che le teorie scientifiche possibili non sono infinite, quindi a un certo punto la ricerca avrà un termine perché avremo scoperto tutto quello che c'era da scoprire.
E la storia? Sembrerebbe che finché la storia va avanti, i libri che la raccontano debbano essere sempre diversi, ma allora? Dobbiamo concludere che siccome la quantità di cose che possiamo esprimere è finita allora anche la storia debba interrompersi? Qui arriviamo al vero paradosso: ipotizziamo di prendere solo i libri di storia della biblioteca di Babele. Sono tantissimi, ma un numero finito. Ipotizziamo che ogni volume racconti la storia di un secolo, e che la storia non si ripeta mai ma sia sempre diversa. Si può argomentare così: per quanto grande, il numero dei volumi di storia della biblioteca di Babele sarà n, corrispondente a n secoli. Ma la storia potrebbe durare n+1 secolo. Il volume che descrive quel secolo n+1 non è contenuto nella biblioteca. Chiediamoci però: il volume che descrive il secolo n+1 non è comunque composto di caratteri come gli altri? Se la biblioteca contiene tutte le combinazioni possibili dei caratteri non dovrebbe contenere anche quel volume?
In altri termini, il paradosso consiste nella contraddizione tra l’idea che la quantità di cose esprimibili sia finita e l’idea che il tempo, inteso come la storia dell’universo, sia infinito.
Il contrasto di fondo, che produce il paradosso, risiede nella finitezza della Biblioteca rispetto alla presumibile infinità di cose/eventi che possono essere descritti, espressi, narrati, teorizzati



2. Conseguenze cosmologiche del paradosso
Sostengo che riguardo alla storia dell'universo siano possibili solo due ipotesi:
1) che abbia avuto un inizio e che avrà una fine,
2) che si ripeta ciclicamente.
Per un ragionamento che abbozzo più avanti, ritengo molto più probabile la prima delle due ipotesi.
E' da escludersi, invece, secondo un ragionamento che parte dal paradosso della Biblioteca di Babele, che:
3) abbia avuto un inizio e che possa svolgersi in futuro in modo sempre diverso all'infinito,
4) che non abbia avuto un inizio e che si estenda all'infinito nelle due direzioni (all'indietro e in avanti) in modo costantemente variante.
L'argomento parte dall’idea che la quantità di cose esprimibili non sia infinita. Non sono infinite, quindi, le descrizioni vere che corrispondono agli eventi della storia dell'universo. Facciamo l'ipotesi che per ogni galassia esistano 24000 miliardi di volumi che ne descrivano in modo veritiero l'evoluzione, la storia, entrando nel dettaglio delle stelle e dei pianeti più significativi (nel caso in cui su uno o più pianeti si sia sviluppata la vita ammettiamo pure che vi sia un supplemento di 36000 miliardi di volumi per ciascun pianeta, nei quali vengono descritte le varie specie e la loro evoluzione, la storia delle loro civiltà e così via). Per quanto sia enormemente grande il numero di questi volumi, sarà sempre un numero finito n (Certo, a meno che il numero delle galassie non sia infinito. Ciò aprirebbe un ulteriore paradosso rispetto alla finitezza delle cose esprimibili…). Rispetto all'idea che la storia di ogni galassia possa essere più lunga rispetto a quanto narrato in quei 24000 miliardi di volumi vale il paradosso che abbiamo già esposto: ammettiamo che vada oltre, non sarà comunque descrivibile? Se è descrivibile rientrerà nel numero finito delle cose esprimibili. Quindi forse saranno necessari più volumi, ma non potranno mai essere infiniti volumi. Dal paradosso si esce quindi solo con due ipotesi: o la storia dell'universo è finita, o si ripete ciclicamente uguale (se fosse ciclica ma ogni volta diversa non sarebbe in realtà ciclica). Questa seconda ipotesi, però, appare altamente improbabile: lo studio dei fenomeni naturali mostra come la contingenza sia sovrana, quando si parla di successioni storiche, con un prima e un poi. Non resta dunque che l'ipotesi 1 come la più probabile.

3. Obiezioni e risposte
Una filosofa che stimo molto, alla quale ho sottoposto il paradosso subito dopo averlo “scoperto”, ha obiettato che le lingue nelle quali sono scritti i testi della Biblioteca sono in realtà entità a loro volta storiche (quindi ciò introdurrebbe una variabile tempo che renderebbe il numero dei volumi della Biblioteca non determinabile).
Ma ipotizziamo che le lettere di un alfabeto (poco importa se siano 21, 26 o altro numero) rappresentino in maniera sufficientemente efficace tutti i suoni che l'apparato vocale umano è in grado di produrre (parliamo di specie umana: certo si può dire che anche la specie umana è in evoluzione e in futuro i suoni producibili potrebbero essere diversi, ma allora direi che comunque la gamma dei suoni producibili in futuro non dovrebbe essere infinita...).
Bene. A questo punto anche le variazioni lessicali, grammaticali, sintattiche prodotte dal mutare storico delle lingue vengono "catturate" dall'ipotesi dell'insieme di tutte le possibili combinazioni di questo numero finito di caratteri moltiplicato esponenzialmente per il numero di caratteri per riga, righe per pagina eccetera. A un certo punto nasce una parola nuova? E' sicuramente già presente nella Biblioteca. Nasce una nuova forma grammaticale? Anche per questa vale lo stesso discorso.
Il punto è che se una forma linguistica è possibile (pronunciabile) allora esiste nella Biblioteca.
Altra obiezione potrebbe essere: perché i volumi devono avere 410 pagine e non di più, o di meno? Risponderei che occorre pensare a un numero sufficientemente alto di pagine per volume perché tale numero costituisce l'ampiezza dell'unità di senso che va ipotizzata se vogliamo parlare di opere d'arte, opere scientifiche eccetera. I due numeri importanti, per formulare il paradosso, sono il numero dei caratteri dell'alfabeto e il numero delle pagine per volume: è importante solo che siano numeri finiti e che corrispondano più o meno alla realtà degli alfabeti naturali e dei volumi nei quali solitamente si esprime l'ingegno umano, ma non è importante ovviamente di quali numeri si tratti.
Un'altra obiezione: un'opera potrebbe richiedere più volumi (ad esempio la Recherche di Proust). Possiamo sempre immaginare, però, che un'opera di tal genere esista comunque nella Biblioteca, anche se "spalmata" su un numero di volumi forse diverso (e forse l'ultimo potrebbe essere composto da cento pagine sensate, la fine dell'opera, e poi pagine bianche: ricordiamo che nei caratteri base occorre pensare anche lo spazio, e le pagine bianche si possono intendere come iterazione dello spazio).
Italo Nobile ha pubblicato sulla mia pagina Facebook alcune osservazioni critiche che riporto qui di seguito:
«Non sono d'accordo in quanto la quantità di cose esprimibili non è infinita se e solo se il tempo non è infinito e se e solo se la lunghezza delle stringhe che costituiscono i termini designanti oggetti sia finita. Tu accetti come premesse una certa interpretazione della biblioteca (ad es. in quella di Lasswitz ci sono anche le opere letterarie che attualmente non significano niente, ma nessuno può dire che non significhino qualcosa) e soprattutto neghi che ci possono essere serie infinite di segni a designare oggetti. In realtà con i segni a nostra disposizione possiamo designare infiniti oggetti dal momento che abbiamo i numeri. Questa tesi parte dal numero finito di segni e dal numero finito di pagine di un libro per inferire qualcosa sull'universo. Ma ciò significa mettere il carro davanti ai buoi. L'unica cosa che potremmo dire è che, nel caso di universo infinito (o con un numero infinito di oggetti) ad un certo punto ci potremmo trovare nella situazione per cui dobbiamo considerare degli oggetti nuovi come copie di oggetti già visti».
Provo a rispondere, o comunque a commentare a mia volta quanto dice Italo.
Sulla prima osservazione, che ipotizza un tempo infinito nel quale si possano esprimere cose infinite, direi questo: se partiamo dall'ipotesi di un tempo infinito nel quale esista una produzione infinita di testi significanti, resta il fatto che a un certo punto, esaurite le combinazioni possibili di tutti i segni entro un certo formato (numero di caratteri per pagina, numero di pagine per testo) siamo destinati a ripetere le stesse cose, quindi per quanto infinita la Biblioteca sarà ripetitiva, modulare...
Sulla "lunghezza delle stringhe" dei termini designanti mi vengono in mente i numeri irrazionali... Cosa analoga Italo dice più sotto quando ipotizza "serie infinite di segni a designare oggetti", e "con i segni a nostra disposizione possiamo designare infiniti oggetti dal momento che abbiamo i numeri."
In effetti qui mi pare che Italo colga un punto cruciale: nel paradosso della Biblioteca di Babele i numeri non sono considerati, ed è vero che i numeri sono di per sé intrisi di infinito, infinito stratificato, fra l'altro, a diversi livelli di potenzialità (come Cantor ci ha rivelato con la teoria dei numeri transfiniti). Resta il fatto che il linguaggio matematico ha un modo diverso di rapportarsi con la realtà rispetto al linguaggio verbale, e forse addirittura si potrebbe dire che il linguaggio matematico descrive, direttamente, oggetti "di altro tipo" rispetto alle cose fisiche, anche se ovviamente è fondamentale per la conoscenza del mondo fisico nel senso che descrive indirettamente situazioni e rapporti fra cose fisiche...
È vero che sono partito da una certa interpretazione della Biblioteca, ma ci tengo a chiarire bene un punto sul quale ho riflettuto molto. Il fatto che si ipotizzi un numero finito di segni grafici, che corrispondono a un numero finito di fonemi (e parliamo di linguaggio verbale) si fonda sulla realtà dei linguaggi naturali e anche sulla struttura dell'apparato vocale umano. Non possiamo produrre infiniti tipi di suoni. Il fatto che si prenda in considerazione un numero finito di righe/pagine di un testo non implica che si metta un limite fisso alla lunghezza di un testo, infatti un testo può essere espresso in più volumi della Biblioteca, ma significa che si considerano, nel paradosso, testi di senso compiuto, cioè testi finiti, per quanto lunghi possano essere.
L’ipotesi di un testo infinito (su cui Borges ha costruito un altro racconto, Il libro di sabbia) cade perché tale testo non avrebbe un senso determinabile, quindi non avrebbe senso.
Infine, all'obiezione di "mettere il carro davanti ai buoi" se partiamo da considerazioni sul linguaggio per arrivare a tesi sulla realtà, rispondo che è un procedimento tipico della filosofia, nelle sue aspirazioni metafisiche. Da Platone e Aristotele fino a Wittgenstein... non abbiamo sempre fatto così? (Del resto il linguaggio è esso stesso un "pezzo" di realtà. Una proposizione è un fatto che esprime un altro fatto…)


4. Conclusioni
Negare l'infinito reale, nella realtà fisica, equivale a credere nella conoscibilità, nella comprensibilità del mondo.
Perché dobbiamo credere all’ipotesi immaginativo-metafisica della Biblioteca di Babele? (cioè l’ipotesi che la quantità di ciò che è dicibile, esprimibile attraverso il linguaggio, sia finita.)
Perché un libro deve avere un numero di pagine finito? O anche: perché una frase non può essere infinita? Perché altrimenti il suo senso non sarebbe, per principio, comprensibile. Potremmo capirne solo le singole parti, ma non il tutto. Ma un senso incomprensibile equivale a una assenza di senso.
Resta sempre comunque pensabile, possibile, che la realtà (fisica) sia invece nel complesso inconoscibile, incomprensibile, quindi resta sempre possibile che sia infinita e senza senso.

Ma perché qualcosa che è, di fatto, conoscibile nelle sue singole parti dovrebbe essere inconoscibile nell'insieme? Noi abbiamo già sperimentato la conoscibilità di parti della realtà, quindi abbiamo ragionevoli motivi di credere che la realtà sia conoscibile e sensata anche nella sua totalità, quindi che sia finita.

31 agosto 2014

Energia a costo zero per tutti!





L'articolo di Maurizio Ricci oggi (31 agosto 2014) su Repubblica mi sembra rivoluzionario, o meglio: annuncia una futura rivoluzione i cui elementi base sono già a nostra disposizione ma sono solo attualmente troppo costosi: pannelli fotovoltaici, batterie al litio e auto elettriche: Come sappiamo però i costi di produzione non sono un dato fisso... si potrebbe fare molto per accelerare questo processo. Perché solo nel 2025 dobbiamo poter avere energia a costo zero e dire addio al petrolio con tutti i guasti che si è portato dietro e continua a portarsi dietro??

2 agosto 2014

Rovelli, cap. 4 (parte seconda): l'interpretazione relazionale della meccanica quantistica. Con riferimenti al pensiero di Franca D'Agostini e Mauro Dorato


C. Rovelli, La realtà non è come ci appare, Raffaello Cortina 2014
post precedenti su questo testo:
Rovelli, capitolo 1: Grani. Dai concetti alla realtà. L'infinito attuale nel ragionamento di Democrito. Scienza, etica ed estetica unite insieme nell'atomismo antico.
Rovelli, capitolo 2: I classici. Campi e onde in fisica: una rivoluzione metafisica ancora da recepire. Conferme e smentite alla filosofia di Kant con i progressi della fisica






Rovelli spiega come il modello standard abbia resistito benissimo, finora, a tutti gli esperimenti. Di passaggio, usandolo come esempio di esperimento recente che conferma il modello standard, cita la scoperta della particella di Higgs (2013). Mi sembra interessante riportare qui la nota 10, perché aiuta a capire il ruolo di questa scoperta rispetto al problema della massa delle particelle.

10  Non bisogna prendere sul serio certe descrizioni giornalistiche secondo le quali il borsone di Higgs è la ‘spiegazione della massa delle particelle’. Le particelle hanno massa perché ce l’hanno, e il bosone di Higgs non spiega un bel niente sull’origine della massa. Il punto è tecnico: per stare in piedi, il modello standard si basa su alcune simmetrie, e queste simmetrie sembravano permettere solo particelle senza massa, ma Higgs si è accorto che si possono avere sia le simmetrie sia la massa, purché questa entri in una forma indiretta, attraverso le interazioni con un campo oggi chiamato, appunto, campo di Higgs. Poiché ogni campo ha le sue particelle, ci doveva quindi essere una corrispondente ‘particella di Higgs’, e questa è stata trovata nel 2013.”

Dal punto di vista della risposta alla domanda metafisico-fisica “Di che cosa è fatta la realtà?” sono molto importanti le considerazioni successive di Rovelli. Nello schema della figura 4.5, commentato a pagina 114, egli sottolinea come la meccanica quantistica semplifichi ulteriormente la tipologia degli enti costitutivi della realtà rispetto alle teorie di Newton, Faraday-Maxwell, Einstein. In particolare l’ente “campo quantistico” unifica ciò che nella teoria di Einstein era distinto ontologicamente: campi e particelle.
Newton indicava tre costituenti fondamentali della realtà: spazio, tempo, particelle (e la forza di gravità, la cui natura ontologica restava però misteriosa). Faraday e Maxwell hanno introdotto, in più, i campi. Einstein (1905) ha mantenuto campi e particelle ma ha unificato spazio e tempo nello spaziotempo. La meccanica quantistica riduce ulteriormente i costituenti fondamentali a due tipi: lo spaziotempo e i campi quantistici.

Rovelli nella parte finale del capitolo 4, dopo aver riconosciuto che “la meccanica quantistica è una teoria concettualmente poco chiara”, individua tre aspetti della struttura profonda della realtà che a suo parere emergono attraverso la meccanica quantistica: 1. granularità, 2. indeterminismo, 3. relazionalismo.
  1. Le cose sono fatte di particelle. C’è in questa tesi un forte richiamo all’atomismo democriteo, con la differenza che per la meccanica quantistica le particelle “spariscono e ricompaiono”. La struttura granulare della realtà si può anche formulare dicendo che vi è un limite alla divisibilità, quindi vi è una fondamentale finitezza delle componenti della realtà, quindi anche l’informazione che può esistere in un sistema è finita.
  2. La discontinuità ontologica delle particelle (“spariscono e ricompaiono”) è legata alla seconda caratteristica: l’oggettiva imprevedibilità degli eventi a livello particellare, che produce una continua “fluttuazione”, “vibrazione”. Il comportamento imprevedibile, vibrante, delle particelle è però trattabile (conoscibile) in termini di probabilità. Il richiamo all’atomismo antico punta, in questo caso, verso il clinamen di Epicuro.
  3. Così come la velocità non è la proprietà di un oggetto da solo, ma  è la proprietà del moto di un oggetto rispetto a un altro oggetto, così, secondo la meccanica quantistica, “tutte le caratteristiche di un oggetto esistono solo rispetto ad altri oggetti”. Prima, però, aveva scritto, parlando di Dirac, che ogni oggetto non ha alcuna proprietà in sé, tranne quelle che non cambiano mai, come la massa. Va interpretato nel senso che la massa è ciò che dà continuità e quindi identità alla singola particella, mentre tutte le altre proprietà sono di tipo relazionale e sono discontinue?? “Non sono le cose che possono entrare in relazione, ma sono le relazioni che danno origine alla nozione di ‘cosa’. […] La meccanica quantistica non descrive oggetti: descrive processi ed eventi che sono interazioni fra processi. […] Un processo è il passaggio da un’interazione all’altra. Le proprietà delle ‘cose’ si manifestano in modo granulare solo nel momento dell’interazione, cioè ai bordi del processo, e sono tali solo in relazione ad altre cose, e non possono essere previste in modo univoco, ma solo in modo probabilistico.”


Qui Rovelli non sembra limitarsi all’affermazione che tutte le proprietà sono relazionali, ma sembra mettere in discussione la nozione stessa di oggetto:
“La teoria non descrive le cose come ‘sono’: descrive come le cose ‘accadono’ e come ‘influiscono l’una sull’altra’. […] Il mondo delle cose esistenti è ridotto al mondo delle interazioni possibili. La realtà è ridotta a interazione. La realtà è ridotta a relazione”. Nella nota 14 Rovelli rimanda ad altri suoi scritti nei quali spiega meglio la propria visione della meccanica quantistica: l’articolo originale che introduce l’interpretazione relazionale, “Relational quantum mechanics” (in International Journal of Theoretical Physics, 35, 1637, 1996),  e la sintesi scritta per la Stanford Encyclopedia of Philosophy, ma io mi limiterò qui (non avendo letto questi scritti), a qualche riflessione basata su quanto ho appena citato e riassunto, incrociando poi le affermazioni di Rovelli con quelle di due filosofi italiani: Franca D’Agostini e Mauro Dorato.
Il relazionalismo mi sembra contrastare con la granularità, se significa riduzione dell’oggetto alle sue proprietà e riduzione di tutte le proprietà a proprietà relazionali. Il problema di fondo è logico-metafisico: dal punto di vista logico una relazione è un predicato a due posti, è una proprietà che presuppone l’esistenza di due oggetti, in quanto consiste nel rapporto, o interazione, fra due oggetti. Come può esistere una relazione se non esistono le cose che entrano in tale relazione? Il problema si può porre, più semplicemente, in questi termini: secondo Aristotele l’oggetto (sostanza) può esistere autonomamente, mentre le proprietà no. Secondo Rovelli la meccanica quantistica implica un ribaltamento di questo impianto concettuale: la relazione (una proprietà, in termini logico-aristotelici) può esistere autonomamente, l’oggetto no. 

Distacchiamoci un momento dal problema del relazionalismo e chiediamoci: ma è proprio vero che un oggetto può esistere autonomamente, mentre le proprietà non possono? Chiediamoci: è pensabile un oggetto senza alcuna proprietà? Pensiamo a un oggetto “nudo”… mette a dura prova la nostra immaginazione. Direi che abbiamo tanta difficoltà nel concepire un oggetto completamente privo di proprietà (per esempio una cosa che non abbia nessuna grandezza) quanta ne abbiamo nel concepire una proprietà senza oggetto (per esempio l’essere alto 1,82 metri senza alcuna cosa alta così). Quindi propongo di sottrarsi al bisogno di dire quale sia “più fondamentale” fra le due nozioni (oggetto vs proprietà) e considerarle invece come un binomio inscindibile che, forse, rimanda a qualcos’altro che non è né oggetto né proprietà. Del resto le definizioni si rimandano reciprocamente. Prendiamo, per esempio le definizioni che dà Franca D’Agostini nel cap. 11 di Realismo? Una questione non controversa (Bollati Boringhieri 2013):
oggetto è qualsiasi cosa che possa avere proprietà;
proprietà sono modi d’essere (o stare in relazione, o agire) degli oggetti.”
Ma questa strategia, mi chiedo, non è in fondo quella che ha seguito Wittgenstein nel Tractatus, quando ha cercato di mostrare quale fosse l’ontologia presupposta dalla nuova logica (di Frege e Russell)? Gli “stati di cose” di cui parla Wittgenstein sono proprio combinazioni di oggetti e proprietà.
Capisco quindi, tornando a Rovelli, la riduzione di tutte (o quasi?) le proprietà fondamentali delle cose a proprietà relazionali, ma resto dubbioso sulla riduzione dell’oggetto all’insieme delle sue relazioni.
Suggerisco infine che forse la distinzione oggetto/proprietà è una distinzione logico-linguistica che non corrisponde precisamente alla struttura profonda delle cose; forse la realtà non è fatta, a livello profondo, né di soli oggetti, né di sole proprietà, ma di tante x che non sono né oggetti né proprietà.
Proviamo adesso a chiamare in causa, sul tema del relazionalismo, il pensiero di due importanti filosofi italiani.



Franca D’Agostini, in Realismo?, un testo dedicato a porre i fondamenti per una solida e fruttuosa ricerca in metafisica, scrive qualcosa che sembra fatto apposta per noi, per continuare la nostra riflessione sull’interpretazione relazionale della meccanica quantistica.
Nel capitolo 10, dal titolo L’unico realismo possibile, D’Agostini presenta la sua concezione del realismo (che chiamerei “realismo metafisico”), che definisce in via preliminare con le seguenti tre tesi:
“1. qualcosa è reale, o anche: esistono fatti;
2. c’è una sola descrizione vera dei fatti;
3. possiamo a volte formulare descrizioni vere dei fatti e riconoscere come vera o falsa una data descrizione.”
Queste tesi, secondo D’Agostini, scaturiscono necessariamente dalla logica stessa, in altri termini sono il presupposto metafisico di qualsiasi discussione o ragionamento, quindi di qualsiasi tesi argomentata (e buona parte del libro è dedicata alla spiegazione di ciò). Queste tesi, però, non sono in quanto tali una metafisica, ma sono solo la cornice entro la quale costruire la metafisica, cioè rispondere alle domande “Che cosa esiste?” e “Come è fatto ciò che esiste?”. Sempre nel capitolo 10, D’Agostini traccia alcune linee guida per una “metafisica ragionevole” (successivamente, nel libro, esamina le teorie di alcuni fra i metafisici contemporanei più significativi): “Ora vorrei solo offrire qualche specificazione su che cosa secondo me si potrà definire come fatto, che cosa è reale (e non reale), e come sia fatto in definitiva il regime dei fatti che una metafisica ragionevole possa iniziare a delineare.”. Alla domanda Come sono fatti esattamente i fatti? risponde : “La prima risposta, per noi come per Aristotele, ci viene offerta dal linguaggio: i fatti o stati di cose sono (per noi, dal punto di vista metafisico) combinazioni varie di oggetti e proprietà, e questo ci è rivelato dal linguaggio stesso […]. Si può anche pensare, volendo, a un mondo costituito di sole proprietà, riunite in ‘fasci’ o ‘grappoli’ che costituiscono gli oggetti. La distinzione tra oggetto e proprietà sembra essere soprattutto una distinzione tra diversi tipi di proprietà e diversi modi in cui le proprietà sono legate le une alle altre. Questo quadro di una metafisica senza bare particulars, particolari nudi, vale a dire privi di proprietà, potrebbe essere del tutto conseguente, rispetto alle nostre acquisizioni logiche e scientifiche. E poiché i modi in cui le proprietà costituiscono gli oggetti sono diversi (alcune proprietà sono essenziali, altre no), ciò non vuol dire necessariamente rinunciare né all’essenzialismo, né alla nozione di sostanza. Ma su ciò non ho ancora le idee chiare”. 
Mi pare che questa idea di un “mondo costituito di sole proprietà”, anche se qui solo abbozzata, si adatti bene alla meccanica quantistica nell’interpretazione relazionalista.



Un altro filosofo che può aiutarci a riflettere su questo tema è Mauro Dorato. Nel capitolo 6 del suo libro Cosa c’entra l’anima con gli atomi. Introduzione alla filosofia della scienza (Editori Laterza 2007), Dorato affronta la domanda “se le teorie scientifiche mutano nel tempo, come possiamo definirle vere?”. Attraverso un esame critico delle posizioni di Kuhn e di Popper (in particolare, di quest’ultimo, la difficoltà di sostenere la posizione per cui le teorie scientifiche non possono essere vere in assoluto data la loro mutevolezza storica, ma sono verosimili e si approssimerebbero alla verità col passare del tempo) Dorato propone un’immagine del progresso conoscitivo delle scienze secondo la quale le teorie successive contengono le precedenti come casi particolari:
“per velocità v piccole rispetto alla velocità della luce c, le trasformazioni di Lorentz si riducono a quelle di Galilei e la meccanica classica, caratterizzata da queste ultime trasformazioni, è un’ottima approssimazione dei sistemi fisici che vogliamo descrivere. È questo il senso preciso in cui la meccanica classica è un caso particolare di quella relativistica. […] Questo semplice esempio ci fa anche comprendere che l’insistere, come ha fatto soprattutto Popper, sulla tesi che la storia della scienza sia caratterizzata da continue falsificazioni ci ha fatto dimenticare che nel suo ambito di applicazione (per velocità piccole rispetto a quella della luce c), la meccanica classica funziona benissimo ed è dunque, in questo preciso senso, «vera», come ben sanno gli ingegneri che mandano in orbita i satelliti utilizzandola quotidianamente. […] È però opportuno sottolineare che la meccanica classica, nel suo ambito di applicazione, è vera solo se possiamo ritenere le teorie scientifiche vere nel senso prima specificato (‘vero’ = ‘funziona’): ma questo è chiaramente un senso assai pragmatico del termine ‘vero’. Si rende allora necessario analizzare questo ulteriore problema, appartenente alla questione che in letteratura è nota come ‘realismo scientifico’”.
Il problema, cioè, di chiarire in che senso e come le teorie scientifiche sono vere nel senso realistico del concetto di verità: non quindi vere in quanto “funzionano”, ma vere in quanto ci dicono come realmente stanno le cose, come realmente è fatto il mondo.
Dorato, nella sezione 5 del capitolo 6, distingue tre tipi di realismo scientifico:
  1. realismo sulle teorie
  2. realismo sulle entità
  3. realismo sulle strutture, distinto a sua volta in realismo strutturale epistemico e realismo strutturale ontico.
1 = le teorie descrivono, in un senso da precisare, la realtà così com’è
2 = le entità teoriche (non osservabili direttamente e concepite come dotate di proprietà intrinseche, o monadiche, o “a un posto”, per esempio “… è alto 1,82”) esistono nello spazio e nel tempo indipendentemente dalla mente umana e vengono scoperte da essa.
3 = “l’ontologia della scienza ha a che fare solo con le relazioni esemplificate dai sistemi naturali, così come sono approssimativamente rappresentate dai modelli matematici. Le entità che entrano nelle suddette relazioni (i relata, visti come portatori di proprietà intrinseche) possono o essere considerate inaccessibili alla conoscenza umana […]” = realismo strutturale epistemico “o essere viste come inesistenti tout court, e originare un realismo strutturale ontico. In questa seconda posizione, la nozione di oggetto portatore di proprietà intrinseche (la sostanza tradizionalmente intesa) si dissolve, e le entità sono riconcettualizzate come insiemi di relazioni (French, Ladyman 2003a, 2003b)”. I due articoli qui richiamati da Dorato si intitolano rispettivamente Remodelling structural realism: quantum physics and the metaphysics of structure («Synthese», 136, pp. 31-56) e The dissolution of objects: between platonism and phenomenalism («Synthese», 136, pp. 73-77).
Dorato prosegue indagando le relazioni logiche fra queste diverse forme di realismo scientifico, e conduce una difesa del realismo sulle entità (riservando la discussione del realismo sulle teorie al capitolo 7, dal titolo Scienza e verità). Rispetto al realismo strutturale ontico, che è quello che ci sembra assomigliare alla interpretazione relazionalista della meccanica quantistica proposta da Rovelli, Dorato prima muove la seguente obiezione: “non è affatto chiaro come possano esistere delle relazioni senza i relata, ovvero come possa esistere la relazione ‘essere fratello di’ senza individui portatori di qualche proprietà monadica (ovvero, i fratelli e le sorelle)”. Poi, verso la fine del capitolo, scrive: 
“In conclusione, le entità esistono, e resta da capire se possiedono proprietà intrinseche (come vogliono i teorici del realismo delle entità) oppure sono solo ‘fasci di relazioni’, come ritengono i realisti strutturali ontici. Ma a questa domanda si deve rispondere guardando al tipo di entità postulato dalle singole teorie scientifiche, fisica, biologia, psicologia ecc., e non si può rispondere in generale. Il problema qui è genuinamente empirico e l’analisi concettuale non può andare molto lontano. Quel che possiamo osservare qui è che persino le particelle quantistiche, che sono tutte qualitativamente identiche e possiedono solo identità numerica, sono tipicamente caratterizzate da carica, massa e momento angolare intrinseco. E queste sono a tutta prima proprietà intrinseche. Ne segue che il realismo strutturale ontico sembra ingiustificato persino nell’ambito – la fisica delle particelle elementari – in cui le entità non posseggono individualità qualitativa distinta (le possiamo solo contare senza poterle distinguere).”
Dorato, in questo brano, sembra dunque sostenere una metafisica più rigidamente classica rispetto a quella più aperta e possibilista delineata da D’Agostini nel testo sopra ricordato. Ma Dorato, recentemente, si è confrontato in modo esplicito con le tesi di Rovelli in un articolo che viene inserito da Rovelli nella Bibliografia commentata del libro qui in oggetto: Dorato, M., Rovelli’s Relational Quantum Mechanics, Monism and Quantum Becoming. Philosophy of Science Archives, 2013.
Non ho (ancora) letto questo articolo di Dorato, quindi rimando il lettore di questo post che fosse interessato alla lettura diretta dello stesso (e gli ricordo anche i testi più approfonditi dello stesso Rovelli ricordati sopra).
Mauro Dorato ha anche sintetizzato la sua posizione su Rovelli in un talk dal titolo

The Metaphysics of Rovelli's Relational Interpretation of Quantum Mechanics.

Un ulteriore suggerimento di lettura che giro al lettore (e che mi propongo di fare io stesso in futuro) mi è stato dato da un altro filosofo italiano: Francesco Berto. Sulla sua pagina Facebook, commentando il mio post sul cap. 2 di Rovelli (nel quale domandavo: onde e campi sono oggetti o proprietà?), ha scritto: consiglio sempre di leggere, su questi argomenti, James Ladyman - Don Ross, Every Thing Must Go. Metaphysics Naturalized, Oxford 2007.

Nell’ultima sezione del capitolo 4 Rovelli racconta dei dubbi di Einstein sulla meccanica quantistica e sul lungo dialogo (attraverso conferenze, lettere, articoli) tra lui e Niels Bohr, che cercava di convincerlo della bontà della teoria. Einstein escogitava esperimenti mentali per mostrare contraddizioni nella teoria, Bohr rispondeva risolvendo le apparenti contraddizioni. Alla fine Einstein ha dovuto riconoscere che la teoria era coerente e rappresentava un grande progresso nella conoscenza, e Bohr ha dovuto riconoscere che la teoria presenta delle oscurità, dei misteri irrisolti. Rovelli, che sottolinea come la teoria fuzioni alla perfezione e sia ormai entrata nell’uso standard di ingegneri, chimici e biologi, ritiene che le oscurità e i misteri siano dovuti alla nostra “limitata capacità di immaginazione” e ribadisce la sua posizione: “dobbiamo accettare l’idea che la realtà sia solo interazione”.
Su questo, ancora un ultima osservazione critica. Se per le singole componenti della realtà possiamo concepire che siano (esistano) solo in relazione ad altre (pur con tutte le difficoltà e i problemi che abbiamo sollevato sopra), resta il problema che rispetto al tutto, alla totalità dell’esistente, non possiamo pensare che sia globalmente relazionale. Per definizione, il tutto deve essere pensato come privo di relazioni con altro, dal momento che non vi è nient’altro con cui entrare in relazione, se il tutto è veramente tutto. Il tutto deve essere pensato come in sé, privo di relazioni con altro.


In un passaggio di quest’ultima sezione Rovelli, parlando del dialogo Einstein/Bohr, scrive: “Einstein non voleva cedere sul punto per lui chiave: che esistesse una realtà oggettiva indipendente da chi interagisca con chi; in altre parole, l’aspetto relazionale della teoria, il fatto che le cose si manifestino solo nelle interazioni”. Questa idea di una realtà indipendente da ogni interazione non è, in fondo, equivalente alla nozione kantiana di cosa in sé? (Torno a pensare che vi sia una originaria ispirazione kantiana nelle idee di Einstein, cosa che è già emersa altre volte, leggendo il libro di Rovelli.)