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25 agosto 2020

PARTITA ITALIANA DEL LIBERO ARBITRIO • Piano di studio

                                        

Giulio Napoleoni Volto immaginario 1: il primo della serie "Volti immaginari", creata con iPad e programma Sketches

Il titolo – che ha un sapore scacchistico e insieme musicale – è motivato dal fatto che, nello sforzo di approfondire una soluzione (abbozzata rozzamente qui, ma qualche idea nuova è in fase di elaborazione) al problema del libero arbitrio, devo fatalmente (per motivi di forza maggiore legati al mio percorso formativo) tenere conto di apporti teorici soprattutto italiani.

L'idea di questa nuova impresa è nata dalla volontà di riscrivere un precedente lavoro (del 2017) che a distanza di due anni ho riletto, trovandolo con sorpresa pieno di errori, imprecisioni, incoerenze. Per emendare tutto ciò mi sono visto – e mi vedo – costretto a ripensare teorie che già conoscevo e ad acquisire teorie, concetti, discipline, che nel 2017 non avevo ancora studiato.


 

Giulio Napoleoni legge un libro con iPad la sera, usando le evidenziazioni colorate


PIANO DI STUDIO

● = già letto;  ◦ = in lettura;  ❉ = rielaborato; ☆= in corso di rielaborazione

(i testi sono in ordine cronologico (inverso) di pubblicazione)


◦ De Caro M., Marraffa M., Mente e morale. Una piccola introduzione, Luiss University Press 2016

Lavazza A., Marraffa M. (a cura di), La guerra dei mondi. Scienza e senso comune, Codice edizioni, Torino 2016

Gardelli J., Caso e conoscenza, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, 2015

● Rovelli C., Libero arbitrio e determinismo, in «MicroMega», 2/2015, “Almanacco di filosofia” 

 Zanella M., Il dibattito sul libero arbitrio nell'ambito della filosofia analitica contemporanea, Tesi di dottorato, Università Ca' Foscari Venezia, 2014

◦ Dorato M., Che cos'è il tempo? Einstein, Gödel e l'esperienza comune, Carocci, Roma 2013

De Caro M., Lavazza A., Sartori G. (a cura di), Quanto siamo responsabili? Filosofia, neuroscienze e società, Codice edizioni, Torino 2013

◦ Di Francesco M., Piredda G., La mente estesa. Dove finisce la mente e comincia il resto del mondo?, Mondadori, Milano 2012

Gazzaniga M., Chi comanda? Scienza, mente e libero arbitrio, Codice edizioni, Torino 2013 (ed. orig. 2012)

    Marraffa M., Paternoster A, Persone, menti, cervelli, Mondadori, Milano 2012

    ◦ De Caro M., Lavazza A., Sarotiri G. (a cura di), Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero   del libero arbitrio, Codie edizioni, Torino 2010

 De Monticelli R., La novità di ognuno. Persona e libertà, Garzanti, Milano 2009

De Caro M, Le neuroscienze cognitive e il mistero del libero arbitrio, in Il soggetto. Scienze della mente e natura dell'io, Bruno Mondadori, Milano 2009

 Dorato M., Determinismo, libertà e la biblioteca di Babele, in Prometeo, Anno 27, 105, Marzo 2009, pp.78-85

Varzi, A. C., È successo da qualche anno, in Stramaledettamente logico. Esercizi di filosofia su pellicola, a cura di A. Massarenti, Roma, Laterza Editore, 2009, pp. 3–32 [incluso nel Piano su gentile suggerimento dello stesso prof. Varzi.]

 Di Francesco M., Neurofilosofia, naturalismo e statuto dei giudizi morali, in «Etica & Politica», IX, 2007, 2, pp. 126-143

 Ferretti F., Perché non siamo speciali. Mente, linguaggio e natura umana, Laterza, Roma-Bari 2007

Marraffa M., De Caro M., Ferretti F. (a cura di), Cartographies of the Mind. Philosophy and Psychology in Intersection, Springer, Dordrecht 2007

Varzi A., Vaghezza e ontologia, in Storia dell’ontologia, a cura di Maurizio Ferraris, Bompiani, Milano, 2008, pp. 672–698 

Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina, Milano 2005

 De Caro M., Il libero arbitrio. Una introduzione, Editori Laterza, Roma-Bari 2004

Damasio A., Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, Milano 2003

 Dupré J., Natura umana. Perché la scienza non basta, Laterza, Roma-Bari 2007 (ed. orig. 2003)

 Marraffa M., Filosofia della psicologia, Laterza, Roma-Bari 2003

 Casati R., Varzi A. C., Un altro mondo? in "Rivista di estetica" 19:1 (2002), 131–159

Di Francesco M., La coscienza, Laterza, Roma-Bari 2000

 Dorato M., Il software dell'universo. Saggio sulle leggi di natura, Bruno Mondadori, Milano 2000

 Civita A., La volontà e l'inconscio, Guerini e associati, Milano 1987

 Severino E., Studi di filosofia della prassi, Adelphi, Milano 1984

 Nozick R., Spiegazioni filosofiche, Il Saggiatore, Milano 1987 (ed orig. 1981)

 von Wright G. H., Libertà e determinazione, a cura di R. Simili, Pratiche Editrice, Parma 1984, trad. it di Freedom and Determination (ed. orig. 1980).

 von Wright G. H., Causalità e determinismo, a cura di S. Besoli, Faenza Editrice, 1981 (ed. orig.1974)

 Jonas H., Organismo e libertà, Einaudi, Torino 1999 (ed. orig 1973)

Dessì P., Le metamorfosi del determinismo, Franco Angeli, Milano 1997.

Damasio A., L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 1995

Dupré J., The Disorder of Things. Metaphysical Foundations of the Disunity of Science, Harvard University Press, 1995

 Civita A., Il cervello e la mente, Guerini e associati, Milano 1993

❉ Musatti C. L., "Libertà e servitù dello spirito", in Id., Libertà e servitù dello spirito. Diario culturale di uno psicoanalista, Boringhieri, Torino 1971

Piana G., I problemi della fenomenologia (in particolare l'ultimo capitolo, Il problema di una fenomenologia del bisogno) 1966/2000

 Capizzi A., La difesa del libero arbitrio da Erasmo a Kant, La Nuova Italia, Firenze 1963

 Martinetti P., La libertà, Boringhieri, Torino 1965 (prima ed. 1928)




23 agosto 2020

Cosa pensa Achille Varzi sul libero arbitrio? Zettel: Un esperimento mentale



Possiamo farci un'idea, per rispondere alla domanda che fa da titolo a questo post, andando a rivedere la trasmissione Zettel sul libero arbitrio, nella quale Varzi fa un intervento che ho trascritto e copio qui di seguito. Ma ci sono anche altre cose sue interessanti per il tema del libero arbitrio, intorno al concetto di possibilità... Uno scritto che si può considerare come un contributo indiretto su tema è il saggio scritto a quattro mani con Casati Un altro mondo? (Pubblicato in "Rivista di estetica" 19:1 (2002), 131–159) (Questo testo rientra nel mio Piano di studio di Partita italiana del libero arbitrio). Qui i due filosofi ragionano sulla domanda "Il mondo del senso comune è davvero un «altro mondo» rispetto a quello delle scienze fisiche?" (una accenno a come rispondono, in attesa di preparare una scheda esaustiva su questo testo, lo trovate qui ). Dico questo perché una delle molteplici facce con la quale si può presentare il problema del libero arbitrio è la tensione tra il punto di vista del senso comune (su come e perché noi persone agiamo, vogliamo, decidiamo) e il punto di vista delle scienze (su come e perché l'animale umano agisce, vuole, decide, sceglie, su come funzionano la mente e il cervello degli umani che agiscono e prendono decisioni prima di agire).

(Sul tema della natura umana vedi anche questo post recente:

Sulla natura umana e su sette regole per una filosofia qualitativamente completa)


Cartolina da New York  di Achille Varzi in Zettel su Libero arbitrio

Quando si parla di libero arbitrio, una tesi importante e per certi aspetti molto intuitiva è quella per cui il nostro senso di libertà è a ben vedere una sorta di illusione cognitiva, cioè la conseguenza di una asimmetria tra il nostro modo di rapportarci al futuro rispetto al nostro modo di rapportarci al passato. Il passato lo conosciamo, e quindi ci è facile dire che non possiamo cambiarlo. “Quel che è stato è stato.” Il futuro no, non lo conosciamo. Ed è per questo motivo che abbiamo l’impressione, la sensazione, di essere liberi di agire e di fare quello che vogliamo. Però basterebbe che qualcuno ci dicesse di conoscere il futuro ed ecco che questa asimmetria verrebbe a cadere. E di conseguenza non sarebbe così difficile riconoscere che in qualche modo anche il futuro è già scritto. “Quel che è stato è stato, e quel che sarà sarà.”

   Ora non è che io voglia sostenere questa tesi, però vorrei provare almeno a sostenere che la sua verità non abbia le conseguenze nefaste che la negazione del libero arbitrio sembrerebbe avere. In modo particolare non ne segue che uno debba necessariamente avere un atteggiamento di stampo “fatalista”. Per farlo vorrei per una volta servirmi anch’io di un semplice esperimento mentale.

      Supponiamo che io sia un temponauta, cioè che io abbia una sorta di macchina del tempo che mi permette di spostarmi avanti e indietro negli anni. Anzi, credetemi, è proprio così… adesso questo è uno scoop… ma io sono nato nel 2958, e quindi vengo da un’epoca molto lontana, e a un certo punto ho deciso di venire a trovarvi, sono salito sulla mia macchina del tempo e sono arrivato qua. Qualche anno fa, poi ho deciso di fermarmi, mi piace molto il vostro mondo e vi faccio parte, esattamente come voi. Però prima di partire ho deciso di documentarmi. Ho preso tutti i giornali dal 2000 al 2050, li ho qui su questo microfilm, e quindi so esattamente tutto quello che è successo. In particolare so quello che è successo domani. Dico “quello che  è successo domani” perché appartiene al mio passato… se mi mettessi nei vostri panni dovrei dire “so quello che succederà domani”. So quello che farai tu, e naturalmente so anche quello che farò io. So quello che farò perché è quello che ho fatto, è tutto qui nel mio microfilm. Non sono libero di comportarmi in modo diverso, perché sebbene “domani” appartenga al mio futuro personale, dal punto di vista del tempo storico “domani” appartiene al mio passato. E abbiamo detto che il passato non si può cambiare. 

      Ebbene, ditemi voi se stando così le cose il vostro senso di libertà e di libera scelta cambia. Cambia forse qualcosa, nell’ipotesi che il vostro futuro sia il frutto delle vostre azioni, delle vostre scelte, del vostro agire intenzionale? No, non cambia niente. Perché dal fatto che sia già vero oggi che domani farete certe cose non segue che non sia vero che le cose che farete domani non siano il frutto di una vostra scelta intenzionale, non sia in vostro arbitrio comportarvi in quel modo. Cioè, in un certo senso siete obbligati a fare quelle cose perché le avete fatte (è tutto qui nel mio microfilm, abbiamo detto), ma in un altro senso non siete obbligati: potreste comportarvi in modo diverso, avreste potuto comportarvi in modo diverso. Non l’avete fatto ma tant’è; questo non significa che il futuro non sia il frutto delle vostre azioni, così come lo è il vostro passato.

   Quindi in breve:  non potete fare cose diverse da quelle che farete, ma questo non significa che non le facciate perché siete costretti.



5 ottobre 2019

Un paradosso sul giudizio etico







Nel contesto delle teorie etiche, generalmente, uno dei presupposti è che sia necessario formulare giudizi etici sul comportamento – sulle azioni – delle persone o di noi stessi. Al di là dei contesti teorici o più generalmente filosofici, noi di fatto, spesso, facciamo questo: giudichiamo le azioni degli altri o di noi stessi. Apprezziamo, esaltiamo, incoraggiamo, promuoviamo, lodiamo azioni che ci appaiono buone o viceversa detestiamo, denigriamo, scoraggiamo, condanniamo, rifiutiamo azioni che ci appaiono cattive-ingiuste-orribili.
      Da un lato sembra quindi che l'attività del giudicare ed esprimere i nostri giudizi sia essenziale nell'atteggiamento etico, morale. Una teoria etica, generalmente, serve proprio a dare fondamento a questa attività del giudicare.
      Dall'altro lato, però, è anche vero che nelle relazioni umane, nei rapporti interpersonali, esprimere giudizi sulle azioni degli altri spesso costituisce un ostacolo, un impedimento, alla relazione stessa. Questo accade, indubbiamente, nei casi in cui il giudizio morale sia negativo. Giudicare negativamente un'azione ed esprimere questo giudizio ha più o meno lo stesso effetto che avrebbe dare uno schiaffo all'altra persona. Significa colpirla, certo non fisicamente, ma nella psiche. Ciò è ancora più evidente se l'oggetto del giudizio non è l'azione di una persona ma la persona stessa. Giudicare negativamente un'intera persona equivale a creare un distacco, una cesura nella relazione. Sembrerebbe invece l'opposto nel caso in cui i giudizi siano positivi, ma sarebbe assurdo pensare a un'etica che ammetta solo giudizi positivi, quindi il problema resta.
     Più sottile è cogliere l'effetto ostacolante nei casi in cui giudichiamo negativamente le nostre stesse azioni o noi stessi in generale. Si tratterebbe di un ostacolo nel nostro rapporto con noi stessi. L'importanza dell'autostima è ormai un luogo comune della psicologia, e si potrebbe obiettare indicando l'importanza dell'autocritica, se questa non diventa, appunto, paralizzante.... Lasciamo però da parte il labirinto della riflessività del soggetto, e concentriamoci sull'aspetto delle relazioni interpersonali. Certamente qualcuno dirà che sarebbe assurdo limitarsi a lodare o apprezzare in contesti educativi, formativi. Qui però stiamo parlando, idealmente, della relazione fra adulti, adulti già formati, già educati.
     Qual è allora il paradosso che vogliamo mettere a fuoco? Il paradosso consiste nel constatare che l'atteggiamento giudicante sembra indispensabile e inevitabile in una prospettiva di riflessione morale, ma nei contesti pratici delle relazioni interpersonali è consigliabile evitarlo. La questione è che nella prospettiva di una vita buona, nell'orientamento verso il vivere bene, le relazioni interpersonali sono fondamentali. Addirittura si potrebbe dire che le questioni etiche si pongono proprio nel contesto delle relazioni interpersonali.
     Un modo per uscire dal paradosso potrebbe sembrare quello del formulare giudizi senza esprimerli. L'effetto ostacolante dei giudizi negativi si produce in effetti quando il giudizio viene comunicato all'altra persona. Sappiamo anche, però, che una volta che un giudizio sia interiormente presente, è molto difficile che non traspaia all'esterno, e spesso può essere addirittura peggio giudicare senza esprimere, perché l'altro viene condannato senza appello; può accadere che avverta un improvviso raffreddamento nella relazione, senza conoscerne il motivo.
     Come uscirne? Forse considerando riflessioni etiche che si basano proprio sull'evitamento del giudizio etico, come l'etica di Spinoza, nella quale si nega il libero arbitrio.

7 dicembre 2018

Oscillare tra fissità e mobilità della mente






Paul Klee raccomandava la mobilità dell'occhio.  Si può comprendere e apprezzare questo suo consiglio se pensiamo che anche quando osserviamo un volto, ad esempio, per coglierne l'insieme i nostri occhi devono soffermarsi su una molteplicità di singoli punti, passando velocemente da una zona a un'altra e di fatto si concentrano maggiormente intorno all'area degli occhi e della bocca, zone più significative per cogliere l'espressione.

Un consiglio analogo si potrebbe proporre per la mente. Lasciare la mente libera di associare, di muoversi seguendo i suoi percorsi associativi. Questo può aiutare a mantenere un contatto maggiore con tutto l'insieme di noi stessi. Esempio: mentre svolgo i gesti mattutini che sono abitudinari (fare pipì, fare il caffè, preparare la colazione, radersi la barba...) lascio vagare la mente e mi ricordo che ho promesso a mia madre di mandarle un messaggio di mattina per avvisarla che il viaggio di ieri sera è andato bene.
     Questo consiglio sembra però contrastare con un altro consiglio importante, che nella mia esperienza faccio risalire a Bertrand Russell, nel suo libro La conquista della felicità. Russell raccomandava la disciplina mentale, ossia il pensare a ciò che si sta facendo, il concentrarsi di volta in volta sulle singole azioni che si stanno compiendo (oppure, se concentrati su problemi astratti, interrompere le altre azioni).
     Il consiglio sulla mobilità della mente sembra contrastare anche con un altro consiglio, di carattere più "esistenziale", ossia quello di concentrare i propri sforzi verso un unico obiettivo (o almeno uno per volta); specializzarsi in qualcosa; innamorarsi di un problema e lavorare solo su quello, in modo da diventare esperti, padroneggiarlo...
     Esercitare una disciplina mentale e incanalare le proprie energie in poche fondamentali direzioni sono certamente raccomandazioni preziose rispetto allo scopo di risparmiare tempo e ottenere risultati, sono consigli volti ad un'azione efficace. Ma anche una mente libera di seguire i percorsi irregolari dell'inconscio può rivelarsi estremamente utile ed efficace, ad esempio nell'evitare omissioni involontarie, nell'arricchire le nostre azioni con il tesoro di esperienze pregresse, nel suggerire strade alternative per affrontare gli stessi problemi a cui ci dedichiamo con disciplina.

Sintetizzando le due strade, il consiglio può essere quello di alternare l'atteggiamento mentale dell'attenzione concentrata a quello della "mobilità passiva" (passiva nel senso di non finalizzata preventivamente a uno scopo). Questa alternanza è a sua volta una forma di mobilità, ma potremmo dire una mobilità di secondo livello rispetto a quella di base, ossia una mente lasciata libera di seguire il suo flusso.

21 marzo 2018

Libero arbitrio: paradossi e nuove prospettive. L'esperimento mentale di centomila ripetizioni di una scelta








ATTENZIONE!: Il testo contenuto in questo post (scaricabile con il link qui sotto) NON corrisponde più alla posizione che ritengo valida sul libero arbitrio; attualmente sono in fase di studio ed elaborazione di un nuovo testo, con una nuova impostazione e nuove tesi. Mantengo il testo qui contenuto solo come testimonianza del percorso da me attraversato nell'affrontare il tema. 








3 1. Introduzione
9 2. Il libero arbitrio come problema metafisico: alcune tesi di Emanuele Severino.
11  3. Analisi di un caso
13  4. Esperimenti mentali con la Macchina del Libero Arbitrio
15  5. Primo esito estremo degli esperimenti: negazione della contingenza. Resta l’autodeterminazione?
16  6. Secondo esito estremo: conferma della contingenza, ma si perde l’autodeterminazione.
17  7. Esiti moderati, con prevalenza della motivazione emotiva: il concetto di “libertà relativa”.
18  8. Esiti moderati, con prevalenza di motivazioni razionali: esiste un grado massimo di libertà?
19  9. Ricostruzione del concetto di libertà e ipotesi metafisica per la soluzione del problema
24  10. L’orientamento morale e la libertà come presupposto della democrazia. Il grado di libertà come funzione del valore morale
30    Note
35 Bibliografia

3 dicembre 2017

Realtà ed esistenza umana secondo Cronenberg: il mondo è informe e minaccioso, per questo ne vorremmo uno diverso, ma forse possiamo cambiarlo






Nel film eXistenZ di David Cronenberg (1999), che tratta di un gioco del futuro, al di là dell'intrincato gioco filmico nel quale lo spettatore finisce per perdere le tracce tra la realtà vera e quella virtuale, e al di là dei molteplici rimandi alle tematiche tipiche del regista (il corpo e le sue trasformazioni-mutazioni-guasti...), vi è una potente visione metafisica e un correlato corollario esistenziale.
Ad un certo punto della storia, mentre sta giocando insieme alla creatrice del gioco Allegra (Jennifer Jason Leigh) e sono entrambi immersi nella realtà virtuale, Ted (Jude Law) dice questa frase:

"Io non voglio stare qui... non mi piace qui. Non so che sta succedendo; procediamo improvvisando continuamente, in questo informe mondo le cui regole e obiettivi sono sconosciuti, apparentemente indecifrabili, per non dire che forse neppure esistono! … sempre sul punto di essere uccisi da forze di cui ignoriamo il senso..."

"E’ la descrizione precisa del mio gioco" dice Allegra. "E’ la descrizione di un gioco che non troverà un mercato!" risponde Ted. "Ma intanto lo stanno già giocando tutti" replica Allegra.

Nelle frasi di Ted viene espresso, a mio parere, il senso del film, che contiene una complessa tesi sul mondo e anche un'indicazione su come rapportarsi ad esso.

Parafrasando, si possono estrarre queste proposizioni:

1. Vorremmo vivere in un mondo diverso (o cambiare questo mondo). 
2. Siamo a disagio
3. Non sappiamo cosa succede (realmente) intorno a noi
4. Agiamo senza un progetto
5 Il mondo è informe, non ha struttura
6. Non conosciamo le regole e gli obiettivi presenti nella realtà
7. Regole e obiettivi del mondo sembrano indecifrabili
8. Abbiamo il dubbio se esistano regole e obiettivi nel mondo
9. Siamo in condizioni di insicurezza perenne
10. Siamo costantemente minacciati da forze misteriose

Le premesse (3 e 7) riguardanti l'incompletezza e l'incertezza delle nostre conoscenze riguardo al mondo portano a tesi secondarie (6 e 8) che esasperano le premesse sostenendo la nostra ignoranza totale riguardo al mondo e il dubbio se sia strutturato secondo regole e obiettivi, per arrivare poi alla tesi (5) della mancanza di struttura del mondo (Achille Varzi dovrebbe apprezzare questo film!), che unita alla premessa (10) sul nostro essere costantemente in pericolo porta poi alle tesi (4 e 9) sulla nostra condizione di estrema precarietà e incertezza pratica. Tutto ciò per sostenere un profondo disagio esistenziale (2) che sorregge infine la tesi principale (1): vorremmo essere in un mondo diverso e (implicita) forse possiamo provare a cambiare questo, almeno per quanto attiene alla sfera di nostra competenza, quella umana: una società più giusta e meno violenta.

Vorrei aggiungere che l'incompletezza e l'incertezza delle nostre conoscenze si può sostenere ragionevolmente sia sul piano scientifico (la fisica più scopre cose, più scopre quanto non sa ancora...) sia sul piano storico-giornalistico (basta pensare all'enorme intrico di misteri delle vicende italiane della Prima Repubblica...)
E che ci siano forze il cui senso rimane misterioso (o forse inesistente) che ci minacciano continuamente può valere sia riguardo alla natura (catastrofi terrestri, atmosferiche, meteorologiche, malattie incurabili) sia riguardo alla sfera umana (incidenti, terrorismo, guerre, criminalità comune  o organizzata...).

Naturalmente tutta la struttura argomentativa, le premesse e le tesi secondarie, sono discutibili e criticabili, e una discussione approfondita di tutto ciò tirerebbe in ballo molte cose, sia scientifiche sia filosofiche, e finirebbe per richiedere una risposta articolata e organica come un micro-sistema filosofico, ma io in questo momento mi limito a "sentirmi" molto affine a questa posizione, e la propongo all'attenzione dei lettori.


4 aprile 2016

Salvare la Filosofia, salendo nel Castello in Aria...





"Una volta, tanto tempo fa, questo paese era una solitudine arida e spaventosa (...) Creature maligne vagavano a loro piacere per le campagne e scendevano fino al mare. Il nome del paese era Terra del Nulla.
Poi, un giorno, una piccola nave apparve sul Mare della Conoscenza. Aveva a bordo un giovane principe che cercava il futuro. In nome della bontà e della verità egli rivendicò l'intero paese (...) I demoni, i mostri e i giganti andarono su tutte le furie a causa di tanta presunzione e si unirono per scacciarlo. La battaglia che ne seguì fece tremare la terra, e quando si concluse la sola cosa che rimanesse al principe era un piccolo lembo di terra in riva al mare. - Fonderò qui la mia città - egli dichiarò, e così fece. (...) Ben presto non fu più semplicemente una città; diventò un regno ed ebbe il nome di regno della Saggezza. (...) Il re si ammogliò e, dopo non molto tempo, ebbe due bei figli (...) L'uno si recò a sud, fino ai Contrafforti della Confusione, e costruì Dizionopoli, la città delle parole; e l'altro si recò al nord, fino ai Monti dell'Ignoranza, e costruì Digitopoli, la città dei numeri. Entrambi i centri fiorirono moltissimo, e i demoni furono scacciati ancora più indietro. (...)
Ognuno cercava di superare l'altro, ed entrambi si impegnavano tanto e con tanto diligenza che di lì a non molto le loro città rivaleggiavano persino con Saggezza in vastità e grandiosità.
- Le parole sono più importanti della saggezza - disse uno dei due in privato.
- I numeri contano più della saggezza - pensò l'altro tra sé e sé.
E finirono con l'odiarsi a vicenda sempre più.
L'anziano re, però, che non sapeva niente dell'animosità dei suoi figli, era molto felice (...) Il suo solo dispiacere era di non aver mai avuto una figlia (...) Un giorno, mentre passeggiava tranquillo nei giardini, scoprì due minuscole creature che erano state abbandonate in una cesta sotto il pergolato dell'uva. Erano bellissime bambine dai capelli d'oro. (...)
- Chiameremo questa Rima e quest'altra Ragione - disse, e così le due bambine divennero la Principessa della Dolce Rima e la principessa della Pura Ragione e crebbero a palazzo.
Quando il vecchio re in ultimo morì, il regno venne diviso tra i suoi figli. (...)
Tutti amavano le principesse a causa della loro grande bellezza, dei modi affabili, e della capacità di appianare ogni controversia equamente e ragionevolmente. (...)
Man mano che gli anni passavano, i due fratelli si allontanarono sempre più uno dall'altro e i loro regni separati si fecero sempre più ricchi e più grandi. Le dispute che li dividevano divennero sempre più difficili a conciliarsi. (...) Discussero e disputarono e declamarono e si infuriarono finché non furono sul punto di venire alle mani, dopodiché si decise di sottoporre la questione all'arbitrato delle principesse.
- Parole e numeri hanno un ugual valore perché, nel mantello della conoscenza, le une sono l'ordito e gli altri la trama. (...)
Tutti furono soddisfatti del verdetto. Tutti, cioè, tranne i due fratelli, fuori di sé per l'ira. (...)
E così le due principesse furono condotte via da palazzo e mandate lontano nel Castello in Aria, e da allora nessuno le ha più viste. Ecco perché oggi, in tutto questo paese, non esistono né Rima né Ragione. (...) l'antica città di Saggezza è caduta in grande abbandono (...)
- Forse possiamo salvarle [le principesse] - disse Milo."

Questa storia è contenuta nel libro Il casello magico di Norton Juster, che lessi da bambino e che mi colpì profondamente.
C'è qualcosa che ancora mi fa molto pensare, in questa storia: ricorda la storia della crisi della filosofia, del nichilismo e della frattura fra Analitici e Continentali. Questo esilio forzato di Rima e Ragione, costrette nel Castello in Aria... e tutte le peripezie di Milo per liberarle, salendo infine nel Castello in Aria...
Occorre salire nel castello della metafisica, per recuperare e salvare Rima e Ragione (il Bene e la Verità, o anche l'Etica e la Logica...). Occorre riappropriarsi della Filosofia nella sua vocazione più profonda, quella di tenere insieme la conoscenza vera e l'agire morale, una sintesi dei saperi e una visione orientativa, scienza e arte-religione, teoria e prassi...

9 marzo 2016

L'azione umana e il libero arbitrio





Nel seguente brano di Kant, tratto dalla Critica della ragione pura, abbiamo una esposizione sintetica dei termini fondamentali nei quali ancora oggi si può porre la questione del libero arbitrio.

«(…) si prenda un’azione volontaria, per esempio una menzogna malvagia, con la quale un uomo abbia portato un certo scompiglio nella società, si indaghino in primo luogo i moventi da cui essa è nata, e poi si giudichi in che modo essa, insieme alle sue conseguenze possa essere imputata a quell’uomo. Per quanto riguarda il primo punto bisogna esaminare il carattere empirico di quell’uomo sino alle sue sorgenti, che vanno ricercate nella cattiva educazione, nelle cattive compagnie, in parte anche nella malvagità di un’indole insensibile alla vergogna, in parte vanno attribuite alla leggerezza e ala sconsideratezza, senza trascurare poi le cause occasionali concomitanti. In tutto ciò si procede come si fa in generale nella ricerca della serie delle cause determinanti di un effetto naturale dato. Ora, per quanto si creda che l’azione sia determinata, in questa maniera, nondimeno se ne biasima l’autore, e certo non a motivo della sua indole infelice, o per le circostanze che hanno influito su di lui, e addirittura neppure per la sua condotta passata. Infatti, si presuppone di poter tralasciare completamente il modo in cui egli si è comportato nel passato, di poter considerare come non accaduta la serie trascorsa delle condizioni, e di poter invece considerare questo atto come del tutto incondizionato rispetto allo stato precedente, come se il suo autore abbia iniziato in modo totalmente spontaneo una serie di conseguenze. Tale biasimo si fonda su una legge della ragione, per cui si considera la ragione una causa che, a prescindere da tutte le condizioni empiriche suddette, avrebbe potuto e dovuto determinare diversamente il comportamento dell’uomo.»

Possiamo considerare un'azione volontaria sia come effetto di una serie di cause determinanti, indagabili empiricamente, sia come frutto di una deliberazione ragionata? Forse il problema sorge proprio per questa doppia possibilità, per questi due punti di vista sulla stessa azione.
Allora porre la questione generale se il libero arbitrio appartenga o no alla natura umana significa chiedersi se l'uomo agisca prevalentemente in base a ragioni (ragionamenti, deliberazioni, valori, concetti) o in base a forze (impulsi, pulsioni, emozioni, desideri).

Forse si tratta di una mescolanza inestricabile di entrambi, ragioni e forze. Forse la ragione è una fra le forze in gioco. Ma se lo è si tratta di una forza che trae origine da una dimensione molto diversa da quella delle forze indagabili empiricamente, sembra sostenere Kant.

16 febbraio 2016

«Al di qua del bene e del male», l'ultimo lavoro di Roberta De Monticelli





Ho appena finito di leggere Al di qua del bene e del male di Roberta De Monticelli (Einaudi 2015)
    È stata una lettura appassionata, mi hanno conquistato lo stile, la profondità del pensiero e la chiarezza delle argomentazioni. Pur frequentando e coltivando maggiormente la filosofia analitica, apprezzo molto la tradizione fenomenologica, nella quale si colloca De Monticelli, che nella mia formazione ho ricevuto attraverso l’insegnamento di Giovanni Piana all’epoca dei miei studi universitari alla Statale di Milano.
    Non pretendo qui di riassumere in poche righe il contenuto del libro (vorrei provare a scrivere più avanti una recensione meditata, dopo una seconda lettura), ma mi limito a dire quello che mi ha maggiormente colpito, per poi rivolgere qualche domanda alla filosofa che l’ha scritto.
    Innanzitutto ho apprezzato la forte assunzione di responsabilità verso i problemi del nostro tempo, in Italia e nel mondo, e il richiamo al ruolo che la filosofia può e deve avere per affrontarli e risolverli. Sono assolutamente convinto che la filosofia non può esercitarsi solo nelle aule universitarie come discorso per specialisti, ma deve aprirsi alle questioni cruciali del presente e intervenire con gli strumenti di cui dispone, fornendo chiarimenti concettuali, indicando i valori a cui riferirsi e le priorità verso cui deve orientarsi l’agire personale e collettivo.
    I punti teorici che mi sembrano particolarmente significativi sono:
1) la riproposizione in termini attuali della tesi socratica sul fondamento cognitivo dell’agire morale: le valutazioni etiche si fondano su conoscenze, su verità. In termini forse imprecisi direi che si fondano, secondo De Monticelli, su un sentire educato alla ricerca e teso verso l’oggettività, orientato verso valori che stanno nelle cose stesse, e si possono conoscere se si è in grado di cogliere la tensione normativa che i dati sensibili racchiudono in sé.
2) Il richiamo alla dimensione individuale dell’agire morale. Qui userei una citazione dal testo: “La questione etica fondamentale non è il generico ‘Che fare?’, ma il particolarissimo ‘quali beni posso portare al mondo, io?’”
3) Il nesso fra questione della vita buona e questione della vita giusta, in altri termini fra il diritto di ciascuno di ricercare la propria realizzazione, la fioritura della propria vita, e la ricerca di una coesistenza sociale che permatta a questo diritto di esercitarsi.
Le domande che vorrei porre a Roberta De Monticelli sono:
    a)  Se i valori sono radicati nel “mondo della vita” , è sempre nello stesso mondo che sono radicati anche i disvalori? Oppure i disvalori, il male, sono radicati nella realtà non-vivente da cui pur sempre la vita stessa proviene? La “conversione al reale”, la perdita di contatto con l’idealità, che De Monticelli individua come radice dei molti mali contemporanei, è una sorta di caduta dell’uomo verso l’animalità, cioè verso il lato brutale, cieco, violento che la vita stessa sembra contenere (pensiamo alla catena alimentare, nella quale un individuo sopravvive grazie alla soppressione della vita di altri individui di altre specie), oppure è una regressione della vita verso la non vita (come ha ipotizzato Freud con la teoria della pulsione di morte)?
    b)   Si è accorta che alcune sue tesi di fondo (la coerenza dei valori, il cognitivismo etico con forte richiamo a Socrate, l’unità di logica ed etica) sono sostenute anche da un’altra filosofa italiana, che le sostiene però in modo diverso, con argomenti che provengono più dalla tradizione analitica? Si tratta di Franca D’Agostini, che in due libri, Verità avvelenata e Menzogna, ha condotto una operazione secondo me parallela, sul versante analitico, a quella che De Monticelli sta conducendo con La questione morale e con Al di qua del bene e del male, oltre naturalmente ai suoi libri forse destinati a un pubblico più preparato, come L’ordine del cuore, o Ontologia del nuovo. Conosce il lavoro di Franca D’Agostini? Cosa ne pensa?

In questo blog avevo già pubblicato un post su La questione morale:
Roberta De Monticelli contro lo scetticismo etico

15 febbraio 2015

Modi della perfezione

Ripropongo un articolo di Franca D'Agostini uscito sul manifesto il 24 dicembre 2002. Contiene in nuce un importante tassello, sul versante della prassi individuale e collettiva, nella costellazione di pensieri che la filosofa torinese sta costruendo






La perfezione è di questa vita 
Un apologo medievale per ricordarci come l'annuncio della Buona Novella, che stanotte si celebra, dovrebbe comportare una rinnovata teoria della buona vita. E sebbene la nostra cultura difetti di ascesi, un legame di parentela lega gli antichi eremiti agli esteti tardo-moderni, devoti alla liturgia del jogging e della mela biologica: allora come ora, nulla si ottiene se non sacrificando se stessi al culto di se stessi
C'era una volta un eremita. Da più di venti anni viveva in una grotta alle soglie di una foresta. Rispettava gli animali e le piante, pregava Dio costantemente. Vicino alla grotta scorreva un ruscello, e ogni giorno, all'ora del pranzo, sull'acqua del ruscello arrivava galleggiando una mela. L'eremita la sbucciava, gettava le bucce nel torrente e la mangiava. E questo era il suo unico pasto. Passò molto tempo così. L'eremita sapeva che la sua vita era perfetta, e la sua vicinanza a Dio era sicura. Ma un giorno, chissà perché, fu preso dall'incertezza. Si svegliò, bevve l'acqua del ruscello e nell'alba gelida si inginocchiò a pregare sui sassi. Per quanto si sforzasse, però, non riusciva a pregare: non riusciva a creare nella sua mente il vuoto e il silenzio necessari perché vi entrassero l'immagine e la voce di Dio. I suoi occhi erano pieni di immagini, la sua mente era affollata di parole. Cominciò a sentire il calore del primo raggio di sole sul viso. Si gettò a terra, e ancora le immagini e le voci affollavano il suo pensiero e non riusciva a pensare a Dio. Dopo aver trascorso così le ore del mattino, si mise in viaggio. Camminò e camminò. All'imbrunire giunse in una radura dove viveva un altro eremita, proprio come lui. Questo eremita lo accolse con gioia e gli spiegò che amava Dio con tutte le sue forze, e tutto il giorno aveva il privilegio di dialogare con lui. Non aveva bisogno di nulla, disse, eppure Dio nella sua infinita e misteriosa misericordia gli dava un dono ogni giorno: ogni giorno sull'acqua del ruscello gli mandava le bucce e il torsolo di una mela, e questo era il suo cibo, in tutta la giornata. Il primo eremita non rispose, e si avviò in silenzio verso la città. Il secondo eremita non capì, e per tutta la notte si tormentò chiedendosi come avesse potuto offendere il suo fratello. Ma la mattina dopo, l'infinita misericordia di Dio lo consolò mandandogli sull'acqua del ruscello una mela intera. Non è un racconto di Natale, ma spiega in sintesi tutto quel che ci si può aspettare da una teoria della buona vita, o meglio della vita perfetta. D'altra parte, il Natale dovrebbe essere l'annuncio rinnovato della Buona Novella, e la Buona Novella dovrebbe comportare una nuova teoria della buona vita, della perfezione nel vivere. La consuetudine del buon proposito natalizio, anzi, è forse uno dei pochi elementi di coerenza delle attuali celebrazioni: perché il cristianesimo è stato, almeno su questo piano, una grande rivoluzione antropologica (purtroppo incompiuta: soprattutto nella sua richiesta di pace e fratellanza). Dunque vale forse la pena approfondire minimamente la questione: che cosa può essere ancora per noi una buona vita, o, se fosse possibile, una vita perfetta?
I medievali, che raccontavano l'exemplum dei due eremiti (in una forma non molto diversa da questa), lo intendevano come una illustrazione di quanto l'autocompiacimento e l'orgoglio possano recare danno alle conquiste dello spirito. Ma forse non sono l'orgoglio e la vuota vanagloria del primo eremita, a colpirci, nel racconto, quanto il ritornare di quella mela sulle acque del torrente, che riapre le condizioni dell'errore. L'idea che ci scoraggia, è l'idea che la perfezione sia un concetto vuoto, infinito, e negativo, ossia, in altre parole: la perfezione non si soddisfa di sé, e non ci può essere perfezione nella vita che sia anche perfezione nella coscienza.
La narrazione ci dice che una vita perfetta non è tale senza umiltà, ma l'umiltà è la considerazione della propria imperfezione, dunque un secondo insegnamento, più sottile, è che a una vita perfetta occorrerà non essere davvero perfetta, oppure - per dirla in termini dialettici - a una simile vita occorrerà disfarsi della coscienza della propria perfezione, per essere perfetta realmente. Sembra infatti che l'elemento di disturbo, nella santità quotidiana del primo eremita, sia stato l'aver preso coscienza della propria vicinanza a Dio, mentre la superiorità del secondo eremita risalta emblematicamente grazie alla sua incantata e cieca considerazione di Dio. Così troviamo un altro classico insegnamento: la perfezione nella vita sta nel distogliere lo sguardo da se stessi. La perfezione, in altri termini, non potrà essere perfettamente consapevole.
Abbiamo allora una prima soluzione: il secondo eremita sarà esente dall'errore - ancorché meno asceticamente perfetto dell'eventuale successivo eremita, collocato più avanti, lungo il corso del torrente - se e in quanto resterà immune dell'infezione della coscienza di sé. Ma non è vero forse che la perfezione non è di questo mondo? Non è vero forse che Dio - il Dio del Cristianesimo - non chiede la perfezione, ma l'abbandono alla grazia, e che questo vuole dirci il racconto? In un mondo in cui c'è gente che pensa al martirio come il segno di una vita perfetta, e perfettamente compiuta; gente che sventuratamente ha qualche ragione storica e culturale per immaginare tali perfezioni, forse non ci si può accontentare di questo. E conviene ricordare che la tradizione ha snaturato il concetto cristiano di perfezione, esaltandone il momento generico (ama et fac quod vis), e dimenticandone l'esattezza, paradossale, ma inequivocabile. Anzitutto, la perfezione, se non altro nella sua domanda o nel suo problema, deve poter essere di questo mondo (se no non si capisce di quale mondo dovrebbe essere: quale parametro di perfezione potrà darsi in un altrove, se mai eterno infinito e già compiuto? Perché, in un simile altrove, dovrebbe porsi il problema della perfezione?) E a questo scopo, la tradizione filosofica ha elaborato a lungo idee di perfezione meno spaventose, e adattabilissime agli umani: l'idea della perfezione nel proprio genere, o secondo lo scopo, o come compiutezza, o completezza ontologica (un essere tanto più reale quanto più perfetto).
Solo apparentemente stravagante era la tesi di Leibniz: che la perfezione consistesse nell'arte della brevità, nella capacità di scoprire pochi pensieri entro i quali racchiudere tutti i pensieri possibili. L'argomento leibniziano era più o meno questo, e si sarà sorpresi nel vedere quanto ci è vicino. La felicità, anzi la somma felicità dell'uomo consiste nell'essere perfetto, e "nella sua perfezione accresciuta quanto più è possibile", ci dice Leibniz; ora la perfezione è una specie di sovrappiù di salute. "Come la malattia consiste in una lesione delle nostre facoltà, così la perfezione consiste nell'aumento della potenza".
Ma c'è da prestare attenzione a questo passaggio. Nietzsche, afflitto da una madre salutista, interpretava il precetto letteralmente, o comunque in una chiave e con intonazioni sospette di socialdarwinismo. L'idea di Leibniz però nascondeva una precisazione: la facoltà che è in gioco in ogni disquisire sulla malattia e la salute è in verità il pensiero. I criteri di valutazione della salute umana non sono la forza e la prestanza del corpo, ma la "vis cogitandi".
Diligentemente Leibniz ci spiega che per accrescere la vis cogitandi abbiamo rimedi fisici, che agiscono direttamente sui nostri organi, e "per mezzo dei quali si scaccia il torpore, si rinsalda l'immaginazione, e si acuiscono i sensi". Ma non basta: abbiamo anche rimedi che agiscono direttamente sulla mente, e tali rimedi "consistono in certi modi di pensare, per mezzo dei quali si rendono più agevoli altri pensieri". E tra tutti, una specie di miracoloso allucinogeno del pensiero è ciò che chiameremmo una terapia abbreviativa: "il massimo rimedio per la mente consiste nella possibilità di scoprire pochi pensieri dai quali scaturiscano in ordine altri infiniti pensieri".
Forse si trattava di sposare troppo prontamente la causa dell'intelletto, e come ogni ipotesi iperbolica anche questa idea leibniziana di perfezione (peraltro elaborata in un frammento incompiuto, De Organo sive arte magna cogitandi), ha molti punti deboli ed eccepibili. Come si concilia il precetto di accrescere la vis cogitandi, con quello di diminuire la forza della coscienza, allo scopo di ottenere una più adeguata perfezione del vivere? Qui la grande tradizione dell'anti-intellettualismo esulta: a quanto sembra, è un eccesso di vis cogitandi che contamina la vita dello spirito; la dialettica della perfezione infatti, esposta in sintesi nel racconto dei due eremiti, ci dice che non c'è perfezione umana che debba-possa essere coscientemente completa, pena il ricadere nel sommamente imperfetto; dunque gli avvocati dell'intelletto, e della forza del pensiero, si contraddicono miseramente.
Ma la difficoltà è minima, e aggirabile senza sforzo, se si ricorda che quel che in Leibniz è puro intelletto, diventerà ragione in Hegel: e la differenza tra il primo e la seconda, è che il primo resta fermo alla perfezione come dato di un pensiero singolo, di una sola vita, di un singolo corpo; la seconda, invece, è l'idea che sola mancava al cristianesimo per diventare filosofia, ossia l'idea che in gioco non è mai la perfezione di un singolo, di un solo pensiero, ma piuttosto di un insieme che va in ogni epoca costituendosi. Solo rispetto alla ragione come insieme dei pensieri possibili si dà perfezione, e forza (o eventualmente debolezza) del pensiero. Il giovane Hegel, nella Vita di Gesù, fresco di colloqui rivoluzionari e teologici con Hölderlin, rileggerà tutto il Vangelo, sistematicamente sostituendo ragione tutte le volte che si parlava di anima, o di scintilla divina.
Allora è vero che la coscienza individuale della propria individuale perfezione contamina e snatura la perfezione stessa, rendendola imperfetta: ma questa coscienza, ossia questa visione di sé come individui isolati, migliori o peggiori degli altri singoli individui, non è pensiero. Quando il valore degli altri spaventa, come accade all'eremita che incontra il secondo eremita, è perché si guarda ad essi dal punto di vista di quel che il giovane Hegel scopre essere il Maligno: il volto di Dio, colto nello spavento e nella solitudine senza Dio, ovvero: nella chiusura dell'individualità "orgogliosa" non psicologicamente, ma nella sua costituzione spirituale.
Al di là di questo, che è ancora in gran parte nelle nostre speranze (ed è molto lontano da questa fase della storia dell'occidente), una connessione inaspettata tra l'intellettualismo di Leibniz e la vicenda dei due eremiti è ciò che rende le due visioni di una vita perfetta per noi immediatamente emblematiche.
Si tratta di un'idea di semplificazione, di riduzione di complessità. L'ars brevis, o meglio la terapia della semplificazione, è ciò che sistematicamente insegue la vita complicata dell'occidente tardo-moderno. Leibniz ci dice: trovate il modo di individuare pochi pensieri sufficientemente ampi da pensare insieme ad essi la totalità dei pensieri possibili. Un consiglio apparentemente ingenuo, ma che ha ancora molto da dirci. È innegabile infatti che l'idea di complessità, vantato principio anti-riduzionistico degli anni Sessanta, non ha più alcuna forza eversiva e innovativa, essendo diventata un fatto delle strutture e delle istituzioni. Una scienza ipercomplessa fronteggia oggi disarmati individui alla perenne ricerca di strategie di semplificazione. Al tempo stesso, l'universo ci risulta enormemente ridotto nei tempi e nei modi, le lingue e i pensieri globalizzati hanno dismesso ogni differenza e intensità. Infine, paradossalmente, i profeti della semplicità oggi sono coloro che detengono e orientano la produzione di sovrappiù. Insomma, sappiamo che c'è un dissesto, nella nostra cultura e nella nostra vita, e che tale dissesto riguarda proprio il gioco dinamico del semplice e del complesso, dei pochi pensieri che racchiudono infiniti pensieri (come non ricordare che proprio la logica, erede dell'ars brevis, ossia della mnemotecnica medievale, è all'origine di quella esplosione economico-commerciale e culturale che è il mondo informatizzato), delle troppe cose che circondano vite alla disperata ricerca (più o meno consapevole) di qualche semplicità da eremiti medievali.
E arriviamo così all'ultimo passo di questo percorso. C'è evidentemente un difetto di ascesi nella nostra cultura, ma sarebbe sbagliato contrapporre le grotte e le foreste del medioevo agli eccessi del presente consumistico. Al contrario, non è difficile in fondo vedere nel primo eremita la versione antica e nobile di un perfezionismo da esteti tardo-moderni, di quell'anoressia metropolitana che incomincia con il jogging in central park, e con la mela - biologica - sbocconcellata prima di andare al lavoro, ripuliti dalla pratica devozionale di doccia-e-ginnastica. Anche l'esteta tardo-moderno sa che nulla si ottiene, nello spirito e nel portafoglio, se non si sacrifica se stessi al culto di se stessi. Anche un simile esteta valuterà scoraggiato, prima o dopo, la liturgia delle proprie scarpe da ginnastica. Certo, gli eremiti contemporanei vivono in isole costruite all'interno delle città; non ci sarà un altrove in cui fuggire, per consumare lo sconforto del proprio fallimento, e difficilmente ci sarà la provvidenza enigmatica del torrente. Le vite in questione, più che afflitte dalla coscienza di sé, restano ancora troppo stipate di cose, anche soltanto per vedere o avvertire la propria inquietudine.
Ma si dovrebbe leggere il racconto, credo, per quel che ci è prossimo, e non per la sua distanza. In particolare, bisognerebbe leggerlo come un richiamo alla verità violata della nostra cultura, che è sorta narrativamente dalla divinizzazione del povero e del poco, e logicamente dal paradosso diventato regola e verità (il Dio fatto uomo, la redenzione della carne, la vita che ritorna dalla morte, e infine i due grandi ossimori del cristianesimo: la gloria della croce, e il potere dell'amore), salvo poi prontamente dimenticare l'una e l'altro, la povertà e il paradosso, che, rispettivamente, costituivano il suo mythos e il suo logos. La storia dei due eremiti potrà apparire allora come la storia di due vite perfette, tanto la prima quanto la seconda: la prima, per quello a cui rinuncia, e la seconda per la sfida che la aspetta.

15 dicembre 2014

L'etica a scuola?







(...) This, then, is our first question: What is good? and What is bad? and to the discussion of this question (or these questions) I give the name Ethics, since that science must, at all events, include it.
3. But this is a question which may have many meanings. If, for example, each of us were to say "I am doing good now" or "I had a good dinner yesterday" these statements would each oh them be some sort of answer to our question, although perhaps a false one. (...) In all such cases some particular thing is judged to be good or bad: the question "What?" is answered by "This." But this is not the sense in which a scientific Ethics asks the question. (...) Ethics, therefore, does not deal at all with facts of this nature, facts that are unique, individual, absolutely particular; facts with which such studies as history, geography, astronomy are compelled, in part at least, to deal. And, for this reason, it is not the business of the ethical philosopher to give personal advice or exhortation.
G. E. Moore, Principia Ethica (1903)

Se, mi chiedo, il compito del filosofo morale non è quello di dare consigli o esortazioni morali, a chi dobbiamo chiedere di agire per raddrizzare moralmente il comportamento immorale diffuso nel nostro presente (e sto pensando adesso soprattutto all'Italia)? Si tratta di un compito educativo, pedagogico?
Mi viene in mente la vicenda di Gherardo Colombo, che si è dimesso da giudice e ha iniziato a girare nelle scuole per insegnare l'importanza e il valore delle regole fondamentali che stanno alla base della convivenza sociale: convinto che la magistratura, da sola, non ce la può fare a ridare forza al valore del comportamento buono, giusto, doveroso, onesto, solidale, collaborativo eccetera.
Mi viene in mente anche una recente dichiarazione del Dalai Lama:
"Nonostante la sua importanza come guida morale capace di dare un senso alla vita, nel mondo laico di oggi la religione da sola non è più adeguata quale base per l’etica. Dovremmo trovare un approccio etico alla mancanza di valori che possa essere accettabile da chi ha fede e chi non ne ha. È di un’etica laica che parlo. Valori interiori da trasmettere attraverso l’istruzione"
Che sia la scuola a doversi fare carico di intervenire, "alla radice", sull'immoralità diffusa nei comportamenti attuali, è quanto meno controverso, se consideriamo anche un altro aspetto della questione, ovvero il seguente. È immaginabile il poter insegnare ETICA a scuola? Può l'etica divenire una materia di studio attraverso la quale lo studente apprenda non le varie teorie etiche che la filosofia ha prodotto nel corso dei secoli, bensì apprenda una forma mentis morale che lo possa accompagnare poi per tutta la vita? È chiaro che il problema non sarebbe quello di uno studio teorico delle etiche filosofiche, ma quello di trasmettere e diffondere i valori fondamentali in modo che entrino nelle abitudini comportamentali. A questo proposito si può pensare che già lo studio della storia abbia questa funzione (e ancor più potrebbe averla la cosiddetta "educazione civica", scarsamente praticata, a quanto mi risulta, per mancanza di tempo...), così come anche lo studio della letteratura, dell'arte... Ma se così fosse perché ci ritroviamo al punto in cui siamo? Che cosa occorrerebbe studiare per ottenere il risultato di cui stiamo parlando? Forse un po' di psicologia, o di neurologia, o di sociologia? Forse la vita di figure esemplari, esempi di comportamenti  buoni. O forse anche, più che studiare, occorrerebbe praticare. Praticare l'ascolto degli altri, l'osservazione degli altri, il riconoscimento delle loro emozioni, la comprensione delle loro ragioni (e qui il discorso sulla logica a scuola, come sostiene Franca D'Agostini, ritorna)... Esperienze fondamentali che forse in alcune (forse molte, troppe) famiglie mancano. Fare in modo che si attivi il meccanismo dell'empatia, se questo non ha avuto modo di svilupparsi... 
Credo che sia venuto il momento di porsi il problema in modo serio. 
Occorre un ripensamento profondo dei contenuti e dei modi in cui avviene la formazione scolastica, soprattutto quella di base, in modo che la scuola sia veramente un'esperienza che oltre a dare conoscenze consenta di formare alla convivenza civile.

8 luglio 2014

Rinasce il blog Filosofia Pubblica!




Sono felice di annunciare che rinasce, con una nuova gestione, il blog Filosofia pubblica.
Sarà gestito da Franca D'Agostini, che sarà responsabile per tutti i post pubblicati e moderatrice dei commenti.
Io avrò pura funzione di supporto tecnico.

Sul blog sono già presenti due novità: la riproposizione di un articolo che Franca ha da poco pubblicato sul Rasoio di Occam e un nuovo Call for Post intorno al nuovo libro di Diego Marconi.



9 aprile 2014

La filosofia di Matteo Renzi. 2




La puntata precedente: La filosofia di Matteo Renzi

Proseguiamo, continuando a leggere il sito ufficiale di Renzi.
Questa volta leggiamo la sezione dedicata ai libri da lui stesso scritti.

Del primo, citato nell'auto-presentazione, (Mode – Guide agli stili di strada e in movimento) non si trova nulla,  né è presente in Amazon.

Il secondo - Ma le giubbe rosse non uccisero Aldo Moro. La politica spiegata a mio fratello (1999), scritto con Lapo Pistelli - è un tentativo di avvicinare i giovani alla politica, e la politica ai giovani.

Il terzo - Tra De Gasperi e gli U2. I trentenni e il futuro (2006) - è ancora sul tema di come i giovani, ma qui si parla dei trentenni, vivono la politica. Nella scheda di presentazione (identica a quella su Amazon) compare un termine che va tenuto d'occhio: nuovismo ("I profeti del nuovismo fanno fatica a crederci, ma ha già superato la boa dei trenta anni una generazione che ...." ). Il dizionario Sabatini Coletti definisce così il termine: "esaltazione acritica del nuovo, delle novità, del cambiamento".

Nella scheda del quarto - A viso aperto. Ecco come il nuovo sindaco governerà Firenze (2008) - è riportata una frase che voglio riproporre qui per commentarla:   “Sono un ragazzo fortunato. E non solo perché ‘mi hanno regalato un sogno’, come cantava qualche anno fa Jovanotti. Ma anche e soprattutto perché la sorte, il destino, la vocazione mi hanno portato – almeno per il momento – a svolgere un mestiere bellissimo e affascinante: il politico.
A questo punto un potenziale lettore avrà già riposto il libro sullo scaffale. Qualche anima pia, magari, avrà chiamato per sicurezza il 118. E probabilmente anche i miei amici più cari mi telefoneranno per sapere se davvero sono sicuro di sentirmi bene.
Non vivo su Marte e so che in tempi di casta e antipolitica il servizio che svolgo è al centro di una polemica devastante.

Fare politica non è sexy. Sei giudicato come un ambiziosetto che punta alla visibilità e alla carriera quando ti va bene, come un aspirante manigoldo quando sei meno fortunato.
Eppure continuo a pensare che fare politica sia un dovere civico, una sfida da non rifiutare” .
Ci sono due aspetti da sottolineare, secondo me: la politica come passione e vocazione, la politica come dovere civico. Traspare da queste parole e anche dai temi scelti per i due libri precedenti che Renzi ha un'autentica passione per la politica: ama il suo mestiere di politico (e questo già non è poco), e in più vorrebbe comunicare questa passione agli altri, usando anche la leva etica, parlando quindi di politica come dovere, come servizio.

Dopo un libro sulla storia di Firenze (La mi' Firenze, 2010), pubblica nel 2011 Fuori!. La scheda inizia con: "I sogni, le idee, le speranze di una nuova generazione". Torna la parola nuovo. Renzi si presenta come portatore di rinnovamento. Altre frasi della scheda che voglio commentare:  Alla fine del suo primo mandato come presidente della Provincia di Firenze, gli era stata assicurata la rielezione. Renzi però non ha voluto fare il pollo di batteria e ha deciso di partecipare alle primarie per candidarsi a sindaco di Firenze, senza l’appoggio dei vertici del suo partito, il Pd.
Le ha vinte, è stato eletto, e oggi è il sindaco più amato d’Italia. Ora vuole darsi da fare per tirare fuori il Paese dal pantano in cui l’ha cacciato una politica vecchia e asfittica. In questo libro racconta come i campi scout gli abbiano insegnato che nella vita ognuno deve prendersi le sue responsabilità, e come su quelli da calcio (dove ha fatto l’arbitro) s’impari che non sempre si ha il tempo di pensare: occorre decidere e fischiare.   Troviamo qui, ancora, un elemento che avevo già rilevato nel post precedente sulla filosofia di Renzi. "Non sempre si ha tempo di pensare: occorre decidere". Renzi è uomo d'azione. Si sente che ha una sorta di fretta esistenziale. Fretta di agire per cambiare le cose, per rinnovare. A discapito, però, del pensiero. Si vive, con Renzi, in pieno la dicotomia tra teoria e prassi: pur essendo ovvio che non esiste nessuno, nemmeno Renzi, che segua la pura prassi, l'agire puro, senza pensiero, è abbastanza evidente che Renzi tra le due cose dà priorità al fare. Forse perché è convinto che nessuna teoria potrà mai prevedere tutto o risolvere ogni problema conoscitivo. O forse perché ritiene che se si vuol farsi guidare dalla teoria si rischia di rimandare troppo l'azione (la teoria richiede tempo!). O forse perché la situazione attuale richiede interventi rapidi... Tutto ciò non significa che Renzi sottovaluti l'importanza della conoscenza. Ritengo però che Renzi abbia ben presente che il tempo passato a studiare un problema, sviscerandone tutti gli aspetti e i risvolti, è tempo prezioso che interrompe il tempo impiegato per agire. La teoria costa tempo e interrompe l'azione. "Non sempre si ha il tempo di pensare": in certe situazioni (critiche) è più importante la velocità nel trarsi d'impaccio che non il ragionare su come farlo.
Resta però, stando a quanto emerso fino a qui, una scarsa propensione teorica di Renzi. A questa impressione associo una critica a Renzi che ho sentito fare da Massimo Cacciari (intervistato da Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche): Cacciari diceva che manca finora una visione "di sistema" che accompagni il percorso di riforme iniziato da Renzi. In altri termini: abolire il Senato, abolire le province, ... ma qual è il quadro istituzionale complessivo verso cui si vuole andare? Riconoscere una tendenza di fatto, nelle recenti fasi politiche italiane, verso il presidenzialismo? Ripensare a una forma seria di federalismo? Il merito di Renzi, secondo Cacciari, è quello di aver finalmente messo in moto un processo di rinnovamento che era necessario da tempo, ma non si capisce ancora verso dove, qual è l'obiettivo finale e complessivo di questo processo.




7 aprile 2014

La filosofia di Matteo Renzi





Inizio con questo post una riflessione sull'attualità politica italiana. Una riflessione che punta innanzitutto alla comprensione dei valori proposti dai due principali protagonisti dello scontro politico che si profila nel futuro: Renzi e Grillo.

Senza nessuna pretesa di completezza, perché ogni ampliamento e approfondimento potrà essere svolto in post successivi, comincio da Renzi e dalla lettura del suo sito ufficiale, in particolare dalla sua auto-presentazione.

Il testo si apre con una citazione di Baden Powell, il fondatore del movimento scout: "Lasciare il mondo un po' migliore di come lo abbiamo trovato".

Riporto, per comodità del lettore che non conoscesse nulla degli scout, alcune righe della voce Scautismo di Wikipedia.

Lo scautismo (o scoutismo) è un movimento a carattere non partitico, aperto a tutti senza distinzione di origine, razza e fede religiosa, nato da un'idea di Sir Robert Baden-Powell, barone di Gilwell, noto a tutti gli scout del mondo come Baden-Powell o semplicemente B.P.
Oggi il movimento scout è diffuso a livello mondiale e, contando più di quaranta milioni di iscritti, è una delle più grandi organizzazioni di educazione non formale. Scopo dello scautismo, fondato sul volontariato, è l'educazione dei giovani a un civismo responsabile mediante lo sviluppo delle proprie attitudini fisiche, morali, sociali e spirituali. Il metodo educativo si basa sull'imparare facendo attraverso attività all'aria aperta e in piccoli gruppi.[Giuseppe dell'Oglio, Alere Flammam. Breve storia dello scautismo in Italia, Milano, Lampi di stampa (collana TuttiAutori), 2010, p. 17.]
(...)
Lo scautismo è caratterizzato da un metodo educativo e un codice comportamentale non formale, il cui fine ultimo è di dare la possibilità ai giovani di diventare "buoni cittadini", responsabilmente impegnati nella vita del loro paese e predisposti a essere futuri "cittadini del mondo" volenterosi di migliorare la propria società e sostenitori convinti della fratellanza tra i popoli.
Si basa, quindi, su un semplice codice di valori di vita (la Legge scout e la Promessa), sul principio dell'imparare facendo, che delinea la crescita personale degli individui tramite l'esperienza attiva e partecipata, sulla metodologia di attività per piccoli gruppi, che sviluppa la responsabilità, la partecipazione e le capacità decisionali, e sulla sfida di offrire ai giovani attività sempre stimolanti e interessanti. In particolare Robert Baden-Powell schematizza nei suoi scritti il suddetto sistema educativo in quattro punti fondamentali:
  • Formazione del carattere
  • Abilità manuale
  • Salute e forza fisica
  • Servizio al prossimo
E' interessante leggere i punti della "Legge scout" (sempre dalla voce relativa su Wikipedia): 
Come la Promessa scout anche la legge venne istituita dal fondatore dello scautismo Robert Baden-Powell, nel tempo ogni associazione ha rielaborato la legge scout originaria mantenendone tuttavia lo spirito fondamentale. La prima edizione di Scautismo per Ragazzi riportava otto articoli, che divennero presto dieci. Eccoli nella forma definitiva.
(EN)
« 1. A Scout's honour is to be trusted.
2. A Scout is loyal to the King, his country, his officers, his parents, his employers, and those under him.
3. A Scout's duty is to be useful and to help others.
4. A Scout is a friend to all, and a brother to every other Scout, no matter to what social class the other belongs.
5. A Scout is courteous.
6. A Scout is a friend to animals.
7. A Scout obeys orders of his parents, patrol leader or Scoutmaster without question.
8. A Scout smiles and whistles under all difficulties.
9. A Scout is thrifty.
10. A Scout is clean in thought, word and deed. »
(IT)
« 1. L'onore di uno Scout è di essere creduto.
2. Lo Scout è fedele: al Re, alla Patria, ai suoi Capi, ai suoi genitori, ai suoi datori di lavoro e ai suoi sottoposti.
3. Il dovere di uno Scout è di essere utile e aiutare gli altri.
4. Lo Scout è amico di tutti e fratello di ogni altro Scout, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza.
5. Lo Scout è cortese.
6. Lo Scout è un amico per gli animali.
7. Lo Scout ubbidisce agli ordini dei suoi genitori, del Capo Pattuglia o del suo Capo senza replicare.
8. Lo Scout sorride e fischietta in tutte le difficoltà.
9. Lo Scout è economo.
10. Lo Scout è pulito nel pensiero, nella parola e nell'azione. »
(Scautismo per ragazzi - Robert Baden-Powell)

Il fatto che Renzi, nel suo sito ufficiale, ricordi con orgoglio la sua esperienza scout e apra la sua auto-presentazione con la citazione di Baden Powell che abbiamo sopra riportato mi sembra significativo. Renzi è ancora imbevuto di quello spirito. Essere un "buon cittadino" (del proprio paese e in linea di principio del mondo intero), ovvero essere impegnato a migliorare la società: questo mi sembra il valore-chiave per capire Renzi. Certamente in questa formula - l'impegno a migliorare il mondo - l'accento è più sull'impegno e l'azione che non sul contenuto positivo di questa azione. "Migliorare il mondo" è certamente una formula generica che può declinarsi in contenuti e obiettivi anche molto diversi fra loro. Che significa, infatti, migliorare? In cosa valutiamo se una società è migliore di un'altra? Resta ancora tutto da definire e capire, ma intanto sappiamo che innanzitutto conta l'azione, l'impegno ad agire.
Agire, dice von Wright (importante filosofo dell'azione), significa essere causa di un mutamento nel mondo. Un'azione può dirsi tale se produce un cambiamento nella realtà. Questa spinta ad agire, a modificare la realtà esistente verso un bene, un meglio che resta da chiarire, mi sembra la prima immagine che Renzi comunica di sé.