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19 aprile 2017

La complessità, la filosofia e la solitudine dei filosofi (rev. 2022)








Ancora una volta mi riallaccio a una parte del lavoro di Franca D'Agostini, che come ben sanno i lettori di questo blog è da anni un punto di riferimento costante nel mio pensiero (ma altri punti sono già presenti da tempo - Gianni Vattimo, Giovanni Piana, Alfredo Civita, G. H. von Wright - e verso altri mi sono affacciato pur non essendomene ancora impadronito - Robert Nozick, Achille Varzi, Francesco Berto, Andrea Borghini, Mauro Dorato... - ).

Si tratta della conclusione di Analitici e continentali (Raffaello Cortina, prima ed. 1997, Parte seconda, cap. 5, sez. 13 e 14). Occupandosi nella parte finale del libro della "nuova epistemologia", D'Agostini ricostruisce da ultimo la "teoria della complessità" e riflette poi sul senso di queste esperienze teoriche, culminate nel lavoro di Edgar Morin (in Italia sviluppate da G. Bocchi e M. Ceruti).

Scrive: "Quel che è soprattutto rilevante nello sviluppo del punto di vista cibernetico-sistemico verso la complessità è il crearsi di una specifica configurazione di pensiero per l'interpretazione dei processi di conoscenza, e dei rapporti tra i saperi. Una configurazione che da un lato ripercorre le vie già tracciate dalla tradizione di stampo idealistico-trascendentale e fenomenologico-ermeneutico, dall'altro offre il modo di capire le ragioni e la plausibilità "scientifica" di tali percorsi. In altre parole, nella prospettiva della complessità alcune soluzioni "continentali", tradizionalmente "filosofiche", trovano una conferma scientifica, e al tempo stesso, all'interno di un'ottica esasperatamente "scientistica" (...) maturano conclusioni filosofiche."

Dopo avere sintetizzato alcune posizioni e tesi di Edgar Morin, D'Agostini continua: "Il "metasistema" aperto riflessivo e critico, capace di autotrascendimento, descritto da Morin è in realtà facilmente identificabile in quel genere letterario-argomentativo che la nostra tradizione chiama "filosofia". (...) "la" filosofia sembra precisamente provvista di tutti quei requisiti che Morin e i teorici della complessità richiedono a una "nuova" epistemologia. La stessa "duplice" logica che più o meno dichiaratamente governa i sistemi complessi non è che un'integrazione delle due principali opzioni che si sono storicamente presentate nella logica filosofica (continentale) dopo Hegel: la dialettica (il principio "dialogico", la reciproca implicazione, ovvero anche la logica del conflitto), e la differenza (la dispersività non integrabile in un disegno unitario, il gioco della casualità nella necessità, e viceversa, l'irriducibiltià del caso nella "dinamica caotica")."

D'Agostini, col tratto caratteristico del suo pensiero, che tende a unire le differenti prospettive in qualcosa di unitario (guidata dalla tesi che la verità è unica), ri-attualizza la filosofia classica e contemporaneamente radica nel passato della grande tradizione filosofica le più recenti riflessioni epistemologiche. In questa prospettiva diventano fondamentali alcune "competenze filosofiche" che vanno valorizzate e coltivate: nel testo (sez. 14, "Conclusioni") D'Agostini richiama un libro di Luciano Gallino, L'incerta alleanza, (Einaudi 1993) secondo il quale occorre che si sviluppino didatticamente certe abilità "sistemico-pragmatiche, perché ciascuno specialista possa mantenere intatta la capacità di attraversare i confini tra un gran numero di scienze e discipline diverse".

I filosofi di oggi sono posti di fronte al problema di dover riflettere su una quantità di saperi non riconducibili a semplici leggi, e la complessità dei saperi e dei loro rapporti riflette la complessità della realtà, l'interconnessione tra le parti e la totalità del reale che rende i saperi aperti e incompleti.
Ciò richiede una particolare competenza, che definirei in questo modo: l'essere specialisti della non-specializzazione. Ma questa particolare competenza non è richiesta ai filosofi solo oggi, perché oggi la quantità di conoscenze è enormemente cresciuta rispetto al passato: era richiesta ai filosofi fin dal principio.

Aristotele, nel Quarto libro della Metafisica, parla della scienza dell'essere in quanto essere come della scienza specifica del non-specifico (così ricostruisce il discorso Franca D'Agostini), in altri termini una scienza trasversale su tutte le altre scienze. Questo perché l'essere è il concetto più generale possibile, e in qualche modo tutto è, anche ciò che non esiste.
La capacità di rintracciare princìpi trasversali, e di far derivare da questi anche orientamenti pratici, pur rispettando le differenze fra le diverse prospettive conoscitivo-pratiche, è la capacità che i filosofi, e chi pratica un atteggiamento filosofico di fronte alla complessità (sia culturale sia geopolitica), coltivano da secoli e possono-devono riproporre oggi.

Ma oggi, ancor più che in passato, la filosofia si trova in difficoltà rispetto a questo compito tradizionale perché anche in filosofia è arrivata la specializzazione, sia nel senso della divisione in "scuole", "correnti", sia nel senso della divisione in settori, o "discipline filosofiche" (logica, etica, ontologia, estetica eccetera).
Uno dei modi per venirne fuori, come indica Diego Marconi nel suo recente Il mestiere di pensare (Einaudi 2014) è di fare, per i bravi filosofi, ogni tanto un po' di buona divulgazione, per uscire dal campo delle ricerche specialistiche e rivolgersi a un pubblico più ampio, affrontando temi che si possano collegare all'attualità.

Al di là del problema della specializzazione, secondo me, c'è un altro problema che rende difficile la coltivazione di questa vocazione originaria della filosofia come scienza specifica del non specifico. Per essere tale, infatti, la filosofia dovrebbe avere un carattere unitario, essere un discorso unico, portato avanti da tanti singoli pensatori, ciascuno con il suo contributo. Ma c'è una tendenza interna alla filosofia (che è sempre stata, come aveva già diagnosticato Kant a proposito della crisi della metafisica nel suo tempo) a svilupparsi in modo frammentato, come un arcipelago nel quale ciascun filosofo occupa un'isola dalla quale poi a volte dialoga con altri, ma per lo più guerreggia con altri. E la cosa più triste avviene quando un filosofo critica un altro (e la critica, se razionale e costruttiva, è un legittimo strumento della filosofia, anzi fondamentale strumento di confronto fra filosofi) e chi viene criticato tace, non risponde, mostrando totale indifferenza alla critica che gli è stata mossa. Questa tecnica del silenzio, del non raccogliere le sfide facendo finta di ignorarle o di fatto tacciandole di insignificanza attraverso il non rispondere, è quanto di peggio può accadere in filosofia.  Infatti la conseguenza di questo atteggiamento, se fosse adottato da tutti, sarebbe l'immagine della filosofia come un campo composto da tante isole (alcune deserte, altre stracolme di "seguaci") che non avrebbe mai la forza di imporsi nel dibattito pubblico sulle grandi questioni che sono di fronte all'umanità.

Forse la tendenza allo sviluppo frammentato è una conseguenza del fatto che la filosofia si può praticare con mezzi poverissimi (non richiede strumenti costosi, basta la conoscenza dei testi e l'uso della propria ragione per elaborare i problemi) e quindi non costringe i filosofi all'organizzazione collettiva della ricerca. Ho l'impressione che i filosofi tendano a praticare la ricerca in solitudine, e che questa tendenza finisca per essere negativa rispetto alla vocazione originaria della filosofia.
La conoscenza del lavoro altrui e l'interazione razionale fra prospettive diverse di ricerca (lavori di ricezione-critica sul lavoro altrui e conseguenti risposte) sono il pane quotidiano di cui dovrebbero nutrirsi i filosofi, oltre che della continua curiosità verso i risultati più rilevanti delle altre discipline (scientifiche e artistiche).

Un esempio, seppur in forma ancora molto embrionale e rozza, di quello che dovrebbe essere la discussione inter-filosofica, cioè fra filosofi che interloquiscano partendo da punti di vista anche molto diversi fra di loro, è quello che talvolta è riuscito a fare Gad Lerner con la trasmissione L'INFEDELE:
https://t.co/zmpXNuWLpu

17 agosto 2012

Sul realismo. Intervento di Franca D'Agostini in una discussione fra Stefano Vaselli e Giulio Napoleoni





Sul sito di Rai Filosofia ho trovato il seguente scritto di Vaselli:
Rai Filosofia
[Stefano Vaselli] Problemi tipici dell'antirealista: 
i. Postulando l'esistenza di una realtà intesa come tutto ciò che è indipendente da noi e che è attorno a noi, non diciamo nulla di particolarmente interessante e di filosoficamente acuto. Il realismo è banale.
ii. Affermando l'esistenza di una realtà intesa come tutto ciò che è indipendente da noi e che è attorno a noi, giriamo attorno all'inaggirabile problema del "e noi non siamo parte della realtà, come menti e autocoscienze?".
iii. Sia quanto postulato in (i) che in (ii) sono indimostrabili. Pertanto il realismo, sul piano filosofico, non è diverso da una fede quasi mistica, o da un fideismo ontologico, perché in ogni caso l'esistenza di una realtà indipendente da noi, come Hume insegna, è indimostrabile.
(iv). Il realismo è una forma di imperialismo epistemologico, che esige dai soggetti conoscitivi la ferrea accettazione di un postulato di oggettività, che rende la nostra conoscenza ininfluente come struttura di schemi concettuali nel plasmare le forme del reale. 
Qualunque forma di realismo, debole o radicale, esternalista o internista, deve misurarsi con (i-iv)


Dopo averlo riportato nella mia pagina FB, ho pensato di riportarlo anche sulla pagina FB di Vaselli accostandolo a un brano di Franca D'Agostini che mi sembrava avere delle somiglianze. Quella che segue è la discussione che si è sviluppata sulla pagina Facebook di Vaselli, con alla fine un lungo intervento che la D'Agostini mi ha inviato via mail (nella bacheca di Vaselli compare invece una versione ridotta di tale intervento). In Appendice due articoli della filosofa: uno recente in risposta a Roberto Esposito, su La Stampa, e uno sul tema fatti/interpretazioni, uscito su Micromega on line.


A proposito di realismo, mi sembra molto interessante, da approfondire, questo passaggio di Franca D'Agostini, tratto dal suo libro "Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza": "Ogni realista difensore della cosa senza soggetto sta in verità parlando di se stesso, e difendendo il proprio modo di guardare la realtà. Questo vale naturalmente anche per i difensori della soggettività senza la realtà: almeno e se non altro in quanto devono postulare come reale, dunque violare e rendere oggettivo, quel soggetto di cui difendono il primato contro gli oggetti.
In altre parole, nel momento in cui difendo i diritti dell'oggetto, lo faccio dal punto di vista di un soggetto tanto potente da saper conoscere perfettamente, e perciò difendere, il proprio altro; nel momento in cui invece difendo i diritti della soggettività lo faccio assumendo il soggetto stesso come un oggetto e un dato obiettivato, e dunque postulo un oggetto tanto forte da poter modellare con la sua forma il suo differente.
Questa elementare dialettica è il vizio di forma di qualsiasi posizione unilaterale. Ma l'opinione di Gadamer (come quella di Hegel), è che tutti, i soggettivisti come i difensori dell'oggettivo, sono in qualche modo spossessati dalla oggettività di questa dialettica, che - essa stessa - costituisce il movimento proprio di qualcosa che non è interamente riducibile al soggettivo, né all'oggettivo, pur essendo proprio dell'uno e dell'altro."


Stefano Beniamino Vaselli Rai Filosofia [SV] Non sono proprio d'accordo. "Ogni realista difensore della cosa senza soggetto sta in verità parlando di se stesso". E chi l'ha detto? Franca D'Agostini? Rispettosamente dissento. Se alcuni miliardi di anni fa una cosa senza soggetto chiamata "Primo procariote" non fosse apparso sulla terra, (ma potremmo anche chiamarla "Antani", "Sbiricuda", con un sospiro o con un lamento), non ci sarebbe stato alcun soggetto. Tutti i soggetti discendono da oggetti, grazie ad un misterioso (neanche tanto) processo oggettivo detto "evoluzione". Viceversa non si da. Gli oggetti di questo universo continueranno ad esistere anche dopo che tutti i "soggetti" di questo pianeta saranno scomparsi. L'idea che la filosofia non possa fare a meno dell'idealismo o del costruttivismo per essere interessante è tipica del millennio che ci siamo lasciati alle spalle. I fatti possono esistere senza interpretazioni. Le interpretazioni per esistere devono essere fatti. Le cose per esistere non hanno bisogno di essere pensate. I pensieri, per esistere, devono diventare o già essere "qual-cosa".

Italo Nobile Io sono realista. Ma proprio per questo non parlo nè di evoluzione nè di procarioti. Esistono oggetti materiali e oggetti ideali che si danno alla coscienza. Procarioti ed evoluzione sono oggetti ipotetici che si danno alla nostra mente ovvero reali in quanto si danno come oggetti ipotetici.


Stefano Beniamino Vaselli Se l'evoluzione fosse un oggetto solo ipotetico non staremmo parlando qui ora. Alcuni procarioti, poi, sono così poco ipotetici da causare delle ipotetiche morti per ipotetiche infezioni. L'inemendabilità del reale.


Giulio Napoleoni Caro Stefano, vorrei chiederti: cosa pensi dell'interpretazione di Kant data da Ferraris (da Goodbye Kant in poi)? ; cosa pensi delle posizioni di Varzi nel suo ultimo libro Il mondo messo a fuoco? come valuti la teoria dei tre mondi di Popper? La D'Agostini in quel passaggio non sta facendo metafisica ma metafilosofia (quel suo libro è una grande opera di metafilosofia che tutti i filosofi attivi dovrebbero studiarsi, e ti consiglio anche, se non lo conosci già, Introduzione alla verità, dove fra le altre cose dà una lettura di Kant secondo me migliore di quella di Ferraris...). Anche io non penso che la filosofia debba essere idealista o costruttivista per essere interessante, ma credo che la filosofia debba cooperare con le scienze e contribuire a dare una visione ampia, mobile, critica, della realtà, una visione nella quale si riconosca il giusto peso che le nostre formazioni concettuali hanno nel determinare la nostra visione della realtà stessa... La stessa distinzione tra oggetti e soggetti si potrebbe discutere. le piante sono oggetti? E i virus?


Stefano Beniamino Vaselli L'interpretazione fornita da Ferraris in quel libro è un po' sommaria, alcuni studiosi di Kant l'hanno giudicata molto superficiale, sicuramente è molto severa nei confronti del filosofo tedesco. A me Kant piace molto, anche se non sono d'accordo con lui su molte cose, lo trovo un autore ineludibile. In ogni caso è una lettura che si appoggia su aspetti essenziali di Kant, come tali non facilmente negabili. Kant può anche aver preso posizione contro l'idealismo di Berkeley nell'edizione della Prima Critica del 1787, ma il suo trascendentalismo è, di fatto, una forma di idealismo. Varzi: Varzi è il più intelligente degli antirealisti in circolazione, la sua idea è che una cosa sia l'ontologia (che cosa c'è al mondo) e che un'altra cosa sia la metafisica, le teorie sui tipi di cose che esistono e possono esistere. La prima ci da un catalogo degli enti, la seconda del tipo di entità. Per Varzi, però, a guardare bene la prima è importantissima, la seconda è riducibile alla prima. Varzi in fondo è una sorta di Quineano sofisticato, lo si capisce leggendo la sua interpretazione alla logica di Kripke nel volume Carocci "IL genio compreso". La teoria dei 3 mondi di Popper è, in realtà, una rielaborazione neanche troppo sofisticata della teoria dei tre regni di Frege, con l'unica differenza - importante - per cui il Regno dei Sensi o dei puri Pensieri (assolutamente platonica come suggestione) di Frege in Popper diventa il Mondo3, ovvero il mondo di tutta la cultura su carta, computer, dvd, internet, la conoscenza. La cosa che non è mai stata messa in evidenza dai lettori di Popper, è che in questo modo Frege e Popper hanno, per la prima volta, trattato le conoscenze come "enti", non come modi di conoscere gli enti e basta, ma come "enti" a propria volta. Una dimostrazione efficace del fatto che l'ontologia è primaria rispetto all'epistemologia (tesi aristotelica ripresa da Ferraris). La distinzione tra soggetti e oggetti è chiara. Gli oggetti sono enti di un certo tipo che non possiedono processi cognitivi autonomi provenienti di origine evolutiva. Sono disposto ad inclure alcuni animali superiori tra i "soggetti", ma non scendiamo sotto le scimmie, per favore, Dopo di che anziché di "oggetti", forse bisognerebbe parlare di "enti": il mondo potrebbe essere il catalogo degli oggetti, degli eventi, dei fatti, dei tropi, degli oggetti e delle loro proprietà, oppure di tutte queste cose insieme. Spero di essere stato chiaro ed esauriente.


Teodosio Orlando Gli studiosi di Kant che hanno criticato la lettura di Ferraris hanno ragione su alcuni punti di pura filologia, ma non sono riusciti in modo convincente a dimostrare che l'interpretazione di Ferraris non regge.


Stefano Beniamino Vaselli Alla fine bisogna scegliere: ha ragione Kant con il suo dualismo fenomeno/noumeno o a ragione Ferraris con il suo "esperimento della ciabatta"?


Giulio Napoleoni Caro Stefano,
credo che Kant con il suo dualismo abbia voluto dire sostanzialmente che la conoscenza umana, se vuole essere coerente, razionale, scientifica, deve accontentarsi di essere incompleta, quindi non mi sembra una posizione incompatibile con il realismo ontologico alla Ferraris. Occorre credo riportare le tesi di Kant alle sue problematiche che erano principalmente epistemologiche, non ontologiche.
Perdonami ma ci tengo ancora a "sponsorizzare" la D'Agostini, e per farlo riassumo e cito qui sotto alcune sue tesi a proposito del famigerato aforisma nietzscheano "Non ci sono fatti...", riprendendole dal suo articolo "Fatti e interpretazioni, o fraintendimenti e falsificazioni?", in Micromega. Il rasoio di Occam, 12 marzo 2012:
1) nessuno dei filosofi dell'ermeneutica standard (Gadamer, Ricoeur, Pareyson), ha mai sostenuto tale tesi
2) la distinzione fatti/interpretazioni è epistemica, non ontologica. La tesi "Non esistono fatti, solo interpretazioni" (NF), se intesa come asserto ontologico è ovviamente insensata.
3) è molto difficile anche sostenere, ontologicamente, che i "veri" fatti sono i fatti non interpretati, dal momento che anche le interpretazioni sono fatti ed esistono...
4) la posizione ermeneutico-postmodernista, in realtà, aveva alla base qualcosa di molto simile al fallibilismo popperiano, "che come tale non è certo una posizione metafisica, ma metodologica, e volendo ha anche stretti legami (come rilevava Lakatos, contro le aspettative di Popper) con lhegelismo. Essa dice (...): quando lavoriamo, nella scienza, in filosofia, nei dibattiti processuali e nelle discussioni pubbliche, dobbiamo sempre e sistematicamente adottare un principio di rivedibilità dialettica delle nostre posizioni."
5) "Ecco allora una ragionevole interpretazione debolista di NF: poiché quando discutiamo sui fatti ciò su cui discutiamo sono le interpretazioni, non possiamo usare la fattualità come principio del tagliar corto, che blocca la discussione. Anche questa tesi però a mio avviso non funziona. Se è assunta (interpretata) in senso fattuale, ovvero: questo è un fatto, rispetto al quale dobbiamo tagliar corto, non è soltanto autocontraddittoria, è anche falsa. Ci sono infiniti casi di fattualità dure e crude, che entrano nelle discussioni e come tali devono parlare. (Tipico argomento, che riferisco con le parole di un giovane medico di Amnesty International: «è semplicemente vero che un mio collega è stato torturato e ucciso, ed è un fatto il fatto che quasi metà dellumanità muore per malnutrizione e povertà».) Se invece è interpretata in senso debole (come si presume volessero i debolisti), è in fondo superflua: non cera bisogno di tale strepito per dire ciò che tutti sappiamo: che a volte i fatti ci urtano, e a volte no."

Giulio Napoleoni Riporto, per sua richiesta, un messaggio che Franca D'Agostini mi ha scritto: "Caro Giulio, grazie della tua "difesa"! Coglie esattamente il punto: nel passo citato stavo parlando di filosofia, e (se ben ricordo) di Gadamer. Quanto a me, io sono una realista ben più radicale di Ferraris. Un saluto Fd'A".



Giulio Napoleoni (ovviamente si riferisce alla prima citazione che ho fatto, non a quella su fatti/interpretazioni)



Stefano Beniamino Vaselli Da un mero dissenso non c'è bisogno di difendersi o di farsi difendere, vivaddio! ;-) Io ho solo esercitato il mio diritto al disaccordo, e non riesco a capire come si possa essere non tanto più realisti di questo o quello, ma semplicemete "realisti" affermando: "Ogni realista difensore della cosa senza soggetto sta in verità parlando di se stesso". Perché? Come? Messa lì (ma non è "messa lì", perché il libro di D'Agostini l'ho letto, come la professoressa sa bene, glielo scrissi pure), non sembra molto argomentata come posizione. Ci sono delle semplicità, alla fine, davvero insormontabili, come dice Varzi nel titolo di un suo libro. Che le cose possano fare a meno di noi per esistere è una di queste, a quanto pare. Buona notte, a Lei e alla Professoressa FDA.



Stefano Beniamino Vaselli P.S. Se voleva farmi litigare con un'altra persona, forse c'è riuscito. Pazienza!



Giulio Napoleoni Mi dispiace di aver provocato questo piccolo incidente. Forse ho sbagliato io a inserire come spunto di riflessione quella prima citazione di FdA, che criticava come unilaterale un realismo metateorico, non un realismo teorico/metafisico. D'altra parte l'ho fatto perché mi sembrava che in quella citazione ci fossero delle assonanze con le posizioni da lei, Vaselli, affermate a proposito di realismo metodologico. In altri termini: un conto è dire che le cose possono esistere benissimo senza i soggetti (realismo metafisico, teoria realista) e un conto è dire che se facciamo teoria sulle cose dobbiamo sempre tener conto che le teorie sono prodotte da soggetti e questi utilizzano concetti che possono essere più o meno chiari, possono essere criticati eccetera (anti-realismo meta-teorico). Per esempio dire che la teoria dell'evoluzione potrà essere in futuro migliorata, criticata, rivista ecc non vuol dire mettere in discussione che l'uomo compare dopo molto tempo rispetto all'origine della vita sul pianeta Terra. Ripeto, mi spiace di aver provocato, se così è stato, una tensione fra filosofi che stimo, ma se l'ho fatto è stato solo per arricchire la discussione mettendo a confronto posizioni parzialmente diverse.



Stefano Beniamino Vaselli Ma no, il problema è che io non intendevo, con quel mio "Ma chi lo ha detto. Franca D'Agostini?" mancare di rispetto alla professoressa, si figuri! Alla quale professoressa, tra l'altro, ho scritto tante volte per chiedere lumi su cose che ha scritto e pubblicato, come, ad esempio, sul problema della possibilità metafisica (c'è una parte di "Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza" che si occupa precipuamente di questo tema, facendo riferimento alle teorie di Yablo e di Gendler contenute in un bellissimo volume sulla possibilità e la concepibilità). Il mio era un moto di stupore perché in quella frase non mi ritrovavo per nulla - e l'ho detto - ma soprattutto non ci ritrovavo il realismo. Mi fa piacere che D'Agostini sia una realista militante, perché su questo tema bisognerà battagliare ancora un po'. Mi sembra che il dibattito sulle posizioni di Ferraris e sul suo "Neorealismo" siano iniziate già da un po'. Ma io non l'ho mai elogiato al 100%. Se non mi credete vi consiglio di leggere le mie obiezioni e le mie critiche - gentili ma senza sconti - che ho fatto al professor Ferraris sul suo volume "Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce" che potete trovare suhttp://www.aphex.it/index.php?Recensioni=557D03012201740321020176017327. Magari la faccia leggere anche alla professoressa. Il libro più bello di FdA per me resta quello che Lei ha citato. Ma anche "DIsavventure della verità" è molto ben scritto. Speriamo di poter fare pace.... A Presto! Saluti ancora alla professoressa.


(intervento di F. D'Agostini, inviato via mail)
Cari Giulio e Stefano (se posso), Giulio mi ha inoltrato
stralci delle
vostre discussioni. Mi scuso di intervenire in prima
persona in un dialogo vostro, e non nella sede in cui
dovrei, ma mi sento autorizzata anche perché ora mi
ricordo di Stefano.
1) non mi si fraintenda: io sono felicissima delle critiche, di qualunque tipo, dunque Stefano, nessun problema, anzi grazie delle tue perplessità, che mi permettono di chiarire
2) A parte la critica alla mia frase
estrapolata (si chiama closed reading, e non bisognerebbe
farlo: se facessi lo stesso con frasi estrapolate di molti
neorealisti... l'uso si sta diffondendo per una malintesa
interpretazione continentale della tecnica analitica di
criticare tesi specifiche), Stefano ha ragione: nei
libri di cui parlate probabilmente la mia posizione sul
realismo non è del tutto chiara. "Nel chiuso" è una raccolta
di scritti di metafilosofia, redatti in tempi diversi, e
"Disavventure" è una ricostruzione storico-critica della
storia dell'argomento elenctico in difesa della verità.
Ma negli articoli che ho scritto negli anni tra il 2000 e
oggi, e negli altri libri (The Last Fumes, Paradossi, Verità avvelenata, Introduzione alla verità, I mondi), il mio "realismo" dovrebbe essere chiarissimo, e addirittura specificato nei dettagli (non c'è una specifica discussione del testualismo debole di Ferraris, ma si può evincere facilmente la diversità della mia posizione, conoscendo gli scritti di Ferraris sull'argomento).
3) In ogni caso, Stefano, di questo sono sicura: non mi si può
accusare di non condividere la tesi di indipendenza
(esistono cose indipendentemente dal fatto che io o
chiunque altro le pensi o ne parli), visto che ovunque, e in
modo quasi ossessivo, sostengo che non soltanto la
condivido, ma *non si può non condividerla*. In Nel chiuso comunque credo sia spiegato abbastanza bene che l'argomento di "indispensabilità" (o di
"fatticità", o "elenctico", o "trascendentale", chiamatelo come volete) vale anche per altri concetti, non solo per "realtà" e "verità".
4) Sono poi d'accordo con Stefano: c'è un dissesto del
linguaggio e della considerazione intuitiva del mondo, un dissesto che stiamo cercando di
curare. Ma (questo è il mio sospetto) forse la cura non ha solo a che fare con il
realismo. Allego un mio articolo uscito il 25/7 sulla Stampa in cui dico la mia opinione sul recente uso pubblico della filosofia.
Grazie della vostra attenzione, e di aver letto i miei libri. La discussione mi
fa pensare che devo pubblicare un libretto dal titolo
"Realismo? Una questione non controversa" che ho nei
cassetti da un po' di tempo, e che però non mi decido a
pubblicare, vista la quantità di nuovi contributi sul tema
Un saluto, buone vacanze e buon lavoro Franca

(Pubblicato su la Stampa, 26/7/2012)
Nellarticolo dal titolo Filosofia prêt-à-porter apparso lunedì su Repubblica, Roberto Esposito si interroga su un fenomeno ormai ben noto: la fortuna della filosofia nellepoca della globalizzazione. Festival, café philo, consulenze filosofiche per manager o individui in dissesto emotivo, segretari di partito che indicono riunioni per consultare i filosofi...
Esposito si chiede come mai però a questo gran fervore non faccia seguito alcun significativo mutamento nelle coscienze, e tantomeno nei comportamenti. E la sua risposta è che un conto è la filosofia come ermeneutica del sé praticata dai filosofi che gli piacciono (Foucault e altri continentali) e un altro conto è l’“epistemologia della verità, praticata dai filosofi analitici: la prima avrebbe per oggetto la verità nella profondità interiore della coscienza individuale, mentre la seconda mirerebbe alla verità come corrispondenza al reale.
Deduciamo dunque: se vi fosse più ermeneutica del sé e meno epistemologia della verità nei dibattiti, nei café philo, nei festival, ecc., la filosofia potrebbe effettivamente incidere sulla contemporaneità, determinando quella mutazione delle coscienze che si rende necessaria nellepoca della globalizzazione.
Strano. Anzi direi, decisamente bizzarro. Perché non mi risulta che nei festival, nelle consulenze filosofiche, e nelle riunioni indette dai politici, si pratichi intensamente lepistemologia della verità o qualcosa del genere. Invece, la pratica che va per la maggiore mi sembra sia proprio e solo una sorta di ermeneutica del sé. Per restare al caso italiano, leggete i nomi dei protagonisti di caffè filosofici e festival, e non trovate mai o molto raramente filosofi analitici, o comunque epistemologi della verità.
Si dovrebbe dedurre allora che per i bisogni filosofici della contemporaneità occorrerebbero invece dosi massicce di filosofia analitica? Che i filosofi analitici dovrebbero andarsene in giro a educare lumanità? Direi di no, specie se per filosofi analitici si intende quel che normalmente si intende in Italia, ossia una congrega di studiosi del linguaggio o della scienza, super-specializzati, ottimi professionisti, ma del tutto privi di interesse per i destini dellumanità e del mondo.
In realtà, Esposito fa bene a segnalare che esiste un problema, ma non sono sicura che sia quello da lui indicato.
Anzitutto: non mi sembra che alla diffusione della filosofia segua solo un tutto uguale, niente di nuovo. Già soltanto il fatto che si sia identificato come filosofia ciò di cui cè bisogno è a mio avviso un gran risultato, se si pensa che fino a uno o due decenni fa molti si compiacevano di dichiarare, con Richard Rorty, che la filosofia è un pericolo per la democrazia. Oggi per fortuna simili assurdità sono passate di moda, di fronte allevidenza inequivocabile che i pericoli stanno decisamente altrove.
In secondo luogo: forse il problema consiste proprio nella dissociazione astratta tra ermeneutica del sé ed epistemologia della verità, o tra filosofia come pratica di vita e filosofia come sapere logico-deduttivo, lontano dalla realtà della vita, e categorie simili. Perché mai il sapere logico-deduttivo (se esiste come tale) dovrebbe essere nemico della vita? Esposito, come molti altri, e io stessa, coltiva lidea greca di una filosofia che non è solo una disciplina di studio, ma è anche unipotesi antropologica, ossia: un modo in cui gli uomini dovrebbero essere, per essere migliori di quel che sono, per la felicità degli individui e della specie. Ma al centro dellipotesi greca cera precisamente lintellettualismo socratico, ossia appunto lestrema importanza del sapere logico-deduttivo (di cui la dialettica socratica costituiva unestensione), e delle virtù teoretiche. Allora come la mettiamo?
È chiaro che la contrapposizione di cui Esposito si preoccupa è un fatto culturale, e non riguarda la filosofia. Anzi è proprio, a mio avviso, quel dato culturale di cui la filosofia ha sofferto a lungo, dal secondo Ottocento fino agli ultimi decenni del secolo scorso, perché nel momento stesso in cui dico che cè una incompatibilità tra le pratiche di vita e la conoscenza è come se dicessi che la filosofia è insensata. Allepoca di Foucault le contrapposizioni tra vita e teoria, pratica politica e pratica intellettuale, forse avevano ancora un senso. Lidea di sapere oggettivo ereditata dal mainstream del primo Novecento era davvero esigua e problematica. Oggi però il quadro è cambiato, e coltivare londa montante della filosofia servendosi ancora di quel linguaggio e di quei parametri significa appunto affondare nel niente di fatto di cui Esposito si lamenta.
Piuttosto, vale la pena chiedersi: è davvero e sempre filosofia, quella che si spaccia per tale? Forse no. Certo è che assistiamo al dominio per lo più incontrastato, in ambito pubblico, di teorie che non sono affatto filosofiche pur passando nominalmente per tali: una generica sociologia della cultura, unetica sommaria e moralistica, con più punti esclamativi che argomenti, e una formidabile messe di banalità infarcite di Kant e Hegel, e talvolta anche (giusto per dire che non si è solo continentali) Searle e Wittgenstein.
La questione allora è molto semplice, e si può dire in breve: è vero che il mondo ha bisogno di filosofia, ma il punto è che anche la filosofia ha bisogno di filosofia.
Franca DAgostini

Fatti e interpretazioni, o fraintendimenti e falsificazioni?



Vale la pena forse soffermarsi sulla questione dei fatti che non sarebbero fatti bensì interpretazioni, o dei fatti non interpretati che sarebbero i soli fatti disponibili, o addirittura, come si è scritto recentemente, dei due grandi regimi dei fatti, di competenza della scienza, e delle interpretazioni, di competenza delle humanities. Tutte queste tesi si collocano in verità ai confini del bullshit, secondo la fortunata categorizzazione di Harry Frankfurt (On Bullshit, 1988 e 2005). Ma poiché circolano, e ricompaiono con ritmo infallibile e sostenuto, può essere utile qualche chiarimento. (Per avere un quadro rapido di ciò che intendo dire, si può leggere il post scriptum alla fine di questo intervento.)
1. Alle origini: il fraintendimento

Anzitutto, andando allorigine del celebre asserto «non esistono fatti, solo interpretazioni», che chiameremo NF, come dire: no facts, troviamo laforisma 22 di Al di là del bene e del male, dove Nietzsche, consapevole (almeno entro certi termini) delle insidie del linguaggio filosofico lanciato dai greci, dichiara NF, e subito dopo aggiunge: «voi direte: anche questa è uninterpretazione; e io vi risponderò: ebbene, tanto meglio!». Di qui (volendo) lidea che Vattimo e Rovatti interpretarono come «pensiero debole», nella raccolta del 1983 con questo titolo, e che tradotta più semplicemente significa: si tratta non di indebolire la nozione di realtà, o di verità o di conoscenza, ma di indebolire latteggiamento metateorico che abbiamo nei confronti dei nostri asserti circa la realtà, la conoscenza, la verità.
In effetti, anche con la precisazione ironica NF mi sembra discutibile, e ne parlerò più avanti (§ 3). Ma lindebolimento suggerito da Vattimo e Rovatti (non una novità, ovviamente) aveva alcune ragioni contestuali al suo attivo. Una delle ragioni, come ho già suggerito in un mio precedente intervento apparso su MicroMega on line, era un fatto di facilissima interpretazione: la presunta crisi delle cosiddette politiche connected (ossia legate a una visione della realtà e della conoscenza, a una antropologia, a unetica), che si diceva avessero ispirato i totalitarismi novecenteschi, e contro cui si erano scagliati Popper e molti altri autori. In particolare in Italia si assisteva in quegli anni allinizio delle politiche di contrattazione e di compromesso, e reattivamente allesibizione di un pensiero distruttivamente fortissimo (oltre che malamente connesso): quello degli anni di piombo. Lidea del pensiero debole, tradotta nei termini più interessanti, che a quanto mi sembra erano anche nelle intenzioni di Rovatti e Vattimo e di altri partecipanti allimpresa, veniva concepita precisamente allo scopo di intervenire in questo quadro politico-culturale esploso. In un certo senso, si trattava di salvare la filosofia, e la possibilità della filosofia di agire nei contesti pubblici, dando voce a prospettive, come la fenomenologia, lermeneutica, il neostrutturalismo, il nuovo marxismo di Agnès Heller, certe eredità di Heidegger e della scuola di Francoforte, che lallora dichiarata crisi della ragione passava sotto silenzio.
Non dimentichiamo infatti che la «crisi della ragione» a quel tempo in Italia non veniva dichiarata da Vattimo e Rovatti, ma piuttosto da esponenti della filosofia analitica, e del neoilluminismo, come Aldo Gargani e Carlo Augusto Viano, che per lappunto qualche anno prima avevano contribuito a un volume collettaneo edito da Einaudi con questo titolo. In estrema sintesi, il dialogo era: crisi della ragione? no, grazie, piuttosto: pensiero debole.
Che cosa centrano i fatti, e le interpretazioni? In verità (almeno allora, a quanto so) poco, molto poco. Gli autori che intervenirono, da Umberto Eco ad Alessandro Dal Lago e a Gianni Carchia, erano in massima parte formati a un linguaggio filosofico, appunto quello della fenomenologia, dellermeneutica, della Scuola di Francoforte, non metafisico (in uno dei sensi kantiani del termine), ossia ben attento a non avventurarsi in asserzioni considerate «descrittivamente dogmatiche», come NF. Tanto la fenomenologia quanto lermeneutica (che nel 900 fu una sua figlia o sorella minore) erano dichiaratamente ontologie, e in nessuna delle due posizioni c’è una mozione a sfavore (o a favore) della realtà tale da prodursi in asserzioni generalizzanti e auto-contraddittorie del tipo NF.
2. Rortysmo

Come è arrivato allora il bullshit dellasserto nietzscheano (senza la sua precisazione ironica) allinterno del dibattito? Il processo è stato articolato e complesso. Probabilmente ha riguardato anzitutto una specie di ritrarsi del linguaggio filosofico, con la sua chiara consapevolezza metateorica e riflessiva, dal mondo accademico e dalla sfera pubblica (a causa delle sfortune culturali della filosofia, e anche a una sorta di suicidio di tale linguaggio: ma di ciò non vale la pena parlare qui). Ma si può volendo fare il nome di un autore che sicuramente fu in Italia molto considerato: Richard Rorty.
Il rortysmo in Italia stava nascendo proprio negli anni in cui apparve Il pensiero debole. E la posizione di Rorty sembrava piuttosto interessante, non tanto per il suo debolismo (che era in realtà polemica contro la stanca scolastica di una parte della filosofia analitica, e come tale aveva culturalmente una certa importanza) ma perché faceva vedere ai filosofi americani che esisteva un problema: ben noto agli europei, ma passato sotto silenzio nellestablishment accademico di lingua inglese. Si trattava della cesura tra filosofia analitica e filosofia continentale, a cui Rorty dedicava in particolare il saggio conclusivo di Consequences of Pragmatism. La posizione di Rorty costituiva un equivalente in area angloamericana di ciò che erano stati Karl Otto Apel o Ernst Tugendhat in Europa: segnalava il «great divide» tra analitici e continentali, e lo indicava come un problema di urgente e primaria soluzione.
Emergeva però anche una nuova dicotomia, una vera festa per i propagatori di banalità semplicistiche spacciate per filosofia. Fu facile concludere: i fatti stanno dal lato del realismo analitico, mentre le interpretazioni stanno da quello dellanti-realismo continentale. In realtà come ognuno sa non è così: a parte limportanza del tema dellinterpretazione per i filosofi analitici del linguaggio, realisti e antirealisti sono ben distribuiti in tutte e due le tradizioni, e in tutte e due le tradizioni, sulla questione realismo e antirealismo i fraintendimenti, le confusioni che passano per profondità, le precisazioni e i distinguo, le posizioni intermedie e le combinazioni correttive si sprecano. (Lesempio più facile è il compianto Michael Dummett, antirealista ma non certo postmodernista, ma giusto per farsi unidea: dal 1976, data delle lezioni di Putnam a Oxford su What is realism? a oggi, sono stati teorizzati nella filosofia analitica, cito in disordine: realismo minimale, aletico, semantico, epistemico, metafisico, modesto, modale, del senso comune, quasi tutti dotati di correlativo anti-realismo, e di motivazioni e applicazioni diverse.)
Però, proprio in relazione al fatto dellasserto nietzscheano e alla sua errata interpretazione, la questione analitici-continentali aveva una certa importanza, anzitutto a causa di profonde e radicate ragioni di resistenza tra filosofie europee e filosofie angloamericane. In particolare: la sparsa incapacità, da parte di queste ultime, di comprendere le questioni metateoriche, riflessive, di secondo ordine (con il che la postilla autoironica è definitivamente scomparsa); la sparsa incapacità, da parte delle filosofie europee, di ricordare che il padrone del linguaggio non è solo la filosofia ma anche il senso comune. Dico sparsa incapacità per indicare possibili linee di tendenza, sia chiaro, perché tanto nelluna quanto nellaltra tradizione sono sempre esistite persone assolutamente consapevoli e memori delle due circostanze. Ma non era il caso di Rorty, e di tutti coloro che allora lessero la filosofia europea di quegli anni in chiave descrittivo-metafisica (nel senso sopra indicato), adottando la sparsa tendenza al «realismo metodologico» della filosofia di lingua inglese. Il chiarimento divenne peraltro impossibile, a causa dellaltra resistenza, quella della controparte continentale, vale dire: linclinazione alloscurità, il gusto per linnovazione linguistica inutile, e la conseguente incapacità di adattare il proprio linguaggio a una comune umana sensatezza. Le rare occasioni di confronto andarono senzaltro sprecate. 
Ecco dunque lorigine dellerrore. Il problema di fondo, evidentemente, era limpatto di una ricezione superficiale o distratta di testi europei in un contesto linguistico e culturale molto diverso, come era quello americano. (Oggi le cose funzionerebbero diversamente: si conoscono meglio le lingue e tra le parti del mondo non c’è più un gran conflitto di mentalità”.)
Va detto che come interprete e difensore dellermeneutica, del postmodernismo e della filosofia continentale in genere, Rorty ha fatto più danno di qualsiasi loro dichiarato avversario. In Philosophy and the Mirror of Nature, e in altri scritti, la sua immagine dellermeneutica è limmagine di una chiacchiera gentile e inconcludente, una conversazione antifilosofica, e fieramente nemica (non si capisce bene per quali ragioni) dellepistemologia. Daltra parte, la filosofia continentale risulta per lui identificata nel postmodernismo e questo viene caratterizzato come un tipo di relativismo assoluto. Di qui fraintendimenti e confusioni in gran numero. Solo qualche esempio di errori ispirati al clima confuso di quegli anni: Adorno relativista, Deleuze spiritualista (non cito i responsabili di questi ridicoli misfatti, ma potrei farlo).
Non sorprende che, riguardando indietro al disastro da lui creato, nellepoca in cui lermeneutica era ormai in disgrazia, Rorty abbia dichiarato: «vorrei non aver mai parlato di ermeneutica». In effetti poteva risparmiarsi. Ispirati dalle sue parole, un gran numero di commentatori hanno preso a gettare sistematico fango sullermeneutica, sul postmodernismo, sulla filosofia continentale in genere. Fango ahimè schizzato a caso, che non ha colpito chi realmente avrebbe dovuto colpire. 
Non è leale di fronte a disguidi culturali di questo tipo infierire su un solo autore, per di più defunto. Non soltanto: sparare su Rorty è diventato a un certo punto, nella cultura filosofica degli anni novanta, uno sport così ampiamente praticato che ci si sorprende che non sia stato inserito nei giochi di Atene. Eppure, mi dispiace, ma il procedimento di Rorty, con la sua tipica tendenza alla semplificazione brillante, e alla falsa dicotomia, riassume bene gli elementi confondenti che ci hanno portato a trattare così maldestramente la nozione di interpretazione, tradotta in facile burattino, a cui appiccare il fuoco senza sforzarsi più di tanto di vedere che cosa si stava bruciando. Con il risultato questo è il mio giudizio non di buttar via il bambino con lacqua del bagno, bensì, di buttare via il bambino conservando con ogni cura lacqua del bagno.

3. Sbarazzarsi di NF

Ritornando allasserto nietzscheano, la prima precisazione necessaria è che nessuno dei teorici dellermeneutica standard, ossia Hans Georg Gadamer, Paul Ricoeur, Luigi Pareyson, che io sappia, lha mai sostenuto: visto il carattere scarsamente sintattico dellenunciato, dal punto di vista a cui i tre autori erano formati, sarebbe stato assurdo citarlo con approvazione. (Lasciamo da parte per ora il caso di Gianni Vattimo, le cui posizioni da un certo punto in avanti si intrecciano e si confondono con quelle di Rorty, e che ha continuato a polemizzare con chi gli si opponeva, a volte identificandosi senzaltro nel bullshit a cui le sue tesi venivano ridotte.) 
La seconda precisazione è piuttosto ovvia: se si interpreta NF come descrizione effettiva del mondo, e di ciò che esiste, e di quali tipi di cose il mondo è popolato, lasserto è insensato. Lobiezione è fin troppo facile: se per voi non ci sono fatti, solo interpretazioni, perché non vi buttate in un pozzo invece di andare a Megara, come chiedeva Aristotele? Evidentemente, non vi buttate perché sapete benissimo che linterpretazione della realtà in termini di pozzi in cui è meglio non buttarsi è preferibile a quella in termini di pozzi soltanto immaginati o sognati: ed è ovvio che le ragioni per cui la prima è preferibile è che esistono fatti di un certo rilievo che la riguardano. Nel gran clamore suscitato da queste ovvietà, la protesta: daccordo, ma non ci stiamo riferendo ai fatti come i pozzi, o ad altre simili evidenze, ma a fatti oscuri e controversi, suona debole e inutile, ed è rimasta per lo più giustamente inascoltata. In effetti non ho mai capito il cosiddetto antirealismo o scetticismo o relativismo «moderati». Se sono solo i fatti oscuri ad essere interpretazioni, perché scaldarsi tanto?
Daltra parte però (terza precisazione), chi sostiene che i fatti non interpretati sono i soli fatti disponibili si mette in pasticci da cui gli sarà difficile risollevarsi, perché allora dovrà farci capire come mai le 460 e più tracce accusatorie a carico di Raffaele Sollecito e Amanda Knox nel processo di Perugia non sono servite a evitare che luno e laltra fossero assolti, nel processo di secondo grado. È chiaro che con fatti disponibili intende qualcosa di diverso: quei fatti-tracce o prove empiriche non erano propriamente fatti a disposizione dellaccusa, benché fossero stati raccolti a suo vantaggio. Se poi il traccista, per così dire, sostiene che i fatti sono ciò che c’è’, allora siamo daccordo, ma in un senso preliminare di ci sono, ci sono anche le interpretazioni, cosicché il nostro problema non è lesserci dei fatti o delle interpretazioni, ma lesserci degli uni e delle altre Insomma è la vecchia questione della metafisica, che come i metafisici di oggi sanno molto bene non si risolve con categorizzazioni semplicistiche, ma richiede una consapevolezza categoriale raffinata, rispetto alla quale la semplice dicotomia di fatti e interpretazioni, specie se usata in questo modo, risulta ridicola. (Forse un uso più interessante è quello che ne fa per esempio Luigi Pareyson nella sua Estetica, in cui postula un ricorso alternato di fatti e interpretazioni: cosicché il fatto risulterebbe caratterizzato come un interpretabile, e linterpretazione a sua volta come un fatto.)
Il problema comunque, in posizioni di questo tipo, è la sistematica confusione effettuata tra epistemologia e ontologia: la distinzione fatti/interpretazioni è visibilmente epistemica, e non ontologica. Per esempio, il realista ingenuo, che dice: esistono ci sono solo fatti-tracce sta confondendo il ci sono (ontologia) con il vedo-sento (epistemologia), o anche l’‘esiste con il ‘è un dato epistemico. È chiaro, ed è ben noto a tutta la tradizione dellempirismo Kant incluso, che al centro di ogni credenza c’è qualche input sensoriale che lha originata; ma di qui a dire che esistono solo gli input sensoriali ne passa molto, e quel che passa è appunto la confusione tra epistemologia e ontologia (curiosamente, Maurizio Ferraris interpreta la totalizzazione del fatto-traccia come correttivo di tale confusione ma questo è un passaggio le cui ragioni mi sfuggono, e lascerei da parte la questione).
Ora è chiaro anche (precisazione numero 4) che pensare addirittura a una ripartizione enciclopedica sulla base dellasserto nietzscheano, lanciandosi in distinzioni avventurose (che già Dilthey stesso, nel tardo Ottocento, aveva sperimentato) tra scienze fattuali e scienze ermeneutiche, è se possibile ancora più bizzarro. Che cosa dobbiamo dire, per esempio, dellinformatica, o delle scienze cognitive, o della matematica stessa: dove le collochiamo? Tra i fatti? Nel regno delle interpretazioni? Tutta la filosofia enciclopedica della scienza, nel Novecento, ha tentato ricombinazioni varie delle diverse epistemai scientifiche, a volte anche ipotizzando grandi sintesi: per esempio su base matematica (strutturalismo), o sociologica, o biologica, o bio-sociologica (la teoria della complessità). E anche, naturalmente, su base ermeneutica: perché è semplicemente ovvio che tutti sempre e costantemente interpretiamo, anche gli scienziati duri e puri lo fanno, esattamente come tutti e sempre tocchiamo e sentiamo, e urtiamo contro fatti più o meno soffici. Ma queste mosse sono per lo più di scarso utilizzo: prendete un concetto estensibile, come vita, o società, o appunto interpretazione, e non è difficile vedere che potete includerci qualsiasi cosa. E allora? Che vantaggio ne avete?
Daltra parte, se si è minimamente consapevoli della natura della ricerca scientifica, ci si accorge presto che la distinzione tra scienze ermeneutiche e scienze fattuali zoppica, ed è fin troppo facile adottare non soltanto la noiosissima teoria della «terza cultura» (e perché non quarta, o quinta, o infinite culture?), ma anche più raffinate ma altrettanto inutili soluzioni pluralistiche e gradualistiche. Si esclama allora c’è fatto e fatto e c’è interpretazione e interpretazione!; oppure si precisa: ci sono interpretazione e fattualità ovunque, in gradi diversi nei diversi saperi. Ma in ogni caso si perde il senso della distinzione originaria: perché evocarla, se poi si intendeva sbarazzarsene?
Infine (precisazione 5) controlliamo la versione più raffinata della teoria, quella che io suppongo era forse alla base della posizione debolista, e se volete ermeneutico-postmodernista. Si tratta sostanzialmente della tesi fallibilista popperiana, che come tale non è certo una posizione metafisica, ma metodologica,  e volendo ha anche stretti legami (come rilevava Lakatos, contro le aspettative di Popper) con lhegelismo. Essa dice, adattata nei termini di NF: quando lavoriamo, nella scienza, in filosofia, nei dibattiti processuali e nelle discussioni pubbliche, dobbiamo sempre e sistematicamente adottare un principio di rivedibilità dialettica delle nostre posizioni. La questione metafisica dellesistenza o meno di fatti come vedete si allontana, e in qualche misura lo sguardo si allarga: il principio metodologico di fattualità, che dice: andiamo un po a vedere come stanno i fatti, è solo uno dei principi di metodo che guidano le nostre inferenze, spingendoci a credere o a dubitare. Ed è ovviamente solo uno dei principi che secondo lassunto occorrerebbe indebolire.
Ecco allora una ragionevole interpretazione debolista di NF: poiché quando discutiamo sui fatti ciò su cui discutiamo sono le interpretazioni, non possiamo usare la fattualità come principio del tagliar corto, che blocca la discussione. Anche questa tesi però a mio avviso non funziona. Se è assunta (interpretata) in senso fattuale, ovvero: questo è un fatto, rispetto al quale dobbiamo tagliar corto, non è soltanto autocontraddittoria, è anche falsa. Ci sono infiniti casi di fattualità dure e crude, che entrano nelle discussioni e come tali devono parlare. (Tipico argomento, che riferisco con le parole di un giovane medico di Amnesty International: «è semplicemente vero che un mio collega è stato torturato e ucciso, ed è un fatto il fatto che quasi metà dellumanità muore per malnutrizione e povertà».) Se invece è interpretata in senso debole (come si presume volessero i debolisti), è in fondo superflua: non cera bisogno di tale strepito per dire ciò che tutti sappiamo: che a volte i fatti ci urtano, e a volte no.
4. Lagonia del postmodernismo e lintuizione diegomarconi

Tolta di mezzo la fuorviante questione dellaforisma 22, vorrei dire che la colpa più grave del rortysmo (ripeto: categoria vasta, includente un buon numero di operatori culturali, e non tutti di professata fede rortyana) non è stata tanto quella di portare allo sbando una interessante e intelligente tradizione, fornendone unimmagine falsa e superficiale. La colpa più grave a mio avviso fu rendere impossibile la giusta critica delle sciocchezze spacciate sotto la voce «postmodernismo», con ciò bloccando il dibattito in una chiacchiera irrilevante, senza vere accuse né vere difese.
In altri termini, capire che cosa veramente fossero lermeneutica, il debolismo e il postmodernismo non è forse unoperazione particolarmente appealing. Sinceramente, forse non me ne occuperei. Ma il punto è che le versioni impasticciate e fuorvianti delle tre posizioni, fornite tanto da Rorty quanto dai loro critici, hanno reso difficile se non impossibile capire che cosa in esse o in alcune loro versioni fosse sbagliato, con il risultato di prolungarne non la vita, ma lagonia.
Tanto è vero che è ancora contro il postmodernismo, ormai agonizzante da circa due decenni, che muove il dibattito attuale su realismo e antirealismo. Ed è ancora allantico detto nietzscheano che si riferisce per esempio Diego Marconi, in un articolo apparso su Repubblica (dicembre 2011), professando il suo interesse per il «nuovo realismo» lanciato da Ferraris. E Marconi è un solo esempio, ma credo particolarmente buono. Infatti, Marconi conviene di chiamare senzaltro «intuizione ermeneutica» il detto NF. Certo in linea di massima chiunque può decidere di chiamare come vuole quel che vuole, ma è davvero bizzarro chiamare «intuizione ermeneutica» ciò che nessuno dei maggiori teorici dellermeneutica ha mai sostenuto. Forse c’è qualche ragione per stabilire una connessione tra ermeneutica e NF (per esempio: luso idiosincratico rortyano del primo termine). Ma che cosa direbbe Marconi se noi chiamassimo «intuizione diegomarconi», dora in avanti, la tesi secondo cui «ciò che conta nel linguaggio è che certe espressioni linguistiche siano effettivamente usate», che figura a pagina 180 di un suo scritto degli anni ottanta? Non credo che questa tesi gli piaccia del tutto; ma se avessimo fortuna con la nostra convenzione, sulla base dellintuizione diegomarconi potremmo bloccare a priori ogni sua protesta (luso è ciò che conta!).   
In conclusione, credo che il progetto del «nuovo realismo» nel cui nome si presenta la critica di NF, abbia buone ragioni al suo attivo. E che ci siano anche buone ragioni per allargare il dibattito a un pubblico non soltanto filosofico, come sta facendo Ferraris. La prima di queste buone ragioni, come ho cercato di spiegare in Introduzione alla verità (e in altri scritti), è piuttosto semplice, ed è che i nuovi mezzi tecnici di circolazione della verità (delle informazioni vere) e di ricostruzione della realtà (come ciò che rende vero o falso quel che diciamo) non risolvono certo le nostre perplessità epistemologiche, ma ci mettono di fronte a un diverso rapporto con i concetti di realtà e verità. Diverso non tanto rispetto ai greci, che li inventarono, ma piuttosto rispetto al tardo Ottocento, lepoca del «nichilismo europeo», in cui Nietzsche dichiarava appunto NF. È importante che la filosofia interpreti questo cambiamento, e renda note le sue interpretazioni di questi fatti.
Tralascio qui di precisare i dettagli di tutto ciò, e di come la filosofia contemporanea sta rispondendo a queste esigenze. Ma si capisce che a mio avviso lo «spettro» di cui parla Ferraris (lo spettro del nuovo realismo), se vedo bene ciò che intende, è tuttaltro che spettrale, e ha una solida realtà e consistenza: nella pratica politica, in quella scientifica e filosofica, e nel parlare e pensare comune. Le buone ragioni del progetto però sono come soffocate da tre inclinazioni metodologiche, che ho ascritto a un impianto di pensiero genericamente rortyano (ma ripeto: Rorty non è stato lunico e il solo responsabile qui ho fatto valere lintuizione diegomarconi un po slealmente). La prima è la tendenza al parassitismo critico, cioè a caratterizzarsi per contrapposizione a qualcosa (nello specifico al vecchio postmodernismo, di cui nessuno in fondo ha più paura: o forse sì?). La seconda è la tendenza a confondere tesi metodologiche (o metateoriche) e tesi metafisiche, di cui ho detto. La terza (conseguenza naturale della prima) è la tendenza a costruirsi strawmen, ossia versioni stupide e semplificanti delle tesi che si intende discutere. Curiosamente, queste tre tendenze sono anche ciò che ha caratterizzato a mio avviso le versioni più superficiali e fastidiose di postmodernismo e debolismo (la critica del «logocentrismo» che non si sa bene neppure che cosa sia, la trasformazione di Aristotele in una specie di ragioniere, e della metafisica in una bizzarra impresa creatrice di violenza e sventura). Inoltre, a ben guardare si tratta di fallacie ermeneutiche, ossia di interpretazione: e proprio la tradizione ermeneutica ha chiarito molto bene i rischi connessi a queste procedure (vedendoli come deviazioni ed errori dellexplicatio). Forse prima di liquidare l’«intuizione ermeneutica», costruita e resa credibile sulla base dellintuizione diegomarconi, bisognava studiare un po di ermeneutica
Un sospetto: non sarà che questa ostinazione a soffermarsi sullagonia del postmodernismo e del pensiero debole, e della filosofia continentale  in genere, corrisponde al disperato tentativo di far sopravvivere, nonostante tutto, un linguaggio o uno stile filosofico ormai morto e finito? Forse, nessuna delle filosofie precedenti è davvero finita, ma certo c’è un modo di fare filosofia (per semplificazioni, false dicotomie e uomini di paglia) che non ha più alcuna utilità pratica, e che però continua a occupare le nostre chiacchiere; dico: di noi della nostra generazione. Non sarà che, invece di insegnare ai più giovani la fine di questa o quella teoria del passato, aumentando colpevolmente il rumore che ci affligge, dovremmo seriamente ricominciare a imparare?

Franca DAgostini

Post-scriptum

Poiché so che le tre tendenze sono ancora molto attive nel mainstream filosofico italiano, è meglio precisare i punti essenziali: 1. la tesi NF = «non ci sono fatti, solo interpretazioni», (af. 22 di Al di là del bene e del male) non mi sembra sia stata la tesi caratterizzante né dellermeneutica, né del postmodernismo, né del pensiero debole, e per di più: è stata sostenuta da Nietzsche come un paradosso, accompagnata dalla sua correzione autoironica («e anche questa è uninterpretazione»); 2. se assunta con la sua correzione, NF può valere come tesi metodologica e non metafisica, e rientra nel quadro delle proposte di indebolimento metateorico, caratteristiche del secondo Novecento (es. il fallibilismo di Popper e di altri); 3. anche interpretata come tesi metodologica, NF è discutibile: se intesa in senso moderato è irrilevante, e se intesa in senso assoluto oltre che autocontraddittoria è falsa (esistono verità e fattualità non rivedibili); 4. la tendenza a scambiare tesi metodologiche per tesi metafisiche, sparsamente diffusa nella filosofia analitica, ha portato alcuni a fraintendere il significato delle filosofie europee del secondo Novecento, e a interpretarle come forme di assurdo antirealismo, ben esemplificato da NF (senza correzione autoironica); 5. ciò ha determinato una situazione di confusione sistematica, tale per cui non si è avuta né una buona accusa, né una buona difesa delle filosofie continentali di cui sopra, e si è dato ampio spazio alle loro versioni più superficiali e fuorvianti; 6. lesito di tutto ciò è la lunga agonia del postmodernismo: nome generico per indicare la filosofia continentale, e ormai in declino da una ventina danni, ma che ancora vale come unico termine di riferimento polemico; 7. un sospetto: questa insistenza critica sulle filosofie degli anni ottanta forse non serve a protrarre la vita di quelle filosofie (che probabilmente non erano sempre e del tutto disprezzabili), ma a prolungare artificialmente lo spazio riservato a un modo di fare filosofia, tipico della mia generazione, che a mio avviso è ormai morto e finito.