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25 maggio 2020

SULLA NATURA UMANA e SU 7 REGOLE PER UNA FILOSOFIA qualitativamente COMPLETA



                                               



Se siamo filosofi e intendiamo mettere al centro del nostro interesse il tema della “natura umana”, inteso nella sua portata sia teoretica (orientati quindi alla verità) sia pratica (orientati quindi al bene), abbiamo innanzitutto da fare i conti con la nostra tradizione, con la tradizione propriamente filosofica.
Ma abbiamo anche da fare i conti con la scienza:

Nel caso che sia sfuggito a qualcuno, la nascita di una scienza della natura umana empiricamente affidabile rappresenta la grande rivoluzione scientifica della seconda metà del XX secolo. Lo sviluppo delle scienze cognitive (psicologia e neuropsicologia cognitiva, intelligenza artificiale, linguistica, antropologia e scienza sociale cognitiva) e delle neuroscienze, insieme ai progressi di genetica e biologia, a cui si aggiungono nuove discipline di confine, come la psicologia evoluzionistica, hanno radicalmente mutato il quadro complessivo in cui interrogarsi sulla “natura umana”.

Michele Di Francesco, Neurofilosofia, naturalismo e statuto dei giudizi morali, in «Etica & Politica», IX, 2007, 2, pp. 126-143, nota 2 di p. 127

Ma abbiamo anche da fare i conti con l’arte.
Questa ultima idea mi arriva dopo aver visto La ballata di Buster Scruggs, notevolissimo film dei fratelli Coen, che è una specie di piccolo “trattato” sulla natura umana e sulla morte, sul tema della imprevedibilità, sul caso e sulla precarietà della condizione umana. Nell’arte troviamo una miniera di idee, di pensieri, sulla natura umana, che sarebbe un vero peccato non considerare. Quante cose sulla natura umana, per esempio, possiamo imparare leggendo I miserabili? Quante leggendo la Recherche? Ma  è chiaro che qui l’elenco potrebbe continuare per parecchio…

Questo non per dire che il compito si fa ancora più vasto, e quindi impossibile da realizzare. Sarebbe così se si avesse la pretesa della completezza nel virtuale dialogo con le fonti.
Ma l’idea è che sulle questioni filosofiche, e su quella della natura umana in particolare (che le contiene quasi tutte: il problema della mente, il problema del libero arbitrio, il problema morale, il problema politico… in pratica anche il problema di una interpretazione della natura… o possiamo più semplicemente dire che tutti i problemi filosofici sono collegati fra di loro!?) :

1) la filosofia ormai (già da un pezzo) non può bastare a sé stessa, perché

2) deve tenere conto dei risultati delle scienze, se non vuole condannarsi all’irrilevanza, ma

3) non deve appiattirsi solo sulle scienze, perché le questioni non sono puramente conoscitive, ma sono anche interpretative e pratiche. Quindi deve valorizzare il proprio punto di vista, filosofico, nella ricezione e nel dialogo con le scienze, ma

4) deve (o meglio, può) anche attingere dalle arti

5) senza pretesa di completezza quantitativa, ma aspirando a una completezza qualitativa.

Spiego meglio il punto 5. Così come verso le scienze c’è un compito, per la filosofia, che è quello di “tradurre” dai linguaggi specialistici, di mettere in comunicazione le diverse specializzazioni scientifiche e soprattutto mettere in rapporto la prospettiva scientifica con quella del “mondo della vita” nel senso husserliano, o più semplicemente col senso comune, così verso le arti c’è il compito, per la filosofia, di tenere conto della grande ricchezza interpretativa, riflessiva, orientativa, ma anche conoscitiva, che esse producono sul tema della natura umana e della vita in generale (quindi anche ovviamente sui temi della morte, del male eccetera). Ma senza pretendere di dover leggere tutta la letteratura o conoscere tutta la storia dell’arte eccetera, bastano alcuni grandi classici della letteratura, della pittura, della musica, ma “tradotti” o comunque considerati in rapporto alla filosofia e in rapporto alle scienze, perché

6) la filosofia è l’arte del dialogo, ormai solo o quasi solo virtuale (cioè non in presenza fisica e diretta), ma attraverso il far proprio, nel proprio pensiero, quello degli altri, delle altre discipline e delle altre forme culturali,

7) guardando sempre a quello che succede nel corso del tempo e in altri luoghi rispetto a quello in cui ha origine (per esempio adesso, ovviamente, guardando agli effetti della pandemia…)

14 novembre 2018

Gert van Hoef

Scopro questo organista olandese, ora ventiquattrenne, attraverso YouTube. Per chi volesse saperne di più, c'è un sito a lui dedicato, dove si trovano tutte le informazioni biografiche e sulla sua produzione, e ci sono anche molti video.






4 aprile 2016

Salvare la Filosofia, salendo nel Castello in Aria...





"Una volta, tanto tempo fa, questo paese era una solitudine arida e spaventosa (...) Creature maligne vagavano a loro piacere per le campagne e scendevano fino al mare. Il nome del paese era Terra del Nulla.
Poi, un giorno, una piccola nave apparve sul Mare della Conoscenza. Aveva a bordo un giovane principe che cercava il futuro. In nome della bontà e della verità egli rivendicò l'intero paese (...) I demoni, i mostri e i giganti andarono su tutte le furie a causa di tanta presunzione e si unirono per scacciarlo. La battaglia che ne seguì fece tremare la terra, e quando si concluse la sola cosa che rimanesse al principe era un piccolo lembo di terra in riva al mare. - Fonderò qui la mia città - egli dichiarò, e così fece. (...) Ben presto non fu più semplicemente una città; diventò un regno ed ebbe il nome di regno della Saggezza. (...) Il re si ammogliò e, dopo non molto tempo, ebbe due bei figli (...) L'uno si recò a sud, fino ai Contrafforti della Confusione, e costruì Dizionopoli, la città delle parole; e l'altro si recò al nord, fino ai Monti dell'Ignoranza, e costruì Digitopoli, la città dei numeri. Entrambi i centri fiorirono moltissimo, e i demoni furono scacciati ancora più indietro. (...)
Ognuno cercava di superare l'altro, ed entrambi si impegnavano tanto e con tanto diligenza che di lì a non molto le loro città rivaleggiavano persino con Saggezza in vastità e grandiosità.
- Le parole sono più importanti della saggezza - disse uno dei due in privato.
- I numeri contano più della saggezza - pensò l'altro tra sé e sé.
E finirono con l'odiarsi a vicenda sempre più.
L'anziano re, però, che non sapeva niente dell'animosità dei suoi figli, era molto felice (...) Il suo solo dispiacere era di non aver mai avuto una figlia (...) Un giorno, mentre passeggiava tranquillo nei giardini, scoprì due minuscole creature che erano state abbandonate in una cesta sotto il pergolato dell'uva. Erano bellissime bambine dai capelli d'oro. (...)
- Chiameremo questa Rima e quest'altra Ragione - disse, e così le due bambine divennero la Principessa della Dolce Rima e la principessa della Pura Ragione e crebbero a palazzo.
Quando il vecchio re in ultimo morì, il regno venne diviso tra i suoi figli. (...)
Tutti amavano le principesse a causa della loro grande bellezza, dei modi affabili, e della capacità di appianare ogni controversia equamente e ragionevolmente. (...)
Man mano che gli anni passavano, i due fratelli si allontanarono sempre più uno dall'altro e i loro regni separati si fecero sempre più ricchi e più grandi. Le dispute che li dividevano divennero sempre più difficili a conciliarsi. (...) Discussero e disputarono e declamarono e si infuriarono finché non furono sul punto di venire alle mani, dopodiché si decise di sottoporre la questione all'arbitrato delle principesse.
- Parole e numeri hanno un ugual valore perché, nel mantello della conoscenza, le une sono l'ordito e gli altri la trama. (...)
Tutti furono soddisfatti del verdetto. Tutti, cioè, tranne i due fratelli, fuori di sé per l'ira. (...)
E così le due principesse furono condotte via da palazzo e mandate lontano nel Castello in Aria, e da allora nessuno le ha più viste. Ecco perché oggi, in tutto questo paese, non esistono né Rima né Ragione. (...) l'antica città di Saggezza è caduta in grande abbandono (...)
- Forse possiamo salvarle [le principesse] - disse Milo."

Questa storia è contenuta nel libro Il casello magico di Norton Juster, che lessi da bambino e che mi colpì profondamente.
C'è qualcosa che ancora mi fa molto pensare, in questa storia: ricorda la storia della crisi della filosofia, del nichilismo e della frattura fra Analitici e Continentali. Questo esilio forzato di Rima e Ragione, costrette nel Castello in Aria... e tutte le peripezie di Milo per liberarle, salendo infine nel Castello in Aria...
Occorre salire nel castello della metafisica, per recuperare e salvare Rima e Ragione (il Bene e la Verità, o anche l'Etica e la Logica...). Occorre riappropriarsi della Filosofia nella sua vocazione più profonda, quella di tenere insieme la conoscenza vera e l'agire morale, una sintesi dei saperi e una visione orientativa, scienza e arte-religione, teoria e prassi...

6 ottobre 2015

Arte o scienza? La filosofia sta nel mezzo. 3








Non credete ci sia una differenza essenziale tra scienza e arte? Intendo: sulla questione della verità. 
“Ricerca della verità” può avere un senso anche in arte? 
Non riesco a pensare che la verità sia una (una sola, come sostiene Franca D'Agostini, per esempio in Introduzione alla verità) anche nell’esperienza artistica. L’artista opera scelte, decisioni, su come utilizzare il materiale...

Nella filosofia la questione la riformulo così: il fatto che ci siano (stati) sistemi contemporanei e incompatibili fra loro (prendiamo ad esempio Spinoza e Locke, perfettamente contemporanei) è qualcosa di inaccettabile, “scandaloso” come pensava Kant, o è dovuto alla natura stessa dei problemi filosofici, che non sono uguali ai problemi scientifici? (quindi è almeno in parte accettabile: questo sostengo io).
Oppure, semplicemente, volendo tenere ferma la tesi sull'unicità della verità anche in filosofia, si può dire che alcune tesi di Spinoza sono vere, altre sono false; stessa cosa vale per Locke; e poi a questo si aggiungono, fra  i due, grosse differenze di modo, tono, stile, linguaggio.

3 ottobre 2015

Arte o scienza? La filosofia sta nel mezzo. 2








C’è un lato creativo e di invenzione (quello che Popper chiama “il contesto della scoperta”) anche nella scienza migliore, nel “buon lavoro scientifico”. Questo è quello che io chiamerei il lato “artistico” della scienza. Sono i momenti in cui uno scienziato modifica il quadro di riferimento (come ha fatto Einstein con spazio e tempo…) o trova una sintesi nuova per pezzi di conoscenze che prima esistevano isolatamente (come Newton con la legge di gravitazione).
    Quando ho scritto (nel post precedente) che la scienza aspira solo all’oggettività intendevo che nella scienza l’intersoggettività dei risultati, delle teorie, delle tesi, è irrinunciabile: uno scienziato non può dire mai “questo è il mio modo di vedere le cose”. Un artista sì, anzi deve precisare sempre più e ampliare sempre più il proprio stile, il proprio modo particolare di osservare e creare oggetti e mondi.     
    Un filosofo sta, secondo me, a metà strada perché vuol capire come stanno le cose (oggettività) ma su questioni-limite, e allora diventa rilevante il modo di pensare che ha. Possono esserci modi diversi di pensare, che hanno a che fare con le personalità dei pensatori, con le loro personali esperienze.
    La logica (nel senso del saper trarre conclusioni da premesse) è la stessa per tutti, ma lo “stile di pensiero” può variare. Intendo: come affrontare i problemi, quali concetti fondamentali considerare più importanti, di quali problemi ci si innamora e quali invece si trascurano… sono scelte individuali dei singoli filosofi che poi determinano sistemi filosofici diversi: la filosofia di Kant è diversa da quella di Hegel, ma sono entrambe buona filosofia: come lo si spiega, se la filosofia fosse solo scienza? Non credo si possa dire che sono diverse solo perché appartengono a momenti diversi della storia della filosofia. Spinoza e Locke sono nati entrambi nel 1632 ma le loro filosofie, sicuramente vere filosofie, sono diversissime tra loro.
    Il fatto che la filosofia vada studiata, insegnata, imparata, non toglie che possa essere considerata mezza arte (oltre che mezza scienza): anche l’arte si impara e si studia e richiede ricerca, ma ricerca interiore più che verso il mondo. Un artista deve conoscere la storia dell’arte e deve imparare le tecniche (per esempio un musicista che vuole comporre studia armonia ecc.).
    L’artista ricerca la propria verità (il proprio modo di rapportarsi col mondo… Klee diceva che l’arte rende visibile ciò che non lo è), lo scienziato ricerca la verità sul mondo visibile, il filosofo cerca la verità su ambiti intermedi tra il visibile e l'invisibile (il possibile, il buono, il totale ...) quindi mette in gioco anche parti della sua soggettività.

Riporto qui un commento di Alfio Bonanno che mi sembra molto acuto e su cui occorre riflettere:

Alfio Bonanno E' un tema complesso. Il flauto magico o lo scriveva Mozart, o nessun altro. Invece la teoria della Relativita' o la formulava Einstein, o qualcun altro, era solo questione di tempo. In pratica l'atto creativo nella scienza e' definito ab initio. Nell'arte e' completamente "libero".



1 ottobre 2015

Arte o scienza? La filosofia sta nel mezzo.







Arte o scienza? La filosofia è per chi vuole stare nel mezzo, o potremmo anche dire: è per chi vuole tutto, per chi non si sente né veramente artista né veramente scienziato ma sente di avere caratteristiche sia dell'uno sia dell'altro.
   Nel campo dell'arte prioritario è produrre (scrivere, disegnare, dipingere, scolpire, comporre...), creare cose e creando esprimere se stessi, mostrare agli altri il proprio modo di guardare il mondo, il proprio modo di rapportarsi con la realtà. Il soggetto, il Sé, l'Io, il proprio qui e ora e il fare creativo sono prioritari nella posizione esistenziale dell'artista.
   Nel campo della scienza, invece, prioritario è studiare, informarsi, e anche osservare direttamente (facendo esperimenti) le cose o le persone (dopo avere studiato cosa gli altri prima di noi hanno già osservato e scoperto) e infine dare il proprio contributo a migliorare il quadro complessivo delle conoscenze, a volte anche ristrutturando il quadro stesso, modificando la cornice o cambiando completamente quadro. L'oggetto, la realtà, il mondo (normalmente parti, settori, della realtà) sono al centro dell'attenzione dello scienziato, mentre l'aspetto della scrittura, della produzione, è secondario ed è uno strumento per comunicare agli altri ciò che si è scoperto, non uno strumento per esplorare se stessi (come nell'arte; o meglio il proprio modo di relazionarsi al mondo).
   Cosa è prioritario nella filosofia? Produrre (scrivendo)? Non direi. Studiare, informarsi, sperimentare? Studiare e informarsi sono sicuramente importanti, basilari nella fase formativa, ma non direi che siano prioritari nel filosofo già formato. Forse si potrebbe azzardare che innanzitutto il filosofo aspira a non fare nulla.
      Non fare nulla non nel senso di riposare e basta; non fare nulla nel senso di dare spazio all'attività che è prioritaria e tipica del filosofo: il pensare. 
    Pensare che può innescarsi a partire da qualsiasi cosa: un'osservazione, qualcosa che abbiamo studiato, qualcosa che sentiamo dentro (un'inquietudine personale, una sensazione di disagio o preoccupazione per come vanno le cose dell'umanità, o viceversa una sensazione di profonda gioia rispetto alla condizione di essere vivi sulla Terra...). 
     Lo studio, per il filosofo, è sempre anche creativo. Esempio: studio Aristotele o studio Spinoza, ma mentre leggo i loro testi mi annoto tutte le riflessioni che la lettura mi suscita; studiando mi pongo continuamente domande, dubbi; se potessi dialogare con loro sarebbe una discussione continua ("perché dici questo? Sei proprio sicuro che le cose stiano così? Non hai pensato che si potrebbero considerare anche da quest'altro punto di vista? Non ti sembra che prima di pensare a questo sia necessario chiarire quest'altro?" e così via). Lo studio è riflessivo e creativo. Quindi si studia scrivendo, e viceversa si scrive studiando. Queste due espressioni ("studiare scrivendo", "scrivere studiando") stanno a indicare la via di mezzo di cui parlavo all'inizio: filosofare è un'attività a metà strada tra l'atto creativo e l'atto ricettivo-conoscitivo. Scoprire l'oggetto, scoprire come è fatta la realtà, non esclude - per il filosofo - anche il tenere conto della propria esperienza personale e del proprio personale modo di essere, pensare, rapportarsi alle cose, giudicarle, valutarle, considerarle nell'insieme. 
    Questo spazio aperto al lato soggettivo, ad un pensare creativo che può coinvolgere anche l'immaginazione (gli esperimenti mentali, l'esplorazione delle possibilità), l'utilizzo della propria personale sensibilità, intesa come modo di sentire le cose e le persone, ascoltando anche le emozioni e il corpo, è proprio della filosofia perché la filosofia si muove su territori di confine: confine fra i settori specializzati delle conoscenze scientifiche, confine delle conoscenze finora raggiunte, confine fra ciò che è e ciò che potrebbe essere (in meglio, in peggio), confine tra passato e presente, confine tra presente e futuro, confini ultimi della realtà, del mondo, aspirazione a contemplare la realtà nel suo insieme, nella globalità, nella totalità. Là dove uno sguardo (scientifico) che aspira solo all'oggettività non può arrivare, serve uno sguardo che insieme all'oggettività utilizzi anche la soggettività, l'intuizione, la fantasia, perché solo questi strumenti possono farci fare un salto qualitativo e andare a vedere dentro i confini, oltre i confini. Certo, magari sbagliando, brancolando, lanciando ipotesi teoriche che poi verranno smentite, criticate, superate. Ma il gioco del continuo dialogo, della ricerca sempre aperta, della revisione critica della posizioni dogmatiche è il bello della filosofia.




9 luglio 2014

Animali mutanti e Frattali. Mostra virtuale di alcune opere di Alberto Grein




Alberto Grein, nato a Milano nel 1961, che in questo video potete vedere al lavoro, è insieme artista e artigiano, sensibile a molteplici influssi sia scientifici (biologia, matematica, antropologia, psicoanalisi, filosofia...) sia artistici (Arcimboldo, Bosch, Brueghel, il surrealismo, il dadaismo, l'arte psichedelica, la musica, la letteratura fantastica...). In questa piccola mostra virtuale si può apprezzare il valore del suo lavoro, che riesce a coniugare la dimensione simbolica e onirica con il piacere di oggetti di arredamento (ma anche gioielli e accessori) unici e assolutamente originali.




Zanz Queen





FormiKant 2
(formica analogico-virtual-reale, dotata di eccezionale QI)






Lombribellula






Po'stRana






Po'stRanina




Frattale 'Square'




Frattale 'Spy'




Spiega Alberto: 

«Tutti gli  'insetti' sono illuminati con strisce di LED applicate sotto il corpo, la Po'stRanina non è illuminata, e la Po'stRana ha una lampadina LED all'interno.
I frattali sono illuminati con lampadine LED nel vano laterale della cornice in rame.

Gli animali sono realizzati con vetri in gran parte di recupero (frammenti e scarti dalle vetrerie di Murano, recuperati dalle spiaggette adiacenti le fabbriche e perciò 'lavorati' dal mare; vetri industriali, stampati ecc. recuperati da porte, infissi, ecc.; ritagli di vetri piani colorati da vetrata, in genere avanzi dalla mia produzione di vetrate artistiche.
I Frattali sono realizzati con vetri piani colorati da vetrata, legati a stagno. Lo 'Spy' contiene due pezzi di vetro incolore placcato di  vetro rosso, con la placcatura rossa incisa a mano (trapanino elettrico con punta diamantata) ad ottenere il disegno a spirale.

Gli animali mutanti nascono in genere da un'abbozzo di idea sulla 'natura', forma e dimensione del soggetto, che però si modifica durante il processo di lavorazione e di assemblaggio dei pezzi. Mi lascio guidare dalle forme e dai colori dei pezzi che ho disposto previamente sul tavolo da lavoro, e l'intero processo è un 'work in progress' alimentato da una specie di 'automatismo psichico'...
... Per quanto riguarda i Frattali, si tratta una 'scoperta' (anche se in realtà ne conoscevo l'esistenza già da tempo) che feci una decina d'anni fa, quando decisi di addentrarmi un po' di più in quel mondo di disegni, pattern e strutture autosimili ed autoreplicanti, che ritengo essere una vera e propria rivoluzione nella scienza e nel sapere umano in generale, perché lì si fondono il rigore e la precisione della matematica con l'infinita varietà dei fenomeni naturali, riuscendo a spiegare una gran quantità di questi con procedimenti logici 'non lineari'...inoltre i frattali, nella loro bellezza barocca ed iterativa sono già di per loro un'incredibile stimolo per l'arte e l'immaginazione.»

4 gennaio 2012

iPad: le mie (iniziali) esperienze

Ho deciso di comprare un iPad2 da circa un mese e mezzo.
Perché l'ho fatto?
Vero motivo: sono rimasto affascinato dalla pubblicità vista in tv, e ancora più affascinato quando l'ho provato alla Fnac.
Devo confessare che da quando lo possiedo è iniziata una sorta di innamoramento per questo oggetto, che ha per me qualcosa di magico.
Cerco adesso di razionalizzare, di capire in cosa consiste questo fascino.
Ha quasi le stesse potenzialità di un pc portatile ma molta meno memoria, e, altra cosa in meno, non si possono scaricare programmi da internet. In compenso però si possono scaricare innumerevoli "app", cioè applicazioncine che servono a fare un po' di tutto, "mimando" quello che può fare un pc, ma anche altre cose, concepite appositamente per l'iPad.
Il fascino e la specificità dell'iPad, a mio avviso, risiedono nella sua grande maneggevolezza, trasportabilità e autonomia (batteria che dura come quella di un cellulare, quindi rende l'oggetto veramente autonomo dall'alimentazione a corrente: lo puoi usare un po' dovunque, per esempio io lo sto usando molto a letto, la sera prima di addormentarsi o sul divano, in poltrona...) e nelle potenzialità dello schermo " toccabile": la tastiera non esiste, o meglio compare una tastiera virtuale quando occorre, e scompare quando non serve, e il contatto diretto con lo schermo, per scrivere, disegnare o per giocare, è molto più bello che non l'uso del mouse.
Sì, ma cosa ci fai?
Posso dire quello che ci sto facendo io da quando ce l'ho.
Innanzitutto navigare in rete in totale libertà (unico vero problema: il costo della connessione 3G, certamente troppo elevato e troppo vincolato, o dalla durata o dalla quantità di byte scaricati - parlo per esperienza con Tim, ma credo che la situazione sia analoga con altri gestori...).
Leggere il quotidiano, abbonandosi alla versione digitale. Adesso poi la Repubblica fa un'edizione serale concepita apposta per essere fruita sull'iPad.
Prendere appunti di qualsiasi tipo, scrivendo su tastiera, scrivendo a mano (ma bisogna comprarsi una penna speciale: una biro con il cappuccio non agisce sullo schermo), disegnando (vedi la app NOTE e PENULTIMATE).
Avere un'agenda elettronica sempre pronta e precisissima
Avere una rubrica di CONTATTI espandibile all'infinito, su cui segnare non solo i nomi e i numeri di telefono, ma anche gli indirizzi mail, collegata con la propria posta elettronica.
Poter scrivere e archiviare documenti come sul pc (app PAGES).
Avere un navigatore sempre a portata di mano (app MAPPE)
Avere un archivio di immagini (foto fatte con l'iPad stesso o immagini create con i programmi che l'iPad supporta, o immagini scaricate dal web) sempre a disposizione, da poter mostrare agli amici come sfogliando un album.
Avere la propria musica preferita a disposizione.
Disegnare/pitturare: iPad è particolarmente stimolante per chi ha questa passione. App come TAVOLOZZA o ARTSTUDIO forniscono versioni semplificate di programmi tipo Photoshop, sfruttando l'immediatezza del segno tracciato direttamente con il dito. I colori sono particolarmente brillanti, luminosi... A me ha fatto tornare la voglia di disegnare, che giaceva sopita nel mio inconscio da molto tempo.
(ho appena scoperto che David Hockney apprezza molto usare l'iPad... Vedi David Hockney's iPad art)
Giocare. Sono innumerevoli i giochi che si possono avere sull'iPad, ma fra i tanti voglio segnalare quello che per ora è il mio preferito, e che è molto legato alla natura del mezzo stesso per il quale è stato concepito. Si tratta di LINE ART, un gioco che definirei di "intrattenimento estetico". Lo schermo si popola di infiniti corpuscoli luminosi che reagiscono al tocco delle dita secondo leggi misteriose (attrazione/repulsione fra il magnetico, il gravitazionale, il biologico) formando figure geometriche o caotiche. Riproduco qui sotto qualche esempio (mentre si gioca è possibile scattare delle foto di quello che si sta creando, quasi come si fosse un dio che mentre plasma la materia volesse documentare la propria opera...).
Altro uso, che ho appena iniziato a scoprire, è quello di usare iPad come lettore per ebook (app IBOOKS): bella la funzione di poter evidenziare e scrivere le proprie annotazioni al testo che si sta leggendo.





Ecco qualche immagine creata da Hockney con l'iPad:






















11 dicembre 2011

La filosofia in Jovanotti. Riflessioni filosofiche sull'album ORA. Prima puntata






Credo che l'ultimo album di Jovanotti sia ricchissimo di occasioni di riflessione per chi, come me, crede che la filosofia possa trovarsi anche fuori dalle università, fuori dai convegni per addetti ai lavori, anche in molti luoghi che non sono quelli creati da chi sceglie di fare della filosofia la propria scelta professionale (per approfondire questo tema della filosofia dei non filosofi rimando al bel libro recente di Roberto Casati Prima lezione di filosofia, Laterza 2011).

Che l'arte, in particolare, fornisca abbondante materiale su cui chi ha interessi filosofici può applicarsi con profitto non sono certo il primo a dirlo. Ricordo solo, a questo proposito, una frase che mi accompagna costantemente da quando l'ho letta, di Giovanni Piana: "Le opere dell'immaginazione ci danno da pensare" (in Elementi di una dottrina dell'esperienza).
In questo blog ho già provato a fare qualcosa di simile a quello che mi accingo a fare ora, e il risultato lo trovate in Jovanotti: non m'annoio e penso positivo.

Ascoltando l'ultimo album di Jovanotti (segnalo che è possibile scaricarlo, su iTunes, al costo di 10, 99 euro, circa un terzo di quello che costa il cd, e i testi sono reperibili in internet, ad esempio su tuttotesti), inizialmente mi aveva un po' respinto l'aspetto più "chiassoso" rispetto alle mie aspettative, proprio parlando della prima canzone, Megamix. Poi quasi subito, però, mi sono accorto della profondità e della complessità che Lorenzo è riuscito a creare, e ho capito che la forma  musicale in cui esprime i propri testi è in realtà coerente con il contenuto.

In Megamix, infatti, la musica trasmette subito grande energia, e questo è certamente un tema-chiave per entrare nel cuore della filosofia complessiva di questo autore. Va detto subito che Jovanotti stesso ha riflettuto sulla portata filosofica della sua musica e ha concentrato i risultati di questi pensieri nella conferenza L'ottimismo come forma di lotta,  nell'ambito delle conferenze TED, che consigliamo vivamente anche come introduzione a quanto segue.
Se "è questa la vita che sognavo da bambino", ciò significa che la vita non delude, la vita promette vitalità e mantiene la sua promessa. Certamente vitalità non significa solo cose buone, e infatti già nelle prime frasi troviamo due coppie antitetiche che stanno a simboleggiare i due lati, positivo/negativo, della vita: topolino/apocalisse e hello kitty/tarantino. Se Topolino e Hello Kitty sono due personaggi teneri, cari ai bambini, e incarnano valori di sicurezza, comodità, ordine (Topolino è anche tenace, intelligente, laborioso... Non conosco abbastanza Hello Kitty per poter dire qualcosa di più sul suo carattere...), certamente i film di Tarantino non sono rassicuranti, e associato al concetto di apocalisse direi che qui Jovanotti condensa il lato negativo della vita nel suo essere costantemente esposta al tracollo, alla violenza, alla fine certa ma imprevedibile nel suo quando e nel suo come.
Questa doppia valenza della vita è ribadita poi nel seguito, dove troviamo la ripresa del titolo, Megamix, e un richiamo a "la x e la y, la y e la x": la vita  è una sorta di grande mix, mescolanza, di bene e male, di sicurezza e insicurezza (la vita  è in grado di riparare e riprodurre se stessa, ma contiene anche in se elementi di grande vulnerabilità, la morte degli individui in primo luogo, ma anche le malattie, gli incidenti, le catastrofi ambientali...). X e Y io li interpreto come un'allusione ai due assi cartesiani, che, appunto, si incrociano e orientano lo spazio. Sono due coordinate, ma non collocate in una antitesi irresolubile, non sono i due corni di un'antinomia, ma le due direzioni in cui è organizzato lo spazio, che hanno oltretutto un punto in comune, lo zero.
Di fronte a questa situazione di teso equilibrio fra cose buone e cose cattive irrompe l'"ottimismo" di Lorenzo, nel senso che la canzone è poi piena di frasi che testimoniano la vitalità della vita nel suo aspetto più creativo, di instancabile curiosità e lavoro.
Così infatti interpreto le frasi come "hai le vene e dentro alle vene che cosa c'è": l'uomo non si accontenta di avere un corpo che funziona perfettamente, ma vuole anche sapere come fa a funzionare così bene. Questa è l'infinita sete di conoscenza che caratterizza la specie umana e si manifesta già precocemente con la cosiddetta fase del perché che tutti i bambini hanno.
Ma anche frasi come 

Datemi una notte inventerò una lampadina
Datemi una stella e io mi stendo sulla schiena

stanno a indicare la incredibile capacità umana di reagire all'esistente con pari energia, procurandosi ciò di cui ha bisogno, andando oltre ai bisogni puramente di sussistenza e coltivando la propria intelligenza. Una cosa è troppo lontana, non si può modificare a proprio vantaggio? (una stella) Nessun problema: mi stendo sulla schiena e la contemplo! (e da questa capacita di contemplare nascono la filosofia, la religione, la scienza, l'arte... Perché poi, l'uomo, fermo in realtà non ci sa stare e rende creativo anche l'ozio, il non fare...).

22 agosto 2011

Le varianti della bellezza



Quanti modi diversi ci sono di incarnare la famosa idea platonica di BELLEZZA?

Sembra molto difficile pensare a cosa hanno in comune un bel volto umano, un bel romanzo e una bella legge. (l'esempio della legge è di Platone stesso) Insomma, riuscire a contemplare l'idea di bellezza nella sua unicità sembra molto più difficile di quanto lo sia il riuscire a definire l'essenza della verità nella sua unicità. Al di là delle diversità delle frasi che possono essere vere (verità matematiche, verità storiche, verità morali...) la corrispondenza fra linguaggio e realtà sembra effettivamente cogliere una caratteristica universale della verità.
Ma per la bellezza le cose sembrano essere più difficili, se non altro perché le cose che possono essere belle possono appartenere a categorie anche molto diverse fra loro, mentre le cose che possono essere vere sono comunque proposizioni.
Non sarà che Platone si sbagliava, che ci sono cioè diversi tipi di bellezza, quindi non esiste un'unica idea corrispondente al concetto?
Anche restando nel campo dei volti umani, inoltre, trovare cosa hanno in comune volti che riteniamo belli (al di là del problema che alcuni possono non essere d'accordo sul giudizio di bellezza riguardo a un certo volto) non è certo facile.

Per mostrare a chi legge tale difficoltà propongo due coppie di volti, una maschile e una femminile, nelle quali entrambi i volti si possono definire belli, ma sono molto diversi fra loro.




22 gennaio 2011

Sui fondamenti dell'ontologia






Riprendo una questione contenuta già nel post precedente, ma lì non messa bene in luce.
Con l'esplosione otto-novecentesca delle conoscenze scientifiche, le scienze, e in particolare le scienze naturali (e soprattutto la fisica) hanno preteso di sottrarre alla filosofia il compito di rispondere alla domanda "Cosa esiste?".
Rispetto a questa pretesa la filosofia ha reagito in vari modi. Un modo che mi sembra ancora valido è il rilevare innanzitutto la situazione complessa in cui si trovano le scienze, divise almeno in tre grandi regioni: le scienze naturali, le scienze esatte e le scienze "umane". (L'ultimo gruppo di scienze, le scienze "dello spirito" o "storico-sociali" in realtà non sono tanto omogenee fra loro, basta pensare alle differenti prospettive in cui si pongono la storia da un lato, con tutto l'insieme delle storie speciali: storia dell'arte, storia economica... e le discipline con taglio teorico come la psicologia, a sua volta divisa in differenti scuole...). Perché solo le scienze della natura devono avere la pretesa di rispondere alla domanda ontologica? La matematica non ha a che fare con "oggetti"? Le scienze "umane" non si confrontano anche loro con "oggetti"? "Oggetti" nel senso di qualcosa di condivisibile, intersoggettivo, su cui possiamo scambiarci opinioni e su cui possiamo formulare teorie perché tutti possono capire di cosa stiamo parlando.
Da qui, credo, provengono le proposte ontologiche di tipo tricotomico, che parlano di "tre mondi", "tre regni" eccetera, accettando quindi di distinguere fra modalità diverse di esistenza.



Il problema che si pone a questo punto è: perché non estendere anche all'arte la possibilità di dare fondamento all'ontologia? Anche nell'arte si dà il fenomeno per cui ci possiamo confrontare su "oggetti", scambiarci opinioni su di essi. Penso ai grandi personaggi della letteratura, ai mondi creati dall'immaginazione ma che si possono condividere, sono intersoggettivi. Si può anche sostenere che questi oggetti non esistono, ma se già abbiamo accettato di distinguere tipi diversi di esistenza possiamo anche accettare di parlare di oggetti non-esistenti, o addirittura distinguere fra tipi di inesistenza (per esempio potrei dire che i numeri non esistono, ma in un senso diverso da quello in cui non esistono i personaggi della letteratura , e in un senso ancora diverso non esistono le cose del passato...).



La filosofia ha già indagato ampiamente queste possibilità, si è ripresa quindi in mano il suo compito ontologico, ed essa stessa ha, da sempre, a che fare con "oggetti", "oggettività": i concetti filosofici, o "superconcetti", che come mi ricorda Franca D'Agostini sono ben più di tre (il loro elenco, ha scritto, è in linea di principio aperto): i tre ricordati nel post precedente sono solo quelli individuati nel Medioevo e sono la lista minima, la più breve possibile.
Quindi filosofia, scienze, arti, hanno tutte, in misure diverse e in modalità diverse, a che fare con "oggettività" e hanno quindi voce in capitolo per aiutare l'ontologia a dare risposta alla sua domanda fondamentale. La filosofia in particolare,  riprendendosi il suo ruolo di disciplina che riesce a mettere in collegamento saperi e prospettive culturali diverse.


E la religione? La religione no, proprio perché le "oggettività" che produce sono  fortemente conflittuali: pensiamo ai contrasti fra teismo e ateismo, fra monoteismo e politesimo, e fra i monoteismi stessi!

19 ottobre 2010

Cosa divide Quine e Meinong e come metterli in relazione

Emilio Sanfilippo, nel suo post La strategia ontologica di Quine spiega la famosa frase di Quine "essere è essere il valore di una variabile vincolata" dicendo che secondo Quine il modo migliore per stabilire che cosa esiste è partire da una buona teoria sul mondo (possiamo intendere: una teoria scientifica) e stabilire quali sono i presupposti ontologici di tale teoria. Associa poi tale idea di Quine con la teoria dell'oggetto di Meinong, che voleva costruire una scienza di tutti gli oggetti, libera dal pregiudizio a favore del reale, che potesse occuparsi anche degli oggetti possibili, pensabili, irreali. Ci sarebbe del relativismo sia in Quine (definiamo ciò che è sempre in relazione a una specifica teoria sul mondo...) sia in Meinong (definiamo che cosa è oggetto sempre all'interno di singoli contesti o domini). Io continuo a vedere (come tutti, in generale) una profonda frattura fra Quine e Meinong, bene evidenziata nel libro di Berto L'esistenza non è logica (ma anche Sanfilippo fa notare la questione cruciale degli oggetti inesistenti...), e ritengo che la frattura sia da far risalire alla divaricazione fra metodo fenomenologico e metodo analitico: la prospettiva di Quine riflette la grande attenzione riservata dalla filosofia analitica ai risultati delle scienze naturali ed esatte, mentre la prospettiva di Meinong riflette l'interesse prioritario della fenomenologia per i vissuti e la loro classificazione, ed è attenta ai prodotti dell'immaginazione, quindi proiettata verso l'arte. L'ontologia attuale è quindi attraversata da questa scissione, che può rivelarsi però feconda se si prende coscienza della storia e delle motivazioni che stanno alla base delle due diverse prospettive filosofiche, quella fenomenologica e quella analitica, e soprattutto se si cerca di metterle in comunicazione e in rapporto di scambio considerando la loro comune radice nelle finalità più ampie della filosofia in generale.

28 luglio 2010

Perché non possiamo pensare alla vita come se fosse una partita a scacchi

Mio padre mi ha insegnato a giocare a scacchi quando ero bambino. All'inizio, naturalmente, perdevo sempre. Poi, piano piano, ho cominciato a migliorare fino alla fatidica partita in cui sono riuscito a batterlo. Nel periodo in cui stavo sensibilmente migliorando (quell'estate, ricordo, lessi L'idiota di Dostoevskij) a un certo punto mi sono reso conto di una cosa. Se riuscivo a formulare un "piano di gioco", una strategia per arrivare alla vittoria o anche solo per guadagnare un pezzo, spesso capitava che le mosse fatte per realizzare quella strategia, mosse di attacco, fossero a mia insaputa anche mosse difensive che andavano a parare suoi piani di attacco nei miei confronti. Giocando sempre con in mente un "piano" (che andava costantemente rivisto, aggiornato, riaggiustato) prevenivo possibili pericoli anche ignorandoli. Ciò confermava quanto avevo letto nelle indicazioni preliminari di un antico manuale di scacchi (che sempre mio padre mi aveva messo in mano): l'autore raccomandava "Mai una mossa senza scopo!" (seguivano subito dopo considerazioni sul fatto che mosse casuali quasi certamente indeboliscono la propria posizione e costituiscono perdite di tempo di cui l'avversario può avvantaggiarsi). Questa regola mi aveva subito affascinato, e avevo cominciato a pensare se fosse una regola che potesse valere anche per la vita in generale. In quel periodo, da ragazzo, ero ossessionato dal problema di individuare regole generali da seguire per vivere nel modo migliore. La regola di vivere perseguendo un progetto o più semplicemente ponendosi degli obiettivi è certamente una regola degna di attenzione per chi sia alla ricerca di "formule" per un buon vivere. Volendo seguire l'analogia con il gioco degli scacchi potremmo dire che se perseguiamo un progetto, se ci poniamo degli obiettivi e agiamo di conseguenza, le nostre azioni porteranno a uno sviluppo del nostro essere che potrà essere utile a rispondere anche a situazioni impreviste. Molti anni dopo le prime esperienze scacchistiche di cui parlavo all'inizio, studiando filosofia e imbattendomi nelle teorie sull'azione (G.H. von Wright, Habermas, Bubner...) tornai a interessarmi della questione. Aristotele definisce un'azione come un comportamento finalizzato a raggiungere un certo scopo. Secondo von Wright agire significa provocare intenzionalmente un mutamento nel mondo. Avere un'intenzione, un fine, sembra essere parte del concetto stesso di azione, e si può valutare un'azione in base all'efficacia con la quale riesce a realizzare il proprio scopo, oppure in base alla razionalità dello scopo rispetto a fini ulteriori (si apre qui tutto il discorso sulla razionalità pratica e sull'etica...). Un'azione è razionale se realizza efficacemente il proprio scopo. Uno scopo è razionale se è coerente con fini generali, cioè se rientra in un piano coerente di miglioramento delle proprie condizioni (e, meglio ancora, delle condizioni di tutto ciò che ci circonda...). Ma chiediamoci: fino a che punto può essere utile agire sempre in modo razionale? Si può applicare la regola generale degli scacchi "Mai una mossa senza scopo!" alla propria vita, trasformandola in "Mai un'azione senza scopo!"?? A volte non ci è chiaro lo scopo per cui stiamo facendo qualcosa, ma è meglio così. In certi contesti lasciarsi "guidare dall'istinto" o "dall'intuizione" può essere meglio che farsi guidare dalla ragione. Quali sono questi contesti? Pensiamo a cosa succederebbe se facendo l'amore pretendessimo di sapere esattamente perché facciamo una cosa piuttosto che un'altra. Un altro contesto nel quale l'agire razionalmente può essere bloccante o controproducente è quello di una rilassata e intima conversazione tra amici o tra partner, dove il bello è proprio il "lasciarsi portare" dalle associazioni mentali, avendo anche la capacità di seguire quelle dell'altro (come del resto anche nel fare l'amore il bello non è solo il seguire i propri desideri ma anche il riuscire a sentire e seguire quelli del partner). Qualcosa di analogo accade nella comunicazione fra paziente e terapeuta in una psicoterapia a orientamento psicoanalitico o più semplicemente nel cosiddetto "ascolto attivo" proprio di tutte le relazioni d'aiuto. C'è poi tutto un ambito di situazioni nelle quali avere un obiettivo preciso può essere controproducente. Penso alla creazione artistica, ma anche in certa misura alla ricerca scientifica. In questi contesti, per quel che ne sappiamo, si parte spesso con idee vaghe, intuizioni, problemi da risolvere di cui non si conosce la soluzione. Si lavora proprio su questa vaghezza, sull'idea di qualcosa che vogliamo comunicare ma che non è a noi stessi chiaro, su un enigma che ci tormenta, su un nodo che non riusciamo a sciogliere. La soluzione, l'opera compiuta, la si costruisce strada facendo, senza sapere prima esattamente dove ci condurrà il nostro lavoro (l'aveva già teorizzato Platone quando si era posto il problema di rispondere alla questione sofistica sulla impossibilità della ricerca di conoscenza: se so già non ho bisogno di conoscere, se non so non so nemmeno cosa cercare, e aveva risposto con la sua teoria del conoscere come ricordare...). Un ultimo (ma non per questo meno importante!) contesto è quello del dialogo euristico, così definito da Franca D'Agostini in Verità avvelenata: "si ha un dialogo euristico quando A sostiene p e B sostiene non-p, e A e B sono interessati all'accertamento della verità, dunque si confrontano non tanto per avere ragione quanto per sapere chi ha ragione, e qual è la ragione migliore". Tale tipo di dialogo è essenziale quando sono in gioco dispute sui valori, differenze culturali che portano a confronti fra culture. Sono temi tipici delle teorie sulla gestione nonviolenta dei conflitti (Gandhi, Capitini, Galtung, Patfoort e altri) ma anche della tradizione ermeneutica (della quale sempre Franca D'Agostini ha "distillato" alcune regole fondamentali nel suo recente Verità avvelenata)
Forse allora potremmo tornare alla questione della regola "Mai una mossa senza scopo!" e dire che se vogliamo mantenerla per applicarla alla vita dobbiamo trasformarla in "Mai un'azione senza consapevolezza del senso!". Nei rapporti liberi e creativi con gli altri, nei contesti dove esercitiamo la nostra libertà e creatività possiamo (dobbiamo) abbandonare l'idea di uno scopo prefissato, di un chiaro piano d'azione, e accettare l'idea di un'azione senza scopo, o con uno scopo non chiaro, pur avendo però ben chiaro il senso di quello che stiamo facendo, anche proprio per distinguerlo dai contesti nei quali invece uno scopo preciso e un'azione razionale rispetto ad esso sono fondamentali. Più in generale quindi è importante cercare sempre di riconoscere le esperienze che si stanno vivendo: l'essere presenti, dentro le situazioni, in sintonia o in contrasto con il contesto, ma essere comunque in rapporto con ciò che ci circonda e con noi stessi.

5 luglio 2010

Plurivocità del non-essere e orientamento verso il valore. Il concetto di "realtà" in Nozick

In un post dell'ottobre 2008, Ontologia come valorizzazione, sostenevo: "ciò che esiste è sicuramente più importante di ciò che non esiste. Se una cosa non c'è non conta nulla, non dobbiamo tenerne conto, non può influenzarci, condizionarci eccetera". Alla luce di considerazioni per me recenti, tuttavia, sono costretto a rivedere questa posizione, o quantomeno a sollevare un dubbio in proposito. Se fra le cose che non esistono mettiamo (oppure, in termini quiniani-varziani, "se ammettiamo che non esistono") gli oggetti/eventi "finzionali", gli oggetti/eventi passati e gli oggetti/eventi futuri, è molto difficile dire che queste cose non contano nulla. Un personaggio letterario può essere più influente e famoso di una persona reale; non parliamo di quanto possa influenzarci e condizionarci il passato. Quanto al futuro, a volte una previsione o un'attesa può essere di gran lunga più importante per noi di quello che stiamo vivendo nel presente. Ma una delle ipotesi che vorrei proporre in questo post è la seguente: accanto a una plurivocità dell'essere (tesi che non mi voglio impegnare qui a sostenere ma che altrove ho suggerito con qualche argomentazione) si può sostenere una plurivocità del non-essere. Il senso in cui non esiste Sherlock Holmes è diverso dal senso in cui non esiste (più) Napoleone! Anche tra oggetti/eventi passati ed oggetti/eventi futuri c'è differenza: quelli passati non sono più modificabili, quelli futuri (probabilmente) sì! Resta invece ancora valida l'idea, per me, che uno dei risultati di una futura "ontologia per tutti" sia proprio quello di orientare e far capire ciò che è importante e ciò che non lo è. Qualcosa del genere nel pensiero contemporaneo, una sorta di ontologia (basata sul concetto di realtà) che però al tempo stesso è anche una mappa dei valori la si può trovare nel libro di Robert Nozick (il filosofo ritratto nella foto) La vita pensata. Ovviamente Platone resta l'esempio fondamentale. Traccio di seguito un percorso di citazioni nel testo La vita pensata (The Examined Life, 1989), in modo da dare un'idea dei concetti fondamentali che utilizza e di come ha impostato il suo discorso. "Certe volte una persona sente di essere più reale. Voi ... quando vi sentite più reali?... Qualcuno potrebbe pensare che la domanda è confusa. In tutti i momenti in cui la persona esiste, esiste, e quindi deve essere reale. ... possiamo però distinguere vari gradi di realtà. Consideriamo anzitutto i personaggi letterari. Alcuni sono più reali di altri. Pensiamo ad Amleto, Sherlock Holmes, Lear, Antigone, Don Chisciotte, Raskolnikov. Nessuno di loro esiste, eppure sembrano addirittura più reali di certe persone che conosciamo e che esistono. ... La loro realtà consiste nella loro vivacità e incisività, nella coerenza con cui sono mossi o afflitti da un determinato fine. ... Le caratteristiche che esibiscono ne fanno nuclei più concentrati di organizzazione psicologica. Simili personaggi letterari diventano simboli, paradigmi, modelli, epitomi. Sono fette estremamente concentrate di realtà. ... Opere d'arte, dipinti, pezzi musicali o poesie spesso sembrano fortemente reali. ... forse è che esse, proprio per le loro qualità, trattengono e ripagano più durevolmente l'attenzione che dedichiamo loro. In ogni caso le percepiamo più equilibrate e più nitide; le percepiamo più vividamente. Anche altre caratteristiche diverse dalla bellezza, come l'intensità, la potenza e la profondità, danno luogo a questa vivezza di percezione. ... Anche i matematici delineano oggetti e strutture in cui proprietà molto nette si intrecciano in una rete fittamente stratificata di possibilità, relazioni, implicazioni combinatorie. Chiedere: 'Le entità matematiche esistono?' - la domanda che fanno i filosofi della matematica - non coglie il senso della loro vivida realtà- ... Stando alla tradizione, Platone riteneva che le Forme - che secondo le sue teorie erano le entità più reali - fossero (come) numeri. La sfera della matematica, con la sua chiarezza, attira la nostra attenzione per questa sua realtà. Così come alcuni personaggi letterari sono più reali, lo sono anche alcune persone. Socrate, Buddha, Mosè, Gandhi, Gesù... ... Anche noi, però, siamo più reali in certi momenti che in altri, più quando siamo in un certo modo piuttosto che in un altro. Sovente le persone dicono di sentirsi più reali quando stanno lavorando con molta concentrazione e attenzione... si sentono più reali quando si sentono più creative. Alcune dicono durante l'eccitazione sessuale, altre quando sono lucide e imparano cose nuove. Siamo più reali quando tutte le nostre energie sono focalizzate, la nostra attenzione è concentrata, quando siamo attenti, nel pieno dell'efficienza, e usiamo i nostri (positivi) poteri. Concentrandoci intensamente mettiamo più a fuoco anche noi stessi. ... La sfera del reale, di ciò che possiede più di un certo grado di realtà, non coincide con ciò che esiste. I personaggi letterari possono essere reali pur non esistendo; le cose esistenti possono avere solo il grado minimo di realtà richiesto per esistere. E' possibile situare il limite inferiore della realtà al livello dell'esistenza; niente di ciò che è meno vivido e nitido di ciò che esiste potrà essere definito reale. Ma la realtà ha diversi gradi, e la realtà che qui ci interessa particolarmente sta al di sopra di questo limite inferiore minimo. ... La "realtà" è la categoria valutativa fondamentale, oppure ce n'è un'altra ancora più fondamentale che serve a comprendere e valutarla? La categoria più basilare, per come la vedo io, è quella della realtà."

27 giugno 2010

Proust: quando l'arte riflette su se stessa

"Ogni giorno attribuisco minor valore all'intelligenza. Ogni giorno mi rendo sempre meglio conto che solo indipendentemente da essa lo scrittore può cogliere nuovamente qualcosa delle sue impressioni, ossia qualcosa di lui stesso e la sola materia dell'arte."
Queste frasi di Proust, poste all'inizio del Contro Saint-Beuve (si tratta di un saggio che Proust non pubblicò perché non arrivò mai a dargli una forma definitiva, e la cui elaborazione si dilatò fino a confondersi con la genesi della Recherche; ne sono state pubblicate, postume, due versioni diverse) mostrano l'interrogativo intorno al quale egli si arrovellava nel periodo in cui prenderà forma l'idea della Recherche: qual è il rapporto tra vita e arte? In altri termini: qual è il rapporto tra l'esperienza di vita di un uomo e le opere d'arte che egli stesso (eventualmente) produce?
Questo problema ha due facce. Vale per chi, posto di fronte a un'opera, si interroghi sul peso che, nell'interpretazione di essa, sia da attribuire alla vita dell'autore. Ma vale anche per chi si ponga il problema della genesi artistica: come il tale autore è arrivato a produrre tale opera? Più in generale: come si arriva alla creazione artistica? Proust, nel Contro Saint-Beuve, affronta entrambi i problemi.
Da un lato attacca decisamente il "biografismo", impersonato dal critico letterario Saint-Beuve, sostenendo che non ha senso giudicare un'opera basandosi sulla vita dell'autore, bensì è l'opera stessa che occorre esaminare a fondo, conoscere nei minimi dettagli e nella struttura complessiva.
Dall'altro lato elabora un nucleo teorico sulla genesi dell'arte, che darà impulso alla produzione del suo capolavoro e che costituirà l'ossatura del Tempo ritrovato, l'ultimo volume della Recherche. Nel brano citato all'inizio quello che Proust chiama "intelligenza" si preciserà poi, nella Recherche, come "memoria volontaria", alla quale verrà contrapposta la famosa "memoria involontaria". Sempre in quelle righe, Proust usa una metafora per me affascinante: la "materia dell'arte". Si tratta di una metafora perché, com'è ovvio, se intendiamo l'"arte" in senso generale abbiamo a che fare innanzitutto con un concetto, non con un oggetto concreto. Ma anche se intendessimo parlare di una singola opera d'arte (e qui non pensiamo necessariamente alla Grande Arte, ma qualcosa che semplicemente si può contrapporre alla scienza e alla tecnica, nel senso che non si propone di avere né una funzione conoscitiva, né un'utilità pratica), per esempio una scultura, un quadro, un romanzo, un film, è chiaro che quello a cui Proust allude non è la materia con cui queste cose sono fatte. Non parla del marmo con cui è fatta la scultura, né della vernice unita alla tela, né della carta intrisa d'inchiostro, né della luce filtrata dalla celluloide di una pellicola. Ma allora a cosa allude Proust con la metafora della "materia dell'arte"? Possiamo avvicinarci a una risposta paragonando un artista a un bambimo che gioca in riva al mare e costruisce castelli di sabbia. Con cosa gioca il bambino? Con della sabbia, sicuramente. Ma la sua "materia" non è solo la sabbia: gioca anche con delle fantasie intorno al castello che sta costruendo. Con cosa giocano lo scultore, il pittore, il musicista, lo scrittore, il cineasta? Sicuramente con dei colori, con delle sensazioni tattili, con dei suoni, con delle parole, con delle immagini. Ma anche con delle fantasie, con dei ricordi, con delle emozioni, con delle idee. Giocano con le loro esperienze, nell'accezione più ampia di questo termine. Non quindi "esperienze" nel senso ristretto di percezioni sensibili, ma nel senso più ampio che ci ha insegnato la fenomenologia: percezioni, ricordi, immaginazioni, emozioni, desideri, pensieri... (per un primo approccio alla fenomenologia consiglio Elementi di una dottrina dell'esperienza di Giovanni Piana).

Percorso nel Tempo ritrovato: "... capivo come la vita possa essere giudicata mediocre, anche se in certi momenti sia apparsa così bella, perché la si giudica (e deprezza) in base a tutt'altra cosa che lei stessa, a immagini che di lei nulla conservano. (...) Sì, se il ricordo, grazie all'oblio, non ha potuto contrarre nessun legame, gettare nessun ponte tra sé e il momento presente: se è rimasto nel suo proprio luogo, alla sua propria data, se ha conservato le distanze, il suo isolamento nella profondità d'una valle o sulla vetta d'una montagna, esso ci fa di colpo respirare un'aria nuova, - nuova proprio perché è un'aria che s'è già respirata in passato, - quell'aria più pura che invano i poeti hanno tentato di far regnare in Paradiso, e che non potrebbe darci questa sensazione profonda di rinnovellamento se non fosse già stata respirata, perché i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti. (...) le diverse impressioni di felicità avevano in comune questo: che io le provavo a un tempo nel momento presente e in un momento lontano, sì da far interferire il passato sul presente, da rendermi titubante nello stabilire in quale dei due mi trovassi. Invero, l'essere che in me delibava allora tale impressione la delibava (...) in ciò che essa aveva di extratemporale: un essere che compariva solo quando, per una di tali identità tra il presente e il passato, gli era possibile trovarsi nell'unico elemento in cui gli è dato vivere, e gioire dell'essenza delle cose: ossia fuori del tempo. (...) Quante volte, nel corso della mia vita, la realtà mi aveva deluso, perché nel momento in cui la percepivo l'immaginazione, ch'era l'unico organo di cui fossi dotato per godere la bellezza, non poteva applicarsi ad essa, per quell'inflessibile legge la quale vuole che soltanto le cose assenti siano immaginabili! Ed ecco che, d'improvviso, l'effetto di quella dura legge veniva neutralizzato, sospeso da un meraviglioso espediente della natura, che aveva fatto balenare una sensazione (...) in pari tempo nel passato, il che permetteva alla mia immaginazione di gustarla, e nel presente, in cui la scossa (...) aveva aggiunto ai fantasmi dell'immaginazione ciò di cui essi sono abitualmente privi: l'idea di esistenza; e, (...) aveva permesso al mio essere di cogliere, di isolare, di fermare, per la durata di un lampo, ciò che di solito esso non cattura mai: un frammento di tempo allo stato puro. (...) basta che un rumore, un odore, già udito o respirato altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l'essenza permanente e ordinariamente nascosta delle cose venga liberata, e perché il nostro vero "io" (...) si desti, si animi, ricevendo il celeste nutrimento che gli viene offerto. Un attimo affrancato dall'ordine temporale ha ricreato in noi, per percepirlo, l'uomo affrancato dall'ordine temporale. (...) io dovevo cercare di interpretare le sensazioni come segni di altrettante leggi e idee, sforzandomi di pensare, cioè di far uscire dalla penombra ciò che avevo provato, di convertirlo in un equivalente spirituale. Ora quel mezzo, che mi pareva il solo, in che poteva consistere se non nel creare un'opera d'arte? (...) la loro prima caratteristica era ch'io non ero libero di sceglierle, che mi venivan date tali e quali. E intuivo che proprio questo doveva essere il segno della loro autenticità. (...) Così, ero ormai giunto a questa conclusione; che non siamo affatto liberi di fronte all'opera d'arte, che non la componiamo a nostro piacimento, ma che, preesistente a noi, dobbiamo, dacché è a un tempo necessaria e nascosta, e come faremmo per una legge di natura, scoprirla. (...) La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita quindi realmente vissuta, è la letteratura. (...) lo stile, per lo scrittore, (...) è la rivelazione, impossibile con mezzi diretti e coscienti, della differenza qualitativa che esiste nel modo come ci appare il mondo: differenza che, se non ci fosse l'arte, resterebbe l'eterno segreto di ognuno. Solo grazie all'arte ci è dato uscire da noi stessi, sapere quel che un altro vede (...) Grazie all'arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi; e, quanti più sono gli artisti originali, tanti più sono i mondi a nostra disposizione, diversi gli uni dagli altri più ancora dei mondi roteanti nell'infinito. (...) Questo lavoro dell'artista, volto a cercar di scorgere sotto una certa materia, sotto una certa esperienza, sotto certe parole, qualcos'altro, è esattamente inverso a quello che, in ogni istante, allorché viviamo stornati da noi stessi, l'orgoglio, la passione, l'intelligenza, e anche l'abitudine, compiono in noi, ammassando sopra le nostre genuine impressioni, per nasconderle, le nomenclature, gli scopi pratici, cui diamo erroneamente il nome di "vita".