29 novembre 2009

Immaginare forme di esistenza più vicine alla realtà





A conclusione del primo post di questo blog (Spazio e tempo, ottobre 2008) scrivevo:

"In conclusione possiamo dire che il modo nuovo in cui la fisica ha elaborato le nozioni di spazio e di tempo, e in connessione con queste anche la nozione di cosa materiale (soprattutto con il concetto di campo), ci obbliga a rivedere i nostri significati del termine “realtà” e apre la nostra mente verso nuovi modi di pensare ciò che esiste, e quindi può fornirci anche categorie nuove per pensare la nostra esperienza. In particolare notiamo che l’evoluzione della fisica sembra mostrare ai filosofi, ma più in generale a tutti noi, che la realtà è spesso irriducibile alle coppie concettuali con cui cerchiamo di rappresentarla: spazio/tempo, passato/futuro, oggetti/eventi, sostanza/relazione, cosa/luogo, pieno/vuoto, corporeo/incorporeo, esistente/inesistente, discreto/continuo, e forse anche altre, sono distinzioni concettuali a cui siamo abituati ma che saremo costretti sempre più a rivedere (a meno che la filosofia, e la cultura in generale, non scelgano, come purtroppo spesso fanno, di ignorare i progressi della conoscenza scientifica)."

Credo sia sempre più vero, col progredire delle conoscenze scientifiche, che abbiamo bisogno di rinnovare il nostro apparato concettuale, ridefinendo concetti vecchi (restringendo il loro campo semantico) e dando vita a concetti nuovi.

Il concetto di sostanza, insieme a quelli di cosa e di oggetto, è forse quello che più lega la nostra mente e la condiziona a pensare in modo vecchio, soprattutto in quanto è su questi concetti che siamo abituati a pensare l'esistenza, l'essere.

Suggerisco un video che ha il pregio di aiutare la nostra immaginazione a superare i limiti del modo "cosale" e statico di pensare l'essere, e azzardo che forse la fisica contemporanea ha più da insegnarci in proposito rispetto a quanto può insegnarci Heidegger con le sue tesi sull'essere come evento... Con questo non voglio assolutamente svalutare il ruolo della filosofia: c'è un gran bisogno che qualcuno (e non può essere che un filosofo) ci dica come tradurre in ontologia le teorie fisiche più avanzate.

http://www.youtube.com/watch?v=0NxyJcawNME

Come suggerisce anche l'immagine scelta per questo post, di un illustre rappresentante della corrente dell'informale, intendo anche sostenere che contributi importanti per aiutare la filosofia in questo arduo compito di ripensare le modalità di esistenza possono venire dal mondo dell'arte.

23 novembre 2009

Cosa vuol dire essere darwinisti? (parte II)



Un autore che può aiutarci a costruire una nozione di "caso" più adeguata ai nostri scopi è sicuramente Georg Henrik von Wright (1916-2003), e in particolare una sua opera dal titolo Causalità e determinismo (1974).
Secondo questo autore quando parliamo di relazioni causali intendiamo riferirci a regolarità necessarie. La necessità causale va distinta dalla necessità logica. von Wright propone la seguente definizione di rapporto causale fra due eventi generici (A e B): A è condizione sufficiente di B se ogni volta che A si verifica anche B si verifica e se in tutte le occasioni in cui A non si verifica B si verificherebbe se A si verificasse. Una connessione causale è quindi in linea di principio descrivibile da una legge generale. Va però osservato che non possiamo in realtà essere certi della necessità causale, perché contiene un elemento controfattuale (B si verificherebbe se A si verificasse) : non possiamo interferire con il passato (non possiamo andare a vedere, nei casi in cui A non è accaduto, cosa sarebbe successo se fosse accaduto). Possiamo però interferire con il futuro e renderlo diverso da quello che altrimenti sarebbe. Vi è secondo von Wright un elemento controfattuale implicito nel concetto di azione. Agire significa interferire con il corso del mondo, cioè rendere vero qualcosa che altrimenti (cioè se non fosse stato per questa interferenza) non sarebbe divenuto vero del mondo a quel dato stadio della sua storia Quando agiamo siamo fermamente convinti (ma anche qui non possiamo esserne certi...) che se non agissimo le cose andrebbero secondo il loro corso "normale", in qualche modo prevedibile e "regolare" (qui immaginiamo di agire in un contesto naturale, privo di agenti umani). Se vogliamo corroborare la nostra ipotesi che la connessione fra l'evento A e l'evento B sia causale e quindi necessaria possiamo provocare artificialmente A e osservare le conseguenze (è in altri termini quello che fanno gli scienziati con i loro "esperimenti scientifici"). Per questo, secondo von Wright, il concetto di causa presuppone quello di azione. Se noi fossimo completamente passivi di fronte alla natura, se non avessimo la nozione della nostra capacità di compiere azioni, non avremmo familiarità con la nozione di controfattualità (l'idea di come sarebbe stato, se...) e non avremmo nemmeno il concetto di necessità che associamo a certe regolarità nel corso degli eventi naturali. Il concetto di necessità, se esteso a tutta la natura, produce l'idea del determinismo: se tutto ciò che accade ha una causa non esistono reali alternative nella storia del mondo. Quindi l'unico modo per pensare una storia del mondo realmente aperta, nella quale le cose sono andate in un certo modo ma avrebbero potuto (realmente, non solo logicamente) andare diversamente è sostenere che alcuni mutamenti accadono senza una causa. Ciò però non significa che non esista un loro antecedente temporale e/o contiguo nello spazio, ma solo che non esiste una connessione necessaria fra i due eventi: l'evento C ha provocato l'evento D, ma solo in quella circostanza. Il verificarsi di D, quindi, è una irregolarità, è contingente (cioè non necessario). La causalità pone delle restrizioni rispetto alle possibilità logiche di sviluppo del mondo (cioè rispetto a tutte le combinazioni possibili dei suoi elementi costitutivi). Il caso, invece, riporta gli sviluppi realmente possibili verso il numero di quelli logicamente possibili, quindi porta verso la grande variabilità, variazione, imprevedibilità. Una visione del mondo nella quale vi è spazio sia per la causalità sia per il caso è una visione che non è né determinista né indeterminista. Un indeterminista infatti riterrebbe che le alternative realmente possibili coincidano le alternative logicamente possibili e quindi non vi siano restrizioni alla "libertà" logica di sviluppo del mondo. Tornando alla questione della distinzione fra mondo fisico e mondo dei viventi si potrebbe allora dire che nel mondo fisico prevalgono relazioni causali fra gli eventi (ma sarebbe d'accordo uno studioso di meccanica quantistica?), mentre nel mondo dei viventi sono prevalenti relazioni casuali. La teoria dell'evoluzione riconosce l'importanza del caso nel mondo dei viventi, cioè riconosce l'importanza di relazioni uniche, irripetibili, irregolari, contingenti, fra gli eventi che riguardano gli esseri viventi e fra i loro componenti microscopici. Questa teoria ci insegna quindi che riconoscere l'esistenza del caso non significa rinunciare alla conoscenza e alla teorizzazione, bensì elaborare concetti adeguati agli oggetti che si studiano. Il problema filosofico sul caso in relazione alla vita e ai fatti dell'umanità è se una forte componente casuale nelle relazioni fra gli eventi introduca una svalorizzazione o no degli eventi stessi. Normalmente siamo portati a pensare che un evento necessario sia più importante di un evento casuale, ma forse proprio qui dobbiamo cominciare a cambiare idea: le vere novità, le vere svolte nella storia del mondo le introduce il caso, non la necessità! Il caso è creativo, la necessità è ripetitiva...

10 novembre 2009

Cosa vuol dire essere darwinisti? (parte I)

Nel suo ultimo libro Perché non possiamo non dirci darwinisti Edoardo Boncinelli propone una brillante sintesi sulla teoria dell'evoluzione incluso il neodarwinismo, con il dichiarato intento di restituire tale teoria alla scienza: non si tratta di una teoria filosofica. E' vero però, e anche Boncinelli sembra d'accordo, che è una teoria nella quale possiamo trovare punti di partenza per una riflessione filosofica sulla vita in generale e sull'uomo in particolare. Vorrei raccogliere alcune riflessioni che ho fatto leggendo il libro. A differenza del mondo fisico, dice Boncinelli, che "ha le sue leggi generali se non universali, i suoi principi particolari e locali e le sue regole applicative" il mondo della vita è diverso. "Qui non ci sono leggi universali e neppure principi particolari, mentre abbondano descrizioni e narrazioni, quasi sempre illustrate: la vita è una collezione di entità uniche, sostanzialmente irripetibili". La biologia è quindi in realtà una scienza storica, dice B.: "molte cose sono andate in una certa maniera, ma potevano anche andare in un'altra". Poco più avanti dice che anche il mondo fisico, secondo la cosmologia più recente, possiede una storia e una sua evoluzione. "Le differenze" (fra i due mondi) "risiedono nell'entità delle diverse scale temporali e nel fatto fondamentale che gli esseri viventi conservano una memoria esplicita degli eventi del passato". In altri termini: gli esseri viventi hanno un genoma, gli esseri inanimati no. Già in queste poche righe i motivi di riflessione sono molti, ma qui per ora vorrei soffermarmi su questo: in che senso possiamo dire che nel mondo della vita molte cose sono andate in una certa maniera ma potevano anche andare in un'altra? Su quali basi empiriche possiamo affermare la contingenza di un certo evento? "Tutto il processo evolutivo trae origine dal fatto che ogni tanto, per caso, nascono individui varianti in popolazioni naturali ma anche in popolazioni artificiali." "l'incostanza, il cambiamento incoercibile e il caotico procedere verso un futuro aperto è la cifra essenziale del biologico e in definitiva del vivente, in netto contrasto con l'assetto quasi regolare del mondo della fisica" Il fatto che le mutazioni genetiche siano casuali che significa? Significa "senza una direzione, una preferenza o una tendenza verso un fine particolare" (pag. 51) "Un fenomeno che avviene in modo casuale non significa che non abbia una causa: come ogni altra cosa ne avrà una o, meglio, più d'una. Solo che noi non la conosciamo (...) perché è impossibile, perché è difficile o semplicemente perché non vale la pena di cercarle. (...) quando la copiatura del DNA compie un errore causando una mutazione ci sarà certamente una causa (...) ma nel complesso non la vogliamo ricostruire perché è irrilevante rispetto al discorso generale. " In conclusione (pag. 53) "in questo contesto 'casuale' significa quindi più propriamente 'privo di una direzione e di una finalità specifica'". Su questa nozione di caso occorre approfondire. Intanto chiediamoci: se "casuale" significa "non finalizzato" non potremmo allora applicare tale definizione anche agli eventi del mondo fisico, cioè agli eventi che Boncinelli considera descrivibili da leggi generali e quindi "regolari"? Il fatto che accada una frana, uno smottamento, era forse finalizzato a qualcosa? Si dirà che però una frana, date le condizioni antecedenti, accade necessariamente, mentre le mutazioni genetiche no: sono accadute, ma avrebbero potuto non accadere. Ma abbiamo anche visto che Boncinelli non nega che anche gli eventi casuali abbiano cause. In che senso, allora, avrebbero potuto non accadere? In altri termini il problema che vorremmo affrontare è il seguente. Nella visione del mondo che Boncinelli propone vi è una differenza rilevante fra due "sfere ontologiche": il mondo fisico e il mondo vivente, l'ambito dei corpi inanimati e l'ambito degli esseri viventi. La differenza consiste a suo dire nel fatto che il primo è un mondo dove gli eventi accadono con regolarità e sono conoscibili tramite leggi generali o principi universali, mentre nel secondo mondo la caratteristica predominante è l'irregolarità, l'irripetibilità, l'imprevedibilità (anche se si possono studiare regolarità che riguardano "sezioni temporali" di questo flusso caotico di eventi). Il mondo dei viventi è il regno del caso, e sempre più spazio al caso viene lasciato nelle teorie neodarwiniste, cioè nelle versioni più aggiornate della teoria dell'evoluzione che tengono conto della genetica. Il problema è che nella definizione del concetto di caso che Boncinelli propone non vi sono elementi sufficienti a spiegare le differenze fra mondo fisico e mondo della vita che in termini generali egli efficacemente descrive. Se il caso non è secondo lui, come abbiamo visto, assenza di causa ma è solo assenza di fine non vedo sostanziali differenze col concetto di necessità. Un evento fisico, che accade regolarmente e secondo necessità, è provocato da una (o più) cause ma non ha un fine. L'idea di un finalismo negli eventi naturali è decaduta con la nascita della scienza moderna. Per spiegare e caratterizzare l'irregolarità di alcuni eventi fondamentali riguardanti la vita non basta dire che non sono diretti a un fine. D'altra parte se è vero che il concetto di caso è irrinunciabile nella teoria dell'evoluzione occorre elaborarne una definizione molto più precisa, anche perché attorno a questo concetto si gioca un discorso molto importante sul senso generale degli esseri viventi, uomo compreso.

29 ottobre 2009

Appunti per un sistema filosofico




Cosa dovrebbe contenere, oggi, un sistema filosofico?

Ho preso questi appunti cercando di rispondere:

Una presentazione dei principali “oggetti” matematici e logici degni di studio per il loro valore teorico e degni di contemplazione per il loro valore intrinseco (ad es. l’infinito)
Un’analisi dei principali concetti filosofici: essere, verità, identità, senso, realtà
Una sintesi delle scienze “strategiche” dal punto di vista di una visione generale della realtà naturale: cosmologia e biologia (teoria dell’evoluzione in particolare).
Una sintesi sull’uomo, sulla natura umana, che comprenda anche un’analisi dell’esperienza da un punto di vista fenomenologico (bisogno, volontà, emozione, percezione, ricordo, immaginazione, pensiero, azione) e una nuova teoria della sessualità.
Una riflessione sul senso della storia dell’umanità che sia connessa a un’interpretazione della contemporaneità.
Una riflessione fondativa sui valori costituzionali come valori-cornice all’interno dei quali possono esistere diversi sistemi valoriali personali o di gruppo (fil. politica)
Una riflessione sul senso di sé (orientamenti per l’esistenza)
Una riflessione sul senso degli altri (etica)
Una riflessione sulle principali forme di produzione culturale (l’arte, la religione, la filosofia, la scienza) e sui loro rapporti. Qui anche un chiarimento sul perché un sistema filosofico, in quanto tale, si pone come alternativo a una visione religiosa...

Il bisogno di una filosofia della sessualità




In un'intervista recente nella quale gli si chiedeva di commentare la bocciatura della legge contro l'omofobia (su Repubblica del 14 ottobre 2009) Gianni Vattimo conclude con queste parole: "In realtà la cultura anti-gay preesiste al cattolicesimo. La Chiesa, invece, potrebbe cambiare molte cose in materia di sesso e aiutarci tutti ad essere più liberi, ma non lo fa. E questa è la sua vera colpa. Non vuole metterci in condizione di mutare la nostra percezione del sesso, lasciando piuttosto che esso resti 'le sale petit secret', 'lo sporco piccolo segreto' di cui parlava Gilles Deleuze. Il sesso resta così uno 'scandalo', uno scandalo aumentato dalla mercificazione che gli è stata imposta dal capitalismo. Alla fine, saremo travolti da questa concezione del sesso." "E cosa bisognerebbe fare, allora?" chiede il giornalista. "Se ne fossimo capaci, dovremmo davvero fare una rivoluzione in campo sessuale. Nel senso che dobbiamo scegliere: o sappiamo darci un modo del tutto nuovo di concepire la sessualità o altrimenti resteremo prigionieri di questo status quo."

Sono pienamente d'accordo sulla necessità di ripensare a fondo i concetti con i quali pensiamo (e comunichiamo) la sessualità in generale, proprio per erodere dal nostro linguaggio e dal nostro pensiero tutte le incrostazioni cuturali e storiche che si portano dietro visioni distorte e confuse e rintracciare anche le evenutali origini "fenomenologiche" di certe associazioni (il sesso come qualcosa di scandaloso, sporco ecc). Ad esempio una cosa banale: il fatto che gli organi sessuali e un'importante zona erogena siano anche i punti dai quali il corpo espelle i propri rifiuti.

Cfr. in questo blog Verso una filosofia della sessualità, ottobre 2008

Segnalo un libro uscito di recente che forse può essere utile in tal senso (ne ho da poco iniziato la lettura e vorrei in futuro presentarne qui una sintesi critica):
Michel Onfray, La cura dei piaceri. Costruzione di un'erotica solare, Milano, Ponte alle Grazie 2009, ed. orig. Flammarion 2008.

14 ottobre 2009

Due animazioni per la Toccata e fuga in re minore

E' forse il pezzo più famoso di Bach.
Vediamo due modi molto diversi di illustrarlo con le immagini animate.

A che scopo? Perché "illustrarlo"? Il dubbio è che le immagini potrebbero distogliere dall'attenzione verso la musica, o potrebbero voler "imporre" un certo senso, mentre l'immaginazione di chi ascolta dovrebbe essere libera e guidata solo dai suoni... Ma le immagini, nel primo dei due video, servono secondo me individuare meglio la "struttura" del pezzo e quindi dovrebbero contribuire a migliorarne la comprensione.
Nel secondo, invece, occorre rendersi conto che si tratta di un accostamento del tutto soggettivo e che non ha nessuna pretesa di aiuto alla comprensione ma è solo un esempio di quali immagini visive possono essere in qualche modo poste in relazione al pezzo.

Il primo appartiene a una modalità che già conoscete bene se avete letto i post precedenti (a partire da quello sulla "tempestosità delle note ribattute"): si tratta di "the Music Animation Machine" di Stephen Malinowski (ha un suo sito facilmente rintracciabile da YouTube), una sorta di "notazione musicale grafica" molto simile in realtà alla notazione tradizionale ma più intuitiva e vivace (anche per l'uso del colore che sottolinea le differenti linee melodiche) e nella quale la partitura scorre e viene "illuminata" man mano che la musica procede.


Per il secondo video (dello stesso autore di alcuni video del post precedente) è forse improprio parlare di "illustrazione" della composizione bachiana, nel senso che in realtà qui credo l'intento non fosse quello di partire dalla musica e cercare di "renderla visibile" attraverso un'animazione, bensì quello di creare innanzitutto un divertimento visivo e trovare poi una "colonna sonora adeguata" (anche perché il brano è tagliato all'inizio e le immagini cominciano a scorrere dopo alcuni secondi e finiscono prima della fine della musica). Di fatto però ho l'impressione che l'autore abbia poi in alcuni punti, e soprattutto verso la fine, cercato di sincronizzare aspetti del video con aspetti della musica. In ogni caso la "grandiosità" e il muoversi maestoso dei suoni in tutta l'ampiezza dello spazio sonoro trovano un corrispondente, secondo me, nelle immagini. Consiglio la visione a schermo intero e in HQ.

Meraviglie del contrappunto






Il contrappunto è una tecnica compositiva che consiste letteralmente nel contrapporre punto a punto, cioè nota a nota, ovvero consiste nell'intrecciare linee melodiche autonome in modo che si incastrino armonicamente. L'effetto per l'ascoltatore è quello di assistere a un evento che si svolge su più livelli, con più dimensioni (tante quante sono le linee melodiche) e ne riceve in genere una sensazione di complessità ordinata o potremmo anche dire di molteplicità non caotica. Siccome questa sensazione corrisponde secondo me a quella che spesso ci trasmette la realtà se cerchiamo di considerarla nel suo insieme, il contrappunto può aiutarci a pensare un futuro sistema filosofico, che pretenda appunto di abbracciare col pensiero tutta la realtà (se non almeno quella di cui abbiamo esperienza...) cercando di mettere ordine al guazzabuglio concettuale che inevitabilmente si genera rispetto a tale pretesa.
Propongo come primo esempio l'ascolto della Fantasia in fa minore di J.L. Krebs per oboe e organo, nella versione trascritta e visualizzata da Stephen Malinowski, notevole per la calma (sottolineata anche dai timbri felpati e vellutati) con la quale il compositore intavola una grande quantità di linee melodiche, ben intrecciate ma anche sufficientemente distinguibili.
Se avete apprezzato siete pronti a godervi anche i successivi brani che vi propongo, tutti del grande J. S. Bach:
il contrappunto I dell'Arte della fuga, in una versione per flauti dolci: http://www.youtube.com/watch?v=-a6KUAONwzM
il preludio e fuga 20 dal I libro del Clavicembalo ben temperato: http://www.youtube.com/watch?v=Qj4lPhfG98o
il terzo movimento del Concerto Brandeburghese n. 4: http://www.youtube.com/watch?v=8cN9GjL4q_o
Naturalmente gli esempi potevano essere molti altri, ma questi mi sembrano particolarmente chiari e godibili e, spero, fonte di ispirazione per i filosofi di passaggio...

2 ottobre 2009

Se fosse umano

Una lince canadese. Se fosse un volto umano, che espressione avrebbe? Mi sembra in equilibrio perfetto tra l'ironico e il serio e non so decidermi.
Comunque, ecco un esempio del bello di natura.

1 ottobre 2009

Tornare al sistema


In Barlumi per una filosofia della musica (2007) Giovanni Piana scrive, nella sezione iniziale del libro,

– Pensare non significa affatto gettare un pensiero qui e un altro là. Un pensiero soltanto non è nemmeno un pensiero. Il pensiero deve essere, in un modo o nell’altro, organico.

– Non è affatto il caso di guardare con sospetto i “sistemi filosofici” del passato proprio perché essi non erano altro che modi, spesso mirabili, di realizzare quell’esigenza sistematica che fa parte del pensiero stesso. D’altra parte, scoprirai prima o poi che ogni sistema, considerato da vicino si frantuma in una infinità di problemi di dettaglio, e che autori che vengono lodati per la libertà intrinseca che sarebbe concessa da uno stile frammentario, nei mille e mille pensieri che propongono, hanno alcuni pochi pensieri fondamentali che formano i centri intorno a cui gravitano tutti gli altri.

In un testo di due anni dopo, Un percorso attraverso i problemi della filosofia della musica, Piana parla del testo precedente, spiega che è “fatto di frammenti, pensieri rapidi, analogie, citazioni di altri autori, talora commentate, talaltra no.” e ribadisce che “nonostante questa scelta di stile, continua piacermi un pensiero fortemente organizzato. In altre parole, ho una certa nostalgia per il “sistema filosofico” – non esito a confessarlo.” (Nel 1991 Piana aveva pubblicato un testo, Filosofia della musica, fortemente organico e sistematico.)


Mi interessa qui sottolineare questa tesi secondo cui il pensiero, e quindi la filosofia, ha intrinsecamente una vocazione sistematica. Mi trovo d’accordo e trovo una analogia con quanto sostiene Franca D’Agostini nei suoi lavori, in particolare in Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza, e cioè l’esigenza che la filosofia torni ad essere teoria generale. Sostiene che: “Le discipline filosofiche sono diventate fiduciose in se stesse, mentre la filosofia generale, o meglio la metafilosofia, continua a mantenersi fedele alle limitazioni di un tempo” (qui intende la tesi postmodernista dell’impossibilità di produrre metateorie globali, che giudica in realtà insostenibile perché auto contraddittoria: è una teoria della fine delle teorie…). La D’Agostini si propone di mettere ordine nella situazione metafilosofica attuale, mostrando convergenze sui metodi e sugli obiettivi generali che tutte le ricerche filosofiche di fatto in qualche modo presuppongono : ci sono di fatto accordi fra chi opera nello stesso settore disciplinare (e il pluralismo casomai è proprio nella proliferazione dei settori specialistici della ricerca filosofica, ma ciò non deve destare preoccupazione così come non la desta il proliferare dei settori di ricerca scientifica). L’indagine sui concetti fondamentali (ciascuno dei quali racchiude uno o più problemi filosofici tradizionali) è il terreno comune su cui i filosofi possono ancora confrontarsi.

Tornando alle affermazioni di Piana credo si possano sviluppare dicendo che il pensiero tende di per sé al sistema in quanto i concetti fondamentali sono collegati di fatto uno all’altro e quindi indagandone uno si finisce per essere portati a indagare quelli ad esso vicini e così via.

Ancora, però, di veri e propri nuovi sistemi filosofici non mi pare ce ne siano… Coraggio filosofi! Bisogna osare! Magari anche solo abbozzare sistemi, disegnarne lo scheletro. Pensare a cosa dovrebbe contenere un sistema filosofico attuale.

Proviamo a fare come Borges, che per vincere la resistenza a scrivere in modo narrativo cominciò a scrivere una recensione a un romanzo immaginario.

Proviamo a scrivere una recensione a un immaginario sistema filosofico attuale, a descriverlo come se esistesse anche se ancora non esiste...

vedi Appunti per un sistema filosofico
cfr.  Qualcosa esiste, ma come?

29 settembre 2009

Gradazioni di senso


Nel Tempo ritrovato, l'ultimo volume della Recherche, il Narratore capisce improvvisamente come può iniziare a scrivere, capisce come può trasformare la sua stessa vita in arte, o meglio capisce come i momenti più significativi e intensi della propria vita possano diventare arte trasformandosi in immagini, in narrazione densa di pensiero. Contemporaneamente Proust sta anche quindi "svelando" il procedimento con cui ha costruito la Recherche.
A questo proposito Elio Franzini, in Arte e mondi possibili. Estetica e interpretazione da Leibniz a Klee, scrive: "(...) solo gli storicisti e i narcisisti credono che tutto il tempo che si è vissuto sia 'vero'
- autentico e sensato - solo perché lo si è vissuto. (...) Proust vuol dire, pur nel dolore che questo comporta, che non tutto ciò che si vive ha un senso: ha un senso ciò che dura, ciò che sa attraversare il tempo, ciò che sa recuperare il tempo.".

Proviamo a riflettere sulla differenza di significato delle seguenti proposizioni:

(1) Tutta la nostra esperienza ha un senso

(2) Non tutta la nostra esperienza ha un senso.

Si potrebbe dire che sono vere entrambe, ma che fra le due avviene uno slittamento del significato del concetto di SENSO. La (1) ha a che fare con il principio di ragione sufficiente: dice che c'è un livello di base nel quale ogni cosa che facciamo, che viviamo, che ci capita, ha uno o più motivi, ragioni (o fini) e ce l'ha anche se questi ci sfuggono o non dipendono da noi.
Ma a questo livello non è possibile distinguere un'esperienza da un'altra, non è possibile fare differenze di valore tra esperienze diverse, quindi non è possibile spiegare, ad esempio, perché scegliamo un'esperienza piuttosto che un'altra.
La (2) intende invece mettere in evidenza proprio le differenze di valore tra le esperienze.

Una mediazione fra la (1) e la (2):

(3) Alcune esperienze hanno più senso di altre.

Il SENSO, quindi, non sarebbe qualcosa che si può semplicemente avere o non avere, ma ammetterebbe gradazioni, sfumature.

Cfr. il post, in ottobre 2008, Ontologia come valorizzazione

28 settembre 2009

Tempestosità delle note ribattute: Scarlatti (ancora!): sonate K141 e K455



Cosa succede se un compositore inserisce nelle linee melodiche dei segmenti nei quali ripete più volte la stessa nota?
L’effetto è simile a quello di un martello… quindi comunica forza, decisione, tenacia...
E se a questo si associa la velocità?
Ascoltate e guardate questa sonata di Scarlatti, la K455, in una versione molto particolare curata da Stephen Malinowski


In un’altra sonata, la K141, la ripetizione di una stessa nota a grande velocità è utilizzata fin dal principio. Tutta la sonata mette in evidenza il carattere percussivo della tastiera, e l’effetto tempestoso è accentuato dall’inserimento di sezioni dove la ripetizione martellante parte dalla regione grave dello strumento per poi spostarsi gradualmente, come in una cavalcata, verso la regione media, con incursioni saltellanti fra l’acuto e il grave. Ve la propongo in una versione recente nella quale Martha Argerich, con l’aria di una vecchia volpe, attacca improvvisamente a suonare, quando ancora gli applausi per il suo ingresso in sala non si sono del tutto spenti, con una velocità sorprendente (che lascia però intravedere abbastanza chiaramente la struttura del pezzo):
Una versione per clavicembalo nella quale è ben evidenziato l’aspetto ritmico (in sestine) è la seguente, di Aline d'Ambricourt: http://www.youtube.com/watch?v=HLuYLN_k4lA. Altra versione per pianoforte, ma più lenta e con sottolineature molto diverse da quella della Argerich, è quella di Gilels http://www.youtube.com/watch?v=sZVwrYDCbCA. Un’ interpretazione molto percussiva, ma per clavicembalo, è quella di Rousset: http://www.youtube.com/watch?v=KdF_S57fyK8. In un altro video possiamo sentire e vedere sulla stessa sonata una Argerich giovane e focosa (ci sono differenze soprattutto nel finale, rispetto alla versione recente che ho proposto poco sopra): http://www.youtube.com/watch?v=PcsRl_LIJHA

18 settembre 2009

Importanza dell'interpretazione: la sonata K 27 di Scarlatti (aggiornamento 26/10/ 2023)


Ho raccolto undici versioni della stessa sonata.
Domanda difficile: la vera sonata, quella che aveva in mente Scarlatti quando l'ha scritta, esiste? Potremo mai ascoltarla?
Le ho ordinate per durata, dalla più breve alla più lunga.
La prima, la più corta, è talmente veloce che finisce per essere confusa e non intellegibile (anche perché il pianista vuole strafare con la velocità e ci infila qualche sbavatura): decisamente non ci siamo! (Anzi, se non conoscete già la sonata in questione vi consiglio di ascoltare prima la versione successiva, quella di Michelangeli, per non rovinarvi l'impressione originaria, che è sempre importante...)
 Jack Gibbons minuti: 2.00
La seconda è una versione celeberrima, di Benedetti Michelangeli (minuti: 2.47):
Per me è la versione "originaria", la prima che ho ascoltato e che mi ha dato l'imprinting. Per molto tempo, per me, esisteva solo quella versione, nel senso che non ne conoscevo altre. E' sempre molto veloce, come vedete è al secondo posto in ordine di durata, ma qui siamo su un livello eccelso per uniformità di timbro e chiarezza.
La versione successiva ( Annarita Santagada: 3.03) ha qualcosa di buono, ma giudicate voi stessi: http://www.youtube.com/watch?v=IBDhSszbqig
Debargue (3.06) fa dei rallentati espressivi che mi piacciono, però a tratti corre un po' troppo, secondo me.
Versione live del grande clavicembalista Scott Ross (3.22): a parte la differenza data dal clavicembalo rispetto al pianoforte, il tempo è qui più lento e quindi tutto è più "meditato", pur mantenendo una buona scorrevolezza. Questa interpretazione marca una differenza sostanziale rispetto a quella di Michelangeli... sembrano quasi due sonate diverse, sono come due "cose" diverse.
(Una versione non live sempre di  Scott Ross dura 4.22: più pulita e di qualità migliore come registrazione, e ancora più "meditata"...)
Segue una versione estremamente interessante, di un giovanissimo pianista, Edoardo Ciccimarra: 3.33. Cosa strana: complessivamente dura qualche secondo di più della versione live di Scott Ross, ma ascoltandola sembra un'esecuzione più veloce. Com'è possibile? Il trucco sta nel fatto che Ciccimarra usa velocità diverse all'interno della stessa esecuzione, usando la velocità (i rallentandi immprovvisi o le impennate) come strumento espressivo. E' una versione molto densa emotivamente e l'espressività non mi pare tradisca la chiarezza, anzi sottolinea meglio la struttura del pezzo. Notevolissimo!!! 
http://www.youtube.com/watch?v=VA0-XpjoUus [purtroppo in seguito il video è stato rimosso e non è più rintracciabile... Perché?? (chiedo a Edoardo)]
Segue una versione per pianoforte piuttosto lenta, meditata, ma con un bel tocco vellutato... le note si sgranano fluidamente e con grande limpidezza: Mark Swartzentruber ( 3.47)
Per curiosità inserisco anche una versione per chitarra, interessante ma imprecisa e "ridotta", di Jennifer Kim. (la durata complessiva non è confrontabile perché l'esecuzione non è completa).
Versione di Murray Perahia (3.51): usa troppo pedale, secondo me, ma la tenuta espressiva c'è.
La versione di Benjamin Åberg (4.16) è un po' sulla scia di Ross, comunque dignitosissima e con abbellimenti (stessa versione, animata da Smalin, per chi ama "vedere"...)
Andrei Andreev (4.46): anche lui fa delle variazioni di velocità con intenti espressivi, a volte rallenta esageratamente, ma è una versione appassionata.
Infine una versione lentissima, esageratamente lenta, dove secondo me con l'intento di dare una versione analitica e intensa si finisce per "sfasciare" l'efficacia emozionale del pezzo (un po' lo stesso difetto, ma per motivi opposti, della prima versione velocissima...): è la versione di Gilels : 4.55 minuti

Chi preferire fra tutti? Confesso che l'interpretazione di Ciccimarra mi ha conquistato... ma sono ben consapevole che non è un'interpretazione che tende all'oggettività (le variazioni di velocità non sono scritte nella partitura...), del resto forse il bello è proprio qui, forse la verità dell'interpretazione sta proprio nel modo di "tradire" il testo per arrivare a ciò che sta "dietro": la struttura, le emozioni, le immagini. Si ripropongono allora le questioni che ho sollevato all'inizio...

P.S. la sonata si trova anche nella colonna sonora (ritorna più volte nel corso del film) di Racconto di Natale del regista Arnaud Desplechin (Un conte de Noël. durata 150 min. – Francia 2008), dove compare in due diverse interpretazioni: una di Marcela Roggeri e una di Scott Ross.

17 settembre 2009

Un volto non "umanizzabile"

Qui, di fronte a quest'immagine, non riesco a dire che espressione abbia questa faccia (come invece posso fare per l'aquilotto di un post precedente): è troppo diversa dall'umano per poter essere interpretata... non è una "faccia"! Posso dire che l'ape "non ha un volto"?
E' una forma di vita già un po' troppo diversa da noi per poterle attribuire uno stato d'animo.
E' sicuramente viva, appartiene alla natura. Allora qualcosa in comune con noi ci deve essere. Cosa abbiamo in comune?

7 settembre 2009

Baricco come filosofo: appunti su "I barbari"

Non so quanta risonanza abbia avuto nell'ambiente filosofico questo testo, uscito per la prima volta a puntate su "la Repubblica" nel 2006, ma certamente merita attenzione da parte dei filosofi (e degli insegnanti, di filosofia ma non solo) per vari motivi, innanzitutto la capacità di pensare il proprio tempo e comunicare questi pensieri in modo accessibile al lettore di media cultura. Baricco stesso è consapevole della valenza filosofica dei suoi ragionamenti: "Lo so" dice a pagina 92 dell'edizione Feltrinelli "che l'ermeneutica novecentesca ha già prefigurato, in maniera molto sofisticata, un paesaggio del genere. Ma adesso che lo vedo diventato operativo in Google, nel gesto quotidiano di miliardi di persone, capisco forse per la prima volta quanto esso, preso sul serio, comporti una reale mutazione collettiva, non un semplice aggiustamento del sentire comune". Non è mia intenzione, qui, riassumere l'articolazione del libro. Non spiegherò quindi cosa c'entra Google, così come tutti gli altri esempi concreti che Baricco fa per sostenere il suo discorso (il vino, il calcio, i libri...). La tesi fondamentale di Baricco è che nel Novecento, a un certo punto, scatta un mutamento epocale nel modo di fare esperienza, nel modo di intendere e dare senso all'esistenza. C'è un prima e c'è un poi, rispetto a questo mutamento epocale: il prima lo chiama "civiltà" e il poi "barbarie", ma avrebbe potuto benissimo usare anche altri termini. Il prima, la "civiltà", di cui si occupa Baricco è l'epoca che parte con l'Umanesimo e si compie col Romanticismo (la modernità). Là regnava l'idea che capire e sapere volessero dire "entrare in profondità in ciò che studiamo, fino a raggiungerne l'essenza". L'essere, il valore, lo si cercava in ciò che era eterno, permanente, perfetto, e fare ciò richiedeva tempi lunghi, fatica, pazienza, tenacia, un percorso selettivo di crescita spirituale. Poi, a un certo punto, succede che ci si rende conto che "la sproporzione fra il livello di profondità da attingere e la quantitità di senso raggiungibile è diventata clamorosamente assurda (...) La mutazione barbara scocca nell'istante di lucidità in cui qualcuno si è accorto di questo: se effettivamente scelgo di dedicare tutto il tempo necessario a scendere fino al cuore della Nona (di Beethoven), è difficile che mi resti del tempo per qualsiasi altra cosa: e, per quanto la Nona sia un giacimento immenso di senso, da sola non ne produce in quantità sufficiente alla sopravvivenza dell'individuo." Si passa così al modo "barbaro" di intendere il valore, il senso, l'essere: superficie invece che profondità, movimento invece che permanenza, slittare velocemente sulla superficie delle cose mirando a una traiettoria che colga il senso nel rapporto fra le cose, negli eventi, nelle sequenze, nelle storie... Meno verità in cambio di più comunicazione. "Viaggi al posto di immersioni, gioco al posto di sofferenza". Per molti, oggi, "il sapere che conta è quello in grado di entrare in sequenza con tutti gli altri saperi". "Abitare più zone possibili con un'attenzione abbastanza bassa è quello che evidentemente loro (i barbari) intendono per esperienza." Certo viene in mente la leggerezza di cui ha tanto parlato Vattimo, l'indebolimento del pensiero che deve secondo lui corrispondere all'indebolimento dell'essere stesso (l'essere come evento di cui ha parlato Heidegger), ma vengono anche in mente la leggerezza e la velocità che Calvino metteva a fuoco come valori del prossimo millennio nelle Lezioni americane. E' cambiata, quindi, l'idea di cosa è importante e di cosa non lo è. Il problema però, dice Baricco, è che noi ci troviamo in un momento nel quale i due modi di intendere il senso e il valore delle cose, quello "vecchio" e quello "nuovo", coesistono: "siamo in bilico tra due visioni del mondo, e tendiamo ad applicarle, simultaneamente, tutt'e due. Da una parte conserviamo ancora tiepido il ricordo di quando il senso delle cose era concesso a chi avesse la purezza e il rigore di risalire il corso del tempo, e di accostarsi al luogo della loro origine. Dall'altra sappiamo ormai bene che esiste solo ciò che incrocia le nostre traiettorie, e spesso esiste solo in quel momento". Emblematico di questa condizione doppia è il binomio scuola (civiltà)/televisione (barbarie), una schizofrenia che gli adolescenti vivono quotidianamente. "E in mezzo, tra televisione e scuola, c'è tutto il campo aperto della cultura e dell'entertainment (...). Tramandare la civiltà o convertirsi alla barbarie?" Baricco propone una sensatissima via di mezzo che potremmo sintetizzare dicendo tramandare barbaricamente la civiltà o convertirsi civilmente alla barbarie. Un nocciolo ideale che può germogliare in molte direzioni sia per quanto riguarda la politica culturale sia il mondo della formazione in generale. Una riflessione critica, a questo punto, posso permettermi di avanzarla. Il mutamento epocale che Baricco descrive, e che pare corrispondere alla heideggeriana "fine dell'epoca metafisica", viene da lui descritto con delle coppie concettuali: profondità/superficie, verticale/orizzontale, gravità/giocosità, eternità/mutamento, essere/divenire, identità/differenza... Queste opposizioni, in fondo, non si sono già presentate più volte nel corso della storia del pensiero? Non corrispondono, in qualche modo, alle coppie Parmenide/Eraclito, Platone/Aristotele, metafisica(razionalismo)/empirismo? Questo non per dire "nulla di nuovo sotto il sole", ma per dire che probabilmente la tradizione filosofica può fornire gli strumenti migliori per pensare questa condizione contemporanea così ben descritta da Baricco. E per dire anche che forse le grandi ricostruzioni nietzscheane e heideggeriane (per non dire severiniane...) della tradizione filosofica (che riducono tutta la storia della filosofia ad un unico denominatore comune) sono semplificazioni eccessive che oscurano la ricchezza e la complessità storica del pensiero occidentale. Altra considerazione è che non a caso la filosofia gode oggi, a quanto si dice, di una ripresa di interesse: si tratta infatti di una disciplina che allena e forma la capacità di collegare, "unificare"-generalizzare, semplificare, tradurre, mostrare la sequenza. In altri termini la filosofia ha una vocazione "barbarica" per il suo cavalcare sull'onda dei saperi senza la pretesa di scendere nella profondità di ciascuno ma cogliendo trame, percorsi, sensi, nessi, tenendo conto contemporaneamente di più punti di vista possibili. Al tempo stesso ha una vocazione "civile" perché aiuta a riportare ciascun sapere al suo fondamento, aiuta a ritrovare la sua origine.

2 agosto 2009

Libertà e necessità nella "natura umana". Gradi di libertà.

Penso che un certo grado di libertà, che esiste in misure diverse, in gradazioni diverse, sia un punto di arrivo, non certo un punto di partenza, una dotazione "naturale" della "natura umana" (come invece nell'idea che l'uomo sia stato "fatto" con una dote speciale, il libero arbitrio, la libertà di scelta del proprio destino o della propria natura): una certa libertà è un obiettivo che possiamo raggiungere, con con fatica e difficoltà. Ma c'è anche, rispetto alla libertà, il problema di come ci poniamo nei confronti degli altri. Da un lato (e qui penso soprattutto a Spinoza) è bene cercare di capire, comprendere il comportamento altrui, perché inserendolo nella trama delle necessità riusciamo a provare compassione, riusciamo a trovare quel sentimento etico indispensabile per evitare la violenza, la sopraffazione, lo sfruttamento… D’altra parte però è anche giusto considerare gli altri come responsabili delle loro azioni, e quindi considerare il loro comportamento come frutto di scelte (almeno in parte) libere, e qui può nascere anche, oltre all’ammirazione o all’approvazione, l’odio, la rabbia, la condanna…

Forse dovremmo cercare di capire in che misura gli altri sono liberi e “rispondere” al loro comportamento di conseguenza, così come non ha senso arrabbiarsi con un bambino che non rispetta alcune regole che ancora non può capire. Il bambino ha un basso grado di libertà, mi verrebbe da dire, e quindi dobbiamo soprattutto comprendere la necessità del suo comportamento, le ragioni per cui agisce in un certo modo, non possiamo considerarlo un soggetto che sceglie consapevolmente, che “padroneggia la sua vita”. Un adulto, invece, almeno in parte sì.

Il problema è entrare nel merito di questi “gradi” di libertà, nel merito di questa mescolanza di libertà e destino, che in ognuno sono impastati in forme e rapporti diversi, e con ciascuno avere la “reazione” appropriata…

Il modo giusto di "rispondere" al comportamento di chi mi sta di fronte presuppone la comprensione del grado di libertà che l'altro ha raggiunto.

6 luglio 2009

Kant e il desiderio di non-genitorialità


La decisione (nel senso di scelta consapevole e motivata, non dovuta a ostacoli fisici, materiali) di non fare figli (pur essendo nella condizione di poterli fare), ad esempio per avere più tempo da dedicare alla vita di coppia o alla propria professione, rispetta la forma morale prescritta dall'imperativo categorico?

Sembrerebbe di no (ricordiamo che l'imperativo categorico, perno dell'etica kantiana, prescrive che la massima che regola il nostro comportamento debba poter essere una massima universale, cioè generalizzabile a tutta l'umanità): se tutti facessero questa scelta, se tutti decidessero di non fare figli si estinguerebbe il genere umano!

Ne consegue, allora, che fare figli è un dovere morale (per chi segue l'etica kantiana)?

22 giugno 2009

uno sguardo intenso...

... sembra anche severo, ma certamente si tratta di un'attribuzione indebita: una lettura umana di una forma di vita non umana.


"Sono emozionato" (etica della comunicazione)


Sentiamo sempre più spesso la frase "Sono emozionato" senza che venga detto di quale emozione si tratta. La parola "emozione" è molto utilizzata in senso generico ma copre una pigrizia nel discernere e dare un nome a ciò che si sta provando. Si tratta di paura? preoccupazione? rabbia? imbarazzo? commozione? gioia? Sforzarsi di nominare, spiegare con precisione, magari con una o più frasi invece che con una sola parola, renderebbe la nostra comunicazione molto più razionale ed efficace. Il problema è che dietro a questa precisione linguistica dovrebbe esserci una capacità di lettura, di comprensione delle proprie emozioni, che spesso manca. Già renderesene conto, però, serebbe un primo passo. Una domanda sottile, sottovoce, dovrebbe sempre accompagnarci: "Cosa sto provando in questo momento?" "Cosa (quale emozione) sento?".

20 dicembre 2008

Nichilismo: pericolo e salvezza

L’ultimo “Almanacco di filosofia” della rivista Micromega, dal titolo “Dio, nichilismo, democrazia”, stampato nell’ottobre 2008, è in larga parte costruito intorno alle reazioni che vari filosofi, teologi e un costituzionalista hanno avuto di fronte a un testo di Paolo Flores d’Arcais dal titolo Etica dell’ateismo. In tale testo Flores d’Arcais sostiene, in sintesi, che l’etica e la politica devono rinunciare alla religione. La fede non può essere fondamento di etica e politica, perché in quanto tale porta allo scontro fra visioni del mondo diverse ma che pretendono ciascuna di essere l’unica vera. Occorre quindi, propone Flores d’Arcais, l’ateismo metodologico, ovvero il consegnare l’eventuale fede alla sfera privata. In pratica si tratta di una difesa radicale della laicità in tutti i contesti di convivenza sociale: dalle città alla comunità internazionale. In questi termini la tesi non è particolarmente originale, ma il modo in cui Flores la sostiene contiene molti punti problematici e fecondi. Mi voglio soffermare su uno in particolare, ovvero il fatto che Flores declina in modo decisamente negativo il termine “nichilismo”, con la relativa reazione di Vattimo. Secondo Flores, che Dio esista o non esista “tutto è permesso”. O nel senso (se si crede in Dio) che si scontrano i diversi profeti, predicatori, autorità che parlano in nome di Dio (guerre di religione, crociate, scontri di civiltà, intolleranze…), o nel senso (se non si crede) che ogni morale è possibile e quindi prevale il più forte, chi ha più successo, e impera comunque la guerra. Il “tutto è permesso” è quindi condizione umana. “L’uomo è l’animale a rischio di nichilismo. (…) In altri termini: l’uomo è il creatore e signore della norma. (…) Il potere dell’uomo sulla norma è al tempo stesso il suo potere di autodisruzione.” Il nichilismo viene quindi presentato da Flores come caduta in uno stato di conflitto permanente che può arrivare all’autodistruzione della specie. Vattimo, nel suo intervento dal titolo Solo il nichilismo ci può salvare, rivendica invece una nozione positiva, o perlomeno neutra, di nichilismo. Il nichilismo, stando alla sua accezione in Nietzsche, è proprio la consapevolezza che la norma dipende solo da noi, cioè che ogni valore con pretesa di assolutezza può essere svalutato; è la fine dell’idea che ci siano valori assoluti. Ma ciò è salvifico, perché è solo questo che ci può salvare dalla tentazione di bombardare un paese perché lì non si sono ancora affermati i valori assoluti. Il nichilismo ci obbliga all’idea che sono necessari, per la convivenza civile, accordi, bilanciamenti, conciliazioni e compromessi. Siamo quindi di fronte a due modi molto diversi di intendere il concetto di nichilismo, il che sicuramente indica un problema aperto. Da una parte abbiamo la paura che la situazione di irriducibile pluralismo etico porti a violenza, a distruzione e autodistruzione. Dall’altra abbiamo la tesi che proprio la consapevolezza del pluralismo etico possa invece costringere al tener conto delle differenze e a trovare accordi di rispetto reciproco. La domanda potrebbe essere formulata in questo modo: è l’assenza di valori che porta al conflitto permanente o è l’eccessivo attaccamento ad alcuni valori considerati irrinunciabili? Il fatto che possano esistere molteplici morali (quindi nessuna sia assoluta) comporta il rischio della prevaricazione come unico criterio o porta alla costruzione responsabile di una propria morale e successivo confronto pacifico con quelle altrui? Propongo una chiave per uscire dal dilemma: la differenza fra il pluralismo etico come fatto e la consapevolezza del pluralismo etico. Una cosa è credere che non essendoci un sistema di regole universali ognuno debba pensare per sé e per il proprio gruppo di appartenenza cercando di prevalere sugli altri. Un’altra cosa è rendersi invece conto che che comunque stiamo seguendo (o dobbiamo darci) delle regole e che altri individui /altri gruppi hanno regole diverse dalle nostre, e che ciò comporta il rischio della distruzione/autodistruzione, e che si tratta allora di costruire un terreno comune, un linguaggio comune entro il quale comunicare e trovare accordi, compromessi. Il nichilismo come situazione di reale assenza di valori trascendenti, entro la quale ciascuno (individuo/gruppo/comunità) aderisce a un’etica particolare e si scontra con gli altri è altra cosa dal nichilismo inteso come consapevolezza raggiunta di tale situazione, perché tale consapevolezza ci rende uniti e uguali nella comune situazione della relatività di ogni morale. Il nichilista inconsapevole è pericoloso, è distruttivo. Il nichilista consapevole è capace di comprendere il punto di vista altrui ed è molto meno incline alla violenza rispetto al non-nichilista. Flores sostiene la necessità di fare a meno della fede, nella sfera pubblica, anche se la si ha; Vattimo sostiene la necessità di fare a meno di ogni universalismo anche se si ha fede. In conclusione: “l’ateismo metodologico” di cui parla Flores D’Arcais è forse la stessa cosa del “nichilismo salvifico” di cui parla Vattimo. Altro punto su cui mi pare concordino è che l’unica etica “universale”, il terreno comune sul quale etiche diverse possano incontrarsi e trovare accordi, non può essere che una meta-etica, un discorso etico di secondo (o terzo? o quarto?) livello… Ma questa è un’altra storia.

1 novembre 2008

L'esperienza è inoltrepassabile

A un ateo domando: come sai che al di là dei limiti dell'esperienza non c'è nulla? Non potrebbe esserci qualcosa d'altro? Qualcosa di completamente diverso, forse impensabile, inimmaginabile? Sei proprio convinto che sappiamo tutto?

A un credente domando: come sai che al di là dei limiti dell'esperienza c'è Dio? Non ti sembra che Dio sia troppo simile all'uomo (persona, con una volontà, una conoscenza, un potere... elevati al massimo grado) per essere veramente trascendente, cioè collocato oltre, al di là?

Tendiamo costantemente ad uscire dai limiti della nostra esperienza, ma ne veniamo costantemente ricacciati dentro, perché se usciamo fuori dai limiti stiamo facendo allora esperienza di questo fuori, che diventa allora un dentro...

Il trascendimento della nostra esperienza è quindi insieme impossibile ma necessario. Questa necessità sembra appartenere alla natura umana, perché in questo continuo uscire-rientrare intanto i limiti si allargano: sappiamo-immaginiamo-pensiamo sempre di più. C'è quindi crescita, evoluzione: è il modo umano di essere vivi.

(cfr., in questo blog, "Libertà come evoluzione")
(cfr. Franca D'Agostini, Logica del nichilismo, Laterza 2000)

26 ottobre 2008

Capire Hegel: la dialettica soggetto/oggetto





Capire l'impostazione di fondo della filosofia hegeliana è sempre stato per me un problema, e la filosofia di Hegel è certamente una delle più difficili.
Nel volume di Franca D'Agostini "Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza" (Carocci 2005) ho trovato però dei passaggi illuminanti che mi hanno molto aiutato:

"Ogni realista difensore della cosa senza soggetto sta in verità parlando di se stesso, e difendendo il proprio modo di guardare la realtà. Questo vale naturalmente anche per i difensori della soggettività senza la realtà: almeno e se non altro in quanto devono postulare come reale, dunque violare e rendere oggettivo, quel soggetto di cui difendono il primato contro gli oggetti.
In altre parole, nel momento in cui difendo i diritti dell'oggetto, lo faccio dal punto di vista di un soggetto tanto potente da saper conoscere perfettamente, e perciò difendere, il proprio altro; nel momento in cui invece difendo i diritti della soggettività lo faccio assumendo il soggetto stesso come un oggetto e un dato obiettivato, e dunque postulo un oggetto tanto forte da poter modellare con la sua forma il suo differente.
Questa elementare dialettica è il vizio di forma di qualsiasi posizione unilaterale. Ma l'opinione di Gadamer (come quella di Hegel), è che tutti, i soggettivisti come i difensori dell'oggettivo, sono in qualche modo spossessati dalla oggettività di questa dialettica, che - essa stessa - costituisce il movimento proprio di qualcosa che non è interamente riducibile al soggettivo, né all'oggettivo, pur essendo proprio dell'uno e dell'altro."

Ecco. Questa è la dimensione in cui si colloca la filosofia hegeliana. Di che si tratta? Del linguaggio, di quella dimensione oggettiva ma costituita attraverso il "solidificarsi dell'esperienza umana in concetti-parole", quindi qualcosa che ha una radice soggettiva e la cui oggettività non coincide però con quella delle cose. "Il linguaggio non è né uomo né cosa".

Hegel esalta e valorizza questa dimensione intermedia fra le cose (gli enti fisici) e i vissuti (gli eventi mentali), in cui troviamo oggetti che sono un prodotto collettivo dell'umanità e sono collegati fra loro in una struttura non statica bensì soggetta al mutamento, alla trasformazione storica.

Questa dimensione è in fondo quella della filosofia stessa, quella nella quale si collocano le indagini filosofiche, e la filosofia è anche quell'ambito "intermedio" fra scienza e arte che potrebbe far uscire dalla guerra delle "due culture" (umanistica vs scientifica) invitando all'ascolto reciproco, fornendo un terreno comune entro il quale dialogare.

Forse il male culturale del nostro tempo è proprio il non riuscire a tenere insieme i discorsi sui fatti e i discorsi sui valori.

14 ottobre 2008

Ontologia come valorizzazione




"Cosa esiste?"

Per rispondere devo affrontare una serie di questioni, ad esempio: esistono solo le cose materiali o anche gli eventi? solo le cose o anche i vissuti? solo le cose individuali o anche gli insiemi? solo le cose o anche i concetti?

Quando ammetto che un certo tipo di cose (ad esempio gli eventi) esistono, le sto in qualche modo valorizzando, sto dando loro dignità (potremo dire dignità ontologica).

Perché?
Perché ciò che esiste è sicuramente più importante di ciò che non esiste.
Se una cosa non c'è non conta nulla, non dobbiamo tenerne conto, non può influenzarci, condizionarci eccetera.
Se invece una cosa prima veniva considerata inesistente, e poi invece la si considera esistente significa che le stiamo dando importanza, la stiamo prendendo in considerazione.

Ma si danno solo due possibilità ontologiche, ovvero essere /non essere?
La ricchezza e la complessità del reale ci fa propendere per l'idea che ci siano diverse modalità di esistenza, tipi diversi di essere. (il modo in cui esiste un ricordo è diverso dal modo in cui esiste una sedia...)

Se intendiamo l'ontologia come la disciplina che intende chiarire le differenze generali fra tipologie di esistenza, possiamo però ancora porci la domanda: chiarire queste differenze generali non significa anche inevitabilmente stabilire una gerarchia, cioè valutare quali tipi sono più importanti e quali meno? Platone è andato senz'altro in questa direzione.

Potremmo però orientarci verso un'ontologia "paritaria", cioè rifiutarci di dire cosa esiste di più e cosa di meno. Potremmo allora per esempio sostenere che l'esistenza degli oggetti che occupano regioni spazio-temporali (gli oggetti fisici) non sia più importante dell'esistenza degli oggetti che non occupano tali regioni (per esempio i concetti).
Si tratterebbe di un'ontolgia che stabilisca differenze fondamentali senza ordinare gerarchicamente.

Ma il problema è che un’ontologia così concepita tenderebbe ad annullare la differenza fra essere e non essere, cioè mancherebbe del polo negativo, il non essere. Esisterebbe tutto, ma allora tutto avrebbe anche uguale valore. Come orientarsi in un mondo così concepito? Una valorizzazione totale equivale a un’annullamento del valore stesso.

Diversi e mutevoli sono i modi di “fare esperienze”, ovvero costruire/recepire il senso. Ma a noi serve distinguere fra ciò che ha senso e ciò che non ne ha, fra ciò che ha valore e ciò che non ne ha, fra ciò che esiste e ciò che non esiste.

Nella prospettiva di un'ontologia come valorizzazione la domanda

"Che cos'è X?"

si potrebbe considerare equivalente alla domanda

"Che senso ha X?"

Metafisicamente: l'Essere è il Senso.

"Esiste" è un predicato?




Forse la vera questione importante, in relazione alla quale i predicati "esiste/non esiste" acquistano un significato preciso, è la questione dell'esistenza o inesistenza di Dio. Non è un caso che la tesi di Kant per cui "esiste" non è un predicato sia stata da lui costruita proprio attraverso la critica alla prova ontologica dell'esistenza di Dio.

Ma è poi vero che dire "X esiste" non significa nulla?

Si potrebbe anche sostenere che "X esiste" sta per "X non è un prodotto della mente umana".

Certo questo non vale in tutti quei contesti in cui parliamo proprio dei prodotti della mente umana, per esempio teoremi, romanzi, sinfonie, teorie filosofiche... Certamente tutte queste cose esistono!
I contesti in cui "X esiste" ha significato sono proprio quelli in cui si discute sull'esistenza o inesistenza di qualcosa, i contesti problematici. In primo luogo le discussioni su Dio, ma anche secondariamente quelle sulle anime immortali, i fantasmi, i poteri paranormali eccetera.
Quindi in un certo senso è vero che tutto esiste e si tratta solo (!) di specificare differenze fra tipologie di esistenza diverse (le cose materiali, le relazioni, i vissuti, gli "oggetti logici/culturali"...) ma su una questione come quella di Dio il porlo fra gli oggetti prodotti dalla mente umana o il porlo come esistente (appunto nel significato di "non prodotto dall'uomo") fa una grande differenza. La differenza (seguendo Pareyson) tra il sostenere che il mondo ha senso e il sostenere che non ha senso.

Letture consigliate per approfondire la questione:

L. Pareyson, Ontologia della libertà, Einaudi 1995 e 2000
F. D'Agostini, Logica del nichilismo, Laterza 2000
F. D'Agostini, Storia di "la verità non esiste", "aut aut", 301-302, 2001

12 ottobre 2008

La macchina dell'esperienza




LA MACCHINA DELL'ESPERIENZA   Versione scaricabile e stampabile




Avvertenza: Questo racconto prosegue idealmente (stessi personaggi e stesso contesto) il racconto "La macchina del libero arbitrio" (pubblicato nel blog in due parti).



I

Scrivere la relazione sulla macchina del libero arbitrio era stato come liberarsi di un problema troppo complesso. L’avevo scritta a casa, concentrato, ma nelle pause che mi concedevo durante la scrittura il pensiero correva a quell’altra scatola verde sul tavolo delle novità, la cui presenza non avevo notato e che mi aveva indicato Robert.
Renate era contenta che avessi deciso di lavorare un po’ in casa, e mi portava ogni tanto generi di conforto: una tisana di liquirzia e cedrina, deliziosa, un cioccolatino al miele di lavanda, caramelle di lampone fatte da lei con i lamponi che coltivava in terrazza. Era una fase in cui stavamo molto bene insieme.
Mi disse che mi vedeva inquieto e gli spiegai che i ritmi di lavoro che la Hoekk ci imponeva erano serrati, ma che il lavoro ultimamente era diventato più interessante. Sì, ero agitato, ma era anche un’eccitazione positiva. Avevo infatti ricollegato mentalmente l’insolito colore verde della scatola contenente la macchina del libero arbitrio con la notizia, appresa qualche tempo prima alla Hoekk, dell’arrivo di tre filosofi nel gruppo dei creativi, e la presenza di un’altra novità di quel genere stimolava la mia curiosità, già forte per natura.
Il giorno in cui, ultimata la relazione, mi recai nuovamente in laboratorio ero decisamente allegro. La strada che facevo a piedi per arrivare in centro passava da uno dei grandi parchi della città. C’erano alcune persone in pantaloncini corti e scarpe da ginnastica che correvano, qualche mamma con bimbo in passeggino. Passai accanto a un signore seduto in panchina che leggeva un grosso volume dalla copertina arancione. Sbirciai il titolo: La vera religione è la matematica. “Però,” pensai fra me “una lettura impegnativa! ... così di mattino presto, al parco…”.
Aspirai con piacere, a pieni polmoni, l’odore dell’erba fresca, zuppa di rugiada, e per un minuto mi fermai a contemplare una quercia imponente. Ammiravo la grande ampiezza dei suoi rami frondosi e pensai che un equivalente ampiezza, rovesciata specularmente, dovevano avere le sue radici. Robert, puntualissimo come al solito, mi accolse calorosamente, e ci dedicammo subito all’apertura della scatola verde. L’unico pezzo familiare che conteneva era un casco bioelettronico. Era bianco, con riflessi iridati, quasi fosse di madreperla, ma doveva essere sicuramente una plastica integrata. Gli altri pezzi, tutti dello stesso materiale, erano strani: una grossa sfera, un piccolo display quadrato con tastierino numerico, e quattro tavolette che, da un lato, presentavano una superficie morbida, rossastra. Le quattro tavolette erano collegate da cavi trasparenti blu alla sfera e così anche il display.
Robert ed io ci scambiammo un’occhiata silenziosa: guardando i componenti della macchina non ci si capiva nulla.
Con mio grande sollievo, le istruzioni consistevano in un fascicoletto di non più di cinque pagine. Presi la scheda di produzione. Robert era accanto a me e la leggemmo in silenzio:

MACCHINA DELL’ESPERIENZA (nome provvisorio)
Caratteristiche del prodotto: la macchina è in grado di produrre, nel vissuto del soggetto che la utilizza, qualunque esperienza egli desidera. È necessario programmare la durata delle esperienze, a partire dall’immediato futuro, servendosi di un timer. La durata massima è virtualmente illimitata.

Dati tecnici: modello di mente n. 5332, modello di interazione mente-cervello n. 315; teoria Nozick-Ricoeur del flusso identità/coscienza; teoria Piana-Bonomi dell’immaginazione; microbiochip ASAD 5.7; neuroni organico-elettronici FTAH nella versione scalare.

− Che significherà “virtualmente illimitata”? − disse Robert
− Non capisco − risposi, sentendo contemporaneamente una vaga sensazione di disagio.
− E come diavolo fa la macchina a sapere i desideri di chi l’adopera?
− Non scordarti che attraverso il casco può avvenire trasmissione di informazioni dal cervello alle macchine nei due sensi…
− Sì, questo lo so ma… − sorrise guardandomi − questa volta sono io l’impaziente. Che ne dici di leggere con calma le istruzioni?
− Questa volta te lo concedo, dato che sono così corte. Inoltre non saprei proprio come inziare ad usare la macchina, dato che i suoi componenti non li riconosco. Robert lesse a voce alta le istruzioni, saltando alcune parti che gli sembravano non rilevanti.

PROGRAMMAZIONE DELLO SCOLLEGAMENTO AUTOMATICO
La scatola con il display contiene il timer ed è programmabile usando il tastierino numerico. Occorre innanzitutto inserire anno, giorno e ora presente. La durata di ogni sessione va programmata in anticipo inserendo anno, giorno e ora nel riquadro “tempo di fine esperienza”. Attenzione: nel corso del tempo programmato sarà completamente persa la memoria di tutto ciò che riguarda l’esistenza della macchina. Il soggetto quindi ignorerà che si tratti di esperienze prodotte artificialmente. Ciò è stato voluto dagli ideatori della macchina per consentire al soggetto una piena simulazione del reale, senza che le relative emozioni venissero inquinate dalla consapevolezza del trattarsi di una percezione illusoria. Ciò ovviamente comporta lo svantaggio che il soggetto non potrà scollegarsi volontariamente dalla macchina fino a quando non scatterà lo scollegamento automatico in base all’impostazione del timer. Nel caso in cui, nel corso di una sessione, si verifichi un incendio o altre condizioni pericolose per la vita del soggetto la macchina si scollegherà automaticamente. Ciò è garantito dal dispositivo di sicurezza ATACHIvers.9, lo stesso rilevatore attualmente in uso presso le cabine di pilotaggio delle astronavi. […]

POSIZIONE DEL CORPO Si consiglia la posizione sdraiata, supini, braccia stese lungo i fianchi, gambe piegate, piedi al suolo. Mani e piedi (che devono essere nudi), vanno rivolti verso il pavimento e affondati per bene nel materiale morbido delle quattro tavolette. […]

DURATE PROLUNGATE E OPZIONE “DURATA ILLIMITATA” Nel caso in cui si sia predisposta la necessaria assistenza esterna, sia per quanto riguarda i bisogni fisiologici del soggetto, sia per quanto riguarda il rifornimento di energia alla macchina e la sua manutenzione in corso d’opera (per questo secondo aspetto contattare i tecnici Hoekk ai numeri in fondo indicati), la durata di una sessione può essere programmata per periodi anche molto lunghi. A livello teorico non ci sono controindicazioni tecniche (né a livello biomeccanico, ne a livello psicofisico) all’ipotesi che la durata di una sessione venga a coincidere con l’intera durata della vita del soggetto. Per programmare quest’opzione digitare ∞ nello spazio riservato all’anno, nel riquadro “tempo di fine-esperienza” (ovviamente non sarà allora necessario indicare data e ora). In questo caso, però, solo un altro soggetto potrà scollegare dalla macchina il soggetto interessato. Nel caso di durate superiori alla settimana si consiglia l’utilizzo in camere antigravitazionali, per evitare problemi circolatori, piaghe da decubito e altri inconvenienti fisiologici. […]

AVVERTENZA
Nel corso del tempo programmato potranno verificarsi improvvise discontinuità nelle esperienze. Ciò è perfettamente normale, non va imputato a un difetto della macchina, e si verifica perché la macchina segue fedelmente l’andamento dell’immaginazione, lasciando che questa venga guidata unicamente dal desiderio e trasferendo tutti i vissuti sul piano della percezione.


− Quella storia della durata illimitata mi sembra inquietante. − dissi subito a Robert quando vidi che rialzava la testa dopo aver finito di leggere i passaggi essenziali delle istruzioni
− Già. Non si capisce perché abbiano previsto quell’opzione. Comunque la macchina sembra interessante, non trovi?
− Senza dubbio. Voglio provarla subito. Infilato il casco, regolai il timer inserendo l’ora esatta e poi programmai un’esperienza cinque minuti. Sdraiato per terra nella posizione consigliata, chiesi a Robert di aiutarmi ad infilare mani e piedi nelle quattro tavolette. La sensazione era piacevole. Erano fresche, morbide, si adattavano perfettamente alla forma delle mie estremità. Per avviare era sufficiente premere leggermente il pollice destro verso il fondo della tavoletta.

Inizialmente mi trovai nella medesima situazione da cui ero partito, con la differenza che invece che essere sdraiato per terra e collegato alla macchina ero seduto in poltrona (ogni traccia della macchina era scomparsa), di fronte a Robert. Il laboratorio era identico a quello reale, con i mobili lucidissimi in acciaio cromato e il pavimento a stelle e losanghe di legno vetrificato. Mi sentivo pervaso da una calma profonda.
Provavo un po’ di sete, e mentre consideravo quale bevanda mi avrebbe fatto piacere bere mi si materializzò fra le mani un bicchierone nel quale cominciò ad agitarsi un liquido multicolore. Fui sorpreso, ma non impaurito. Il bicchiere aveva una forma familiare, una forma rassicurante, che contrastava con il fatto che fosse comparso all’improvviso. Osservai il liquido al suo interno, che sembrava scosso da un frullatore invisibile. Restai per mezzo minuto ipnotizzato da quel movimento e dalla cangianza di colore che lo accompagnava. Poi riavvertii la sete. Il mio desiderio si precisò e contemporaneamente il liquido assunse un colore rossastro, fino a che si stabilizzò in un intenso rosso rubino. A quel punto ero quasi certo di sapere che quello era un bicchiere di puro succo di melagrana, esattamente ciò di cui avevo voglia in quel momento. Annusai, assaggiai un sorso. Il sapore era inconfondibile. Una dolcezza piena e ruvida, con una sottile vena asprigna. Sembrava di sentire il calore del sole insieme a una frescura ombrosa di sottobosco.
Era successo qualcosa di incredibile, lo sapevo, ma non mi sentivo affatto minacciato dal mistero di come fosse stato possibile. Il fatto che la realtà, in quel momento, si fosse adeguata perfettamente al mio volere mi diede una strana sensazione di giustizia. Senza pensarci ulteriormente, portai il bicchiere alla bocca e ne bevvi tutto il contenuto, assaporandolo con calma. Alla fine mi sentivo benissimo, completamente dissetato, inebriato dal sapore della melagrana e pieno di energia.
Mi alzai. Sentii che il mio corpo rispondeva con una forza inconsueta. Non ricordavo cosa stessimo facendo Robert ed io poco prima. Ero consapevole che la giornata lavorativa era iniziata da poco, ma non ricordavo di quale lavoro ci stessimo occupando. Ora Robert era assorto nella lettura di un fascicolo, e non badava a me. Avevo la sensazione che le mie forze fisiche e mentali fossero superiori al lavoro che mi attendeva in laboratorio. Avevo voglia di impegnarmi in qualcosa di importante, di veramente importante. Qualcosa che, sentivo, stava accadendo fuori dal palazzo della Hoekk.
Andando verso la finestra, per guardare cosa stesse avvenendo, passai accanto ad uno specchio e vidi per un istante la mia immagine riflessa. Il mio corpo mi apparve più bello di come ero abituato a considerarlo, con le spalle più larghe e complessivamente più robusto. Ma non mi soffermai a guardarmi. Sentivo di non averne il tempo.
Guardando attraverso la finestra, che dava sulla grande piazza antistante il palazzo, vidi che c’era una piccola astronave azzurra, scintillante, lucidissima, attorno alla quale si stava formando una folla di passanti curiosi. Capii subito di cosa si trattava: era il primo atterraggio di una delegazione proveniente da un’altra galassia, di una forma di vita intelligente mai vista prima. C’era bisogno di qualcuno che potesse comunicare con loro, che potesse scambiare con loro preziose informazioni sulla natura essenziale dell’energia. Solo io potevo farlo, perché solo io ero in grado di decifrare il loro linguaggio. C’era bisogno urgente di me laggiù, ne ero certo. Dovevo scendere immediatamente…


Scaduti i cinque minuti, tornai alla realtà, conservando traccia tangibile dell’ultima emozione che avevo provato. Sentivo che il cuore mi batteva forte. Robert mi interpellò immediatamente.
− Alec, tutto bene?
Mi ci volle qualche secondo per capire cos’era avvenuto. Ritrovandomi sdraiato a terra con mani e piedi infilati nelle quattro tavolette realizzai che si era trattato di un’esperienza illusoria, ma ricordavo tutto perfettamente, come se l’avessi realmente vissuto.
− Sì, Robert.
− Allora? Racconta
− Pazzesco! È come sognare, ma sei sveglio, consapevole…
− E decidi tu cosa sognare?
− Non esattamente… Non è che decidi prima. Decidi via via, ascoltando dentro di te le sensazioni. Quello che senti corrisponde a quello che via via accade, ma non è che lo sai prima, lo scopri di momento in momento…
− Ed è… piacevole?
− Direi di più. Direi… − il pensiero mi si chiarì in mente mentre mi sforzavo di parlarne a Robert − che sono stati cinque minuti di felicità, di pura felicità!
Raccontai brevemente cosa avevo vissuto, dopodiché proposi a Robert di provare su se stesso la macchina, in modo che poi ne potessimo parlare più facilmente.
Robert, curiosissimo, accettò volentieri.
Anche lui impostò cinque minuti, dopo essersi sdraiato e avere infilato mani e piedi nelle tavolette.
Lo osservai attentamente durante tutta la durata dell’esperimento. Notai l’espressione del suo volto, dapprima rilassato, poi sorridente, poi gioioso, poi... a un certo punto aprì la bocca e cominciò a respirare affannosamente. Con un certo imbarazzo dovetti registrare, percorrendo con lo sguardo tutto il suo corpo, fasciato dalla tuta da lavoro semiaderente, evidenti segni di eccitazione sessuale, che perdurarono per tutto il tempo dell’esperimento.
Quando tornò alla realtà si rese subito conto del suo stato, ancora in piena evidenza, ed arrossì violentemente.
Cercai di metterlo a suo agio:
− Non penserai che mi scandalizzi per così poco!
− No, ma…
− Vuoi andare a farti una doccia?
− No, grazie. È sufficiente che mi prepari una bevanda calda.
− Agli ordini. Cosa gradisci?
− Un infuso di tiglio, grazie.
Il nostro laboratorio era dotato di un efficientissimo vano di alimentazione, che si trovava vicino alla finestra. Feci qualche passo in quella direzione. Digitai sullo schermo quello che Robert mi aveva chiesto e in un minuto l’infuso fu pronto. Quando tornai a portarglielo vidi che Robert si era già ripreso dall’imbarazzo. Sorseggiando il tiglio socchiudeva gli occhi per proteggersi dal vapore. Lasciai che fosse lui a decidere quando iniziare a parlare.
− Allora Alec, sappi che non ho alcuna intenzione di raccontarti nei dettagli cosa ho vissuto…
− Beh, questo lo davo per scontato, ma dimmi come si sono svolte le cose, come l’hai vissuto...
− Infatti, di questo possiamo parlare, anzi dobbiamo. Innanzitutto anche per me l’esperienza è stata bellissima, intensa al pari di un’esperienza reale, e anche per me le cose si sono svolte seguendo fedelmente l’andamento di un desiderio che scoprivo momento per momento. Devo dirti, ad esempio, che l’esperienza che ho vissuto non corrispondeva alle mie classiche fantasie sessuali, se non riguardo alle grandi linee…
− Ovvero?
− Ovvero… − qui esitò, poi sembrò prendere una risoluzione − ovvero c’erano, come di consueto, più partner che… − mi lanciò un’occhiata indagatrice.
Io restai, recitando alla perfezione, impassibile.
−… si prendevano cura di me contemporaneamente, ma… non avrei potuto dire in anticipo cosa avrebbero fatto… anche se poi… quello che facevano corrispondeva esattamente al mio desiderio in quel momento.
− Capisco. La modalità è la stessa dell’esperienza vissuta prima da me. Sappiamo quindi ora qual è l’interesse principale di questa macchina: produce piacere soddisfando i desideri via via che questi si presentano.
− E non solo piaceri fisici. Tu, prima, stavi inziando un’esperienza nella quale il piacere sarebbe stato quello di svolgere una ruolo intellettuale, e d’azione insieme, di grande prestigio sociale…
− Già. Invece che “macchina dell’esperienza” potevano chiamarla “macchina della felicità”. Credo si venderà molto, moltissimo… Comincio anche a capire perché abbiano ipotizzato durate lunghe.
Decisi che avrei provato di nuovo la macchina. Volevo vedere dove si poteva arrivare con una sessione di durata decisamente più lunga di cinque minuti. Chiesi a Robert di starmi sempre vicino e di sorvegliare il mio comportamento. Non mi fidavo completamente dei test di sicurezza.
Dopo aver impostato il timer su una durata di tre ore, riassunsi la posizione sdraiata con le gambe piegate e i piedi affondati nelle due tavolette. Infilai il casco, adagiai le mani nell’altra coppia di tavolette e diedi l’avvio.


Ero seduto in poltrona, in laboratorio. Robert era di fronte a me e mi guardava sorridendo. Sentivo che stava per dirmi qualcosa di determinante per il mio immediato futuro.
− Allora, Alec! − disse − Su quella scrivania ti ho preparato tutto il materiale necessario a farti una cultura sufficientemente solida e profonda per poter affrontare il compito che ti aspetta.
Sapevo a cosa stava alludendo. Mi ero iscritto a tenere un intervento nel XXXIV Congresso interplanetario sui Fondamenti. Avevo qualcosa di importante da dire. Mi era venuta tempo addietro un’intuizione straordinaria, che si trattava ora di definire, di ancorare a precisi riferimenti culturali.
Mi avvicinai trepidante alla scrivania.
Vi troneggiavano pile di volumi, ordinate per argomenti e disposte in questa sequenza: matematica, fisica teorica, cosmologia, biologia, religioni comparate, filosofia.
Per nulla scoraggiato, anzi elettrizzato da quanto mi aspettava, presi il primo volume della prima pila a sinistra: Bolahvnsky-Klosserman, Teoria completa dei numeri.
Cominciai a voltare le pagine, partendo dalla prima. Nome della collana nella quale il volume era inserito. Copyright, Iduanie Editore, date delle edizioni, codice del volume. Frontespizio. Indice:

1. Numeri naturali e innaturali
2. Numeri razionali e irrazionali
3. Numeri reali e immaginari
4. Numeri transfiniti: ordinali e cardinali
5. Numeri iperbolici e ellittici
6. Numeri assiomatici e dimostrativi
7. Numeri assoluti e relativi
8. Numeri pieni e vuoti
9. Numeri continui e discreti
10. Numeri globali e locali

Quest’indice, che normalmente mi avrebbe paralizzato, fu come leggere un’appetitoso menu. Ogni titolo di capitolo creava nella mia mente un apposito spazio, predisposto, pronto ad accoglierne il contenuto. Continuai a girare le pagine con ritmo regolare, e ogni pagina che vedevo, bastava un’occhiata attenta, si trasformava automaticamente in informazioni digerite, organizzate, in concetti che andavano a collocarsi in una struttura organica, collegata con quanto già sapevo sull’argomento, o costruendo ex novo strutture autonome, autoreggenti.
Apprendere in modo così veloce era meraviglioso. Avevo la sensazione quasi fisica dell’irrobustimento progressivo della mia mente. Mi sembrava di sentire i circuiti neuronali infittirsi e complicarsi via via che giravo le pagine. Ben presto il libro fu terminato e fui pronto per la seconda opera nella pila della matematica: Nukualonghi, Teoria dei giochi seriali su basi caotiche.
Procedevo metodicamente, dal primo all’ultimo libro della pila di quelli di matematica. Arrivato a metà della pila (avevo già “letto” otto libri) scoprii che era sufficiente premere il libro sulla fronte e tenercelo per un minuto, a occhi chiusi, per ottenere un’assimilazione completa del suo contenuto. In questo modo, in un’ora e mezza avevo già digerito tutto il centinaio di libri che si trovavano impilati sulla scrivania affrontandoli metodicamente dal primo all’ultimo. Sentivo che la mia padronanza dei concetti fondamentali si era enormemente rafforzata. Provai a ripensare alla mia intuizione di partenza, quella che mi aveva convinto di avere qualcosa da dire di importante al Congresso dove si riunivano periodicamente i maggiori matematici, fisici, leader religiosi, filosofi, e immediatamente ogni proposizione che la componeva si collegò ad altre proposizioni, queste ad altre ancora e così via.
Nella mia mente si compose un discorso complesso ma organico, unitario. Si trattava ora di riflettere su alcuni nodi, che si erano venuti a creare nel corso di questo processo, e su alcuni passaggi che risultavano troppo azzardati o lacunosi. Mi concentrai solo sui punti critici e passai una buona mezzora assorto in profonda riflessione. Provavo un piacere eccezionale nel constatare quanto la mia mente si fosse ampliata dopo aver studiato tutti quei volumi. Potevo spaziare, col pensiero, da una disciplina all’altra e repentinamente confrontare il medesimo concetto sotto tutti i punti di vista che ciascuna disciplina mi forniva.
Trovai all’improvviso un nuovo concetto che scioglieva i nodi e rinsaldava i passaggi fragili. Il modo in cui elegantemente risolveva contemporaneamente tutti i problemi del mio discorso mi convinse ulteriormente della sua adeguatezza a sostenere la tesi fondamentale che avrei proposto al Congresso.
Tornai da Robert, e gli comunicai che mi sentivo pronto.
− Bene, Alec, anche perché fra poco tocca a te parlare!
Mi accompagnò con un’aeromobile al palazzo del Congresso. Il mio ingresso nella vasta sala, gremita, fu accolto con un leggero applauso di incoraggiamento. Nessuno mi conosceva, ma ero convinto che dopo il mio discorso avrebbero riguardato il mio nome sull’elenco degli iscritti a parlare.
All’inizio mi tremava leggermente la voce, ma poi acquistai progressivamente sicurezza e alla fine con voce calma e sicura pronunciai le ultime parole: «… perché sono profondamente convinto sia necessario affermare che solo la matematica può essere considerata la vera religione, la religione adatta ai nostri tempi!».
Ci fu un attimo di completo silenzio nella sala. Sembrava che tutti aspettassero per accertarsi che avessi veramente finito. Poi iniziò un forte applauso, che invece che diminuire aumentò, e proseguì mentre la maggior parte dei presenti non solo batteva le mani ma si alzava in piedi e guardava nella mia direzione sorridendo, piangendo di commozione, scrutandomi con interesse. Sentii sciogliersi qualcosa dentro di me. Capii di aver fatto un buon lavoro, che le mie idee erano importanti al fine di raggiungere una pace stabile nella galassia, e che partendo da quel discorso avrei dovuto scrivere un libro nel quale esporre dettagliatamente, con maggiori argomentazioni, le tesi che componevano il nucleo centrale del discorso. Forse quel libro, se fossi riuscito a scriverlo in un linguaggio semplice, accessibile a tutti, avrebbe potuto segnare una svolta decisiva nel modo di pensare degli esseri intelligenti della galassia…


Improvvisamente tornai alla realtà. Era scaduto il tempo programmato. Ricordavo benissimo le sensazioni e le emozioni che avevo provato, ma non riuscivo a rammentare il discorso che avevo pronunciato. Passai cinque minuti a sforzarmi di ricordarlo (ed ero già pronto a prendere qualche appunto), ma non ci fu niente da fare, a parte l’ultima frase, il cui significato, però, non comprendevo se non superficialmente. Al confronto con la straordinaria sensazione di potenza intellettuale che avevo vissuto, ora mi sembrava che il mio pensiero si muovesse in modo estremamente lento, con fatica.
Raccontai a Robert la mia esperienza. Poi cercai di trarre qualche conclusione.
− La macchina presenta indubbi motivi di interesse: possederla significa avere sempre a portata di mano uno strumento per ottenere momenti di pura gratificazione, di pura felicità. Chi non vorrà averne in casa almeno una?
− Il problema, però, è che si tratta di esperienze illusorie. Mentre le si vive si è completamente sganciati dalla realtà.
− Sì, ma le emozioni che si provano le si vive veramente, e anche le reazioni corporee che le accompagnano, come ben ricorderai… Robert arrossì nuovamente.
− Penso, continuai, che come forma di svago sia perfetta, che sia il modo ideale di uscire dallo stress, di staccare completamente…
− Staccare dalla realtà. − incalzò nuovamente Robert, che bruscamente, alzando il tono della voce e guardandomi dritto negli occhi, mi chiese: − Cosa mi dici dell’opzione “durata illimitata”?
− In effetti è strano che l’abbiano prevista…
− Ma ti rendi conto di cosa significherebbe scegliere quell’opzione?
− Non riesco a immaginare, ti confesso, chi mai potrebbe volere una cosa del genere.
− Sarebbe − e qui Robert assunse un’espressione desolata − una cosa tristissima. − I suoi occhi vagavano nel vuoto − Vorrebbe dire perdere una persona definitivamente. Quella persona, a quel punto, vivrebbe in un suo mondo completamente separato, magari sentendosi benissimo e vivendo esperienze per lei esaltanti, ma sarebbe in una sorta di coma perenne, tagliata fuori da ogni relazione, da ogni rapporto, sia con le persone, sia con le cose.
Robert rabbrividì, e mi trasmise la sua cupezza. Cercai di reagire:
− Non potrei, allora, semplicemente suggerire di togliere quell’opzione?
− Già , ma allora basterebbe programmare una durata superiore a quella della propria vita, calcolata sulla durata media della vita umana, e il risultato sarebbe lo stesso.
− Sì, hai ragione. Si tratterebbe di porre un limite. Stabilire una durata massima oltre la quale la macchina si spegne automaticamente. Non so… quarantott’ore mi sembrerebbe un buon limite.
− Questo sarebbe già meglio, ma non potrebbe funzionare ugualmente.
− Perché? − Vuoi che in breve tempo non salterebbero fuori i furbi che trovano il modo di aggirare l’ostacolo tecnico e prolungare la durata oltre il limite prefissato? Una volta che esiste una possibilità tecnica, come ben sai, è molto difficile tenere l’uomo lontano dal realizzare tale possibilità. Sicuramente comincerebbero a proliferare macchine “sprotette” illegalmente. La gente comincerebbe a imparare come si fa, comincerebbero a circolare di contrabbando “dispositivi” per prolungare la durata a basso costo, con istruzioni per il fai da te.
Robert aveva ragione. Ormai l’esperienza storica, nel campo della tecnica, insegnava proprio questo. Mi bastò un breve ragionamento per convenire con lui.
− Allora − dissi − non ci resta che affidarci al buon senso delle persone. Se qualcuno farà un uso dissennato di questa macchina la responsabilità sarà solo sua e di chi lo aiuta. Ma questo, caro Robert, vale per qualsiasi cosa. Anche una sedia può trasformarsi in un’arma letale, se invece che usarla per sedermici la fracasso in testa a qualcuno.
Con questo il nostro discorso fu chiuso. Restavo profondamente convinto che la macchina fosse un eccellente strumento di evasione e anche, indirettamente, un modo per sondare i propri desideri e quindi conoscersi meglio.
Scrissi subito, in breve tempo, la mia relazione, che fu quindi sostanzialmente positiva. Feci presente, alla fine, il rischio di isolamento sociale e di chiusura in una dimensione autoreferenziale e improduttiva che la macchina aveva in sé, ma avanzai la tesi che un uso eccessivo della macchina sarebbe stato sintomo di un disagio preesistente: effetto, non causa.


II


Di fatto le perplessità contenute nella mia relazione, per quanto lievi, portarono la Hoekk ad iniziare la vendita, in via sperimentale, solo in alcuni pianeti delle colonie della regione galattica di Sinox, nelle quali era prevalente una popolazione umana discendente dall’Oriente terrestre.
Dopo qualche anno, per curiosità, decisi di fare un viaggio in uno di quei pianeti, Poh-kio-nu, assumendo una guida e affittando un’aeromobile a idrogeno.
Arrivato all’astroporto, che ammirai per la sua architettura sontuosa ma alleggerita dal prevalere di materiali trasparenti, venni accolto dalla guida, una ragazza dall’aria energica e sicura, che per farsi riconoscere nella folla di persone in attesa aveva il nome, Kazantha Mahoi, scritto in lettere luminose fluttuanti nell’aria sopra la sua testa.
Era molto gentile. Mi accompagnò all’aeromobile, già pronta e parcheggiata in un’area sopraelevata dell’astroporto. Durante il viaggio verso la città più grande e vitale, nella quale avevo deciso di risiedere, cominciai subito la mia indagine.
− Come vanno le cose, qui su Poh-kio-nu?
− Cosa vuole, signore… da quando è iniziata la mania della Espix… la nostra economia ha rischiato il crollo. Ora ci siamo un po’ ripresi, ma è stata dura.
− Espix? − feci finta di non sapere nulla.
− Ma come, non la conosce? È quella macchina bianca che ti strippa… mi perdoni… che ti fa viaggiare nella tua mente.
− Non capisco…
− È un vero sballo. La deve provare. Il problema è che poi fai fatica a tornare alla vita reale. Ti viene voglia di starci attaccato il più possibile.
− Già, immagino…
− Comunque se vuole provarla senza comprarne una, anche perché costano parecchio, può andare in un Esp-coffee; ce ne sono parecchi nella zona centrale della città. Sono dei locali pubblici dove ci si può collegare alla Espix per durate predeterminate. Così non corre neanche il rischio di cadere subito nella prima assuefazione.
− Prima assuefazione?
− Beh, all’inizio, se la compri, te ne innamori subito, tendi a vederla in modo molto positivo e programmi subito tempi troppo lunghi, che magari interferiscono con la tua vita professionale o sentimentale… Ricordo certe litigate col mio ragazzo!... Lì invece sei costretto a stare in tempi limitati, e non ti consentono di collegarti per più di tre volte al giorno per una durata massima di un’ora per volta.
− Sta parlando in durate standard, terrestri?
− Sì, tenga conto che qui una giornata dura trentacinque ore terrestri.
− E se cambi locale?
− Se ne accorgono perché si accede tramite un pass che devi presentare all’ingresso.
− E costa caro il pass?
− Caro? Ma no! È gratis! Il governo ha deciso questo per disincentivare gli acquisti delle Espix. Oggi la pubblicità è vietata, e hanno alzato ancora il costo. Sa, hanno dovuto farlo… soprattutto per evitare che le comprassero i giovani.
− Beh, ma se un ragazzo ne ha una in casa, che hanno comprato i suoi, non può usare quella?
− Dopo la prima ondata di vendite hanno deciso di rendere i modelli successivi utilizzabili esclusivamente dall’acquirente, che all’atto dell’acquisto registra il proprio DNA sulla piastrina di avvio, in modo che la macchina funziona solo con lui, e hanno venduto i dispositivi per rendere anche le Espix già vendute crittabili con il proprio codice genetico.
− Vedo che lei è molto informata sull’argomento, come mai?
− Ci credo! Per mesi e mesi non si è parlato d’altro su tutti i mezzi d’informazione. Alcuni storici parlano già di un’era pre-Espix e di un’era Espix…

Nel frattempo eravamo arrivati a destinazione. Planammo dolcemente sulla terrazza di atterraggio dell’albergo che avevo prenotato. Diedi un’occhiata alla città dall’alto, e ammirai la struttura razionale delle strade pedonali: un modulo a stella che si ripeteva regolarmente, con al centro una struttura circolare, a ragnatela. Aree verdi al centro di ogni modulo. Subito sopra le abitazioni iniziava l’intrico di canali virtuali per le aeromobili. L’albergo era tutto gestito da alieni batush. Parlavano alla perfezione la lingua umana universale. L’unica cosa un po’ buffa era vederli indossare le divise standard del servizio alberghiero, perché si capiva benissimo che la loro pelle a scaglie acuminate si adattava male ai tessuti fascianti. Il direttore mi accolse con un largo sorriso che scoprì le sue ottantaquattro zannine. Era estremamente affabile ed efficiente. Facevo un po’ fatica a decidere quale occhio guardare nella sua faccia trapezoidale. Mi accompagnò alla mia camera spiegandomi intanto gli orari e gli usi dell’albergo. Ero arrivato giusto in tempo per una cena leggera, che veniva servita secondo un menù fisso, di genere interplanetario. Lasciai il mio bagaglio leggero in camera e mi accordai con Kazantha che ci saremmo rivisti l’indomani. Per la serata avevo in mente di muovermi liberamente, scoprendo la città per conto mio. Mentre aspettavo la cena, seduto nel grande salone arredato con colori vivaci, chiamai Renate e Robert, per rassicurarli del mio arrivo a Poh-kio-nu.
Mangiai volentieri il classico piatto di ghiande azzurre lessate con contorno di plancton gigante fritto. Il dessert prevedeva invece un sorbetto di more con una gelatina arancione di cui non riuscii a riconoscere il sapore. Il cameriere mi spiegò che si trattava di un frutto che cresceva solo so Poh-kio-nu.
− Deliziosa. Può portarmene un’altra porzione?
− Ma certo, signore. Mi resi conto che tutta quella gentilezza derivava probabilmente dal sapere che fossi un terrestre, e quindi dal prevedere mance generose. Cercai di non deludere il personale dell’albergo, e mi tenni su mance del quarantacinque per cento. Ben rifocillato, uscii dall’albergo e camminando cominciai a riflettere sulle notizie che mi aveva dato Kazantha.
Era emerso che l’introduzione della Espix nel mercato di Poh-kio-nu aveva provocato uno sbandamento, ma che erano già in fase di ripresa. Ciò sembrava corrispondere a quanto l’uso della Espix provocava nella vita di un individuo. Del resto bisognava tenere conto che occorreva anche attendere il consolidarsi di una cultura sull’uso della Espix. Ma la domanda più urgente, sulla quale volevo ottenere al più presto una risposta era se ci fosse qualcuno che avesse scelto l’opzione “durata illimitata”.
Decisi di recarmi in un Esp-coffee per vedere di carpire qualche informazione in proposito. Seguendo le indicazioni luminose mi indirizzai verso il centro della città, e dopo poco cominciai a vedere qualche insegna di Esp-coffee. Entrai nel primo che avesse un’aria abbastanza decorosa.
Notai subito un’atmosfera tranquilla ma molto affollata. Quasi tutti erano giovani, umani e alieni, sia in coda all’ingresso, sia, nel grande salone che si intravedeva oltre un’apertura ad arco trilobato, sdraiati su tavolinetti bassi, con le gambe piegate, mani e piedi infilati agli angoli, dove erano fissate le quattro tavolette della Espix. Un chiacchiericcio sottovoce, qualche risatina, ma l’attesa nell’atrio era sostanzialmente ordinata. Un impiegato pubblico alieno controllava i pass e un altro prelevava le calzature, che venivano poste in un’ampia scaffalatura, e consegnava le contromarche.
Sulla destra, dietro un bancone, due baristi robot servivano bevande e spuntini. Mi rivolsi ad uno di questi, cercando di scandire le mie parole nel modo più chiaro possibile.
− Salve. Sono un turista. Vengo dal pianeta Terra. Se non si dispone del pass è possibile accedere nel salone delle Espix?
Vidi il diaframma del suo occhio aprirsi e fui colpito da un breve flash. Evidentemente era programmato per fotografare ogni nuovo cliente. Poi mi rispose con una voce ricostruita:
− Esistono pass turistici. Deve recarsi nei punti informazioni e mostrare la sua piastrina d’identificazione. Le verrà rilasciato un pass valido per il periodo della sua permanenza su Poh-kio-nu.
Il suo volto d’acciaio era lucidissimo. Seguendo l’istinto gli porsi a bruciapelo la domanda che più mi stava a cuore.
− Esistono utenti della Espix che scelgono l’opzione “durata illimitata”?

Restò immobile per qualche secondo. Iniziò ad emettere un ronzio leggero ma continuo, sul quale si modulavano crepitii a intervalli irregolari. Dopo circa quindici secondi di quella scena cominciai a pensare di averlo messo in seria difficoltà, ma alla fine rispose.
− Esiste una clinica dove si pratica il suicidio assistito, secondo la recente normativa L688 7354 6576 5454 comma 3/b. Indirizzo della clinica: Ottavo Corso del settore 21, al numero 305. Per ulteriori informazioni consultare la pagina
w.78854442343433333232234543454332222323211111112323244677889666554454.

Da una fessura che aveva all’altezza del petto, sulla destra, uscì un cartoncino dove erano stampate quelle informazioni. Lo presi e me lo infilai nel taschino della tuta.

L’indomani chiesi a Kazantha di combinarmi un appuntamento con uno dei dottori di quella clinica.
Mi guardò spaventata.
− Ma signore! Non penserà sul serio di…
− No, cara. La mia è curiosità professionale.
Non avevo voglia di darle ulteriori spiegazioni. Lei, rispettando il mio riserbo, non mi fece ulteriori domande. Mentre facevo colazione lei, efficientissima, aveva già fissato l’appuntamento per il pomeriggio.
Passai la mattinata a fare acquisti nei migliori negozi, che Kazantha mi portò a visitare. Il fatto che comprassi diversi oggetti sembrò rassicurarla.

Quando mi trovai di fronte al dottor Fukumaton-Ashanti Jokomori capii subito che da quell’uomo avrei avuto risposte ad ogni mia curiosità sulla Espix. Aveva un’aspetto estremamente colto e raffinato. Il suo studio era arredato in maniera semplice e trasmetteva calore, protezione.
− Lei è il signor Alec ….. …..?
− Sì. Sono io.
− Bene. Si accomodi e mi dica qual è il suo problema.
− Dunque. Chiarisco subito che non sono qui per un suicidio assistito.
Il dottore continuò a guardarmi con attenzione, ma non disse nulla.
− Sono qui perché, sulla Terra, ho compiuto il test finale sulla Espix e ho dato parere positivo sulla sua vendita. La cosa che mi aveva lasciato più perplesso era l’opzione “durata illimitata”. Pensavo non l’avrebbe scelta nessuno, ed ora vengo a sapere che esiste una clinica come questa, dove si pratica il suicidio assistito.
− Capisco la sua preoccupazione, ma deve rassicurarsi. Da quando esiste la Espix, la legislazione in materia di suicidio è stata modificata. La Espix è stata ritenuta l’unico mezzo attraverso il quale lo stato potesse fornire assistenza, in assenza di malattie inguaribili e completamente invalidanti, ad una forma di suicidio di fatto, senza assumersi la responsabilità di provocare la morte biologica. L’opzione “durata illimitata”, infatti, costituisce una forma di vita completamente equivalente, dal punto di vista oggettivo, alla morte. La persona scompare da qualsiasi forma di relazione, non è più in contatto con la realtà. È vero che la persona continua ad avere esperienze soggettive, ma non potendole poi comunicare a nessuno, è come se queste esperienze non esistessero. Ma sa quanti casi abbiamo avuto, da quando esiste questa possibilità?
− No, appunto, e mi interessa saperlo. Mi dica.
− Uno.
− E perché volle suicid… scegliere l’opzione “durata illimitata”?
− Una delusione amorosa. Un uomo scoprì, dopo quarant’anni di rapporto di coppia, che da trent’anni la sua compagna lo tradiva regolarmente.
− Un caso su… Quante persone hanno finora potuto utilizzare liberamente la Espix?
− Credo la cifra si aggiri intorno ai trecento miliardi.
Già queste notizie mi sollevarono il morale, ma c’era un’altra questione che volevo chiarire.
− Ho sentito dire, però, − dissi − che la Espix genera un bisogno che può degenerare in dipendenza…
Il dottore prese un fascicolo, che cominciò a sfogliare tranquillamente. Poi si rivolse a me:
− Anche su questo esistono statistiche precise. È stato provato che la durata massima che viene programmata, anche nei casi più gravi di attaccamento alla macchina, è comunque inferiore alla metà del tempo che al soggetto rimane da vivere, calcolato sulla speranza media di vita. In pratica, nessuno è interessato a passare più della metà del tempo che gli rimane da vivere attaccato alla Espix, sempre ammesso che riesca ad organizzare un’assistenza esterna che gli fornisca alimentazione e provveda ai suoi bisogni fisiologici per tutto il periodo.
− Ma di casi di questo tipo quanti ne avete registrati?
− Una percentuale dello 0,0000002 circa.
− E una volta tornati alla vita?
− Questi casi estremi, che passano magari vent’anni terrestri attaccati alla Espix, assistiti dai loro cari, una volta tornati alla vita si pentono di aver buttato via tutto quel tempo e hanno crisi di rigetto verso la loro Espix, che generalmente viene distrutta o restituita alla casa produttrice.
− Ma allora qual è l’uso che viene fatto della Espix, in definitiva?
Il dottore tirò un lungo sospiro.
− Oggi come oggi acquistarne una è possibile solo, di fatto, per gli adulti. Per i ragazzi ci sono gli Esp-coffee…
− Sì, ne ho visto uno ieri.
− Se si può disporre di una Espix personale, l’impatto iniziale è di difficile gestione, ma dopo qualche tempo l’uso si stabilizza. In generale posso dirle che oggi ci avviamo verso un inserimento della Espix nella normale vita quotidiana senza che questo generi problemi. Certo, resta al primo posto fra le forme di svago praticate su Poh-kio-nu, e ha fatto calare l’interesse per la fruizione delle opere d’arte e per la conoscenza scientifica. Uno studio recente testimonia però significativi segnali di ripresa d’interesse, sia per l’arte che per la scienza. Personalmente, se posso azzardare una previsione, ritengo che alla fine la Espix terrà un suo posto accanto alle altre forme classiche di gioco, ma niente di più: non credo che si possa mai fare a meno di sapere ciò che accade nella realtà e nelle menti degli altri, mentre l’esplorazione della propria mente, alla lunga, risulterà noioso. La produzione, lo scambio e la fruizione di cultura resteranno qualcosa di insostituibile e di molto più ricco e stimolante che non il viaggiare nei propri desideri. Conoscere i desideri degli altri è enormemente più vario e stimolante, così come lo è comunicare, esprimere i propri desideri e, soprattutto, cercare di realizzarli.
Ringraziai Fukumaton-Ashanti Jokomori. Mi chiese notizie della Terra, aggiungendo che al riguardo l’informazione interplanetaria ufficiale era a suo parere scarsa e superficiale (volutamente?, mi verrebbe da aggiungere). Cercai di soddisfare ogni sua curiosità, anche per ricambiare la grande apertura con la quale mi aveva riferito le notizie sull’uso della Espix, e la saggezza con la quale le aveva commentate.
Fuori, ad aspettarmi, c’era Kazantha, che quando mi vide mi accolse festosamente, e mi portò a visitare un’incredibile monumento del più grande artista vivente di Poh-kio-nu. Descriverlo mi è quasi impossibile. Posso solo dire che si trattava di un aggrovigliato, nero, lucente, speziato labirinto a otto dimensioni, entrando nel quale si perdeva letteralmente il senso della propria collocazione spaziale. All’uscita ritrovare l’alto, il basso, la destra, la sinistra, il vicino, il lontano, il davanti e il dietro faceva un effetto di grande pace e di grande stabilità.
Un effetto analogo lo provai quando rimisi piede sul suolo terrestre, al termine del mio breve viaggio su Poh-kio-nu.