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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1999 (ed.orig. 1973)

Tempestosità delle note ribattute: Scarlatti (ancora!): sonate K141 e K455



Cosa succede se un compositore inserisce nelle linee melodiche dei segmenti nei quali ripete più volte la stessa nota?
L’effetto è simile a quello di un martello… quindi comunica forza, decisione, tenacia...
E se a questo si associa la velocità?
Ascoltate e guardate questa sonata di Scarlatti, la K455, in una versione molto particolare curata da Stephen Malinowski


In un’altra sonata, la K141, la ripetizione di una stessa nota a grande velocità è utilizzata fin dal principio. Tutta la sonata mette in evidenza il carattere percussivo della tastiera, e l’effetto tempestoso è accentuato dall’inserimento di sezioni dove la ripetizione martellante parte dalla regione grave dello strumento per poi spostarsi gradualmente, come in una cavalcata, verso la regione media, con incursioni saltellanti fra l’acuto e il grave. Ve la propongo in una versione recente nella quale Martha Argerich, con l’aria di una vecchia volpe, attacca improvvisamente a suonare, quando ancora gli applausi per il suo ingresso in sala non si sono del tutto spenti, con una velocità sorprendente (che lascia però intravedere abbastanza chiaramente la struttura del pezzo):
Una versione per clavicembalo nella quale è ben evidenziato l’aspetto ritmico (in sestine) è la seguente, di Aline d'Ambricourt: http://www.youtube.com/watch?v=HLuYLN_k4lA. Altra versione per pianoforte, ma più lenta e con sottolineature molto diverse da quella della Argerich, è quella di Gilels http://www.youtube.com/watch?v=sZVwrYDCbCA. Un’ interpretazione molto percussiva, ma per clavicembalo, è quella di Rousset: http://www.youtube.com/watch?v=KdF_S57fyK8. In un altro video possiamo sentire e vedere sulla stessa sonata una Argerich giovane e focosa (ci sono differenze soprattutto nel finale, rispetto alla versione recente che ho proposto poco sopra): http://www.youtube.com/watch?v=PcsRl_LIJHA

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