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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1994

"Esiste" è un predicato?




Forse la vera questione importante, in relazione alla quale i predicati "esiste/non esiste" acquistano un significato preciso, è la questione dell'esistenza o inesistenza di Dio. Non è un caso che la tesi di Kant per cui "esiste" non è un predicato sia stata da lui costruita proprio attraverso la critica alla prova ontologica dell'esistenza di Dio.

Ma è poi vero che dire "X esiste" non significa nulla?

Si potrebbe anche sostenere che "X esiste" sta per "X non è un prodotto della mente umana".

Certo questo non vale in tutti quei contesti in cui parliamo proprio dei prodotti della mente umana, per esempio teoremi, romanzi, sinfonie, teorie filosofiche... Certamente tutte queste cose esistono!
I contesti in cui "X esiste" ha significato sono proprio quelli in cui si discute sull'esistenza o inesistenza di qualcosa, i contesti problematici. In primo luogo le discussioni su Dio, ma anche secondariamente quelle sulle anime immortali, i fantasmi, i poteri paranormali eccetera.
Quindi in un certo senso è vero che tutto esiste e si tratta solo (!) di specificare differenze fra tipologie di esistenza diverse (le cose materiali, le relazioni, i vissuti, gli "oggetti logici/culturali"...) ma su una questione come quella di Dio il porlo fra gli oggetti prodotti dalla mente umana o il porlo come esistente (appunto nel significato di "non prodotto dall'uomo") fa una grande differenza. La differenza (seguendo Pareyson) tra il sostenere che il mondo ha senso e il sostenere che non ha senso.

Letture consigliate per approfondire la questione:

L. Pareyson, Ontologia della libertà, Einaudi 1995 e 2000
F. D'Agostini, Logica del nichilismo, Laterza 2000
F. D'Agostini, Storia di "la verità non esiste", "aut aut", 301-302, 2001

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