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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1994

Che cos'è il piacere? Limiti della concezione Schopenhauer-Freud






Freud riprende l'idea di Schopenhauer secondo cui il piacere presuppone la sofferenza.
Secondo Freud il piacere scaturisce quando avviene un allentamento della tensione psichica, tensione a sua volta corrispondente a una pulsione che preme per essere soddisfatta.

Ora, se il discorso fila abbastanza bene per quanto riguarda le pulsioni di auto-conservazione, non torna invece per quanto riguarda la pulsione sessuale.
Spiego: la fame, la sete, il sonno, sono condizioni di per sé negative: vengono vissute come stati di tensione spiacevole, e piacevole è il soddisfare tali tensioni mangiando, bevendo, dormendo.
Il desiderio sessuale, invece, corrisponde a una tensione che non è di per sé spiacevole: essere eccitati sessualmente è forse spiacevole? Certamente il piacere che si prova con l'orgasmo è molto superiore a quello che si prova nell'eccitazione, ma questo non toglie che si possa aver voglia di indugiare nelle fasi preliminari all'orgasmo, proprio per prolungare questo piacere.

Si potrebbe quasi pensare che i meccanismi regolatori della vita abbiano privilegiato la spinta alla conservazione della specie più che la spinta alla conservazione dell'individuo. Il piacere provocato nel soddisfacimento della pulsione sessuale (orgasmo) mi pare (mi sbaglio? altri hanno valutazioni diverse?) superiore, quanto a intensità, rispetto a quello provocato dal soddisfacimento delle pulsioni di autoconservazione.
Ma che significato ha, da questo punto di vista "strategico-biologico", il piacere associato all'eccitazione sessuale?

Resta, per tornare al punto iniziale, una carenza teorica sul tema del piacere, almeno per le mie - certamente limitate - conoscenze. Qualcuno dei lettori del blog mi sa indicare altre teorie sul piacere, oltre alla linea Schopenhauer-Freud?


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