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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1994

Violenza e nonviolenza: un paradosso etico




Il Novecento è già entrato nella storia e sarà probabilmente ricordato come il secolo della violenza. L’evento più distruttivo del XX secolo, la Seconda guerra mondiale, conta cinquanta milioni di morti. Di queste vittime, la metà sono morti in battaglia, l’altra metà sono civili: caduti sotto i bombardamenti aerei, morti nei massacri compiuti dagli eserciti regolari, vittime della Shoah (quest’ultima già di per sé un abisso morale per la qualità della violenza impiegata: l’unico genocidio nella storia completamente privo di natura strumentale, il solo in cui lo sterminio non fu un mezzo ma un fine in sé…). La percentuale dei civili uccisi cresce sempre più, fino ad arrivare al 90-95% nei conflitti dell’ultimo decennio.

Il tema della violenza e la ricerca di modalità nonviolente nella gestione dei conflitti sono quindi al centro della riflessione politica, etica, filosofica in generale. Qui vorrei richiamare l’attenzione su un paradosso che secondo me attraversa queste riflessioni e rischia di bloccarle se non lo si porta alla luce.

Da un lato, si può sostenere che la violenza non esiste e non agisce che per opera dell’uomo; solo l’uomo può essere responsabile della violenza, dall’insulto all’umiliazione, dalla tortura all’uccisione. Soltanto in senso metaforico, allora, possiamo parlare di “violenza” della natura: la natura, certo, può uccidere, ma essa non è “violenta”. Non solo non ha l’intenzione di uccidere, ma non ha alcuna responsabilità dei morti che provoca (pensiamo a un terremoto, all’eruzione di un vulcano, a un uragano). Ma se l’uomo è l’unica fonte possibile di violenza, se solo l’uomo può essere violento, la violenza è allora parte costitutiva della natura umana. Su quali basi, allora, l’etica, la politica, la filosofia possono convincere l’uomo a rinunciare alla violenza?

Si può allora rovesciare il discorso, e sostenere che la violenza sia una caratteristica della natura stessa. Esplosioni, collassi, collisioni (a livello cosmico)… la Terra è in buona parte ancora un magma ribollente e inquieto, sempre pronto a invadere o scuotere la debole crosta fredda sulla quale viviamo. E gli esseri viventi non esibiscono forse una continua e inevitabile successione di violenze? Ogni vivente sopravvive e afferma la propria vita sempre distruggendo altri esseri viventi. I carnivori… gli erbivori… gli onnivori… (le piante sembrano sfuggire a questa logica e sembrano solo “vittime”, ma c’è una spietata guerra fra specie vegetali per accaparrarsi il territorio, ci sono piante, come il rovo e la clematide, il cui comportamento somiglia molto a quello delle potenze imperialiste…).

La violenza umana, dell’uomo sull’uomo, rispetto a quella degli altri esseri viventi, da questo punto di vista si distingue per due caratteristiche: perché è fra individui appartenenti alla stessa specie e perché non è motivata (se non, a volte, indirettamente) dalle necessità vitali della nutrizione. L’uomo, quindi, può produrre un tipo di violenza inedito, ma si distingue dagli altri esseri viventi perché può scegliere di sottrarsi alla violenza, può scegliere la nonviolenza. Allora l’etica, la politica, la filosofia, possono cercare di convincere l’uomo a realizzare fino in fondo ciò che costituisce una sua prerogativa, una sua caratteristica essenziale, e possono proporre un compito per il futuro: la costruzione di una pace stabile fra gli stati, all’interno di essi, fra gli esseri umani; l’assenza di ogni sopraffazione, di ogni brutalità, di ogni offesa, di ogni sfruttamento. (Forse in futuro gli uomini vorranno rinunciare anche alla violenza “naturale” legata alla nutrizione: mangeranno solo cose che non comportino la morte di alcun organismo vivente, solo latte, miele, frutta…?)

D’altra parte − qui l’altro corno del paradosso − se la violenza è insita nella natura stessa, come può l’uomo pretendere di farne a meno, trascendendo le proprie radici? Egli è pur sempre un essere vivente, parte della natura, per quanto abbia, nel corso dell’evoluzione, scelto la strada della cultura.

Contro la “naturalità” della violenza Virginia Woolf, in mezzo agli orrori della Seconda guerra mondiale, rifletteva sul possibile ruolo delle donne, e associava la violenza alla cultura maschile («Nella guerra attuale lottiamo per la libertà, ma la otterremo soltanto se distruggiamo gli attributi maschili, la violenza, l’idolatria del potere. È dunque compito della donna raggiungere l’emancipazione dell’uomo. È la sola speranza della pace.»), ma la Woolf leggeva anche Freud e rifletteva sul problema da lui posto. Alla specie umana, sostiene il padre della psicoanalisi, servono sia Eros che Thanatos: l’impulso a dividere e distruggere sembra convivere nel cuore umano insieme a quello che porta a unire e creare.

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