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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1999 (ed.orig. 1973)

Iponsaz

  

IPONSAZ  Versione scaricabile e stampabile

I


Iponsaz è un mondo che ha la forma di un pianeta.
Oltre a Iponsaz, non vi è null’altro: al di là di esso vi è il nulla, molto più vuoto e più nero di quanto la mente umana sia mai riu­scita a pensarlo.
Immaginate quindi questo enorme pianeta, tanto grande quanto di solito immaginate l’ampiezza dell’universo. È azzurro­gnolo, con striature grigioverdi, e sottili spume bianche a spirale ne rivestono la superficie. La sua spropositata massa sferica emana luce dall’interno (come quei mappamondi con dentro una lampadina) e si staglia quindi nettamente sul nero profondissimo del nulla.
Iponsaz è un mondo-pianeta che galleggia nel nulla: Iponsaz è tutto ciò che esiste. Niente può quindi averlo prodotto, è causa di sé stesso.
Forse è esistito da sempre, forse a un certo punto si è autoge­nerato, ma l’importante è che adesso esiste, e la sua esistenza non è certo una cosa da poco. Infatti, esso aggrega e concentra in sé tutte le variegate forme dell’essere, è popolato da innumerevoli specie viventi, e sterminate sono le cose che lo compongono.
Considerato nel suo insieme, Iponsaz è un unico grande indi­viduo, che esiste e agisce. L’agire di Iponsaz è la risultante delle infinite azioni e degli infiniti eventi che incessantemente acca­dono sulla sua superficie rugosa e vaporosa: osservando questa immane sfera luminosa un po’ più da vicino, si scorgerà che è tutto un brulicare, un passeggiare, uno scorrazzare, un vegetare e riposarsi, sostare e mettere radici, sbadigliare, schiudersi di pe­tali, svolazzare, sgranocchiare, stirarsi e inseguirsi, cercarsi, lot­tare, amarsi, trangugiare e sorseggiare, lappare e silenziosamente assorbire. Iponsaz è estremamente popoloso, forse fin troppo, e avvicinandosi ancora un po’ si potrà udire un brusio permanente, ovvero ciò che risulta dall’insieme sonoro di tutti i versi, i discorsi, i richiami e le grida degli esseri che vi abitano. Questa incessante agitazione che anima la sua superficie è l’agire di Iponsaz, il quale, considerato come un unico essere agente, non fa che conservare sé stesso in perfetto equilibrio (e ci riesce benissimo).
Non c’è niente che possa determinare Iponsaz ad agire così, conservandosi sempre uguale (infatti non c’è niente oltre a Iponsaz), quindi la sua esistenza è, in questo senso, perfetta­mente libera: è causa di se stesso e si determina ad agire da se stesso; ma è anche vero che non c’è nessun altro modo in cui Iponsaz potrebbe comportarsi: può solo conservare se stesso, quindi la sua esistenza è in questo senso completamente necessa­ria.


II

Di tutto questo, gli esseri che abitano Iponsaz non sanno niente. Per esempio, nessuno ha mai potuto vedere il pianeta da lontano. Allontanarsi da Iponsaz avrebbe significato entrare nel nulla, sparire, svanire, ma a nessuno è mai neanche venuto in mente che si potesse farlo: per loro non sono mai esistite delle mete che non fossero su Iponsaz. Luna? Sole? Stelle? Niente di tutto ciò: solo un cielo completamente nero. Ma non pensate che ciò sia per loro fonte di tristezza: immaginate infatti la gioia che può pro­vocare una luce costante che emana dall’interno del pianeta!
Nessuno poi ha potuto pensare che le proprie azioni, la pro­pria vita, siano solo un minuscolo dentello nell’immenso ingra­naggio dell’agire di Iponsaz, proprio perché nessuno ha mai po­tuto avere un’idea di come possa essere il pianeta nel suo in­sieme. Il pianeta è talmente grande che forse i suoi abitanti non riusciranno mai a capire che è sferico, e quindi a nessuno verrà mai in mente che sia possibile fare il giro di Iponsaz. Del resto un singolo essere, nell’ipotesi che possa prolungare la sua vita un miliardo di volte, riuscirebbe, viaggiando ininterrottamente nella stessa direzione alla velocità della luce, a percorrere un’inezia, un’unghia, rispetto all’intera circonferenza di Iponsaz.
Ogni abitante di Iponsaz va per la sua strada, ignaro dell’im­menso tutto di cui è parte, e ignaro che questo tutto è una sorta di gigantesco organismo.


III

Ma venne un giorno in cui un abitante di Iponsaz di nome Hosho, della specie umana, ebbe una folgorazione straordinaria. Fu come se un globulo rosso capisse improvvisamente di essere parte del sangue di un gigantesco animale: Hosho capì com’era e cos’era Iponsaz, e fu un’intuizione così forte e penetrante da non lasciare spazio per alcun dubbio. La specie umana si era sviluppata in una regione ben circo­scritta di Iponsaz, chiamata Igea, e aveva rapporti con altre due specie intelligenti, colonizzatrici di due regioni sufficientemente vicine da permettere proficui scambi di informazioni e qualche visita reciproca. L’epoca in cui Hosho viveva era particolarmente ricca di spinte innovatrici; si era da poco usciti da un lungo pe­riodo di violenti contrasti sociali che avevano fiaccato le popola­zioni, e si aveva voglia di fare una vita comoda, riposata, contem­plativa. Fin da giovane Hosho, figlio di un’agiata famiglia, aveva mo­strato una spiccata predilezione per gli studi scientifici e per le esplorazioni.
Di viaggi esplorativi ne erano stati fatti molti, ma il mistero ri­guardo al territorio circostante rimaneva fittissimo. Infatti acca­devano due cose: o i viaggiatori erano costretti ad un certo punto a rientrare in Igea dopo venti o trent’anni di viaggio, se volevano comunicare agli altri umani le loro osservazioni, oppure si disinte­ressavano di rientrare e proseguivano a viaggiare altri trent’anni, ma le loro scoperte non potevano così essere trasmesse in Igea. Gli strumenti di comunicazione, per quanto potenti, avevano un raggio d’azione pari alla distanza percorsa da un uomo in dieci anni di viaggio, quindi servivano a ben poco. Si era anche tentato di organizzare viaggi generazionali, dove erano intere famiglie a partire e le informazioni avrebbero dovuto essere trasmesse di padre in figlio, ma al di là dei problemi genetici legati alla riproduzione all’interno di gruppi ristretti di individui, c’era il problema ben più immediato che spesso i figli non avevano nessuna voglia di tornare indietro, seguendo le indicazioni genitoriali, e proseguivano per conto loro, assetati di avventure e novità.
Il risultato era che in Igea ci si era fatti un’idea buona di un’a­rea circostante molto vasta (rispetto all’area di Igea stessa), ma si era capito che oltre doveva esserci ben altro. La teoria più diffusa e accreditata era che il mondo fosse una distesa piatta infinita, con il Nulla sopra e la Luce sotto. Hosho, che per il mistero del mondo provava un’attrazione ir­resistibile, si era convinto dopo qualche tentativo che viaggiare sarebbe servito a ben poco, e aveva deciso di dedicare tutta la propria vita allo studio delle discipline più astratte e rigorose, alla ricerca di un modello che potesse calmare la sua smania conosci­tiva. Era tormentato dalla domanda: «Che forma ha il piano infi­nito?», e si dibatteva nell’enigma per cui se il piano del mondo aveva una forma, allora doveva esserci qualcosa al di là (ma che cosa?), e se invece non aveva forma non riusciva a concepirlo.
I suoi studi intensissimi gli erano valsi un prestigioso posto di insegnamento, si era unito a una donna, Marthja, e aveva avuto due figli. Il problema che lo assillava, e che stava alla base di tutti i suoi studi, era dapprima passato in secondo piano, per poi gra­dualmente andare sullo sfondo della sua mente. Ma dopo un certo tempo – i figli erano ormai grandi – lo riassalì violente­mente. Chiese un periodo di congedo dall’insegnamento per ap­profondire ancora le sue idee e rielaborarle ulteriormente. In quel periodo visse in un ritiro completo, isolato da tutto e da tutti, tanto che Marthja era un po’ preoccupata. Hosho non si riposava quasi mai. Studiava e pensava in continuazione, sapendo che quella sarebbe stata forse l’ultima occasione di avere tanto tempo da dedicare al suo problema.
Ma lo scadere del congedo si avvicinava, e lui non aveva sco­perto niente di nuovo. Alla fine si arrese, rinunciò a trovare la soluzione e decise di passare il poco tempo libero che gli rimaneva insieme a Marthja, nella loro casa sul mare. Decise che non ci avrebbe pensato più.



IV

Hosho e Marthja si erano da poco trasferiti al mare. Dopo una bella camminata, Hosho era seduto comodamente in terrazza e Marthja stava preparando una bevanda, in casa.
La terrazza si sporgeva da un’altura, e consentiva una visione panoramica di un tratto degradante di terreno e di un’ampia di­stesa di mare aperto. Hosho sedeva con le mani appoggiate ai soffici braccioli di una poltrona, e contemplava il panorama. Il suo sguardo si muoveva sulla superficie dell’acqua, indugiando sulla luce verde-azzurra filtrante dal fondo marino. La traspa­renza dell’acqua lasciava passare molta più luce della terra, che era opaca e traslucida, e il fatto che la luce provenisse dal basso, rendeva il mare un luogo d’osservazione privilegiato sia della fauna che della flora. Perfino da lassù, dalla sua terrazza, Hosho poteva individuare dei branchi di pesci in movimento. Ogni tanto dei bagliori rilucevano nell’acqua, quando le scaglie argentate dei pesci riflettevano la luce del fondo. Hosho cercò di guardare più profondamente possibile nell’acqua, e gli sembrò di riconoscere, molto in basso, in una massa rossastra, un ammasso di meduse abissali che si muovevano sinuosamente. Poi il suo sguardo si levò al nero profondo del cielo, che sembrava risucchiare ogni luce e ogni colore e dava una sensazione di calma assoluta. Restò per lungo tempo a guardare il cielo. Era da tanto che non lo guardava così. Lentamente abbassò gli occhi, incontrò l’o­rizzonte marino, traversò la distesa lucente dell’acqua, risalì lungo la terra, la cui opacità lasciava trasparire la massa aggro­vigliata dei rami degli alberi, e risalì ancora fino alle piastrelle bianche e nere del pavimento della sua terrazza, le cui bizzarre forme geometriche, disegnate da un amico architetto, formavano, ad incastro, complicati disegni. Si soffermò sull’intersezione di quattro piastrelle, due bianche e due nere, ammirando la preci­sione con cui i quattro angoli si saldavano insieme, e come con­tribuissero a formare il disegno complessivo. Stava guardando estasiato il pavimento della terrazza, quando arrivò Marthja con due tazze fumanti.
La osservò camminare piano, reggeva le tazze e stava attenta che il liquido non si versasse, ma intanto, venendo verso di lui, lo guardava sorridendo. Notò i disegni angolosi della sua veste, sot­tili linee verde chiaro su fondo rosso cupo, e tornò a guardare quegli occhi ridenti che si avvicinavano. Fu in quell’istante che la sua mente venne rapita da un flusso rapido e intenso di pensieri concatenati. Il suo cervello gli fornì inaspettatamente il frutto di un’elaborazione inconsapevole di tutto il materiale che aveva letto, studiato e pensato nell’ultimo periodo. Un’immagine campeggiava nel suo scenario mentale: la figura nitida di un’enorme sfera...


V

Venne il momento di coricarsi e riposare, ma Hosho non riusciva a chiudere occhio. Aveva compreso la natura di Iponsaz, aveva intuito di essere parte di un tutto di cui ora conosceva la forma e l’essenza. Era riuscito molto male a nascondere il suo profondo turbamento; Marthja aveva capito che doveva esserci qualcosa di insolito, ma aveva preferito aspettare di esserne sicura, prima di fare una domanda diretta. Avevano bevuto, contemplato insieme il paesaggio, e si erano infine messi a letto, ma mentre Marthja era crollata subito, stanca per la lunga passeggiata, Hosho era sveglissimo. L’idea di dormire non lo sfiorava nemmeno. Continuava a pensare alla sua scoperta. La cosa che più lo sconcertava non era che il mondo fosse spaventosamente grande e sferico, ma era che il mondo fosse vivo, che fosse un’unità organica, un tutto perfettamente organiz­zato. Ciò infatti andava a cozzare con la percezione che aveva di se stesso (e degli altri) come di un individuo capace di interferire, compiendo delle azioni, con il corso delle cose. La cosa più in­quietante, insomma, era la necessità con cui tutto accadeva, l’i­nevitabilità di ogni evento, di ogni azione, il posto inconfondibile e necessario in cui ogni cosa e ogni accadimento era incasellato e incastrato, parte minima ma indispensabile del tutto, parte che svolgeva – pur essendone all’oscuro – il suo ruolo nel man­tenimento dell’equilibrio di Iponsaz. “Ma io non sono più all’o­scuro di tutto.” pensava Hosho “Ora io so, ma cosa devo fare? Cosa posso fare?” La prima cosa che gli veniva in mente era quella di scrivere un libro per diffondere, spiegare, divulgare la sua sensazionale scoperta, ma ben presto fu assalito dall’idea che anche l’azione di scrivere questo libro sarebbe rientrata nella ne­cessità del tutto, cioè che non sarebbe stata una sua azione, ma sarebbe stato un microevento attraverso il quale Iponsaz avrebbe perpetuato il suo essere e il suo equilibrio. Considerò la sua straordinaria scoperta come un evento necessario e inevitabile e gli sembrò che tutta la storia della sua vita fosse predisposta a quello. Fu colto da un’ondata di rifiuto e ribellione.
“No, io non voglio essere parte di un ingranaggio, voglio agire veramente, voglio scegliere cosa fare, voglio essere io a vivere!!” Così pensò, e decise che non avrebbe scritto il libro, non avrebbe diffuso la sua scoperta, nessuno l’avrebbe saputo...
Ma dopo poco si rese conto che anche questo, anche questa decisione era necessaria, inevitabile. Insomma si rese conto che qualsiasi cosa decidesse di fare, la sua scelta sarebbe stata neces­saria, perché tutto era necessario, e lui non poteva pensare di sfuggire a questa unica e ferrea modalità dell’essere. Questo pensiero lo paralizzò, e gli sembrò che una cappa calasse sulle sue spalle, si sentì ingabbiato in un cono di oscurità. Poco dopo ebbe la sensazione che il suo corpo fosse invischiato in una massa nera e densa, di consistenza burrosa, che gli rendeva ogni movi­mento estremamente difficile e penoso. Il pensiero si fece affannoso. Sentì aumentare vertiginosamente il peso della testa e delle mani. Provò ad aprire la bocca per chiamare aiuto, ma era serrata in una morsa vischiosa e gelida. Per un attimo pensò “Questa è la fine”, ma poco dopo anche i pensieri rallentarono, faticava terribilmente a concentrarsi su una frase qualsiasi, poi anche mettere a fuoco una parola divenne arduo, finché infine la sua mente si fermò.



VI

Quando Marthja si svegliò, vide che Hosho stava sdraiato ac­canto a lei, con gli occhi aperti e lo sguardo fisso nel vuoto. Ne rimase impressionata, ma si fece coraggio e gli rivolse la parola. «Caro, che c’è? Non ti senti bene?» Nessuna risposta. Hosho continuava a guardare fisso davanti a sé, non la guardava e non rispondeva, sembrava essere in un’altra dimensione. «Hosho, per favore, rispondimi. Hosho!» Marthja era esasperata. “Sarà in collera con me? Avrò fatto qualcosa che non andava?”. Marthja si allontanò per un istante, poi tornò, decisa a risolvere subito la questione. Mise un braccio intorno alle spalle di Hosho e gli prese una mano. Rimase come stordita quando si accorse che era ghiacciata. Si precipitò a chiamare Levelmit, il medico personale di Hosho. Mentre aspettava le veniva da piangere, ma si trattenne dicendosi che forse era una sciocchezza. I suoi occhi vagavano per la casa, per le stanze che avevano arredato insieme e che rivelavano un incrocio delle loro personalità. Guardava i morbidi cuscini viola sparsi sul grande divano azzurro, e l’acquario sferico nel quale si muoveva una coppia di Strycopex granulatum, incredibili pesci a strisce bianche e nere con molteplici pinne aguzze. Hosho li aveva fatti arrivare da una regione ai confini di Igea, e a volte si soffermava a guardarli lungamente, come se cercasse di decifrare in loro, una specie antichissima, il mistero delle origini del mondo. Quando arrivò Levelmit, con la sua voce calma e profonda, il suo portamento eretto e imperturbabile, si sentì sollevata. Levelmit fece un’accurata visita, mantenendo un’espressione impenetrabile, gli praticò un’iniezione per la riattivazione della circolazione sanguigna, che ben presto restituì a Hosho una temperatura normale. Ma al di là di questo le condizioni di Hosho restavano immutate. Sembrava una roccia. Levelmit si rivolse a Marthja: «Hosho gode di una perfetta salute fisica, ma il suo problema, in questo momento, è un’aprassia totale, assoluta.» «Ma a cosa è dovuta?» «Questo no lo so e non so come riuscire a scoprirlo finché non esce da questo stato.» «Ma io cosa devo fare?» «Se la cosa va per le lunghe, bisognerà provvedere affinché le funzioni nutritive e intestino-renali siano garantite indipenden­temente dal suo agire, ma di questo, eventualmente, mi occuperò io.» «Ma non si può dargli qualcosa, un farmaco che lo scuota, che lo svegli?» «Si potrebbe tentare, ma preferisco evitare l’aggressione chi­mica di una crisi che evidentemente è tutta psicologica. Facciamo così: lei ora lo tenga costantemente sotto osservazione. Io vado perché devo visitare altri pazienti. Alla fine del mio giro chiamerò. Se non si fosse ripreso, decideremo il da farsi.» «Va bene.» Quando il medico se ne fu andato, Marthja si sentì terribilmente sola. Dato che egli aveva parlato di “crisi psicologica”, cominciò a tormentarsi cercando di ricostruire cosa potesse aver fatto o detto di sbagliato. Per distrarsi, decise di mettersi a sedere accanto a Hosho con il generatore di immagini in GHS. Era un passatempo estremamente rilassante che le aveva regalato un’amica. Su un piccolo schermo, un microcomputer generava ogni dieci secondi un’immagine a colori in modo completamente casuale, e fra un’immagine e l’altra produceva una serie di immagini intermedie in sequenza. L’effetto era quello di una metamorfosi continua da un’immagine all’altra. Si poteva scegliere fra due modalità: astratto e figurativo. Marthja scelse il modo figurativo e venne subito catturata. Un paesaggio montuoso si trasformò in un uomo sdraiato, che si trasformò in un osso di pesce, che si trasformò in un occhio verde, che si trasformò in un’alga... Ma piano piano l’ansia prese il sopravvento, e Marthja si ritrovò a fissare il generatore in GHS con gli occhi persi nel vuoto. Di lì a poco Levelmit si sarebbe fatto vivo, e saputo che non c’erano miglioramenti sarebbe accorso e avrebbe sistemato Hosho in una di quelle orribili macchine neurovegetative, per­fettamente efficienti, ma terribilmente tristi e disumane. Marthja lo sapeva, e lo temeva, e avrebbe voluto a ogni costo poterlo evi­tare. “Devo fare qualcosa, devo tentare, possibile che non ci sia una strada semplice, diretta, per riuscire a sbloccarlo, a farlo uscire da questo stato assurdo? Deve esserci, deve!” Cominciò a camminare su e giù per tutta la casa, arrovellan­dosi fino a diventare rossa per la tensione. Cominciava a sentire caldo, e così aprì una finestra e si mise a respirare aria fresca e a guardare il nero del cielo. A quel punto le venne l’idea. Il volto le si illuminò tutto. “Ma certo! Quello che devo fare è stimolarlo con qualcosa di estremamente piacevole, qualcosa al cui piacere non sappia resistere. Ecco la soluzione.” E poiché Levelmit le aveva detto che era prudente evitare di toccare Hosho, Marthja dovette subito scartare (a malincuore) la sfera dei piaceri tattili. Passò in rassegna rapidamente il visivo, l’uditivo, ma alla fine si decise per l’olfattivo. Infatti era convinta che ci volesse qualcosa di violento, e pensò che più il piacere fosse stato corporeo, più avrebbe potuto essere intenso. Inoltre, visto che il blocco era mentale, era meglio agire il più possibile sul corpo. Fatte queste considerazioni, ebbe l’intuizione immediata di quello che ci voleva. Hosho andava letteralmente pazzo per la torta di mele. Gli bastava sentirne il profumo, mentre si cuoceva, per entrare in salivazione. Marthja si precipitò in cucina, e fu tutto un febbrile lavare, sbucciare, tagliare, impastare, imburrare, guarnire, finché il dolce fu pronto e venne infornato. Mentre aspettava, Marthja sentiva di star facendo la cosa migliore che si potesse fare in quella situazione. Un odore delizioso cominciò a diffondersi per tutta la casa, e Marthja osservava Hosho con ansia. Quando la cottura fu ulti­mata, Hosho era sempre immobile. Ma Marthja non perse co­raggio, aprì il forno, appoggiò la torta caldissima su un vassoio di legno e la portò, trepidante, sotto il naso di Hosho. Le era venuta proprio bene, era una fantastica torta di mele, lucida e fragrante, e il suo profumo lasciava presagire la soffice umidità, la dolce consistenza dell’impasto. Curva su Hosho, Marthja reggeva il pesante vassoio in modo che la torta fumante diffondesse il suo aroma direttamente sotto le sue narici...



VII

Nella mente di Hosho qualcosa si mosse. La massa densa e scura in cui si sentiva avvolto cominciò ad alleggerirsi, e in alcuni punti si fece quasi trasparente, per poi addirittura bucarsi. Da questi fori cominciò a spirare una sorta di venticello, un fumo bianco, bianco e profumato. Una sensazione calda e familiare filtrava insieme al fumo, e le aperture si allarga­vano sempre più, fino a che della massa scura non rimase che un reticolo. Hosho ora poteva vedere, riconobbe Marthja e la torta di mele, e abbozzò un sorriso. Si sentì abbracciare, e il calore di quell’abbraccio dissolse an­che il reticolo che era rimasto. Era tornato, era lì, poteva muo­versi, vedere, sentire. La prima cosa che si sentì di fare fu di afferrare un pezzo di torta e trangugiarlo avidamente. Poi prese Marthja e la strinse a sé con forza. Lei lo aveva salvato: aveva stimolato il suo agire istintivo, e da lì Hosho riuscì, gradualmente, a recuperare tutto il resto. All’inizio sembrava un’animale: si aggirava per casa tastando e annusando, giocherellava con cordicelle, mordicchiava i cuscini. Poi cominciò la fase in cui articolava parole incomprensibili e combinava piccole catastrofi domestiche: bisognava seguirlo in tutto. Il riacquisto dell’uso del linguaggio segnò una svolta: da lì in breve tempo Hosho tornò in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Quando lo strappo mnemonico con le sue esperienze precedenti fu ricucito, riaffiorò alla sua mente la scoperta su Iponsaz.
Nuovamente il dilemma si presentò dinanzi a lui. Ma questa volta non si arenò. Sentiva di dovere scrivere un libro per comunicare la sua scoperta? Così avrebbe fatto, perché era giusto e razionale fare così. Non avrebbe avuto senso non farlo. Non aveva senso cercare di ribellarsi alla necessità delle cose. Al contrario di prima, ora la sensazione di far parte di un tutto perfettamente organizzato gli dava una grande gioia, e si rese conto che nonostante la sua scoperta, le cose che ancora dovevano essere conosciute erano infinite: aveva compreso la forma di Iponsaz, ma della sua corposa e variegata sostanza non sapeva quasi nulla; si era specializzato nella conoscenza dell’oggetto più generale che potesse esistere, il mondo stesso, ma del particolare non sapeva niente. E perché finora, nella sua vita, aveva puntato sul generale? Non sapeva neanche questo, e capì che su se stesso, infima scheggia del maestoso essere di Iponsaz, sapeva ben poco. Si scoprì misterioso, e la sua mente fu percorsa da un brivido, mentre Iponsaz continuava imperterrito la sua imponente esistenza.

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