11 ottobre 2008

La macchina del libero arbitrio, parte I



Era una mattina scintillante di sole. Durante la notte un violento temporale aveva sconquassato l’atmosfera, ma quando uscii di casa il cielo era azzurro e tutto appariva come lavato dalla pioggia: l’aria pulitissima, i contorni delle cose più netti, definiti. Era una di quelle giornate nelle quali sentivi il privilegio di poter essere fra i tre miliardi di uomini che ancora vivono sulla Terra. La luce e il clima mi avevano messo di buonumore, nonostante avessi passato una notte agitata. Mi sentivo leggero, mentre mi dirigevo a passo deciso verso il centro della città con una borsa pesante, piena di lavori in corso.
Quando entrai nel mio laboratorio, dopo aver salutato alcuni colleghi ed essermi chiuso la porta alle spalle, vidi che Robert era già alla sua scrivania e notai anche uno scatolone verde appoggiato sul tavolo delle novità. Il colore insolito attirò la mia attenzione.
− Hai già visto di cosa si tratta?
− Mai prima di te, Alec. Comunque tutto il lavoro arretrato che abbiamo non mi sembra molto interessante, quindi propenderei per aggredire subito il lavoro nuovo.
− Pienamente d’accordo. Apri tu?
− Ma certo.
Le mani paffute di Robert scivolarono velocemente sull’involucro che in breve fu aperto, rivelando quattro pezzi da assemblare, tutti in materiale lucido, nero, probabilmente zirconio riciclato, di cui tre avevano un aspetto abituale: una tastiera, un monitor piatto, un casco bioelettronico. La novità doveva quindi risiedere nel quarto pezzo, il cui aspetto, un parallelepipedo il cui lato più lungo misurava circa sessanta centimetri, sembrava innocuo. Il manuale di istruzioni aveva più l’aspetto di un libro che di un fascicolo. Scrollai la testa.
− Quando si decideranno a capire che la gente vuole istruzioni brevi, oltre che semplici e chiare?
− Queste sono veramente esagerate… 220 pagine! − disse Robert sfogliando il manuale.
Ogni pezzo era avvolto dal cellophane, ma prima di stracciarlo e iniziare il montaggio, guardai la scheda di produzione. Lessi ad alta voce: «MACCHINA DEL LIBERO ARBITRIO (nome provvisorio)». Guardai Robert con aria perplessa; notai che le sue pupille si stavano ingrandendo, ma anche lui aveva un’espressione interrogativa.
− Che roba può essere, secondo te? − gli chiesi.
− Conviene leggere almeno la scheda, Alec. Capisco tu abbia fretta, ma…
− Va bene, va bene.
Lessi oltre:

Caratteristiche del prodotto: la macchina è in grado di aumentare, a diversi livelli e in diverse modalità, il libero arbitrio di chi la sta usando, ovvero aumenta la capacità di compiere scelte liberamente, in modo indipendente da ogni forma di necessità. Contiene inoltre dispositivi che consentono di verificare se scelte già compiute erano libere o no.

Dati tecnici: la macchina combina l’ingegneria neuronica con la biopsicologia applicata. Sfrutta inoltre le leggi psicotemporali di Civita, il campo logico di Piana, la recente teoria matematica dei flussi di realtà (cfr. Slatansky-Frisk, Realtà, iporealtà, iperrealtà, metarealtà, in «Iconica», VIII, 2) e il teorema delle possibilità frazionate di Goffkenshi. Il modello di mente utilizzato è il n. 8934, nella versione corretta dall’ipotesi Blank-Keller-Rogarshami (cfr. «Encyclemata», CLXXXI, 34)


− È strano − disse Robert − il contrasto fra la raffinatezza degli elementi scientifici utilizzati e l’uso dell’espressione “libero arbitrio”…
− Già… è un concetto che ha come un sapore antico. Mi ricorda cosa studiate alle scuole medie… Tu lo usi mai?
− Se devo essere sincero credo di averlo usato solo durante l’esame di Storia delle Culture Terrestri dell’Era Pre-Esodo…
Guardai Robert con ammirazione. Provavo un po’ di affettuosa invidia per la sua vasta preparazione umanistica, che spaziava anche verso le culture aliene. Ogni tanto mi ero chiesto se coloro che avevano scelto lui come mio assistente avessero ragionato sul fatto che la sua formazione potesse integrare la mia. Robert aveva studiato nella Comunità Euroafricana, io nelle maggiori università asiatiche, e mi ero presentato alla Hoekk con una laurea in ingegneria biochimica e una specializzazione in logica dei circuiti neurali.
− … ricordo che una delle domande riguardò i caratteri peculiari della cultura greco-cristiana rispetto a quella indo-cinese delle origini, e che citai con successo questo concetto fra quelli caratteristici.
− Ma sei d’accordo con me che non fa parte del linguaggio comune, anche se sia tu che io ne conosciamo il significato?
− Direi di sì.
− Ad ogni modo, Robert, direi di procedere come al solito.
Generalmente il mio modo di provare i nuovi prodotti della Hoekk era molto rapido, e questo era certamente uno dei motivi per cui avevo passato la selezione. Invece di leggere con calma le istruzioni e poi cominciare dal principio, io preferivo buttarmi seguendo l’intuito, cominciare subito a usare la macchina e vedere cosa succedeva (del resto era convinzione dell’azienda che questo fosse anche l’atteggiamento della maggioranza dei clienti che compravano e usavano i prodotti di avanguardia, generalmente giovani fra i quindici e i venticinque anni terrestri); poi, se qualcosa non andava o se c’era qualcosa che non capivo, consultavo le istruzioni come fossero un dizionario o ricorrevo alla pazienza di Robert, che le affrontava con la calma di un decifratore di documenti in lingue aliene.
Seguito dagli occhi attenti di Robert, cominciai col montare il monitor sulla tastiera, mi infilai in testa il casco, collegai il tutto al quarto pezzo. Non restava che accendere. Il pulsante generale era su un lato del casco. Lo schiacciai e diedi un occhiata al video. Compariva un riquadro con un’opzione fra due possibilità

1. Aumento della capacità di scegliere liberamente

2. Verifica della libertà di scelte già compiute

Scegliendo la prima, che costituiva il menù principale del prodotto, vidi che si diramava a sua volta in altre opzioni. Decisi quindi, dopo un cenno d’intesa con Robert, di cominciare con la seconda, che, almeno apparentemente, sembrava la più semplice. Comparve sullo schermo la domanda

Quale scelta intende verificare?

Cominciai a pensare a situazioni e a momenti della mia vita passata, e vidi che mentre pensavo sul video balenavano immagini e scritte con date, orari, frasi, ma scorrevano velocemente. Poi capii che seguivano fedelmente l’andamento dei miei ricordi, esibendo immagini e, in basso, scritte e cifre che contenevano dati e informazioni relative alle immagini stesse. La cosa era sorprendente. Una riproduzione così fedele del flusso di coscienza non l’avevo mai vista. C’erano stati dei tentativi precedenti, che ora mi tornavano in mente (una macchina della GBE che però riproduceva un’immagine ogni cinque secondi, e spesso sfuocate), ma mai visto niente di simile. Con la coda dell’occhio notai che anche Robert spalancava gli occhi e restava come inebetito di fronte a quel prodigio: aveva infatti intuito che stava osservando in tempo reale il contenuto della mia mente nel suo fluire incessante. Mi resi ben presto conto che ai fini del nostro lavoro era meglio non guardare lo schermo in quella fase: infatti se mi concentravo su di esso il flusso di immagini e dati rallentava fino a fermarsi. Ripresi quindi a pensare senza guardare il monitor, e subito mi si impose una questione preliminare. Che interesse poteva avere il verificare la libertà di una mia scelta passata? Avevo mai avuto dubbi in proposito su qualche scelta? Ma, innanzitutto: che significato preciso aveva il termine “libertà” applicato a una scelta? Decisi che si imponeva un chiarimento. Tolsi il casco, naturalmente dopo avere effettuato la procedura standard di scollegamento temporaneo durante l’accensione, onde evitare la bruciatura di alcuni circuiti bioneuronici. Guardai Robert. Non fu necessario dirgli quali fossero i miei dubbi, perché li aveva letti sul monitor un attimo prima. Sul monitor, infatti, comparivano proposizioni che seguivano fedelmente l’andamento del pensiero. Il volto di Robert era visibilmente animato da una forte eccitazione intellettuale.
− Prima di parlarne… accidenti, Alec! Ma hai visto che roba? Altro che le carabattole per “leggere il pensiero” della GBE, qui c’è un balzo in avanti! La definizione delle immagini e il numero di “istantanee” della tua mente… saranno circa 23 al secondo… Sembra di vedere un film!
- Calma, Robert. Ricordati che stiamo lavorando e dobbiamo andare all’obiettivo. Ancora non abbiamo capito a che cavolo serve questa macchina. Cosa rispondi alle mie domande di prima?
− In senso generale, inteso come una facoltà umana, il “libero arbitrio” è ciò che consente all’uomo di sentirsi responsabile delle proprie azioni, padrone di se stesso, degno di approvazione per le cose buone che ha fatto e colpevole per i propri errori. In particolare, se non sbaglio, si definisce libera una scelta se è contingente e se dipende unicamente dal soggetto stesso.
− Con “contingente” intendi “indeterminata”?
− No, perché una scelta dev’essere determinata dal soggetto che la compie.
− E allora?
− Scusa Alec, ma abbiamo qui un bel manuale di istruzioni. Non potremmo…
− Non vorrai adesso metterti a leggere il manuale dal principio!
− No, ma ci sarà pure un glossario… Vediamo se c’è la definizione di “contingente”.
− Ok, vai, ma veloce.
Robert carpì il volumotto delle istruzioni. Lo aprì come se avesse a che fare con un istrice. Dai movimenti che fece con le pagine capii che per prima cosa aveva guardato i nomi degli autori, il copyright, l’indice. Dopo qualche secondo mi guardò raggiante.
− Trovato!
− Ebbene?
− Dice: “Una scelta si definisce contingente se, alle identiche condizioni in cui si è verificata, avrebbe potuto essere diversa”. Ma scusa, − aggiunse Robert − se questa macchina è in grado di verificare la contingenza di una scelta significa che… − e si fermò a pensare. Robert era di statura media, grassoccio, biondo e di carnagione chiara. Il viso largo era dominato da grandi occhi griogioverdi, che mentre pensava diventavano particolarmente acquosi.
− Che? − lo incalzai
− … beh, che è in grado di superare una sorta di barriera metafisica legata all’irreversibilità del tempo. Nella realtà, l’istante in cui si compie una scelta non può più ripresentarsi identico, quindi non possiamo mai essere nelle identiche condizioni in cui abbiamo compiuto una certa scelta e verificare la sua contingenza!
− Senti caro, credo tu sappia che questo modo di intendere il tempo è stato superato scientificamente già da secoli!
− Sì, ma io non sto parlando del tempo fisico, sto parlando del tempo vissuto! Il tempo vissuto è irreversibile, non credi?
− E allora i ricordi cosa sono, buchi nel tempo vissuto?
− I ricordi sono eventi mentali che accadono comunque nel presente, si svolgono nel flusso unidirezionale del tempo vissuto.
− Sì, d’accordo, ma torniamo a noi. Ti ricordo ancora che stiamo lavorando. Quale può essere l’utilità di questa opzione 2: “verifica della libertà di scelte già compiute”?
− Mi consenti un’altra occhiata al manuale d’istruzioni?
− D’accordo, ma nella mia relazione scriverò innanzitutto che se per capire una macchina devo prima leggere le istruzioni allora voglio istruzioni lunghe al massimo venti pagine, non duecento!
− Allora vediamo… Precauzioni, Montaggio… Ecco: Scopi e utilità del prodotto! Dunque… Robert scorreva velocemente le pagine, in cerca dell’informazione che in quel momento ci serviva. Come avrei fatto a lavorare, senza il suo aiuto?
− Qui pone due domande che mi sembrano cruciali.
− Dài, leggi.
− “Vi sono stati casi in cui avete sostenuto di non aver avuto scelta, mentre altri affermavano che avreste potuto benissimo scegliere diversamente? Vi sono stati casi in cui credevate di aver potuto scegliere diversamente mentre altri sostenevano che non avevate scelta?”
Queste domande furono come un sasso gettato in uno stagno: cominciarono a venirmi in mente vaghi ricordi di accuse subite, di scuse e giustificazioni, di sensi di colpa, di pietà e comprensione ricevute. Da questo groviglio emotivo emerse pian piano un ricordo, un fatto che si era verificato da poco ma che già stavo cominciando a dimenticare. Riemerse e si impose alla mia attenzione in tutta la sua chiarezza. Mi rinfilai subito il casco. Sul monitor appariva la scritta

Quale scelta intendi verificare?

Cercai di concentrarmi. Mi trovavo in casa di amici. La serata si era svolta piacevolmente, fino a quel momento. La coppia che ospitava me e la mia fidanzata Renate era formata da persone deliziose. Avevano preparato una cena a base di pesce importato direttamente dal pianeta Vertigalio, cibo costosissimo oltre che squisito. La conversazione era molto fluida e piacevole, ma gradualmente, forse per effetto del vino africano, fra Renate e i nostri ospiti si era creata della tensione. A un certo punto era scoppiata una lite furibonda, Renate era bersagliata da un fuoco incrociato di critiche sprezzanti e reagiva attaccando a più non posso. Io ero completamente paralizzato. Ero perfettamente presente nella situazione, ma non riuscivo a spiccicare parola. Il mio imbarazzo era stato fortissimo quando Renate mi aveva lanciato un’occhiata profonda. In quel momento mi stava chiedendo, pur senza dirmelo, di intervenire, di parlare, di dire qualcosa in sua difesa, di mostrare di essere dalla sua parte. Ma io niente, pur avendo capito benissimo cosa mi stava implicitamente chiedendo. In generale, reggo male le situazioni in cui si sprigiona aggressività. Dopo poco Renate aveva preso la sua roba ed era andata via. Era infuriata e lo era, a quel punto, anche con me. In seguito, quando ci eravamo rivisti lei e io, c’era stata una discussione fra noi dove lei diceva che le era sembrato incredibile quel mio atteggiamento. «Come hai potuto startene zitto!», mi aveva detto, e io cercavo di spiegarle come in quel momento, quando lei mi aveva guardato, io non riuscissi, pur essendo dalla sua parte, a fare altro che star lì, penando, senza dir niente. A lei questo sembrava inconcepibile: «Avresti potuto benissimo dire per lo meno che non eri daccordo con quel modo di fare! Anzi, avresti dovuto, visto che lo pensavi, dirlo!». Ricordare quella serata e questa recente discussione con Renate mi turbava non poco, ma mi sembrava che il tutto si prestasse al gioco che la macchina del libero arbitrio mi proponeva. Infatti adesso, usandola, avrei potuto finalmente sapere se aveva ragione Renate o se avevo ragione io, cioè se quando lei mi aveva guardato quella sera io avessi avuto realmente la possibilità di scegliere e quindi di comportarmi diversamente da come avevo fatto oppure no. Potevo assolvermi dalle sue accuse o ero realmente colpevole di vigliaccheria, di scarsa generosità? («Sei avaro di te stesso!» mi aveva detto.) Decisi dunque che quello sarebbe stato il caso che avrei sottoposto ad esame con la macchina. Guardai il video. L’immagine di Renate che mi scoccava la sua occhiata profonda, implorante aiuto, campeggiava nettissima, al punto che mi turbò rivederla. Sotto erano riportati i dati relativi a quella serata, e in particolare l’ora precisa, al decimo di secondo, in cui avevo scelto, se di scelta si trattava, di restare zitto. Era incredibile la fedeltà con cui quella macchina riusciva non solo a seguire il flusso dei miei pensieri, ma anche a tradurlo in immagini, parole e cifre. Un’altra cosa mi stupiva. Evidentemente la macchina mi avrebbe ora riportato a quel momento, l’occhiata di Renate. Ma dato che gli spostamenti temporali, per quanto perseguiti instancabilmente dalla ricerca scientifica, non erano – e come sapete non sono tuttora – accessibili all’uomo, la macchina doveva basarsi su una riproduzione esatta del mio vissuto di quel momento passato, andando a ripescarne la traccia nei meandri delle spirali neuroniche. Ciò rappresentava una novità assoluta sul piano tecnologico. Sul monitor compariva ora una scritta che mi invitava, se volevo procedere all’esperimento, a premere il tasto rosso sul casco. La scritta mi avvertiva anche che, per la durata della verifica, avrei perso ogni memoria di quanto accaduto dal momento prescelto al presente, e che l’avrei riacquistata allo scadere del periodo di verifica. La cosa era un po’ inquietante, ma, fiducioso nei test di innocuità che sempre venivano fatti sui propri prodotti dalla Hoekk, e dopo aver scambiato un cenno con Robert, che annuì con fare rassicurante, schiacciai il fatidico tasto. Immediatamente ripiombai nella tempestosa situazione emotiva di quella serata, riprovai esattamente la stessa sensazione penosa di paura mista a vergogna e angoscia, e rividi, come fossi stato lì, la stessa scena. Gli occhi di Renate si puntarono su di me penetrandomi... Dopo pochi secondi ritornai alla realtà. Sul video compariva la scritta:

nelle identiche condizioni, lei ha compiuto la stessa scelta.

Ero un po’ scombussolato dall’esperienza appena trascorsa; il cuore mi batteva ancora forte, come allora, e avevo ancora la bocca un po’ secca, ma ero contento per l’esito dell’esperimento. Tolsi il casco e mi girai di scatto verso Robert. Ero sicuro, conoscendolo, che avesse seguito tutta la vicenda nei minimi dettagli, leggendo quello cha era accaduto e seguendo l’esperimento attraverso il monitor. Saltando ogni preambolo gli dissi:
− Dunque avevo ragione io, nella discussione con Renate! Era vero che non avrei potuto, in quel momento, fare altro! Era al di fuori della mia portata, quindi non ero imputabile di alcuna colpa. La macchina parla di scelta, ma visto che si è ripetuta identica significa che era in realtà una “scelta obbligata”… Insomma, non ho, in realtà, fatto una vera scelta! Robert sembrava imbarazzato. Arrossì, e non capivo il motivo di questo suo stato d’animo. Cercai di calmarmi e gli chiesi nel tono più normale e neutro possibile:
− Che c’è? Qualcosa non va? Non sei convinto?
− Devo essere sincero, Alec, ma tutta la faccenda e anche il modo che hai tu di interpretare l’esito dell’esperimento non mi quadrano.
− Non capisco… Cosa c’è che non quadra?
− Beh, insomma. Innanzitutto: tu dici che non si è trattato in realtà di una scelta, che non potevi agire diversamente da come hai agito, ma stai considerando proprio quell’episodio come esempio di una scelta che ti interessava verificare fosse stata libera o no. E soprattutto: il fatto che nell’esperimento tu ti sia comportato nello stesso modo si potrebbe interpretare in maniera diametralmente opposta a come lo interpreti tu. Si potrebbe dire che in quella circostanza, quando Renate ti chiedeva implicitamente manforte, avresti potuto agire diversamente ma non l’hai fatto, ed ora nell’esperimento hai confermato la tua scelta, quindi sei proprio tu che hai scelto di non agire come voleva Renate.
− Oddio, Robert, vai piano perché sto perdendo le tracce del senso di tutto questo problema. Calma. Ragioniamo. Io dico: il fatto che nelle identiche condizioni, riprodotte artificialmente dalla macchina, mi sono ora comportato nello stesso modo prova che in quel momento non potevo fare diversamente!
− Sì, ma come ti ho appena spiegato si tratta secondo me solo di una possibile interpretazione. È possibile anche l’altra, che ti ho detto prima… che potevi agire diversamente, ma hai confermato la tua scelta passata.
− Ma allora questa macchina a che cazzo serve!!?? − sbottai, ma subito ripresi il controllo − Scusa, Robert, mi sono un po’ irritato perché rivivere tutta quella situazione con Renate mi ha scosso.
− Non proccuparti. Piuttosto, guarda un po’ cosa c’è ora sul monitor…
Robert stava puntando il suo indice grassottello verso la macchina. Campeggiava questa scritta:

vuole riprovare?

Robert ed io ci girammo contemporaneamente uno verso l’altro. Gurdandoci negli occhi, ci veniva da ridere.
− Ma che vuole ancora? − dissi.
Robert, con la sua infinita pazienza, tirò un sospirone e cominciò a pensare. Trascorse un minuto di silenzio, nel quale sia lui che io cercammo di metabolizzare il significato di quella nuova scritta. Poi Robert disse, ma c’ero arrivato anch’io:
− Dato che puoi rivivere quel momento del passato senza nessuna memoria delle tue esperienze successive, niente impedisce che tu possa riviverlo una seconda volta!
− Già. Diedi un’occhiata all’orologio e considerai i tempi di lavoro. Era ancora abbastanza presto. Dal momento che la cosa era molto breve (evidentemente la macchina limitava l’esperimento al tempo utile per compiere la scelta) decisi di riprovare, anche se mi costava un po’ rivivere quelle emozioni sgradevoli. Rimesso il casco, schiacciai di nuovo il tasto rosso. Le sensazioni furono identiche. Rividi gli occhioni di Renate che mi scrutavano, e riemersi dopo pochi secondi. Il monitor diceva ancora: nelle identiche condizioni, lei ha compiuto la stessa scelta. Dopo un paio di secondi comparve di nuovo la scritta:

vuole riprovare?

Stavo cominciando ad irritarmi di nuovo:
− Dài, Robert, ma è pazzesco! Ma quante volte dovrò provare, secondo te, per essere sicuro che avevo ragione io?
− Sempre ammesso, ribadisco, che la tua interpretazione sia quella corretta!
− Sì, sì. Ma lasciamo perdere per ora quella complicazione. Ora mi interessa sapere cosa dice la macchina sulla quantità di volte necessarie per avere una risposta definitiva. Robert riprese in mano il manuale di istruzioni. Questa volta la consultazione fu più laboriosa, ma dopo qualche minuto, mantre io facevo esercizi di rilassamento, Robert mi lesse quanto segue: “Non ci sono limiti alla possibilità di ripetere un esperimento di verifica sulla libertà di una scelta passata.”
− E sulla questione di come interpretare gli esisti degli esperimenti non dice?
− Sì, dice, ma entra in questioni matematiche troppo complesse per essere affrontate così sui due piedi… tira in ballo il calcolo delle probabilità modali basato sui numeri immaginari… un casino… È pieno di formule astruse… Da una lettura veloce ti confesso che non capisco dove vada a parare.
− Ci vorrebbe Stakowsky, oppure dovremmo andare a chiedere ai cervelloni che hanno progettato questa macchina. No, entrambe le cose sono troppo lunghe da fare. Non abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Sui tempi di consegna delle relazioni sono rigidissimi, ormai l’abbiamo capito. Via, dobbiamo cavarcela da soli. Del resto mica possono pretendere che un comune mortale ne sappia così tanto di matematica… Ma insomma, continuo a dire che questa manìa delle istruzioni difficili deve finire! Credo che inizierò la mia relazione proprio da questo.
− E allora che si fa?
− Vabbè, senti, riproviamo un po’ di volte. Per farla breve: riprovai per otto volte, sempre con lo stesso esito. Cominciavo a essere stanco. Rivivere le emozioni di quella serata, e in particolare le emozioni di quel momento così penoso e difficile, mi stava stressando. Avevo i battiti del cuore sempre alti, la bocca completamente asciutta e iniziavo a sudare. Ma la curiosità era più forte, e provai ancora. La nona volta accadde qualcosa di diverso. L’occhiata di Renate scoccò verso di me e io reagii venendomene fuori con una frase nei confronti dei nostri ospiti: “Ma insomma, io sono stufo! Non vi accorgete che la state tormentando? Non mi importa niente della cena che ci avete offerto, se poi vi comportate così!!”.
Feci appena in tempo a vedere le facce stupite della coppia e il sorriso grato di Renate (tutte cose simulate dalla macchina in base ai dati reali in suo possesso, evidentemente), quando l’esperimento ebbe fine. Sul video campeggiava la scritta:

nelle identiche condizioni, lei ha compiuto una scelta diversa.

Si affollarono subito nella mia mente una serie di pensieri. “Allora aveva ragione lei... Era vero che avrei potuto comportarmi diversamente, che avrei potuto aiutarla, dire qualcosa!” Il senso di colpa tornò a farsi sentire. Mi rivolsi a Robert, cercando di respirare con calma per prendere un po’ di distacco.
− Ma allora secondo te questa volta, questo nono esperimento, annulla i precedenti otto?
− Beh, se rimaniamo nella tua interpretazione direi di sì, nel senso che ora, con questo nono esperimento, abbiamo la prova… diciamo “empirica” che la tua scelta era contingente: effettivamente avresti potuto scegliere di comportarti diversamente.
− Quindi aveva ragione Renate?
− Sì, anche se il fatto che per otto volte tu abbia ripetuto la stessa scelta dovrà pure significare qualcosa…
− Il fatto che non ci siano limiti alla possibilità di ripetere l’esperimento mi inquieta. A questo punto vorrei una risposta. Ancora una volta calcolai i tempi di lavoro. Potevamo concederci ancora un po’ di ricerche. Decisi che avrei riprovato ancora ventuno volte, in modo da arrivare a trenta esperimenti. Mi ci volle mezz’ora. Esito complessivo: per cinque volte la mia scelta si rivelò diversa da quella che si era realmente verificata (andando sempre, con qualche variante, nella direzione di un’espressione liberatoria, che mi faceva uscire dall’imbarazzo); per venticinque volte fu identica.
Mi sentivo come un eroe, alla fine di quei trenta esperimenti, ma come un eroe che ha compiuto una grande impresa per poi perdere la strada. Mi rivolsi a Robert con aria stanca ma decisa.
− Io a questo punto vorrei trarre delle conclusioni, se no la macchina, almeno nell’opzione 2, è perfettamente inutile. Ma ti assicuro, Robert, che ho le idee piuttosto confuse e mi rifiuto di ricorrere a quelle terribili istruzioni zeppe di formule matematiche!
− Va bene, cerchiamo di ragionare con calma.
− Sì, ma cerchiamo anche di andare al sodo. Robert si mostrò infastidito da questa mia ultima battuta:
− Allora, Alec, siamo alle solite: tu vuoi una risposta, vuoi trarre delle conclusioni, hai questa ossessione di stare nei tempi di lavorazione su un prodotto, vuoi stringere, e vuoi stringere in fretta, ma tu stesso devi riconoscere che qui non c’è modo di fare in fretta, dato che affermi di avere le idee confuse e non abbiamo tempo di decifrare il manuale della macchina!
− Ok, ok, frena. Hai ragione tu. Intanto senti, che ne dici di prenderci una pausa?
− Mi sembra un’ottima idea.
Usciti dal laboratorio, andammo a prendere un po’ d’aria fresca nel giardino che circondava il palazzo della Hoekk. Il rumore dei nostri passi sulla ghiaia e il ronzare di un’ape mi fecero tornare il senso della realtà. La giornata era così bella che era molto difficile non essere distratti dai colori e dalle forme. Ci fermammo a guardare i pesci rossi nella grande vasca del giardino. Sentivo il calore del sole sulla pelle.
Fu Robert a rientrare in argomento, con grande cautela:
− Dunque senti, cercando di stare coi piedi per terra…
− Sì, ma sentiti libero di dirmi anche tutti i tuoi dubbi.
− Va bene, ma partiamo da una cosa molto semplice. Il caso che tu hai voluto sottoporre alla macchina è un caso nel quale a te era sembrato di non essere stato libero, giusto?
− Sì, in quella situazione il mio restare zitto mi era sembrata l’unica cosa che fossi in grado di fare.
− Bene. Ora arriva questa macchina e ti dice che in realtà dentro di te c’era anche la possibilità di agire diversamente.
− Sì.
− Ma ti dice anche che questa possibilità non era tanto possibile. Era possibile ma era poco possibile…
− Intendi il fatto che per un sesto delle volte, su trenta, ho agito diversamente.
− Infatti. Quindi volendo trarre una conclusione si potrebbe dire: il tuo restare zitto non era una necessità assoluta, ma era la cosa più alla tua portata in quel momento. Per agire come voleva Renate avresti dovuto fare un sforzo particolare. Resta il fatto che era nelle tue possibilità agire diversamente.
− E perché non l’ho fatto?
− Evidentemente la motivazione che c’era per spingerti a ciò non era abbastanza forte, oppure potremmo dire che tu non le hai assegnato abbastanza forza in quel momento.
− È per questo, quindi, che dopo Renate ce l’aveva con me: perché non ho tenuto abbastanza conto del suo bisogno di aiuto in quella circostanza… Sì, mi sembra una conclusione plausibile, però adesso mi viene un altro dubbio. Dopo dieci tentativi la contingenza della mia scelta era 1 su 10. Dopo trenta tentativi era 5 su 30. Quindi da un decimo siamo passati a un sesto. Chi ci dice che proseguendo, riprovando 100, 300, 1000 volte la proporzione non si riduca sempre più? Da un sesto si potrebbe passare a un quarto, a un terzo, fino ad arrivare a un mezzo. E addirittura le cose potrebbero capovolgersi, cioè si potrebbe verificare che a un certo punto risultino più le volte in cui agisco diversamente di quelle in cui ripeto la stessa scelta.
− È vero, non c’è nessuna garanzia in proposito.
− Sai cosa? Resta il fatto che per ora continuo a non capire tanto l’utilità o il divertimento di una macchina come questa. Forse l’uso principale, quello che dà il senso a tutto quanto, è l’opzione 1, l’aumento della capacità di scegliere liberamente.
− Penso anch’io − disse Robert − però mi piacerebbe fare un altro esperimento con l’opzione 2, prima di passare alla 1.
− Si può fare…
− Ti spiace se uso io la macchina, questa volta?
In teoria avrei dovuto essere sempre io a usare le macchine. Robert aveva il ruolo di assistente, ma ormai lo conoscevo bene e sapevo che potevo fidarmi delle sue capacità. Non sarebbe stata la prima volta che gli lasciavo fare il mio lavoro e io diventavo assistente. − D’accordo, non c’è problema. Cosa intendi verificare?
− C’è stato un momento importante nella mia vita… una svolta, della quale mi piacerebbe conoscere il grado di libertà… sapere se era in mio potere scegliere diversamente.
− È una cosa riservata? Sai che per regolamento non posso lasciarti solo con la macchina…
− No, Alec, non c’è problema. Riguarda il mio orientamento affettivo.
Ci conoscevamo già bene Robert ed io. Due anni prima mi aveva presentato il suo compagno, con cui stava da sei anni, Willy. Ogni tanto Renate ed io uscivamo con loro a cena, o si andava a passeggiare lungo il fiume.
− Forse non te l’ho ancora raccontato − riprese Robert − ma prima di mettermi con Willy ho passato un periodo di confusione, riguardo all’orientamento del desiderio, e prima ancora ho avuto alcune storie etero.
− Me ne avevi accennato.
− Beh, nel periodo di confusione mi ero rivolto a un terapeuta, il quale mi aveva proposto un percorso per diventare decisamente etero.
− E perché mai?
− Credo fosse un espediente per mettermi di fronte alla necessità di una scelta. In effetti, di fronte a questa prospettiva terapeutica ho dovuto prendere una decisione, e ho capito quello che veramente volevo.
− È questa decisione, che intendi verificare?
− Sì, ma non vorrei che mi fraintendessi. Sappiamo benissimo che l’orientamento affettivo e sessuale non è questione di scelta. Nessuno può scegliere l’orientamento del proprio desiderio. Sappiamo anche che l’orientamento può cambiare nel corso della vita, o che può agire sotterraneamente per un periodo e poi emergere, all’improvviso o gradualmente. Nel mio caso, in quel momento, quando mi sono rivolto alla psicoterapia, si è trattato della scelta di realizzare un desiderio che sentivo, ma che sentivo in maniera confusa, problematica. Nel momento in cui ho deciso di realizzarlo, ho anche capito che quello era, per me, il desiderio prevalente, forte, il vero desiderio.
− Capisco. In effetti mi sembra un caso interessante. Ma sei sicuro che provare la macchina su una cosa del genere non possa crearti qualche problema?
− No, anzi. Ormai sulla questione del mio orientamento non ho più dubbi. Mi interessa sapere quanto fossi libero, in quel momento, di realizzarlo o meno.
Rientrammo in laboratorio. Seguii Robert con molto interesse, affascinato soprattutto dal poter “vedere” sul monitor il suo flusso di coscienza. Anche Robert decise di ripetere lo stesso esperiemento per trenta volte. Il risultato, nel suo caso, fu sempre lo stesso:

nelle identiche condizioni, lei ha compiuto la stessa scelta.

Alla fine Robert era abbastanza stanco. Evidentemente anche per lui rivivere quel momento, che sicuramente non era stato facile, comportava un notevole dispendio di energia, per quanto ogni volta la cosa durasse poco più di un minuto. Questa volta toccò a me cercare di aiutarlo a interpretare il risultato.
A tutta prima Robert appariva costernato:
− Ma allora, Alec, che significa? Non avrei potuto scegliere diversamente… Ciò vuol dire che non avevo scelta? Quindi la mia scelta non è stata libera? Ma allora non posso neanche chiamarla una scelta…
− Innanzitutto calma. Bevi qualcosa e rilassati. Gli porsi una bottiglietta di succo di frutta fresco, presa dal distributore automatico. Accettò volentieri, e vidi che mentre beveva, piano piano il suo viso si distendeva e riacquistava la luce consueta.
− Allora, Robert. Qual è il problema?
− Io credevo di aver avuto un ruolo, nella storia dell’evoluzione del mio orientamento affettivo. Credevo di essere stato bravo, in quel momento difficile, quando ero in confusione. Credevo insomma di aver fatto la scelta giusta, e adesso scopro che non posso neanche chiamarla “scelta”, dal momento che non avevo alternative.
− Ma tu stesso prima, dicevi che in materia di orientamento affettivo e sessuale non si tratta di scegliere.
− Sì, ma io a un certo momento ero confuso fra orientamento “etero” e “omo”, e ho dovuto scegliere quale realizzare.
− E come hai fatto a scegliere?
− Ho considerato l’ipotesi del terapeuta, e mi sono reso conto che rinunciare ai miei desideri verso gli uomini significava rinunciare a una parte importante del mio io. Era come rinunciare a un lato fondamentale del mio carattere… sarebbe stata come una auto-mutilazione… mi spaventava, mi dispiaceva, mentre invece l’altra ipotesi, che poi si è profilata, cioè rinforzare e realizzare quei desideri, pur se mi appariva difficile, mi sembrava più fattibile e mi ridava il buonumore.
− E perché ti appariva “difficile”?
− Per il fatto che sapevo per certo che avrebbe implicato la rinuncia al poter concepire biologicamente un figlio all’interno della coppia che avrei formato.
− Però vivevi questa ipotesi, di realizzare una relazione con un uomo, come quella meno pericolosa per la tua identità.
− Sì, Alec.
− Ma allora, scusa, si può dire che non avresti potuto scegliere diversamente. No?
− In che senso?
− Nel senso che non ti era indifferente diventare, diciamo così, “omo” o “etero”.
− Infatti. Percepivo le due prospettive in maniera anzi molto differente, molto sbilanciata.
− Quindi avresti potuto scegliere diversamente solo se tu fossi stato un altro!
− Ma se la mia scelta era necessaria…
− Necessaria ma libera, cioè corrispondente alla tua natura. Necessaria nel senso che condotta sulla base di un motivo, il desiderio affettivo e sessuale, che di per sé è vincolante e non è oggetto di una possibile scelta, ma libera nel senso che solo tu potevi riconoscere questo desiderio e decidere di realizzarlo, nessun altro al posto tuo poteva farlo. Il terapeuta ti ha solo spinto a uscire dalla confusione in cui ti trovavi. Robert rimase per un po’ a pensare, con i suoi occhi chiari che vagavano acquosi nella stanza. Poi disse:
− Sì, credo tu abbia ragione…
Si trattava anche qui di un problema di interpretazione dei risultati della macchina. Mi resi conto che mi ero sforzato di tranquillizzare Robert con argomenti che lui stesso, in circostanze più tranquille, e soprattutto se non lo avessero riguardato in prima persona, avrebbe prodotto senza difficoltà. Ero riuscito ad imitare il suo stile argomentativo, e mi complimentai con me stesso per esserci riuscito in modo così efficace. Decidemmo che, per quel giorno, ci saremmo dedicati ad altri lavori e l’indomani avremmo provato l’opzione 1. Quella sera, a casa, raccontai a Renate della macchina. Lei non aveva voglia di tornare sull’episodio che avevo scelto per il primo esperimento, ma ascoltò con molta attenzione il mio racconto. Mi resi conto che mi sentivo molto stanco, alla fine di quella giornata. Entrammo presto nella camera antigravitazionale. Prima di addormentarmi, ripensai ancora a quanto era successo la mattina. Quella macchina aveva risvegliato in me alcuni dubbi che forse non si sarebbero mai manifestati, non solo sui singoli casi che gli avevamo sottoposto: più in generale su come noi umani arriviamo ad agire, su ciò che sta alla base del nostro comportamento, e anche su come ne parliamo e ci pensiamo. La sensazione complessiva, comunque, non era di maggiore chiarezza riguardo a tutto ciò, ma di maggiore confusione. Mi immaginai Robert di fronte a quest’ultima mia constatazione. Avrebbe probabilmente risposto: “Per arrivare a una maggiore chiarezza devi passare attraverso una maggiore confusione”. Il sonno sopraggiunse, pesantissimo.

Qualcosa esiste, ma come?




Un uomo incontrò un saggio e gli domandò: «Sai dirmi che cosa è la realtà?».

Il saggio gli diede un pugno in faccia.


Il saggio, in questo aneddoto zen, si rifiuta di parlare della realtà, ma mette l’uomo di fronte all’urto della realtà stessa. Altri, invece, ritengono che la realtà, pur esistendo fuori della filosofia, è qualcosa di cui si può parlare. Nessun filosofo, comunque, sostiene che la realtà non esiste.

Queste e altre importanti riflessioni sono contenute nel bellissimo libro di Franca D’Agostini dal titolo Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza. Dieci lezioni sulla filosofia contemporanea (Carocci Editore, Roma 2005). Si tratta di un testo molto ambizioso, che impegna il lettore ma lo ripaga con la possibilità di conquistare una visione panoramica della filosofia attuale, affrontando i principali temi “metafilosofici” (= su che cos’è la filosofia, sui suoi compiti e i suoi rapporti con altri settori della cultura) del dibattito contemporaneo e alcune questioni cruciali della filosofia in generale. Continuando sul tema della realtà «il problema», scrive l’autrice, «è il diritto filosofico di parlarne, pur tenendo conto che la realtà è diversa dal discorso sulla realtà. La filosofia deve riuscire a forzare il linguaggio in modo da costringerlo a rispettare la realtà, nelle sue molte forme (materia o spirito, o entrambi; particella subatomica o cosa, o entrambe).»

A volte, infatti, sorgono problemi (problemi non solo etici o pratici, ma anche conoscitivi, teorici) perché viene trascurata o sottovalutata la dignità ontologica di una parte, di un aspetto della realtà, o al contrario perché si ritiene esistente, reale, qualcosa che non lo è, oppure ancora perché si confondono livelli di realtà che vanno tenuti distinti.

Riflettere su cosa esiste realmente, e sui differenti modi di esistere, è uno dei compiti, ancora attuali, della filosofia.
Il rapporto fra due persone, ad esempio, esiste nello stesso modo in cui esiste una sedia? E la rottura di un rapporto? Che tipo di cosa è? Come la classifichiamo? E l’assenza di rapporto fra due persone? È come la mancanza di una sedia in una stanza? Forse, quando pensiamo e cerchiamo di comprendere i rapporti umani, non dobbiamo usare categorie che provengono da discorsi intorno agli oggetti materiali e alle loro proprietà. Altrimenti rischiamo di pensare che siccome abbiamo iniziato un rapporto con qualcuno (d’amicizia o d’amore) questo rapporto continuerà ad esistere anche se noi non facciamo nulla per alimentarlo, coltivarlo, arricchirlo…

Iponsaz

  

IPONSAZ  Versione scaricabile e stampabile

I


Iponsaz è un mondo che ha la forma di un pianeta.
Oltre a Iponsaz, non vi è null’altro: al di là di esso vi è il nulla, molto più vuoto e più nero di quanto la mente umana sia mai riu­scita a pensarlo.
Immaginate quindi questo enorme pianeta, tanto grande quanto di solito immaginate l’ampiezza dell’universo. È azzurro­gnolo, con striature grigioverdi, e sottili spume bianche a spirale ne rivestono la superficie. La sua spropositata massa sferica emana luce dall’interno (come quei mappamondi con dentro una lampadina) e si staglia quindi nettamente sul nero profondissimo del nulla.
Iponsaz è un mondo-pianeta che galleggia nel nulla: Iponsaz è tutto ciò che esiste. Niente può quindi averlo prodotto, è causa di sé stesso.
Forse è esistito da sempre, forse a un certo punto si è autoge­nerato, ma l’importante è che adesso esiste, e la sua esistenza non è certo una cosa da poco. Infatti, esso aggrega e concentra in sé tutte le variegate forme dell’essere, è popolato da innumerevoli specie viventi, e sterminate sono le cose che lo compongono.
Considerato nel suo insieme, Iponsaz è un unico grande indi­viduo, che esiste e agisce. L’agire di Iponsaz è la risultante delle infinite azioni e degli infiniti eventi che incessantemente acca­dono sulla sua superficie rugosa e vaporosa: osservando questa immane sfera luminosa un po’ più da vicino, si scorgerà che è tutto un brulicare, un passeggiare, uno scorrazzare, un vegetare e riposarsi, sostare e mettere radici, sbadigliare, schiudersi di pe­tali, svolazzare, sgranocchiare, stirarsi e inseguirsi, cercarsi, lot­tare, amarsi, trangugiare e sorseggiare, lappare e silenziosamente assorbire. Iponsaz è estremamente popoloso, forse fin troppo, e avvicinandosi ancora un po’ si potrà udire un brusio permanente, ovvero ciò che risulta dall’insieme sonoro di tutti i versi, i discorsi, i richiami e le grida degli esseri che vi abitano. Questa incessante agitazione che anima la sua superficie è l’agire di Iponsaz, il quale, considerato come un unico essere agente, non fa che conservare sé stesso in perfetto equilibrio (e ci riesce benissimo).
Non c’è niente che possa determinare Iponsaz ad agire così, conservandosi sempre uguale (infatti non c’è niente oltre a Iponsaz), quindi la sua esistenza è, in questo senso, perfetta­mente libera: è causa di se stesso e si determina ad agire da se stesso; ma è anche vero che non c’è nessun altro modo in cui Iponsaz potrebbe comportarsi: può solo conservare se stesso, quindi la sua esistenza è in questo senso completamente necessa­ria.


II

Di tutto questo, gli esseri che abitano Iponsaz non sanno niente. Per esempio, nessuno ha mai potuto vedere il pianeta da lontano. Allontanarsi da Iponsaz avrebbe significato entrare nel nulla, sparire, svanire, ma a nessuno è mai neanche venuto in mente che si potesse farlo: per loro non sono mai esistite delle mete che non fossero su Iponsaz. Luna? Sole? Stelle? Niente di tutto ciò: solo un cielo completamente nero. Ma non pensate che ciò sia per loro fonte di tristezza: immaginate infatti la gioia che può pro­vocare una luce costante che emana dall’interno del pianeta!
Nessuno poi ha potuto pensare che le proprie azioni, la pro­pria vita, siano solo un minuscolo dentello nell’immenso ingra­naggio dell’agire di Iponsaz, proprio perché nessuno ha mai po­tuto avere un’idea di come possa essere il pianeta nel suo in­sieme. Il pianeta è talmente grande che forse i suoi abitanti non riusciranno mai a capire che è sferico, e quindi a nessuno verrà mai in mente che sia possibile fare il giro di Iponsaz. Del resto un singolo essere, nell’ipotesi che possa prolungare la sua vita un miliardo di volte, riuscirebbe, viaggiando ininterrottamente nella stessa direzione alla velocità della luce, a percorrere un’inezia, un’unghia, rispetto all’intera circonferenza di Iponsaz.
Ogni abitante di Iponsaz va per la sua strada, ignaro dell’im­menso tutto di cui è parte, e ignaro che questo tutto è una sorta di gigantesco organismo.


III

Ma venne un giorno in cui un abitante di Iponsaz di nome Hosho, della specie umana, ebbe una folgorazione straordinaria. Fu come se un globulo rosso capisse improvvisamente di essere parte del sangue di un gigantesco animale: Hosho capì com’era e cos’era Iponsaz, e fu un’intuizione così forte e penetrante da non lasciare spazio per alcun dubbio. La specie umana si era sviluppata in una regione ben circo­scritta di Iponsaz, chiamata Igea, e aveva rapporti con altre due specie intelligenti, colonizzatrici di due regioni sufficientemente vicine da permettere proficui scambi di informazioni e qualche visita reciproca. L’epoca in cui Hosho viveva era particolarmente ricca di spinte innovatrici; si era da poco usciti da un lungo pe­riodo di violenti contrasti sociali che avevano fiaccato le popola­zioni, e si aveva voglia di fare una vita comoda, riposata, contem­plativa. Fin da giovane Hosho, figlio di un’agiata famiglia, aveva mo­strato una spiccata predilezione per gli studi scientifici e per le esplorazioni.
Di viaggi esplorativi ne erano stati fatti molti, ma il mistero ri­guardo al territorio circostante rimaneva fittissimo. Infatti acca­devano due cose: o i viaggiatori erano costretti ad un certo punto a rientrare in Igea dopo venti o trent’anni di viaggio, se volevano comunicare agli altri umani le loro osservazioni, oppure si disinte­ressavano di rientrare e proseguivano a viaggiare altri trent’anni, ma le loro scoperte non potevano così essere trasmesse in Igea. Gli strumenti di comunicazione, per quanto potenti, avevano un raggio d’azione pari alla distanza percorsa da un uomo in dieci anni di viaggio, quindi servivano a ben poco. Si era anche tentato di organizzare viaggi generazionali, dove erano intere famiglie a partire e le informazioni avrebbero dovuto essere trasmesse di padre in figlio, ma al di là dei problemi genetici legati alla riproduzione all’interno di gruppi ristretti di individui, c’era il problema ben più immediato che spesso i figli non avevano nessuna voglia di tornare indietro, seguendo le indicazioni genitoriali, e proseguivano per conto loro, assetati di avventure e novità.
Il risultato era che in Igea ci si era fatti un’idea buona di un’a­rea circostante molto vasta (rispetto all’area di Igea stessa), ma si era capito che oltre doveva esserci ben altro. La teoria più diffusa e accreditata era che il mondo fosse una distesa piatta infinita, con il Nulla sopra e la Luce sotto. Hosho, che per il mistero del mondo provava un’attrazione ir­resistibile, si era convinto dopo qualche tentativo che viaggiare sarebbe servito a ben poco, e aveva deciso di dedicare tutta la propria vita allo studio delle discipline più astratte e rigorose, alla ricerca di un modello che potesse calmare la sua smania conosci­tiva. Era tormentato dalla domanda: «Che forma ha il piano infi­nito?», e si dibatteva nell’enigma per cui se il piano del mondo aveva una forma, allora doveva esserci qualcosa al di là (ma che cosa?), e se invece non aveva forma non riusciva a concepirlo.
I suoi studi intensissimi gli erano valsi un prestigioso posto di insegnamento, si era unito a una donna, Marthja, e aveva avuto due figli. Il problema che lo assillava, e che stava alla base di tutti i suoi studi, era dapprima passato in secondo piano, per poi gra­dualmente andare sullo sfondo della sua mente. Ma dopo un certo tempo – i figli erano ormai grandi – lo riassalì violente­mente. Chiese un periodo di congedo dall’insegnamento per ap­profondire ancora le sue idee e rielaborarle ulteriormente. In quel periodo visse in un ritiro completo, isolato da tutto e da tutti, tanto che Marthja era un po’ preoccupata. Hosho non si riposava quasi mai. Studiava e pensava in continuazione, sapendo che quella sarebbe stata forse l’ultima occasione di avere tanto tempo da dedicare al suo problema.
Ma lo scadere del congedo si avvicinava, e lui non aveva sco­perto niente di nuovo. Alla fine si arrese, rinunciò a trovare la soluzione e decise di passare il poco tempo libero che gli rimaneva insieme a Marthja, nella loro casa sul mare. Decise che non ci avrebbe pensato più.



IV

Hosho e Marthja si erano da poco trasferiti al mare. Dopo una bella camminata, Hosho era seduto comodamente in terrazza e Marthja stava preparando una bevanda, in casa.
La terrazza si sporgeva da un’altura, e consentiva una visione panoramica di un tratto degradante di terreno e di un’ampia di­stesa di mare aperto. Hosho sedeva con le mani appoggiate ai soffici braccioli di una poltrona, e contemplava il panorama. Il suo sguardo si muoveva sulla superficie dell’acqua, indugiando sulla luce verde-azzurra filtrante dal fondo marino. La traspa­renza dell’acqua lasciava passare molta più luce della terra, che era opaca e traslucida, e il fatto che la luce provenisse dal basso, rendeva il mare un luogo d’osservazione privilegiato sia della fauna che della flora. Perfino da lassù, dalla sua terrazza, Hosho poteva individuare dei branchi di pesci in movimento. Ogni tanto dei bagliori rilucevano nell’acqua, quando le scaglie argentate dei pesci riflettevano la luce del fondo. Hosho cercò di guardare più profondamente possibile nell’acqua, e gli sembrò di riconoscere, molto in basso, in una massa rossastra, un ammasso di meduse abissali che si muovevano sinuosamente. Poi il suo sguardo si levò al nero profondo del cielo, che sembrava risucchiare ogni luce e ogni colore e dava una sensazione di calma assoluta. Restò per lungo tempo a guardare il cielo. Era da tanto che non lo guardava così. Lentamente abbassò gli occhi, incontrò l’o­rizzonte marino, traversò la distesa lucente dell’acqua, risalì lungo la terra, la cui opacità lasciava trasparire la massa aggro­vigliata dei rami degli alberi, e risalì ancora fino alle piastrelle bianche e nere del pavimento della sua terrazza, le cui bizzarre forme geometriche, disegnate da un amico architetto, formavano, ad incastro, complicati disegni. Si soffermò sull’intersezione di quattro piastrelle, due bianche e due nere, ammirando la preci­sione con cui i quattro angoli si saldavano insieme, e come con­tribuissero a formare il disegno complessivo. Stava guardando estasiato il pavimento della terrazza, quando arrivò Marthja con due tazze fumanti.
La osservò camminare piano, reggeva le tazze e stava attenta che il liquido non si versasse, ma intanto, venendo verso di lui, lo guardava sorridendo. Notò i disegni angolosi della sua veste, sot­tili linee verde chiaro su fondo rosso cupo, e tornò a guardare quegli occhi ridenti che si avvicinavano. Fu in quell’istante che la sua mente venne rapita da un flusso rapido e intenso di pensieri concatenati. Il suo cervello gli fornì inaspettatamente il frutto di un’elaborazione inconsapevole di tutto il materiale che aveva letto, studiato e pensato nell’ultimo periodo. Un’immagine campeggiava nel suo scenario mentale: la figura nitida di un’enorme sfera...


V

Venne il momento di coricarsi e riposare, ma Hosho non riusciva a chiudere occhio. Aveva compreso la natura di Iponsaz, aveva intuito di essere parte di un tutto di cui ora conosceva la forma e l’essenza. Era riuscito molto male a nascondere il suo profondo turbamento; Marthja aveva capito che doveva esserci qualcosa di insolito, ma aveva preferito aspettare di esserne sicura, prima di fare una domanda diretta. Avevano bevuto, contemplato insieme il paesaggio, e si erano infine messi a letto, ma mentre Marthja era crollata subito, stanca per la lunga passeggiata, Hosho era sveglissimo. L’idea di dormire non lo sfiorava nemmeno. Continuava a pensare alla sua scoperta. La cosa che più lo sconcertava non era che il mondo fosse spaventosamente grande e sferico, ma era che il mondo fosse vivo, che fosse un’unità organica, un tutto perfettamente organiz­zato. Ciò infatti andava a cozzare con la percezione che aveva di se stesso (e degli altri) come di un individuo capace di interferire, compiendo delle azioni, con il corso delle cose. La cosa più in­quietante, insomma, era la necessità con cui tutto accadeva, l’i­nevitabilità di ogni evento, di ogni azione, il posto inconfondibile e necessario in cui ogni cosa e ogni accadimento era incasellato e incastrato, parte minima ma indispensabile del tutto, parte che svolgeva – pur essendone all’oscuro – il suo ruolo nel man­tenimento dell’equilibrio di Iponsaz. “Ma io non sono più all’o­scuro di tutto.” pensava Hosho “Ora io so, ma cosa devo fare? Cosa posso fare?” La prima cosa che gli veniva in mente era quella di scrivere un libro per diffondere, spiegare, divulgare la sua sensazionale scoperta, ma ben presto fu assalito dall’idea che anche l’azione di scrivere questo libro sarebbe rientrata nella ne­cessità del tutto, cioè che non sarebbe stata una sua azione, ma sarebbe stato un microevento attraverso il quale Iponsaz avrebbe perpetuato il suo essere e il suo equilibrio. Considerò la sua straordinaria scoperta come un evento necessario e inevitabile e gli sembrò che tutta la storia della sua vita fosse predisposta a quello. Fu colto da un’ondata di rifiuto e ribellione.
“No, io non voglio essere parte di un ingranaggio, voglio agire veramente, voglio scegliere cosa fare, voglio essere io a vivere!!” Così pensò, e decise che non avrebbe scritto il libro, non avrebbe diffuso la sua scoperta, nessuno l’avrebbe saputo...
Ma dopo poco si rese conto che anche questo, anche questa decisione era necessaria, inevitabile. Insomma si rese conto che qualsiasi cosa decidesse di fare, la sua scelta sarebbe stata neces­saria, perché tutto era necessario, e lui non poteva pensare di sfuggire a questa unica e ferrea modalità dell’essere. Questo pensiero lo paralizzò, e gli sembrò che una cappa calasse sulle sue spalle, si sentì ingabbiato in un cono di oscurità. Poco dopo ebbe la sensazione che il suo corpo fosse invischiato in una massa nera e densa, di consistenza burrosa, che gli rendeva ogni movi­mento estremamente difficile e penoso. Il pensiero si fece affannoso. Sentì aumentare vertiginosamente il peso della testa e delle mani. Provò ad aprire la bocca per chiamare aiuto, ma era serrata in una morsa vischiosa e gelida. Per un attimo pensò “Questa è la fine”, ma poco dopo anche i pensieri rallentarono, faticava terribilmente a concentrarsi su una frase qualsiasi, poi anche mettere a fuoco una parola divenne arduo, finché infine la sua mente si fermò.



VI

Quando Marthja si svegliò, vide che Hosho stava sdraiato ac­canto a lei, con gli occhi aperti e lo sguardo fisso nel vuoto. Ne rimase impressionata, ma si fece coraggio e gli rivolse la parola. «Caro, che c’è? Non ti senti bene?» Nessuna risposta. Hosho continuava a guardare fisso davanti a sé, non la guardava e non rispondeva, sembrava essere in un’altra dimensione. «Hosho, per favore, rispondimi. Hosho!» Marthja era esasperata. “Sarà in collera con me? Avrò fatto qualcosa che non andava?”. Marthja si allontanò per un istante, poi tornò, decisa a risolvere subito la questione. Mise un braccio intorno alle spalle di Hosho e gli prese una mano. Rimase come stordita quando si accorse che era ghiacciata. Si precipitò a chiamare Levelmit, il medico personale di Hosho. Mentre aspettava le veniva da piangere, ma si trattenne dicendosi che forse era una sciocchezza. I suoi occhi vagavano per la casa, per le stanze che avevano arredato insieme e che rivelavano un incrocio delle loro personalità. Guardava i morbidi cuscini viola sparsi sul grande divano azzurro, e l’acquario sferico nel quale si muoveva una coppia di Strycopex granulatum, incredibili pesci a strisce bianche e nere con molteplici pinne aguzze. Hosho li aveva fatti arrivare da una regione ai confini di Igea, e a volte si soffermava a guardarli lungamente, come se cercasse di decifrare in loro, una specie antichissima, il mistero delle origini del mondo. Quando arrivò Levelmit, con la sua voce calma e profonda, il suo portamento eretto e imperturbabile, si sentì sollevata. Levelmit fece un’accurata visita, mantenendo un’espressione impenetrabile, gli praticò un’iniezione per la riattivazione della circolazione sanguigna, che ben presto restituì a Hosho una temperatura normale. Ma al di là di questo le condizioni di Hosho restavano immutate. Sembrava una roccia. Levelmit si rivolse a Marthja: «Hosho gode di una perfetta salute fisica, ma il suo problema, in questo momento, è un’aprassia totale, assoluta.» «Ma a cosa è dovuta?» «Questo no lo so e non so come riuscire a scoprirlo finché non esce da questo stato.» «Ma io cosa devo fare?» «Se la cosa va per le lunghe, bisognerà provvedere affinché le funzioni nutritive e intestino-renali siano garantite indipenden­temente dal suo agire, ma di questo, eventualmente, mi occuperò io.» «Ma non si può dargli qualcosa, un farmaco che lo scuota, che lo svegli?» «Si potrebbe tentare, ma preferisco evitare l’aggressione chi­mica di una crisi che evidentemente è tutta psicologica. Facciamo così: lei ora lo tenga costantemente sotto osservazione. Io vado perché devo visitare altri pazienti. Alla fine del mio giro chiamerò. Se non si fosse ripreso, decideremo il da farsi.» «Va bene.» Quando il medico se ne fu andato, Marthja si sentì terribilmente sola. Dato che egli aveva parlato di “crisi psicologica”, cominciò a tormentarsi cercando di ricostruire cosa potesse aver fatto o detto di sbagliato. Per distrarsi, decise di mettersi a sedere accanto a Hosho con il generatore di immagini in GHS. Era un passatempo estremamente rilassante che le aveva regalato un’amica. Su un piccolo schermo, un microcomputer generava ogni dieci secondi un’immagine a colori in modo completamente casuale, e fra un’immagine e l’altra produceva una serie di immagini intermedie in sequenza. L’effetto era quello di una metamorfosi continua da un’immagine all’altra. Si poteva scegliere fra due modalità: astratto e figurativo. Marthja scelse il modo figurativo e venne subito catturata. Un paesaggio montuoso si trasformò in un uomo sdraiato, che si trasformò in un osso di pesce, che si trasformò in un occhio verde, che si trasformò in un’alga... Ma piano piano l’ansia prese il sopravvento, e Marthja si ritrovò a fissare il generatore in GHS con gli occhi persi nel vuoto. Di lì a poco Levelmit si sarebbe fatto vivo, e saputo che non c’erano miglioramenti sarebbe accorso e avrebbe sistemato Hosho in una di quelle orribili macchine neurovegetative, per­fettamente efficienti, ma terribilmente tristi e disumane. Marthja lo sapeva, e lo temeva, e avrebbe voluto a ogni costo poterlo evi­tare. “Devo fare qualcosa, devo tentare, possibile che non ci sia una strada semplice, diretta, per riuscire a sbloccarlo, a farlo uscire da questo stato assurdo? Deve esserci, deve!” Cominciò a camminare su e giù per tutta la casa, arrovellan­dosi fino a diventare rossa per la tensione. Cominciava a sentire caldo, e così aprì una finestra e si mise a respirare aria fresca e a guardare il nero del cielo. A quel punto le venne l’idea. Il volto le si illuminò tutto. “Ma certo! Quello che devo fare è stimolarlo con qualcosa di estremamente piacevole, qualcosa al cui piacere non sappia resistere. Ecco la soluzione.” E poiché Levelmit le aveva detto che era prudente evitare di toccare Hosho, Marthja dovette subito scartare (a malincuore) la sfera dei piaceri tattili. Passò in rassegna rapidamente il visivo, l’uditivo, ma alla fine si decise per l’olfattivo. Infatti era convinta che ci volesse qualcosa di violento, e pensò che più il piacere fosse stato corporeo, più avrebbe potuto essere intenso. Inoltre, visto che il blocco era mentale, era meglio agire il più possibile sul corpo. Fatte queste considerazioni, ebbe l’intuizione immediata di quello che ci voleva. Hosho andava letteralmente pazzo per la torta di mele. Gli bastava sentirne il profumo, mentre si cuoceva, per entrare in salivazione. Marthja si precipitò in cucina, e fu tutto un febbrile lavare, sbucciare, tagliare, impastare, imburrare, guarnire, finché il dolce fu pronto e venne infornato. Mentre aspettava, Marthja sentiva di star facendo la cosa migliore che si potesse fare in quella situazione. Un odore delizioso cominciò a diffondersi per tutta la casa, e Marthja osservava Hosho con ansia. Quando la cottura fu ulti­mata, Hosho era sempre immobile. Ma Marthja non perse co­raggio, aprì il forno, appoggiò la torta caldissima su un vassoio di legno e la portò, trepidante, sotto il naso di Hosho. Le era venuta proprio bene, era una fantastica torta di mele, lucida e fragrante, e il suo profumo lasciava presagire la soffice umidità, la dolce consistenza dell’impasto. Curva su Hosho, Marthja reggeva il pesante vassoio in modo che la torta fumante diffondesse il suo aroma direttamente sotto le sue narici...



VII

Nella mente di Hosho qualcosa si mosse. La massa densa e scura in cui si sentiva avvolto cominciò ad alleggerirsi, e in alcuni punti si fece quasi trasparente, per poi addirittura bucarsi. Da questi fori cominciò a spirare una sorta di venticello, un fumo bianco, bianco e profumato. Una sensazione calda e familiare filtrava insieme al fumo, e le aperture si allarga­vano sempre più, fino a che della massa scura non rimase che un reticolo. Hosho ora poteva vedere, riconobbe Marthja e la torta di mele, e abbozzò un sorriso. Si sentì abbracciare, e il calore di quell’abbraccio dissolse an­che il reticolo che era rimasto. Era tornato, era lì, poteva muo­versi, vedere, sentire. La prima cosa che si sentì di fare fu di afferrare un pezzo di torta e trangugiarlo avidamente. Poi prese Marthja e la strinse a sé con forza. Lei lo aveva salvato: aveva stimolato il suo agire istintivo, e da lì Hosho riuscì, gradualmente, a recuperare tutto il resto. All’inizio sembrava un’animale: si aggirava per casa tastando e annusando, giocherellava con cordicelle, mordicchiava i cuscini. Poi cominciò la fase in cui articolava parole incomprensibili e combinava piccole catastrofi domestiche: bisognava seguirlo in tutto. Il riacquisto dell’uso del linguaggio segnò una svolta: da lì in breve tempo Hosho tornò in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Quando lo strappo mnemonico con le sue esperienze precedenti fu ricucito, riaffiorò alla sua mente la scoperta su Iponsaz.
Nuovamente il dilemma si presentò dinanzi a lui. Ma questa volta non si arenò. Sentiva di dovere scrivere un libro per comunicare la sua scoperta? Così avrebbe fatto, perché era giusto e razionale fare così. Non avrebbe avuto senso non farlo. Non aveva senso cercare di ribellarsi alla necessità delle cose. Al contrario di prima, ora la sensazione di far parte di un tutto perfettamente organizzato gli dava una grande gioia, e si rese conto che nonostante la sua scoperta, le cose che ancora dovevano essere conosciute erano infinite: aveva compreso la forma di Iponsaz, ma della sua corposa e variegata sostanza non sapeva quasi nulla; si era specializzato nella conoscenza dell’oggetto più generale che potesse esistere, il mondo stesso, ma del particolare non sapeva niente. E perché finora, nella sua vita, aveva puntato sul generale? Non sapeva neanche questo, e capì che su se stesso, infima scheggia del maestoso essere di Iponsaz, sapeva ben poco. Si scoprì misterioso, e la sua mente fu percorsa da un brivido, mentre Iponsaz continuava imperterrito la sua imponente esistenza.

Pietra


PIETRA  Versione scaricabile e stampabile


Davanti allo specchio del bagno, dove si era recato come ogni mattina per radersi, Alberto scoprì che il suo volto era diventato di pietra. I lineamenti, il naso, la fronte spaziosa, il mento largo: tutto aveva la forma ben nota, ma era bloccato in un’espressione neutra, innaturale. Il primo impulso fu di toccarsi la guancia. Si trattava indubbiamente di pietra, una roccia grigia, fredda e liscia. Il taglio degli occhi era esattamente il suo, ma al posto dei bulbi oculari vi era del vuoto da cui usciva una debole luce rossastra. Provò cautamente a infilarci un dito, ma non riuscì a incontrare nessuno ostacolo, né riuscì a individuare la fonte di quella luce interna. Certo era che ci vedeva benissimo. Si guardò intorno: tutto era familiare, l’accappatoio a righe verdi e blu, l’armadietto di legno con lo sportellino di vetro, il tubetto di dentifricio mezzo accartocciato sulla mensola di marmo bianco. Provò a uscire dal bagno e diede una rapida occhiata alla camera da letto. Tutto era in ordine. Tornò a guardarsi allo specchio, sperando questa volta di vedere la sua solita faccia, ma dovette constatare che la realtà era proprio quella. Fece un tentativo di togliersi quel volto di pietra come se fosse stato una maschera, ma si rese conto che la roccia, là dove terminava, in corrispondenza del profilo delle mascelle e delle tempie, era come saldata alla carne, di modo che tirandola anche la pelle della gola si tirava. Le orecchie e i capelli erano rimasti normali. Li tastò affettuosamente, per poi tornare con le dita a toccarsi il volto freddo e duro. Le narici erano ancora due buchi da cui poteva respirare. La bocca era fissata in un lievissimo sorriso ed era leggermente dischiusa, ma la fessura era troppo stretta per poterci infilare un dito. Provò a schiarirsi la gola. Sembrava tutto regolare. Quando però tentò di parlare sentì una specie di gorgoglio, e invece della voce, dalla bocca uscì del vapore che andò ad appannare la parte bassa dello specchio. Non era ancora sicuro che non si trattasse di un’allucinazione. Non riusciva a crederci veramente. Provò a risciacquarsi la faccia con dell’acqua tiepida, come faceva tutte le mattine. Mentre sentiva nascere un senso di pena e di nostalgia per il suo volto naturale, gli venne in mente che quel giorno avrebbe dovuto terminare un lavoro urgente, da consegnare assolutamente l’indomani. Si sciacquò più volte, sperando oscuramente che quello strato di roccia venisse lavato via (ma i suoi occhi? Sarebbero ricomparsi insieme a tutto il resto?). Si coprì il volto con l’asciugamano, che poi abbassò lentamente, di fronte allo specchio. La situazione era immutata, tranne che per il colore della pietra che, essendosi bagnata, adesso era grigio scuro. Finì rapidamente di lavarsi. “Per fortuna che Ada non c’è” pensò. “Devo risolvere assolutamente questo pasticcio prima che lei torni. Morirebbe di paura, se mi vedesse così.” Andò a vestirsi in camera da letto. Mentre si infilava i calzini pensò che avrebbe potuto saltare la colazione. Un problema in meno, e poi non era per niente sicuro di riuscire a mandar giù qualcosa. Neanche un caffè? Già solo il pensiero di doverlo versare in quella fessura di pietra lo impensieriva. La mente gli tornò sul lavoro che avrebbe dovuto terminare quel giorno. Si trattava di rifinire un grande pannello in legno per stampe su stoffa, che gli aveva commissionato la sua cliente più importante. Alberto in città era uno dei pochi incisori in grado di realizzare un’opera del genere, ma se avesse mancato quella consegna avrebbe compromesso il rapporto con la cliente, rischiando di perdere la fonte principale dei suoi guadagni. Finito di vestirsi, Alberto andò a gran passi nel suo stanzone-laboratorio. Tutto era pronto per cominciare, così come lo aveva lasciato la sera prima. Il pannello di legno con delicate decorazioni floreali in altorilievo, a cui lavorava da quattro mesi, era sul cavalletto; tutti gli strumenti, perfettamente affilati, erano ben allineati sul tavolino alto. Alle pareti erano appesi i lavori già pronti. Qua e là, sul pavimento, blocchi di legno, gesso, pezzi di cuoio, corde, trucioli. Dal finestrone entrava una luce bianca e calda. Alberto sentì per un momento il desiderio fortissimo di terminare il lavoro. Doveva rifinire tutti gli angoli acuti aggettanti, aguzzarli bene, in modo che risplendessero come lancie di un esercito medievale schierato al sole. In mezza giornata avrebbe terminato, e avrebbe potuto consegnare addirittura con un giorno di anticipo. Poteva mettersi subito all’opera, ma l’idea di avere la faccia ridotta in quello stato non gli dava pace. “Cosa può essere successo?” si chiese. “Non può essere una malattia della pelle, qualcuno deve avermi incollato...” Tornò rapidamente in bagno, di fronte allo specchio, e riprovò a togliersi quella cosa. Infilò i pollici nei buchi degli occhi e provò a tirare verso l’esterno. Sentì il cuoio capelluto tendersi. Non osava insistere. Rilasciò la presa, ma l’idea di rassegnarsi così gli sembrava troppo triste, così si decise a ritentare, e questa volta avrebbe forzato un po’. Si afferrò di nuovo le palpebre di pietra e tirò più forte. Niente. Era proprio una parte di sé, non era incollata né attaccata in altro modo. Con un po’ di paura, serrò la presa e diede uno strattone, ma cominciò a sentire un dolore lungo tutto il bordo del volto di pietra, là dove la roccia era saldata alla carne. Lasciò subito la presa. Si osservò meglio allo specchio. Nel punto di confine tra roccia e carne, lungo tutto il bordo della faccia, vi era una sottile zona intermedia, come se la pietra sfumasse nella pelle. In quel bordo sottile era come se la sua pelle fosse quella di un rinoceronte. Avvertì un leggero senso di nausea. In quel momento squillò il telefono. Si precipitò a rispondere. Sollevò la cornetta, ma non riuscì a dire niente. Dalla bocca uscì invece una nuvoletta di vapore, accompagnata dallo stesso rumore che fanno i ferri da stiro. «...» «Alberto? Sono Ada!» «...» «Sono Ada! Mi senti?!» Riattaccò contrariato. Questa impossibilità di parlare, né di emettere suono alcuno se non quel sordo sbuffo era veramente troppo. “Ora Ada” pensò “sarà sicuramente entrata in allarme. Interromperà qualsiasi cosa per precipitarsi a casa. Domani mattina presto certamente sarà qui. Cosa dirà vedendomi così? Fuggirà? Cercherà di soccorrermi? Forse dovrei chiamare un medico. Ma cosa potrei dirgli? ‘Ho bisogno che venga subito perché mi si è pietrificata la faccia’... No, non posso...” Per un attimo gli tornò in mente l’idea di mettersi al lavoro, ma capì che in realtà non aveva scelta: non sarebbe riuscito comunque a lavorare con la dovuta calma e concentrazione, in quelle condizioni. Avrebbe rovinato il pannello con dei ritocchi affrettati e imprecisi, e allora tanto valeva rischiare di mancare la consegna. Doveva innanzitutto pensare a sé. Si toccò di nuovo la superficie liscia e fredda del volto e fu scosso da un fremito. Gli vennero in mente altri momenti cruciali della sua esistenza. Si era reso conto, negli anni, che il modo migliore per lui di affrontare problemi difficili o decisioni angosciose era quello di essere di fronte a un paesaggio ampio e luminoso, così decise di uscire di casa. Prese le chiavi della macchina e si infilò il giubbotto di jeans. Stava per aprire la porta quando pensò che forse era meglio coprirsi la faccia in qualche modo. Un giornale? Un cappello a larga tesa? Si infilò gli occhiali da sole neri e prese in mano un giornale che avrebbe fatto finta di leggere se avesse incontrato qualcuno. Uscì sul pianerottolo. Fece a piedi i tre piani di scale, senza incontrare nessuno. Varcato il portone del palazzo avrebbe dovuto solo traversare la strada, la macchina era parcheggiata di fronte. C’era qualche passante, ma non lo guardarono. Traversò con passo deciso, il cuore batteva forsennato. Entrato nell’auto si sentì più al sicuro. Era nuova, molto comoda e confortevole. Si era infatti deciso da poco a cambiare la sua vecchia Ritmo, ormai colabrodo rugginoso, e aveva scelto, questa volta, una marca francese. Partì velocemente, pensando però di evitare l’autostrada per non dover avere a che fare con eventuale casellante inquisitivo. Aveva in mente un posto ideale, un po’ lontano ma ne valeva la pena. Guidò con impazienza nelle strade di città, e solo quando fu fuori e vide i primi campi cominciò a rilassarsi. Il cielo era azzurrissimo, e il sole faceva luccicare l’asfalto. Vedeva sfrecciare ai suoi lati alberi e caseggiati. Si rese conto che stava ampiamente superando il limite di velocità consentito sulle statali, ma era su un rettilineo e c’era pochissimo traffico. La grande velocità gli faceva bene. Gli dava la sensazione di sfuggire al suo groppo di problemi. Concentrò lo sguardo sull’orizzonte, sul punto più lontano che potesse focalizzare, là dove le due linee convergenti della strada in prospettiva si incontravano, e osservò il mutare e il nascere delle forme in quel punto lontano, che sembrava emettere in continuazione nuovo spazio, nuova strada da percorrere. Rimase così, come ipnotizzato, per una buona mezzora, riuscendo a non pensare a nulla. Alla fine si sentiva calmo, ma sapeva che se avesse ricominciato a pensare sarebbero tornate l’ansia e la paura. Cercò di rimandare ogni pensiero e ogni decisione a dopo, quando si sarebbe trovato di fronte al suo paesaggio. Era cominciata la zona della coltivazione del pioppo, che amava moltissimo. Guardò l’orologio. “Già le undici e mezza!” Dopo poco imboccò una deviazione sulla destra. La strada saliva leggermente, e c’era una serie di curve. Quando arrivò sul posto, una collinetta che dominava una vasta zona pianeggiante, era mezzogiorno in punto. Lasciò la macchina in un piccolo spiazzo e si avviò a piedi nel prato. L’erba era alta e, come prevedeva, il posto era solitario. Arrivato in cima al cocuzzolo si sedette a gambe incrociate. Levò lo sguardo sul paesaggio. Indugiò lungamente sui filari di pioppi che vedeva in lontananza. Lunghi e tremuli, sembravano giocare col vento che gli solleticava le foglie e facevano pensare a persone alte e silenziose, pacifici plotoni in contemplazione, in attesa. Erano loro i veri abitanti di quelle pianure. Spaziò con lo sguardo in tutta la larghezza di quel paesaggio lucente. Una mosca andò a posarglisi sulla punta del naso. La vide ma non ne sentì il tocco. Il suo volto di pietra era insensibile. “Insomma, cosa mi è capitato? Cos’è questa cosa che ho addosso? Possibile che sia una malattia sconosciuta, che capita a me per la prima volta? Quale può essere la causa, l’origine di tutto ciò? È un periodo così buono, questo. Certo non me la sono andata a cercare!” Posò entrambe le mani sul proprio volto, come cercando di farlo tornare normale con il calore delle mani. Toccarlo, adesso, non gli faceva più impressione, ma avrebbe voluto poterlo sciogliere, rompere, togliere. Cominciò a pensare a cosa poteva aver fatto per causare questa trasformazione, e a chi o che cosa potesse avergliela provocata, ma pur riesaminando con cura tutto il periodo recente della sua vita non riusciva a trovare niente di insolito o sospetto, nessuna variazione di rilievo. Il tempo passava e Alberto non aveva preso nessuna decisione. A un certo punto una nuvola oscurò la luce solare e si rese conto che non aveva senso continuare a star lì perdendo tempo prezioso. Voleva venirne fuori prima del ritorno di Ada, e in tempo per finire e consegnare il suo lavoro. Prese in considerazione l’idea di andare in un pronto soccorso, ma aveva paura che non l’avrebbero preso sul serio, e che potessero irritarsi con lui, chiamare la polizia... Di colpo gli venne l’idea. Sarebbe intervenuto da solo. A quel punto gli sembrò l’unica soluzione praticabile. “Come ho fatto a non pensarci subito?” Inspirò profondamente l’aria profumata di quel prato, guardò per l’ultima volta il suo paesaggio, si diresse velocemente all’auto.


Tornato a casa, andò dritto nella stanza da lavoro e scelse il bisturi più affilato che aveva. Si trasferì in bagno, di fronte allo specchio. Cominciò a incidere dal lato sinistro, appoggiando il bisturi sul limite del volto, là dove la pietra era saldata alla carne, nel punto in cui la pelle si faceva improvvisamente spessa e grigia. Prima di affondare la lama fece un grande sospiro. Aveva paura, ma era convinto di non avere altra scelta. Penetrò con la lama di mezzo centimetro. Non sentì alcun dolore, ma si rese conto, facendo leggermente leva col bisturi verso di sé, che lo spessore del volto di pietra doveva essere almeno di un centimetro. Affondò la lama di un altro mezzo centimetro. A quel punto cominciò a sentire un certo dolore. Fece leva con cautela per capire se aveva raggiunto il limite interno della roccia. Sì, sembrava proprio di sì, ma ora doveva, restando a quella profondità, praticare un taglio lungo tutto il bordo del volto. Cominciò lentamente a scendere con la lama, incidendosi la pelle grigia e rugosa. Capì subito che l’operazione sarebbe stata dolorosa. “Forse allora” pensò “è meglio che faccia velocemente, come quando incido il cuoio seguendo una guida di metallo”. Si fece coraggio. Provò mentalmente il gesto. Stava cominciando a sudare. Era estremamente determinato. Con mossa decisa incise lungo tutto il contorno del viso, fermandosi solo un momento all’altezza dell’orecchio destro per girare la mano. Il taglio bruciava e cominciò a sanguinare, ma era sopportabile. “Ora” pensò “viene il peggio. Devo tirarlo via, devo, devo!” Provò piano a staccarlo da una parte, ma non veniva facilmente. Faceva male tirare. Sentì che stava provocando una lacerazione, e si fermò. Il bruciore della ferita stava aumentando. “Anche adesso l’unica è fare tutto di colpo. Se sto qui a tirare piano soffrirò le pene dell’inferno e rischio di svenire prima di aver finito.” Si distese per terra, per prevenire uno svenimento. Non riusciva a decidersi, ma infine pensò che era arrivato a un punto in cui non poteva più tirarsi indietro. Si afferrò con le due mani il lato sinistro del volto. Affondò le dita nel taglio, e quando fu sicuro di avere ben afferrato lo strato di roccia (era ormai sicuro che avesse uno spessore di un centimetro, ma non riusciva a capire come fosse attaccato alla sua testa) strappò con violenza, con una brutalità in cui scaricò la sua paura e insieme la sua rabbia per essersi ritrovato in quella condizione. Scaraventò il volto lontano da sé. Il dolore era terribile. Gli si annebbiò la vista. Sentì che il sangue cominciava ad affluire copioso e fu preso da una nuova paura. Gli balenò un pensiero chiarissimo: “Devo assolutamente correre in un’ospedale o morirò dissanguato”. Si girò su un fianco e cominciò faticosamente ad alzarsi. Vide dalla finestra che si era fatto buio. Era in preda al panico, ma determinato almeno ad uscire. Non osò guardarsi allo specchio. Si precipitò in strada, incurante dei passanti che lo guardavano a bocca aperta. Salì in macchina e partì in direzione dell’ospedale vicino. Arrivato di fronte al cancello dell’ospedale, sentì che le forze si esaurivano. Capì che non ce l’avrebbe fatta. Parcheggiò, appoggiò la testa al volante, e si lasciò andare.


Rapporto dell’ufficiale incaricato, distretto 229 di Polizia Scientifica


Alle ore 9.00 del giorno 27 marzo il sottoscritto si recava di fronte all’ospedale di San ..., in seguito a una telefonata del custode sig. Ravasi. Rilevava la presenza di un auto targata ..., parcheggiata regolarmente. Nell’auto constatava la presenza di abbondanti tracce di sangue, e accertava l’esistenza di una singolare statua, interamente di pietra, rappresentante un uomo con la testa appoggiata al volante. Da notare la straordinaria verosimiglianza e precisione con cui la statua è stata scolpita (“iperrealismo”, secondo l’attendente M. C.), ad es. le minime pieghe del vestito. L’unico punto in cui la statua (vedi foto allegate, protocollo 548) risulta essere opera di fantasia è il volto, che si presenta completamente liscio, privo di qualsiasi lineamento, come un guscio d’uovo. Ciò produce nell’osservatore uno strano contrasto, perché orecchie e capelli sono invece scolpiti in modo mirabile. Campione del sangue è stato già inviato in laboratorio per analisi e riscontri. Con il presente rapporto si intende aprire un’indagine, giacché si ignora allo stato attuale sia la provenienza del sangue sia la provenienza della singolare statua, ma in ogni caso perché la sig.na Ada Romboni ha sporto denuncia (prot. 669) per la scomparsa del sig. Alberto Varani, che risulta essere proprietario dell’auto in questione.

Il marziano assoluto



Su quanto sia brutta la parola “extraterrestre”, così fredda e spigolosa, credo si possa convenire. Userò quindi il termine “marziano”, il cui suono solare mi piace invece molto, nel senso ampio che è venuto ad assumere, ovvero quello di “essere proveniente da un altro pianeta”. Del resto questo uso è ormai inequivocabile, grazie alle tristi spedizioni (costate veramente troppo in vite umane, ma su questo preferisco sorvolare, dato che le vicende dovrebbero essere note a tutti) che almeno una cosa sono riuscite a chiarire: sul pianeta Marte non c’è vita. Ora, si dà il caso che sulla Terra, prima dell’evento che sto per narrare, nessun marziano fosse mai stato avvistato, osservato, studiato. Si erano invero registrate segnalazioni da parte di individui solitari e di dubbia credibilità, le cui storie venivano talvolta riportate dai giornali, ma che non avevano alcuna risonanza nell’ambiente scientifico, né quindi nella sfera delle credenze pubbliche. Dei marziani invece molto si era scritto nell’ambito della narrativa fantastica, e alcuni film di grande successo e bellezza erano stati imperniati proprio sull’incontro dell’umanità con uno o più marziani. Nell’immaginario comune si era inizialmente formata un’idea tipica del marziano (un essere perlopiù simile all’uomo, ma di colore verde e dotato di antenne), che si era però, proprio grazie all’opera della letteratura e del cinema, in seguito arricchita e sfaccettata fino a coprire un ampio spettro di possibilità. Ma, come già qualcuno ha detto, la realtà ha sempre più fantasia dell’immaginazione umana. In un importante centro sperimentale erano riuniti otto scienziati incaricati di fare il punto delle loro ricerche. Alla fine dei lavori avrebbero dovuto produrre una relazione sintetica e unitaria che potesse informare l’umanità sullo stato delle più avanzate conoscenze scientifiche. Era una consuetudine che si ripeteva da ormai quattro anni, grazie al lascito di un miliardario americano, tale H. G. Robertson. Nel suo testamento Robertson, onde evitare infinite dispute legali nonché teoriche, aveva indicato chiaramente quali dovessero essere le otto discipline degne di essere rappresentate ogni anno in quel simposio. Su chi dovesse poi essere di volta in volta scelto come rappresentante della propria materia (ricevendo così il difficile compito di partecipare alla stesura della relazione, ma anche potendo così beccarsi la considerevole somma offerta in premio), aveva decretato il criterio della quantità di pubblicazioni annue (riuscendo quindi comunque a sollevare un annuale vespaio in merito alla valutazione dell’importanza delle pubblicazioni...). Anche quell’anno, quindi, erano presenti i seguenti personaggi: un matematico, un fisico, un biologo, un chimico, un neurologo, un etologo, un antropologo e un semiologo. Erano nel bel mezzo di una discussione quando udirono un frastuono provenire da fuori. Tutti si precipitarono verso l’ingresso e uscirono nel grande e assolato cortile antistante il palazzo. Una sfera rossa di circa tre metri di diametro, liscia e lucente, magnifica nella sua semplicità, troneggiava al centro dello spiazzo di ghiaia. Vi fu un rapido scambio di sguardi, poi il neurologo si affrettò a rientrare, dicendo: «Vado a sentire cosa ha da dirci in proposito il coordinatore dei servizi di sicurezza». La zona circostante al centro sperimentale, rigorosamente protetta da forze militari, avrebbe dovuto essere impenetrabile agli estranei. Gli altri sette si avvicinarono all’oggetto, senza osare toccarlo, girandogli attorno. «È una sfera perfetta!» esclamò il matematico. «Quanto peserà?» si chiese il fisico. «Sembrerebbe fatta di metallo» ipotizzò il chimico. «La cosa strana è che la sua superficie non presenta alcuna cesura, è tutta omogenea, almeno per quanto riesco a vedere da qui» notò il biologo. «Un oggetto simile non ricordo di averlo mai visto prima» disse l’antropologo. «Come avrà fatto ad arrivare fin qui?» domandò l’etologo. “Cosa può significare la presenza di questo strano oggetto?” pensava tra sé e sé il semiologo. Il neurologo tornò trafelato riferendo che del personale di guardia nessuno sapeva niente. Vi fu un momento di panico generale, subito represso. Nessuno riusciva a credere possibile che un oggetto così visibile e anomalo fosse sfuggito all’attenzione di ventiquattro uomini addestrati e avesse eluso anche tutti i radar piazzati intorno all’edificio. Ma ancora peggio era l’ipotesi alternativa (e soprattutto il fisico tendeva a scartarla) cioè che l’oggetto misterioso si fosse improvvisamente materializzato lì. Il gruppo si aggirò per un bel pezzo nei pressi della grande sfera, congetturando e sospirando. Fu l’etologo a sbloccare la situazione. «Colleghi» disse con voce decisa «siamo qui da quasi un’ora che giriamo intorno a questa sfera. Se si fosse trattato di un’arma segreta o di un cavallo di Troia riuscito a penetrare le nostre difese allo scopo di distruggerci, avrebbe avuto ormai tutto il tempo di farlo. Propongo quindi di rompere gli indugi e comportarci come qualsiasi scienziato si comporta di fronte a un fenomeno imprevisto: analizziamolo! Trasportiamo l’oggetto nel laboratorio principale. Là disponiamo di tutta l’attrezzatura necessaria a sottoporre a sperimentazione qualsiasi cosa. Perché non anche questo?» Dopo qualche titubanza la proposta venne accolta. Si constatò che l’oggetto non era molto pesante, e venne fatto allora rotolare fino al centro della grande sala piena di apparecchiature scientifiche, strumenti raffinatissimi frutto delle più recenti tecnologie. Proprio nel momento in cui tutti e otto si apprestavano a tastare, misurare, annusare, stimolare, interpellare, radiografare, sezionare, surriscaldare eccetera, accadde l’imprevedibile. La sfera rossa rivelò essere una specie di guscio d’uovo: si ruppe in miriadi di frammenti, che schizzarono via dappertutto ma senza provocare danni, lasciando vedere cosa c’era al suo interno. Un rapido disegno di ciò che essi videro di primo acchito non è possibile, in quanto per poter descrivere in poche parole un oggetto è innanzitutto necessario che questo abbia un’identità stabile, mentre ciò che essi videro dopo la rottura del guscio fu qualcosa che mutava forma, dimensioni e colore almeno cinquanta volte al secondo, una rapidità decisamente superiore alla capacità visiva dell’occhio umano. Per loro era un po’ come guardare un film dove ogni fotogramma contenesse un’immagine diversa. Il risultato era un frullio di forme indistinte, che li lasciò letteralmente a bocca aperta. Dopo un po’ il ritmo di quelle straordinarie mutazioni cominciò a rallentare, e raggiunse gradualmente una velocità che permetteva agli astanti di vedere chiaramente tutti i passaggi, fluidamente continui, da una forma ad un’altra. La prima cosa che riuscirono a distinguere fu una specie di grande fuso di un rosa madreperlaceo, che andava via via riducendosi e appiattendosi fino a diventare un disco giallastro dello spessore di una trentina di centimetri, con i bordi ondulati, che galleggiava nell’aria roteando su se stesso. Ben presto il disco cominciò a ramificarsi: lungo tutta la circonferenza del suo bordo spuntarono dei bottoncini rossi, che come bocci velocissimi si allungavano e si ingrossavano sempre più, mentre il centro del disco andava riducendosi, fino a che l’insieme assunse l’aspetto di un grosso timone roteante la cui materia, da molle e bagnata che era, andava mutandosi in dura e trasparente, simile al ghiaccio, cangiando il proprio colore in uno stupendo verde smeraldo. Ma ecco che i bracci del timone cambiavano angolazione e si fondevano tra loro, dando luogo ad una struttura a cubo fatta come di tubi d’acciaio saldati alle estremità da globi che sembravano gigantesche ciliegie candite. Queste ultime poi sprizzarono aculei blu sempre più lunghi, mentre l’insieme si trasfigurava in un groviglio informe, peloso e massiccio, da cui poi spuntarono cilindri neri con bizzarre efflorescenze iridate... Gli otto scienziati, attoniti, non riuscirono inizialmente a fare altro che assistere impietriti e ipnotizzati a quel pirotecnico spettacolo di costitutiva instabilità ontologica. Le forme che assumeva erano ora geometriche ora organiche, ma la cosa principale era che non stava un momento in pace, non si stabilizzava mai, neanche per la consistenza e il colore. Questa caleidoscopica girandola visiva di strutture e configurazioni sempre diverse era accompagnata da ondate di odori stranissimi, alcuni nauseanti, altri squisiti, che avevano scarsa somiglianza con gli odori consueti: una delle zaffate più piacevoli che investirono le nari dei presenti fu un profumo descrivibile solo come incrocio fra la lavanda e le pesche mature, con lontane reminiscenze di mimosa. A un certo punto invece stavano quasi per svenire (ma per fortuna durò poco) perché si sprigionò un pestilenziale puzzo che stava fra la plastica bruciata e il burro irrancidito. Contemporaneamente alle mutazioni di forma, ma non sincronizzati con esse, anche i suoni non mancavano. Rumori, versi, timbri, si susseguivano incessanti in una sorta di colonna sonora anch’essa estremamente eterogenea: sibili acutissimi, come sbuffi di pentole a pressione; un gorgoglio cavernoso, come se del semolino stesse ribollendo nel fondo di una grotta; una serie di suoni articolati, come una lingua sconosciuta pronunciata velocissimamente; un boato assordante che sembrava provenire da un’orchestra di soli contrabbassi suonati all’unisono; un ticchettio dal ritmo irregolare, fra lo sfrigolare dell’olio nella padella e il cadere di gocce di pioggia su una lamiera; uno strepito prolungato ma molto variato, che avrebbe potuto essere prodotto dal fracassarsi di centinaia di gusci d’uova; un brevissimo ma molto armonioso accordo consonante ricco di timbri liquidi, che facevano pensare a un organo suonato sott’acqua; uno sciabordare sordo e mugghiante; scrosci, scoppi, frizzi, frullii... Il tempo passava e l’“essere” continuava a non avere un momento di continuità, di calma. Sprofondava e si gonfiava in vertiginose metamorfosi. Gli otto uomini però cominciarono a riprendersi dallo stupore estatico in cui erano piombati. I loro cervelli ripresero a funzionare normalmente, dato che il “fenomeno” mostrava comunque una certa costanza: la sua continuità stava proprio nel non essere mai uguale a se stesso. Il matematico cominciò a prendere appunti sulle forme geometriche che via via comparivano, sia per il loro interesse intrinseco, sia per vedere se c’era un ordine nella successione, se cioè ritornavano forme uguali e in che misura. Il fisico, che aveva gli occhi strabuzzati e stralunati ed era paonazzo, cominciò a trafficare con i suoi aggeggi per tentare qualche esperimento. Il chimico e il biologo cominciarono a confabulare tra loro, decisi nell’intenzione di prelevare un pezzetto di quella “materia in movimento” per osservarla al microscopio, ma incerti sulla strategia da adottare per farlo. Il neurologo si era messo a sedere e stava immobile, impassibile, in contemplazione di ciò che stava accadendo. L’etologo e il semiologo, elettrizzati, corsero a prendere una videocamera per filmare il tutto. L’antropologo, dopo vari rimuginamenti, sbottò: «Signori, mi sembra evidente, perché è l’unica spiegazione possibile, che ci troviamo di fronte a un essere proveniente da un altro pianeta». «Già» disse il fisico «questo spiega molte cose...» Ci fu un rapido passaggio di sguardi fra gli otto, e tutti parvero tacitamente convenire sull’ipotesi che si trattasse di un marziano. Vi fu un momento di esitazione generale. Si trattava, a questo punto, di tentare un approccio, un avvicinamento. Il biologo si era munito di una speciale pompetta che poteva prelevare minime particelle di tessuto senza provocare dolore, ma non osava procedere, temendo possibili reazioni negative da parte del marziano. Il matematico continuò a prendere appunti, il neurologo osservava imperterrito senza far nulla, l’antropologo si tormentava i capelli, etologo e semiologo andarono avanti a filmare. Il fisico, dopo aver messo da parte alcuni delicati strumenti di rilevamento e misura che aveva inizialmente preparato, si diresse verso un angolo della stanza e tornò reggendo un lungo e sottile bastone di legno. «Che intenzioni hai?» chiese preoccupato l’antropologo. «Ho pensato che è inutile andare troppo per il sottile. La prima cosa da fare è provare a toccarlo e vedere come reagisce.» «E vorresti usare quello?» incalzò l’antropologo indicando il bastone. «Suggerisci qualcosa di meglio? Con questo almeno posso tenermi a una certa distanza!» Fu così che a un certo punto, mentre tutti gli altri in qualche modo stavano a guardare, il fisico protese il bastone, avvicinandone lentamente la punta verso quella massa in continuo movimento. Quando mancavano pochi millimetri il marziano era una spirale elicoidale marroncina, con venature azzurre, emetteva un rantolo sinistro e piagnucoloso ed emanava odore di erba bagnata. Il bastone lo toccò delicatamente. Appena venne toccato scomparve del tutto. Svanito! Ci fu un’esclamazione generale, e un’altra subito dopo, quando riapparve, sempre nella stessa forma. Prese poi a scomparire e riapparire a intermittenza, lasciando tutti, ma soprattutto il fisico, di sasso. Non riusciva letteralmente a credere ai suoi occhi. Si decise a toccarlo una seconda volta. A questo punto il marziano reagì replicando se stesso. Non era più uno solo: erano almeno trenta, disseminati in tutto il laboratorio. Tutti e trenta ripresero a mutare rapidamente (ma, notò il matematico, ognuno aveva mutazioni diverse). I trenta poi ridivennero uno, che scomparve. Poi riapparvero tutti insieme. Gli scienziati erano completamente esterrefatti. I trenta marziani si dissolvevano, ne riappariva uno, diventavano trenta, poi uno, poi zero, poi trenta, poi zero, uno, trenta, uno, zero, trenta, zero, uno, trenta, uno, zero, trenta, zero, uno, trenta, uno, zero, trenta... Il neurologo, stizzito, si rivolse al fisico: «Non ti azzardare a toccarlo ancora, se no questo chissà cosa ci combina. Ma ti rendi conto in che guaio ci hai cacciati?». Il fisico, incazzato: «Io vi ho cacciati in che cosa? Io sono stato l’unico a fare qualcosa qui dentro!!!» «Calma, calma» disse l’antropologo. «Non mi sembra proprio il caso di mettersi a litigare di fronte a...» Tutti gli altri stavano per intervenire caoticamente nella discussione, quando il marziano tornò ad essere uno e, meraviglia delle meraviglie, si fermò in una forma stabile: divenne un piccolo cubo bianco che stava fermo, immobile, posato sul pavimento al centro della stanza, senza più emettere alcun suono né alcun odore. La tensione che si stava creando fra gli otto scienziati immediatamente scemò. Si avvicinarono, zitti, a osservare, pronti a cogliere ogni possibile mutamento o movimento. Niente. Già, niente, il cubo restava sempre uguale, ma quello che cominciò a cambiare fu l’ambiente circostante, e mutò con una velocità tale che non fecero in tempo ad accorgersene: in breve si ritrovarono, sempre nella stessa posizione in cerchio con il cubo bianco al centro, proiettati nell’immenso spazio cosmico. Molto vicino a loro vi era un grande pianeta, del quale potevano osservare i rilievi montuosi ma che senz’altro non era la Terra. Le stelle, che avevano una configurazione mai vista, brillavano di una luce chiara e fredda, ma soprattutto li colpì la profondità del nero in cui erano immersi, sospesi, senza poter respirare. Erano tutti paralizzati dal terrore, ma anche questo durò molto poco, solo qualche istante. Dopodiché lo scenario tornò quello consueto del laboratorio. La scossa emotiva era stata violentissima. Ognuno sentì il bisogno di sdraiarsi e riprendere fiato. Mentre gli otto si lasciavano andare su speciali poltrone rilassanti, di cui il laboratorio era ben fornito, e guardavano un po’ inebetiti il vuoto, cercando di ritrovare se stessi e di riordinare le idee, il cubo bianco salì lentamente, galleggiando nell’aria. I vari pezzi e frammenti di metallo rosso sparsi dappertutto si ricomposero a formare la sfera, che lo racchiuse. Infine, sotto gli sguardi stanchi ma ancora curiosi degli scienziati la sfera gradualmente impallidì, si fece sempre più rarefatta, fino ad annullarsi definitivamente. Nei giorni seguenti gli otto elaborarono una relazione dettagliata di tutto quello che avevano visto, sentito, provato. I media di tutto il mondo vennero informati. Il video che riprendeva il marziano nel pieno delle sue evoluzioni più spettacolari venne trasmesso in televisione via satellite più volte. Tutti lo videro, tutti acquistarono la videocassetta per poterselo rivedere a piacimento, tutti comprarono il libro, che uscì qualche mese più tardi, scritto a sedici mani, dove ognuno degli otto esprimeva la sua ipotesi sulla natura e la provenienza del marziano. Fu una volta per tutte assodato che esistono forme di vita diverse oltre a quelle terrestri, e fu altresì sospeso il giudizio sulla verità delle più importanti teorie scientifiche fino ad allora accreditate (sulla natura della materia, sulla natura delle forme viventi, sulle condizioni di identità ontologica, eccetera), ma in mancanza di ulteriori esperienze e prove ci si dovette accontentare di pure ipotesi alternative. Nel frattempo, in un punto molto, molto lontano dell’universo, c’era chi pensava così: «Tutti hanno finito per chiamarmi “il marziano”, ma il vero nome che avrebbero potuto usare per me non è venuto in mente a nessuno. Possibile che non abbiano pensato chi potevo essere? Questa volta, proprio questa volta che ho voluto mostrarmi per quello che realmente sono, senza assumere sembianze umane, non sono stato riconosciuto! Non potevo, semplicemente, dirgli chi sono, perché per farlo avrei dovuto usare il loro linguaggio, e questo li avrebbe insospettiti. Non avrebbero potuto credere che un essere così diverso da loro, proveniente di sicuro da un remoto altrove, potesse parlare la loro lingua. Avrebbero pensato a un trucco, a un raggiro. E io che credevo bastasse mostrarmi a loro perché capissero. Ma non basta, non basta! Tanti quindi, ancora, continueranno a pensare che io non esisto. Ma chi, allora, chi può avere, secondo loro, messo su questa grande baracca dell’universo? Chi può, secondo loro, aver deciso che il nulla era veramente troppo poco, come compagno di giochi?»