Sul sito di Rai Filosofia ho trovato il seguente scritto di Vaselli:
17 agosto 2012
Sul realismo. Intervento di Franca D'Agostini in una discussione fra Stefano Vaselli e Giulio Napoleoni
Sul sito di Rai Filosofia ho trovato il seguente scritto di Vaselli:
21 giugno 2012
L'ultimo libro di Franca D'Agostini: come diventare cittadini-filosofi attraverso lo studio della logica nella sua accezione più ampia
20 giugno 2012
Il dibattito Vattimo/D'Agostini prosegue su La Stampa
La metafisica è finita
filosofiamo in pace
La Conclusione di Vattimo a un volume di saggi in suo onore. Una "questione di metodo" contro ogni pretesa di dominio
La critica della metafisica è radicale, e si presenta come un problema preliminare ineludibile, una vera e propria «questione di metodo», là dove si formula in modo da non colpire solo determinati modi di far filosofia o determinati contenuti, ma la stessa possibilità della filosofia come tale, come discorso caratterizzato da un suo statuto logico e anche, inseparabilmente, sociale. Il maestro di questa critica radicale della metafisica è Nietzsche. Secondo lui, la filosofia si è formata e sviluppata come ricerca di un «mondo vero» che potesse fare da fondamento rassicurante alla incerta mutevolezza del mondo apparente. Questo mondo vero è stato di volta in volta identificato con le idee platoniche, con l’aldilà cristiano, con l’ a priori kantiano, con l’inconoscibile dei positivisti, finché la stessa logica che aveva mosso tutte queste trasformazioni - il bisogno di cercare un mondo vero autenticamente tale, capace di resistere alle critiche, di «fondare» - ha condotto a riconoscere la stessa idea di verità come una favola, una finzione utile in determinate condizioni di esistenza; tali condizioni sono venute meno, e questo fatto si esprime nella scoperta della verità come finzione.
Il problema che Nietzsche vede aprirsi a questo punto, in un mondo dove anche l’atteggiamento smascherante è stato smascherato, è quello del nichilismo: dobbiamo davvero pensare che il destino del pensiero, una volta scoperto il carattere non originario, ma divenuto e «funzionale», della stessa credenza nel valore della verità, o della credenza nel fondamento, sia quello di installarsi senza illusioni, come un «esprit fort», nel mondo della lotta di tutti contro tutti, nel quale i «deboli periscono» e si afferma solo la forza? O non accadrà piuttosto, come Nietzsche ipotizza alla fine del lungo frammento sul Nichilismo europeo (estate 1887), che in questo ambito siano destinati a trionfare piuttosto «i più moderati, quelli che non hanno bisogno di principi di fede estremi, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso e di assurdità»?
Nietzsche non sviluppa molto di più questa allusione ai «più moderati», ma è probabile che, come appare dai suoi appunti degli ultimi anni (gli stessi da cui proviene questo frammento sul nichilismo), l’uomo più moderato sia per lui l’artista, colui che sa sperimentare con una libertà che gli deriva, in definitiva, dall’aver superato anche l’interesse alla sopravvivenza. […]
La questione circa la fine della metafisica, la sua improseguibilità, non è ineludibile solo o principalmente in quanto si riesca a dimostrare che essa costituisce il movente, esplicito o implicito, delle correnti principali della filosofia novecentesca; ma soprattutto perché pone in discussione la stessa possibilità di continuare a filosofare. Ora, questa possibilità non è minacciata tanto dalla scoperta teoretica di altri metodi, altri tipi di discorso, altre fonti di verità ricorrendo alle quali si potrebbe fare a meno di filosofare e di argomentare metafisicamente. Ciò che getta una luce di sospetto sulla filosofia come tale e su ogni discorso che voglia riprenderne su piani e con metodi diversi le procedure di «fondazione», di afferramento di strutture originarie, principi, evidenze prime e cogenti, è la smascherata connessione che queste procedure di fondazione intrattengono con il dominio e la violenza.
Il riferimento a questa connessione, sebbene possa apparire accidentale, è invece quello che, preso sul serio, rende davvero radicale la critica della metafisica; senza di esso, tutto si riduce a sostituire semplicemente alle pretese verità metafisiche altre «verità» che, in mancanza di una dissoluzione critica radicale della stessa nozione di verità, finiscono per riproporsi come istanze di fondazione. È difficile, come pure si sarebbe tentati di fare richiamandosi a Hegel, opporre a una tale «questione di metodo» l’invito a provare a nuotare gettandosi in acqua, cioè a cominciare di fatto a costruire argomentazioni filosofiche cercando se non sia possibile, contro ogni eccesso di sospettosità, individuare alcune certezze sia pure relativamente «ultime» e generalmente condivise. Tuttavia l’invito a gettarsi in acqua, l’invito a filosofare,non può provenire dal nulla; esso si richiama necessariamente all’esistenza di una tradizione, di un linguaggio, di un metodo. Ma le eredità che riceviamo da questa tradizione non sono tutte equivalenti: tra di esse c’è l’annuncio nietzschiano della morte di Dio, la sua «esperienza» più che teoria, della fine della metafisica e, con essa, della filosofia.
Proprio se si vuole accettare la responsabilità che l’eredità della filosofia del passato ci impone, non si può non prendere sul serio anzitutto la questione preliminare di questa «esperienza». Proprio la fedeltà alla filosofia è ciò che impone di non eludere, anzitutto, la questione della sua negazione radicale; questione che, come si è visto, è indistricabilmente connessa a quella della violenza.
Vattimo e Lady Gaga, ma cosa vi ha fatto di male la metafisica?
Dopo l’accusa del filosofo,
la difesa: macché violenza,
è questa la “scienza che danza” ipotizzata da Nietzsche
È il caso in particolare di Gianni Vattimo, che come si legge nei suoi scritti, e da ultimo nella Conclusione di Una filosofia debole (Garzanti), saggi in suo onore a cura di Santiago Zabala, di cui La Stampa ha anticipato uno stralcio il 23 febbraio, visibilmente odia il concetto di verità, e con esso il concetto di realtà, e più in generale tutto il sistema di pensiero che chiama «metafisica», il quale consisterebbe nel fare frequente uso di questi concetti tipicamente filosofici, e tenerli in gran conto.
A un primo sguardo, queste forme di avversione nei confronti di entità astratte e perciò sostanzialmente inoffensive sono perlomeno enigmatiche: perché prendersela con i concetti di realtà e verità, e non piuttosto con le persone che li usano male, spacciando per vero e reale tutto e solo quel che fa a loro comodo? E perché prendersela con la metafisica, addirittura sostenendo che, come Vattimo scrive, sarebbe all’origine «del dominio e della violenza»? Quando sento queste strane connessioni mi viene sempre in mente il dialogo che cita Hannah Arendt nel saggio sul Totalitarismo: «Gli ebrei sono stati la causa della grande guerra!»; risposta: «Sì, gli ebrei e anche i venditori di biciclette»; «Ma perché i venditori di biciclette?»; «E perché gli ebrei?». Allo stesso modo, quando si sente dire che la metafisica è all’origine della violenza e del dominio, consiglio di aggiungere: «Sì, certo: la metafisica e anche le equazioni di sesto grado»; e naturalmente, quando vi chiedono «perché le equazioni di sesto grado?», conoscete la risposta.
È chiaro che nell’intera vicenda c’è di mezzo un fraintendimento, un disguido terminologico. Vattimo si muove guidato da Nietzsche e Heidegger. Da Nietzsche eredita la visione della «metafisica» come una semplice e un po’ infantile visione della realtà, in base alla quale vi sarebbe uno strato profondo, detto «mondo vero» e uno strato superficiale, illusorio e non vero. È questa una forma di pseudo-platonismo che Nietzsche ricavava da una affrettata lettura di Schopenhauer, ma è difficile che ci sia in giro qualcuno che difende una simile posizione: sia esso scienziato o politico o artista o anche filosofo (forse qualche vescovo cattolico potrebbe avallarla, ma non so...).
Richiamandosi a Heidegger, Vattimo intende poi per «metafisica» ogni forma di dogmatismo o di rigido realismo tecnocratico. Ma questo linguaggio sembra essere una prigione più che un’opportunità. Oggi la parola «metafisica» viene per lo più usata per indicare una indagine filosofica (e perciò critica, e problematica) sui fondamenti della fisica (come le nozioni di causalità, tempo, spazio), o su ciò che è possibile o impossibile, o sui criteri in base a cui distinguiamo l’esistente e l’inesistente. Nessun rapporto con quella teoria del «mondo vero» che a Vattimo non piace. Anzi, a occhio, l’attuale confronto tra metafisici assomiglia molto a quel che Vattimo vorrebbe fosse la filosofia: «Costruire argomentazioni filosofiche cercando se non sia possibile individuare alcune certezze generalmente condivise». In effetti proprio la metafisica - per esempio quella di David Lewis, o quella del nostro Achille Varzi - oggi assomiglia molto alla «scienza che danza con piedi leggeri», ipotizzata da Nietzsche.
Tornando allora a Lady Gaga, ci accorgiamo di un altro e più importante fraintendimento. È verosimile che con «truth» Gaga non intenda ciò che si contrappone al falso, ma ciò che si contrappone al finto artistico: quel gioco di vere finzioni che guida ogni arte, rappresentativa o meno. Ora è chiaro che il nemico qui non è la «verità», ma piuttosto la tendenza repressiva di chi si appella a un presunto (e falso) vero per mettere a tacere le espressioni altrui. Ma se così è - e gli accenni all’arte nel testo di Vattimo fanno pensare che per lui sia proprio così - allora la prima operazione è sbarazzarsi una volta per tutte proprio di quel linguaggio filosofico a cui Vattimo resta ostinatamente fedele. Un linguaggio tutto pieno di impossibilità e limiti: dal «su ciò che non si può dire bisogna tacere» di Wittgenstein (ma ciò che non si può dire lo stabiliva lui) alla «fine della filosofia» (e della metafisica, e di una quantità di altre cose) annunciata da Heidegger, e da molti altri.
5 giugno 2012
La verità è strumento del potere o il potere teme sempre la verità?
Riporto qui di seguito (con minime variazioni e aggiustamenti) passaggi essenziali del dibattito tra Gianni Vattimo e Franca D'Agostini, da me già richiamato in un precedente post. Ritengo molto istruttivo riflettere su queste tesi e argomentazioni contrapposte per mettere a fuoco la situazione attuale della filosofia. Mi pare si possa riassumere il nodo centrale dicendo che Franca D'Agostini ritiene necessario che la filosofia si riappropri del proprio compito di teorizzazione sui fondamenti (teorizzazione non rigida, ampia, mobilizzante, critica, fluidificante... ma pur sempre teoria), mentre Vattimo sembra abbandonare il terreno della teoria e sembra intendere la filosofia più come strumento critico-nichilistico che sostenga e promuova una prassi "rivoluzionaria", secondo una ripresa della polemica marxiana contro la teoria pura.
Nell'illustrazione ho messo Russell prima di Marx perché D'Agostini dichiara a un certo punto il suo ricollegarsi alla difesa della concezione realistica della verità da parte di Russell contro le critiche che venivano mosse a tale concezione agli inizi del Novecento (da punti di vista pragmatisti e coerentisti).
V: Per Heidegger, nel saggio sull'essenza della verità (1930), considerare l'essere come OGGETTO, COSA, DATO, "ciò che sta lì davanti", è una minaccia per l'essere umano; anche la critica al capitalismo si può formulare come rifiuto della concezione dell'essere come OGGETTIVITA': nel mondo in cui l'essere vero è oggettività tutti noi siamo o funzioni dell'oggettività o funzioni dell'economia ecc. La domanda scettica vera non è "qual è la verità?", ma "chi lo dice (che cosa è vero)?" Non c'è mai un enunciato neutro, nel rapporto dell'uomo col mondo, perché l'uomo parla sempre da un punto di vista... Enuncio una proposizione come vera dal punto di vista di un sistema paradigmatico che mi unisce a una comunità... Non è che è vero ciò che conviene a me, ma è vero ciò che è buono per NOI.
D'A: Sì, ma Heidegger in realtà non rinunciava alla verità come adequatio; il vero problema sollevato da Heidegger non riguardava la verità, ma l'essere, la concezione dell'essere. Allora io dico: se noi ampliamo la nostra metafisica, adottiamo una metafisica ampia, molto permissiva, che implica molta POSSIBILITA', se noi apriamo la nostra logica alle logiche non classiche, allora non avremo più problemi nei confronti della verità. Il punto del "Chi lo dice?" riguarda il fatto che se io mi fermo a sostenere che è vero ciò che dice il papa in quanto è il papa o che è vero ciò che dice la scienza in quanto è la scienza io non sto parlando di verità ma sto parlando di POTERE. Chi si lascia ammazzare per la verità (i martiri) o chi ammazza per la verità (i fanatici) ammazza in realtà per qualcosa d'altro, ammazza per il potere. Il più grande nemico della verità è il potere
V: Se volessimo opporre il potere alla verità dovremmo stabilire che c'è un CHI che dice la verità che non è né il papa, né il re, né... ma non sappiamo chi sia!
D'A: Ma a me non piace neanche il NOI, se prende il posto del papa o del re: noi potremmo avere torto marcio, noi potremmo essere la mafia
V: Ci sono una quantità di elementi nel mio argomentare che non hanno niente a che fare con i dati di fatto; assumere il "come stanno le cose" come modello di ogni tipo di verità è un errore che io lego anche all'oggettivazione così come la legge Heidegger, o Marx. La verità dell'interpretazione non è il sostenere : "è così!", ma il raggiungere un accordo attraverso un dialogo. Io dico A, tu dici B e dopo avere variamente argomentato ci accordiamo. Come abbiamo argomentato? Guardando come stanno le cose? Non diciamo sciocchezze: abbiamo argomentato in base ai libri che abbiamo letto, in base alle convenienze sociali dell'epoca, in base alla nostra origine...
D'A: Usiamo i libri, la stipulazione eccetera, sì certo, ma cosa ci dicono i libri?
Ci danno una certa versione della realtà, ci ridescrivono come le cose stanno, o come le cose dovrebbero stare se le cose andassero meglio; come dovrebbe essere fatto il mondo se fosse un mondo più gradevole per noi. Questa è ancora una verità intesa in senso realistico.
V: Ma è una verità che non si basa su fatti ma su desideri, progetti...
D'A: Ma i mondi possibili sono mondi! E i mondi possibili sono costruiti a partire dal nostro mondo. Non posso ragionare in termini di possibilità se non partendo dalla fattualità, cioè da quello che vedo. Come posso ragionare sulla possibilità di una rivoluzione proletaria se non ho già guardato come stanno le cose qui e ho detto "questo è da correggere, questo va cambiato..."?
V: Ma vuoi cambiare qualcosa nella situazione perché ci stai male, non perché vuoi sapere come stanno le cose! Non c'è nessuna visione disinteressata della realtà!"
D'A: Io guardo la realtà così com'è, vedendo che per una seria di circostanze fattuali che interagiscono fra loro non funziona, non mi sta bene...
V: Ma non vanno bene a TE o ai tuoi AMICI, non "NON FUNZIONANO", è questo il punto!
D'A: Non è che la normatività implichi qualcosa di non fattuale: implica un certo LAVORO sulla fattualità e una metafisica ampia, che tenga ampiamente conto della possibilità, della necessità, della contingenza eccetera.
Non dobbiamo lasciare la verità ai dogmatici, rinunciandoci perché "è troppo difficile, ci sono sempre implicazioni di potere eccetera", come fa Rorty, perché se la lasciamo ai dogmatici noi restiamo senza verità e questo è autodistruttivo.
La verità non va lasciata ai dogmatici ma va conservata ai nichilisti e agli scettici: a quelli che MOBILIZZANO la verità, quelli che impediscono che la verità diventi potere e quindi non più verità, perché per definizione il potere non ti dice come le cose stanno, anzi teme la verità: il potere non democratico si serve sistematicamente della menzogna. Riportare la verità agli scettici e ai nichilisti, che mobilizzano l'essere, la logica, il vero. Ma mobilizzare l'essere e la verità non significa che non c'è essere o non c'è verità, anche perché se uno fa finta che non ci sia la verità si trova poi dietro le spalle uno che gli dice "la verità sono io".
V: Ma non accetto l'idea di "metafisica più ampia", perché sembra sempre rimandare alla nozione di filosofia come costruzione di un panorama adeguato, completo, una filosofia descrittiva che non mi interessa
D'A: Ma io parlo di metafisica permissiva, non di metafisica omnicomprensiva!
V: Ma tu non dovresti parlare di "metafisica"!
D'A: Ma intendo per metafisica semplicemente concezione dell'essere: anche Heidegger faceva metafisica, in questo senso, quando criticava la concezione oggettivante dell'essere.
V: Il punto mi sembra allora che se vogliamo pensare alla verità non in termini di potere dobbiamo pensarla come una forma di anarchismo continuativo che decostruisce piuttosto che costruire: continua decostruzione delle pretese di potere della verità. Questo corrisponde molto bene fra l'altro alla situazione politica della sinistra esistente: se il riformismo prende il potere diventa una schifezza.
D'A: Il potere tende ad appropriarsi degli strumenti della filosofia (i concetti di verità, essere, bene eccetera); per questo la filosofia deve riprenderseli.
V: Ma nessun filosofo ha mai costretto il papa ad ammettere che aveva torto: soltanto quando hanno bombardato il Vaticano è successo; e tu invece con questa storia che bisogna riappropriarsi dei fondamenti costruisci solo dei nuovi libri di filosofia, di cui al papa non importa nulla.
D'A: Ma per credere a quello che tu dici, cioè che tutto sia potere, devo pensare che sia VERO quello che tu dici. Ma perché tu chiedi a noi di credere che le cose stanno così: che è solo questione di potere?
V: A me interessa che voi partecipiate alla mia stessa lotta.
D'A: E se si scopre che la nostra lotta è sbagliata? Si continua lo stesso?
V: Ma "sbagliata" cosa vuol dire, se la condividiamo? E' come se tu dicessi: è bene che il sovrano dia la costituzione, e poi scrivi diversi libri per sostenere questo. Ma fino a che non vengono i contadini con i forconi sotto le finestre del sovrano lui se ne infischia! Tu dirai: ma i contadini avevano letto i libri. Ma io dico: più probabile che i contadini reagissero a una situazione insopportabile.
D'A: "Sbagliata" vuol dire che ci può essere un'evidente falsità, come "gli ebrei sono un pericolo per il popolo tedesco", che in certe circostanze viene creduta da un'intera comunità.
24 maggio 2012
La vita come manutenzione continua e il perdurare della metafisica
(...) siccome la metafisica (teoria dell'essere in quanto essere, dei fondamenti stabili e universali di ogni entità) è finita, ciò che la filosofia può e deve fare è cercare di capire il senso dell'essere nella sua configurazione odierna, giacché dell'essere non c'è una struttura stabile (sarebbe così ridotto a un oggetto, mentre è la condizione del darsi di ogni possibile oggettività) ma c'è storia, la storia delle configurazioni, o "aperture", come dice Heidegger, nelle quali via via si dà.
In queste parole di Vattimo, che condensano anni di scritti e riflessioni e sintetizzano la sua prospettiva di filosofia "ermeneutica", traspare il discorso di Heidegger sull'errore tradizionale della metafisica, che ha sempre pensato l'essere come se fosse ente, riducendolo in sostanza a oggetto, con caratteristiche di stabilità, eternità, immobilità...
Io vorrei contestare la prospettiva di Vattimo sulla fine della metafisica (mentre mi piace conservare però anche la sua idea di fare ontologia dell'attualità, cioè di occuparsi di cosa vuol dire essere ed esistere nella contemporaneità), semplicemente dicendo che non è che la metafisica finisce perché si scopre che l'essere non è oggetto ma evento: la metafisica continua pensando in modo diverso l'essere, per esempio cambiando la nozione stessa di oggetto come qualcosa che non è affatto stabile, eterno, immobile, ma come qualcosa che è in continua tendenza al disordine e al deperimento a meno che non venga "curato" continuamente con investimenti di energia (vedi il discorso iniziale sulla manutenzione, ma pensa anche a come la fisica odierna intende la materia...).
La metafisica può continuare ad essere ricerca teorica anche se scopre che il suo oggetto non si adatta all'idea di episteme come teoria stabile, eterna, universale: di qualcosa di mutevole, diceva Platone, non può esserci che opinione, mentre solo delle idee (eterne, stabili ecc.) può esserci scienza. Errore: può esserci teoria (consapevole della propria limitatezza e aperta a possibili revisioni) anche di un oggetto mutevole: anche per dire che l'oggetto è mutevole e richiede cure continue ci vuole teoria, consapevolezza teorica. La stessa affermazione "dell'essere non c'è una struttura stabile ma c'è storia" è un'affermazione metafisica. Perché dire che la metafisica è finita? Diciamo piuttosto che è finito un certo modo di fare metafisica e se ne sta affermando un altro, di tipo analitico e che tiene d'occhio ciò che avviene nei saperi scientifici.
25 aprile 2012
Una nuova teoria sul piacere
17 aprile 2012
Freud/Jung: una tensione molto attuale
Ho visto di recente il film A Dangerous Method di David Cronenberg (2011).
Mi ha fatto molto pensare, mettendo in secondo piano la figura di Sabina Spielrein, il rapporto teso e la rottura tra Freud e Jung, perché mi sembra paradigmatica di una tensione culturale ancora presente.
Freud rappresenta e difende il pensiero scientifico (pur nella sua aspirazione alla creazione di una teoria, come la psicoanalisi, sul cui statuto epistemologico si discute ancora oggi), Jung vuole invece restituire all'uomo la dimensione mitico-magico-religiosa. Emergono molto bene nel film i limiti di entrambe le posizioni, anche se è indubbio che il regista parteggi per Jung.
A me interessa la dialettica fra un atteggiamento (Freud) che intende restare fermamente ancorato a fenomeni (per usare la terminologia kantiana) e quindi nega la dimensione metafisica, ma rischia di perdere anche la possibilità di reperire/costruire un senso più ampio e forte in cui inserire i fenomeni e la propria stessa esistenza, e un atteggiamento (Jung)che intende sistematicamente oltrepassare i fenomeni proprio per reperire/costruire questo senso ma rischia di perdere il senso dei fenomeni stessi e dei limiti-regole della convivenza sociale.
29 marzo 2012
21 marzo 2012
La cosa in sé: mondi inaccessibili o parziale conoscibilità di questo mondo? L'errore di Kant
Sull'interpretazione della filosofia kantiana ancora si discute.
Recentemente Franca D'Agostini ha avanzato (in Introduzione alla verità) la proposta di interpretare Kant come un semi-costruzionista: i fenomeni sono parzialmente costruiti da noi, attraverso il concorso delle forme a priori della sensibilità e dei concetti puri, applicati al materiale sensibile che proviene dal mondo.
Uno dei punti più controversi riguarda la nozione di cosa in sé: Kant la pensava come qualcosa di costitutivamente inconoscibile, inaccessibile a sensibilità, intelletto e ragione, pensando sostanzialmente a Dio e a una dimensione ultra-mondana (nella quale può realizzarsi l'immortalità dell'anima) oppure pensava a una controparte dei fenomeni che non ci è dato di conoscere?
Interpretazioni accreditate negano questa seconda possibilità, sostenendo che non dobbiamo pensare che Kant volesse sostenere che dietro a ogni fenomeno si nasconda una cosa in sé.
D'altra parte però, se riconsideriamo il tema dello spazio e del tempo come forme a priori della sensibilità, resta il fatto che Kant sostiene in pratica che la dimensione spazio-temporale non deriva dalla cosa in sé, ma è il nostro (soggettivo-universale) modo di organizzare la molteplicità delle intuizioni sensibili. Se è vero questo il mondo allora è ben diverso da come ci appare!
Si dice: è sbagliato pensare che i fenomeni per Kant siano apparenze, essi sono oggetti conoscibili scientificamente. Ma allora deve esserci un spazio e deve esserci un tempo che corrispondono alle nostre forme a priori!!
Perché Kant, che pure aveva la massima stima di Newton e della sua fisica, non abbraccia la concezione newtoniana di spazio e tempo? Gli sembrava una concezione metafisica? Credo che Kant sia arrivato alla sua concezione dello spazio e del tempo partendo dall'interpretazione della matematica come insieme di proposizioni sintetiche a priori. Forse proprio qui si nasconde l'errore di Kant. Forse anche per la matematica, come per la fisica, Kant avrebbe dovuto riconoscere che gli oggetti matematici sono solo parzialmente costruiti da noi, e che quindi non è vero che spazio e tempo siano forme completamente a priori, bensì noi costruiamo queste forme anche grazie a intuizioni empiriche che provengono dal mondo in sé.
19 marzo 2012
Che cos'è il piacere? Limiti della concezione Schopenhauer-Freud
17 febbraio 2012
Il destino delle Weltanschauung. Orientamento religioso e orientamento sessuale: analogie e differenze. Capire Hegel: bibliografia
Possiamo dire che siamo arrivati al punto che l'orientamento religioso somiglia all'orientamento sessuale? Per cui normalmente non se ne parla, non si chiede, e poi invece alcuni fanno coming out... (non so, ad esempio Giorello che scrive "Senza Dio", o Vattimo che scrive "Credere di credere") Solo che c'è una differenza: nell'ambito dell'orientamento sessuale c'è una chiara e diffusa "presunzione di eterosessualità" e l'eventuale coming out è per dichiararsi gay o lesbica; nell'ambito dell'orientamento religioso non mi pare si possa oggi dire che c'è una "presunzione di religiosità", né una "presunzione di ateismo". Mi sbaglio? Quindi la situazione sull'orientamento religioso è ancora più sospesa: non possiamo presumere niente di probabile su quello che gli altri credono o non credono, ma non possiamo neanche chiedere... Un bel garbuglio!
16 febbraio 2012
I tormenti della filosofia. La frattura Preve-Fusaro versus tutti (o quasi) gli altri. Il mistero di Hegel
12 gennaio 2012
La filosofia in Jovanotti. Riflessioni filosofiche sull'album ORA. Terza puntata
Voglio provare adesso a dire qualcosa sulla canzone L'elemento umano, una delle più scopertamente filosofiche.
Il "ritornello" si compone di queste due frasi:
Noi siamo l'elemento umano nella macchina
e siamo liberi sotto alle nuvole.
Questo ritornello compare tre volte. La prima e la terza, dopo alcune ripetizioni delle stesse due frasi, il ritornello si conclude con questa variante:
e ci facciamo del male per abitudine.
si parla coi cani, si stringono mani
si fa spesso finta di essere qualcosa
si guarda il tramonto, si arriva in ritardo
ci piovono addosso macerie di vita esplose
si fanno dei figli,
si sognano sogni
si fanno castelli di sabbia sul bagnasciuga
si infilano perle di vetro nelle collane e si progetta una fuga
si accusano gli altri, si saltano i pasti
si scende sotto a portare la spazzatura
si spianano rughe, si spigano spighe
si fa i conti con i mille volti della paura
si nasce in un posto, si prende una barca per arrivare dove poter nascere ancora
si mettono fiori tra pagine di diario per ricordarci un momento di vita vera
Si fanno dei piani, si stringono mani
si firmano accordi che prevedono una penale
si sputa per terra, si perde la guerra
Si pensa che alla fine poi tanto e' sempre uguale
si muove la torre, si copre l'alfiere,
Si passa una giornata a difendere cio' che e' perso
si scopre di avere un immenso potere ma non e' mai abbastanza
Quest'ultima frase mi sembra riassumere il senso generale della canzone, e questo senso lo espliciterei dicendo che le azioni umane si sollevano, emergono al di sopra del livello della grande macchina degli eventi imperscrutabili, e poi però ritornano dentro la grande macchina; navigano al di sopra e dentro di essa, possono costruire cose, adottare strategie, ma il potere delle azioni umane non è mai abbastanza per riuscire a modificare la macchina stessa nel suo insieme. Siamo una parte libera di una totalità non libera; possiamo gestire, faticosamente, la nostra vita, ma dobbiamo fare quotidianamente i conti col fatto che la nostra vita è intrecciata e collegata con meccanismi e ingranaggi molto più grandi della nostra capacità gestionale.
Detto questo resta da capire la frase di chiusura dei ritornelli: "e ci facciamo del male per abitudine".
Innanzitutto bisogna decidere in che senso intendere "ci facciamo del male": male a noi stessi, male agli altri, male alla specie umana? Decidiamo per tutti e tre i sensi insieme, anche perché in fondo sono tutte cose collegate. E cosa vuol dire fare del male per abitudine?
L'abitudine è il contrario della scelta, quindi con questa frase Jovanotti sembra alludere alle tesi della Arendt sulla banalità del male, e quindi anche, in fondo, alla tesi socratica dell'assenza di pensiero e di ragione come radice del male. Il male quindi non sarebbe frutto dell'esercizio della libertà, ma sarebbe proprio il risultato del non riuscire a esercitarla, il risultato del restare presi nell'ingranaggio della grande macchina, che risponde a logiche non umane...
8 gennaio 2012
La filosofia in Jovanotti. Riflessioni filosofiche sull'album ORA. Seconda puntata
Non affronterò qui le "canzoni d'amore" dell'album, che sono tante e molto belle. Salterò quindi Tutto l'amore che ho, Le tasche piene di sassi, Amami, Il più grande spettacolo dopo il big bang... Devo dire però che se si vuole avere una visione completa del "mondo" di Jovanotti bisogna ascoltarle e apprezzarle, e rendersi conto che molto del suo modo di pensare e affrontare la vita è sostenuto, evidentemente, dalle sue esperienze amorose, dalla sua grande capacità di amare e di ricevere amore. La spina dorsale del famoso ottimismo di Jovanotti è certamente l'esperienza amorosa, che lui è in grado di esprimere in modo eccellente e che ha naturalmente una dimensione universale: la quantità di spazio che dedica a questo argomento, nell'economia dell'album, sta a significare la grande importanza che questa componente ha per lui ma anche l'importanza che deve avere per ciascuno, se vogliamo imparare qualcosa dalle sue canzoni. Impegnarsi in un rapporto amoroso, viverlo fino in fondo, è tra le cose fondamentali, a cui nessuno deve rinunciare. Amare e lavorare furono indicati un giorno da Freud come i due aspetti fondamentali della vita umana.
Pur non affrontando la tematica dell'amore, voglio ricordare qui due frammenti che danno un po' la misura della profondità di Jovanotti su tale argomento.
tu fai ciò che voglio
mentre faccio ciò che vuoi
( in Amami)
che abbiamo fatto a pugni,
io e te, io e te...
fino a volersi bene,
io e te, io e te...
( in Il più grande spettacolo dopo il big bang)
La capacità di sostenere l'altro nei suoi desideri, la necessità di affrontare la negatività, l'aggressività, per riuscire ad arrivare ad un rapporto vero, profondo, sono elementi essenziali dell'amore che Jovanotti mostra di conoscere molto bene.
4 gennaio 2012
iPad: le mie (iniziali) esperienze
Vero motivo: sono rimasto affascinato dalla pubblicità vista in tv, e ancora più affascinato quando l'ho provato alla Fnac.
Devo confessare che da quando lo possiedo è iniziata una sorta di innamoramento per questo oggetto, che ha per me qualcosa di magico.
Cerco adesso di razionalizzare, di capire in cosa consiste questo fascino.
Ha quasi le stesse potenzialità di un pc portatile ma molta meno memoria, e, altra cosa in meno, non si possono scaricare programmi da internet. In compenso però si possono scaricare innumerevoli "app", cioè applicazioncine che servono a fare un po' di tutto, "mimando" quello che può fare un pc, ma anche altre cose, concepite appositamente per l'iPad.
Il fascino e la specificità dell'iPad, a mio avviso, risiedono nella sua grande maneggevolezza, trasportabilità e autonomia (batteria che dura come quella di un cellulare, quindi rende l'oggetto veramente autonomo dall'alimentazione a corrente: lo puoi usare un po' dovunque, per esempio io lo sto usando molto a letto, la sera prima di addormentarsi o sul divano, in poltrona...) e nelle potenzialità dello schermo " toccabile": la tastiera non esiste, o meglio compare una tastiera virtuale quando occorre, e scompare quando non serve, e il contatto diretto con lo schermo, per scrivere, disegnare o per giocare, è molto più bello che non l'uso del mouse.
11 dicembre 2011
La filosofia in Jovanotti. Riflessioni filosofiche sull'album ORA. Prima puntata
11 ottobre 2011
Il dilemma del libero arbitrio secondo Alfredo Civita
L'immagine che ho scelto per accompagnare questo contributo, graditissimo, di Alfredo Civita è un'opera di Peter Hohloch dal titolo Free Will.





















