4 marzo 2023

Sulla coesistenza consistente di necessità e contingenza. Saggio sul libero arbitrio

 




0. Introduzione

1. Libero arbitrio = autodeterminazione + contingenza

2. La macchina del libero arbitrio

    2.1 Necessità completa: autodeterminazione senza contingenza

    2.2 Contingenza completa: cade l’autodeterminazione

    2.3 Necessità e contingenza moderate e coesistenti

    2.4 Il limite del libero arbitrio

3. L’autodeterminazione come dato fenomenico e fenomenologico

4. Il libero arbitrio come potenzialità da realizzare e accrescere

5. Libero arbitrio, moralità, politica



0. Introduzione


La questione del libero arbitrio si può formulare, in modo semplice, con una domanda:


“È vero che gli esseri umani siano in grado di compiere delle scelte libere?”


Libere sia nel senso che non siano determinate da fattori che sfuggano al loro controllo, ma anche nel senso che, pur essendo state compiute, si possa sostenere che il soggetto avrebbe potuto scegliere altrimenti”.


Il problema del libero arbitrio è un esempio classico di problema filosofico che attraversa le epoche storiche e si ripresenta ogni volta in forme nuove, pur conservando un nucleo problematico che pare eterno e forse irrisolvibile. Anche altri problemi filosofici hanno queste caratteristiche, ma questo problema, io sostengo, ha un primato e insieme occupa una posizione singolare, strana, nel campo filosofico. 

Alcuni filosofi sono “ossessionati” (o più bonariamente potremmo dire “appassionati”) da questo problema, mentre altri lo considerano del tutto marginale e irrilevante. Non si capisce bene, guardando da fuori il campo filosofico, quanto sia realmente importante. 

      Altri problemi filosofici, invece, sono indubbiamente importanti e centrali. Faccio solo alcuni esempi in proposito: il problema della conoscenza e il problema dell'essere. Sono sicuramente importanti, anzi fondamentali, e questo è testimoniato dal fatto che  ciascuno ha dato origine a un’intera (o addirittura a due) disciplina filosofica: il problema della conoscenza alla gnoseologia e all’epistemologia, il problema dell’essere alla metafisica e all’ontologia. Così l’etica ha alla base il problema del bene e la logica il problema della verità.

       Ma esiste una disciplina filosofica che abbia alla base il problema del libero arbitrio? Si direbbe di no.

Ha a che fare con la natura umana, ma si radica prima ancora in questioni che riguardano la conoscenza della natura e la conoscenza in generale. Ha una vocazione intrinsecamente teoretica, ma si pone perfettamente a cavallo tra lo sguardo teorico e la spinta all’azione. È nell'agire che noi ci sentiamo liberi, ma il problema più propriamente si colloca nello scegliere cosa fare, quando pensiamo in vista dell’azione. Forse si potrebbe dire che la disciplina filosofica alla quale appartiene il problema del libero arbitrio è la “filosofia dell’azione", ma non è del tutto vero nemmeno questo, perché il problema contiene in sé il rimando a ipotesi deterministiche o fatalistiche che poco hanno a che fare con lo studio dell’uomo. La questione è proprio che i motivi che generano il problema stanno nello scontro fra modelli di pensiero che sorgono nella riflessione sulla natura, o meglio sulla conoscenza della realtà in generale, e modelli che sorgono quando ci si occupa dell’uomo e in particolare del suo comportamento e del suo pensiero in vista del comportamento.

      Quindi è un problema di confine, di limite fra modelli, e direi che i campi che vengono chiamati in causa dal problema sono il campo soggettivo e il campo oggettivo. Il problema del libero arbitrio sorge quando il punto di vista soggettivo si scontra con lo sforzo di raggiungere un punto di vista oggettivo (cioè quando si scontra con le “scienze”, o meglio con l’interpretazione dominante del paradigma esplicativo delle “scienze”).

      In questo senso, io ritengo che il problema sia realmente importante, anzi ritengo che sia veramente centrale nel campo filosofico, per il fatto che “contiene” e rimanda a tutta la problematica relativa all’uomo, e in definitiva riguarda la questione della dignità umana, del valore dell’uomo, di ciò che lo contraddistingue, e d’altra parte “contiene” e rimanda a tutta la problematica gnoseologico-epistemologica, perché le istanze di negazione del libero arbitrio vengono proprio da punti di vista “esterni” all’uomo stesso, oppure che guardano all’uomo come a un ente naturale che deve sottostare a “leggi di natura”.


In questo breve saggio intendo approfondire la struttura concettuale dell’idea di libero arbitrio, propongo un esperimento mentale che serve a chiarire e sviluppare i nessi concettuali fra le componenti del concetto di libero arbitrio, e, collegando i risultati di questo esperimento mentale con un’analisi fenomenologica, argomentare una presa di posizione riguardo alla classica questione del libero arbitrio. Anticipando in breve la tesi, il libero arbitrio si compone di due concetti: l’autodeterminazione e la contingenza. Mentre la contingenza ha una natura controfattuale, che tende quindi a collocare i discorsi sul libero arbitrio nell’ambito metafisico, l’autodeterminazione ha una natura fenomenica, rilevabile o empiricamente (“dall’esterno”) o fenomenologicamente (“dall’interno”). Ciò consente di considerare la questione classica come una questione solo parzialmente metafisica (legata oggi alla disputa fra deterministi e indeterministi, così come a quella fra “compatibilisti” e “incompatibilisti” nel campo dei deterministi), e consente di proporre un’idea di libero arbitrio come potenzialità la cui realizzazione, mai assoluta, in gradi variabili su un continuum, e in misure diverse a seconda delle persone, è almeno parzialmente verificabile. 


Come abbiamo già detto, la questione classica è riassumibile nella domanda: “è vero che gli esseri umani siano in grado di compiere delle scelte libere?”. Va subito precisato che la vera questione non riguarda la libertà di fare ciò che si vuole (una libertà accertabile empiricamente senza troppe difficoltà) bensì la libertà del volere stesso, che viene da più parti negata, soprattutto da chi assume una generale visione deterministica rispetto agli accadimenti naturali. Possiamo realmente scegliere cosa volere? (Non quindi: “possiamo fare ciò che vogliamo?”, anche perché la libertà di fare ciò che si vuole dipende molto dalle circostanze concrete in cui ci si trova e da quali siano i contenuti del nostro volere.)

Anche senza assumere il punto di vista che considera l’uomo come un ente naturale, in una prospettiva metafisica di tipo deterministico, si può comunque esemplificare il problema con una breve riflessione. Poniamo che alla base di una mia scelta, che ritengo libera, ci sia una certa volizione, e che questa volizione sia motivata da un desiderio, un desiderio che sento inequivocabilmente come mio. Ebbene, posso forse dire di aver scelto di avere quel desiderio? I desideri, come anche i bisogni, sembrano indicarci che perfino nel nucleo più intimo del nostro essere personale esistono elementi che non dipendono da noi stessi. D’altra parte qualcosa ci impedisce di abbandonare l’idea del libero arbitrio, ed è la convinzione che nel libero arbitrio risieda il nucleo fondante del valore dell’essere umano, in altri termini ciò che caratterizza l’essere umano rispetto agli altri animali.

Troviamo una sintesi di questa situazione problematica nell’apertura del quarto capitolo di Spiegazioni filosofiche di Robert Nozick (1981), il capitolo dedicato appunto al libero arbitrio:


Senza libero arbitrio noi sembriamo come diminuiti, semplici trastulli di forze esterne. Ma allora come possiamo conservare un’idea elevata di noi stessi? Il determinismo sembra invalidare la dignità umana, sembra distruggere il nostro valore.



Pur rinunciando al compito di rendere conto del dibattito contemporaneo vorrei preliminarmente richiamare l’attenzione del lettore sulla connessione esistente fra il problema classico sopra ricordato e il problema del rapporto fra “scienze della natura” e “scienze dell’uomo”.

Vi sono due diversi punti di vista dai quali è possibile osservare e conoscere la realtà umana: il punto di vista che considera l’uomo come uno fra i tanti enti naturali, e che applica quindi (per esempio nella conoscenza del cervello e delle sue “prestazioni”) i modelli tipici delle scienze “dure”, e il punto di vista che considera l’uomo come un ente con una sua peculiarità, che lo rende irriducibile ai modelli conoscitivi delle scienze naturali e che richiede l’utilizzo di modelli e linguaggi diversi, modelli e linguaggi che si basino sul modo in cui l’uomo si “auto-percepisce”, nel suo rapporto con se stesso e con gli altri esseri umani. Questi due punti di vista spesso faticano a convivere, e un aspetto  di queste difficoltà è stata la frattura, in filosofia, fra analitici e continentali. Anche se oggi per molti aspetti la frattura sembra superata, io credo che in realtà resista, pur manifestandosi in forme diverse da quelle originarie (ricordo ad esempio la forte polemica interna al Dipartimento di Filosofia della Statale di Milano nel 2015), perché sotto a tale frattura c’è il problema, persistente, del libero arbitrio, che tuttora frammenta il campo filosofico, così come vi è, fortissima, la frattura attuale (anch’essa collegata) fra chi continua a considerare l’etica e i valori alla maniera di Hume, sostenendo forme di convenzionalismo e soggettivismo, e chi sostiene un approccio realista-oggettivista. Manca soprattutto, in filosofia, una posizione condivisa sulla natura umana, in particolare sul tema se l’agire umano sia determinato sostanzialmente da ragionamenti o sostanzialmente da pulsioni/tendenze biologiche.



1. Libero arbitrio = autodeterminazione + contingenza

L’autore nel cui lavoro il concetto filosofico di libero arbitrio viene elaborato per la prima volta nel modo più compiuto è Agostino (354-430 d.C.).

Nel suo pensiero emergono in modo chiaro due componenti concettuali che sono essenziali per il significato completo di “libero arbitrio”: la contingenza e l’autodeterminazione. Agostino vuole sostenere che non possiamo ritenere Dio responsabile delle azioni malvagie compiute dall’uomo (a cominciare dal peccato originale). Le azioni malvagie dell’uomo, infatti, sono il frutto di scelte libere. Il che significa due cose:

1) solo chi fa la scelta, non Dio, ne è il vero autore. In questo troviamo l’origine del concetto di autodeterminazione, come componente essenziale del libero arbitrio.

2) chi sceglie di compiere un’azione malvagia avrebbe potuto non farlo, nel senso che si trattava di una genuina scelta, non necessitata né dall’onniscienza (o prescienza) divina, né da un’eventuale predestinazione legata all’onnipotenza divina. In questo troviamo l’origine del concetto di contingenza, come componente essenziale del libero arbitrio.

Il concetto di libero arbitrio viene elaborato, nel contesto della problematica sul male in relazione alla responsabilità divina, come una qualità delle scelte umane. Queste scelte non dipendono da una decisione antecedente di Dio: ciò significa che dipendono solo dall’uomo (autodeterminazione) e che non sono necessitate in alcun modo da Dio (contingenza).

In seguito, con l’Umanesimo, il concetto di libero arbitrio viene assunto come base per chiarire e sostenere il valore dell’essere umano in quanto tale. La dignità umana, rispetto alle cose naturali in generale, consiste proprio nella sua facoltà di scegliere cosa fare, nelle singole azioni, ma più in generale nel suo poter decidere cosa essere, in che direzione orientare la propria vita. L’uomo, dice Pico della Mirandola, non ha una sua natura già definita (come invece le altre creature), ma deve scegliere se tendere verso il divino e la ragione o verso la terra e i sensi, e in questa sua libertà consiste la sua dignità.

Nel passaggio sopra citato Robert Nozick, chiamando in causa il determinismo come “avversario” del libero arbitrio, semplifica un percorso storico partito già nell’antichità, con filosofi (soprattutto in ambito stoico) che, richiamandosi all’idea del Fato o del Destino, avevano messo in dubbio o sostanzialmente negato la possibilità umana di scegliere liberamente, anche prima che questa possibilità venisse esplicitamente elaborata e sostenuta da Agostino (prima di Agostino già Aristotele aveva tematizzato la libertà del volere). Dalla Rivoluzione scientifica in poi il libero arbitrio si scontra con il fatto che gli eventi naturali, e quindi anche le azioni umane, si possano e si debbano spiegare con leggi di natura e siano quindi necessari. Il paradigma meccanicistico, e più in generale deterministico, diventa dominante nell’approccio scientifico e i filosofi moderni si dividono su come inquadrare l’essere umano e le sue scelte in questa prospettiva: Cartesio e Leibniz difendono il libero arbitrio, mentre Hobbes, Spinoza e Hume lo negano.

Kant riformula la questione ponendola fra le antinomie della ragione pura e, “congelando” la sua solvibilità teoretica, la proietta sul piano pratico: dobbiamo credere di essere liberi perché il libero arbitrio è un presupposto dell’imperativo categorico, la legge morale che ciascuno trova, già pronta e saldamente radicata, dentro di sé. Nel compiere questa operazione, Kant mette in primo piano il fatto che la questione dell’esistenza o inesistenza del libero arbitrio, rispetto alla generale determinazione causale degli eventi naturali, è questione che va oltre i limiti dell’esperienza umana: non possiamo risolvere la questione ricorrendo alle nostre esperienze. Questo impossibile oltrepassamento dell’esperienza, che sarebbe necessario per risolvere “scientificamente” la questione, viene approfondito da Emanuele Severino nel suo scritto Studi di filosofia della prassi (Adelphi, Milano 1984, Parte II: “Per la costruzione del concetto di libertà”).

Severino sostiene che non può darsi una soluzione empirica del problema, in quanto non può darsi un’esperienza della libertà stessa: il libero arbitrio non si dà mai come un vissuto, non si dà mai come un fenomeno di cui possiamo fare esperienza. Ma non solo: non può darsi mai come vissuto, come esperienza. Ma perché non può?

Abbiamo visto sopra che il concetto di libero arbitrio contiene il concetto di contingenza: nell’istante T ho scelto X, ma avrei potuto, in quello stesso istante, scegliere non-X o Y. La contingenza è uno dei quattro concetti fondamentali studiati dalla logica modale: necessità, possibilità, contingenza, impossibilità. Utilizzando la possibilità e la negazione come concetti-base possiamo dare queste semplici definizioni (in analogia con il quadrato modale nel De Interpretazione di Aristotele):



Possibilità = qualcosa può essere

Contingenza = qualcosa può non essere

Necessità = qualcosa non può non essere

Impossibilità = qualcosa non può essere


In genere, quando si parla di libero arbitrio, ci si concentra più sulla modalità della contingenza che su quella della possibilità, per il fatto che se una scelta è stata compiuta (ho scelto X) allora era certamente possibile, ma si tratta di capire se il passaggio dalla possibilità alla realtà sia avvenuto in modo contingente (la possibilità che scegliessi X si è realizzata ma avrebbe potuto non realizzarsi) o in modo necessario (la possibilità che scegliessi X non avrebbe potuto non realizzarsi).

Qualcosa che non esiste ora potrà realizzarsi in futuro? Se sì, allora è possibile la sua realizzazione. Una cosa si è realizzata (quindi era possibile la sua realizzazione), ma avrebbe potuto non realizzarsi? Se sì, allora era (possibile e) contingente la sua realizzazione. Se invece non avrebbe potuto non realizzarsi allora era (possibile e) necessaria la sua realizzazione. 

La tesi di Severino è che né la contingenza, né la necessità si possono constatare nell’esperienza o attraverso l’esperienza, data la loro natura controfattuale: la scelta X è avvenuta nell’istante T, e di quell’istante non posso avere che una singola esperienza. Una singola esperienza di ciò che avviene in un singolo istante non dà, o meglio non può dare, alcuna base fenomenica né alla contingenza né alla necessità della singola scelta X. Da un istante ad un altro quello che avviene nel mio campo motivazionale e nella situazione circostante cambia, impercettibilmente o notevolmente. Quindi l’esperienza di scelte da me compiute in istanti diversi, anche se riguardanti lo stesso caso o casi analoghi, non può mai valere come fatto, o vissuto, della libertà di X. 

Per avere esperienza della contingenza di X dovrei poter ritornare all’istante T e constatare di aver compiuto, in questa “ripetizione” dell’istante T, la scelta non-X o Y. E se invece, in questa immaginaria ripetizione, dovessi constatare di aver rifatto la scelta X? Potrei arguirne la necessità di questa scelta?

Ho voluto esplorare a fondo queste domande elaborando un esperimento mentale, e ho provato a trarne conseguenze sul piano concettuale.


2. La macchina del libero arbitrio

Immaginiamo che esista una macchina in grado di riportarci indietro nel tempo, alle esatte condizioni materiali e psichiche di un certo istante T nel quale abbiamo compiuto la scelta X, e senza che in noi vi sia memoria alcuna della scelta già compiuta. La macchina ha inoltre la capacità di registrare le scelte avvenute nelle  molteplici ripetizioni dello stesso istante.

Utilizzando questa macchina possiamo quindi ripetere, quante volte vogliamo, la situazione nella quale abbiamo compiuto la scelta X in condizioni di assoluta identità con l’istante T, e la macchina registrerà la scelta compiuta in questa ripetizione dello stesso istante. Nel momento della ripetizione della scelta, invece, nessuna memoria del lavoro fatto sarà presente in noi, ma solo le identiche condizioni situazionali e motivazionali dell’istante T. 

Innanzitutto dobbiamo renderci conto che, avendo a disposizione una macchina con queste caratteristiche, verificare la libertà di una scelta con un solo esperimento non avrebbe senso. 

Infatti, proviamo a pensare cosa succederebbe se, avendo nella realtà effettuato la scelta X, il primo esperimento con la macchina desse come esito non-X. Da una parte, potremmo considerare questo esperimento una prova della contingenza di X ragionando come Popper: per verificare un asserto universale occorrono infiniti esperimenti, ma per falsificarlo ne basta uno solo. Qui si potrebbe dire: per verificare la necessità di X occorrono infinite ripetizioni di X, ma per verificarne la contingenza basta un solo caso di non-X. 

D’altra parte, se questo primo esperimento non-X fosse l’unico caso non-X di una serie numerosissima tutta di ripetizioni di X, la faccenda apparirebbe diversa. Immaginate. Per verificare la scelta X compio 100.000 esperimenti e il risultato è che la prima volta scelgo non-X, ma poi scelgo X per 99.999 volte. Vi sentireste di dire che la scelta di X era veramente libera (nel senso di contingente)? 

Analogamente, se il primo esperimento desse come esito X sarebbe estremamente incauto concludere subito che si trattava di una scelta necessaria. Infatti, potremmo ritrovarci in seguito con una serie di 99.999 esperimenti con esito non-X. Sarebbe difficile definire la modalità della scelta X alla luce di questo risultato, ma certamente non ci sentiremmo di dire che si trattava di una scelta necessaria. 

Proviamo quindi ad immaginare gli esiti possibili di una procedura di verifica della libertà o illibertà di X con una base “sperimentale” di 100.000 ripetizioni. Esamineremo di seguito alcuni casi paradigmatici.



2.1 Necessità completa: autodeterminazione senza contingenza

Immaginiamo di constatare che la scelta X si ripete identica per tutte le 100.000 volte. Possiamo in questo caso sostenere con buone ragioni, anche se non abbiamo la certezza totale (che richiederebbe una ripetizione infinita dell’esperimento, con esito sempre uguale), che la scelta reale in T fosse necessaria, determinata. 

Questo però, almeno in linea di principio, non esclude l’autodeterminazione del soggetto, la sua autonomia, o anche – seguendo una formulazione kantiana – la sua capacità di iniziare da sé uno stato. Infatti si potrebbe ragionare in questo modo: la ripetizione identica della scelta X può essere dovuta non alla forza necessitante di leggi di natura (leggi neurobiologiche o leggi psico-comportamentali), bensì alla forza necessitante dell’io stesso, al fatto che il soggetto della scelta, l’io, è l’unico vero responsabile della scelta. Allora il fatto che io abbia scelto “ancora” X per 100.000 volte significa che la scelta dipendeva solo da me e io, essendo sempre identico in ogni ripetizione dell’istante T, ho “ribadito” la mia scelta. Una rigorosa autodeterminazione, ragionando in questo modo, sembrerebbe addirittura richiedere l’annullamento della contingenza (specularmente,  una rigorosa contingenza sembra richiedere l’annullamento dell’autodeterminazione: si veda, a questo proposito, il caso successivo esposto in 2.2).

D’altra parte, occorrerebbe chiedersi se l’autodeterminazione, da sola, garantisca quel concetto di libertà di scelta che stiamo indagando. Di fronte a una scelta autodeterminata ma necessaria, cosa ne è del nostro concetto di libero arbitrio? Si tratterebbe infatti di una scelta proprio mia, ma necessaria. Autodeterminata, ma inevitabilmente, sulla base della natura del mio io. Se consideriamo attentamente l’idea di una scelta senza reali alternative (la possibilità di scegliere non-X si è rivelata irrealizzabile, data la necessità di X) ci rendiamo conto che è proprio il concetto di “scelta” che viene compromesso, e con esso viene anche meno il concetto di libero arbitrio: una scelta senza reali alternative non è una vera scelta.


2.2 Contingenza completa: cade l’autodeterminazione

Se posso tornare indietro nel tempo e rivivere l’istante T nelle identiche condizioni, e compio una scelta opposta a quella realmente compiuta, abbiamo una prova “empirica” che la scelta originaria era contingente, cioè poteva non realizzarsi. Se inoltre questa prova viene confermata dalla esatta equinumerosità dei due insiemi di ripetizioni (50% di scelta X e 50% di scelta non-X), allora abbiamo un decisivo rafforzamento della nostra convinzione in merito alla contingenza di X. 

Questo caso lascia però aperti seri dubbi sulla libertà del soggetto: se l’io è sempre identico e sempre identiche sono le motivazioni e la situazione concreta del vissuto, come si spiega una oscillazione così radicale della scelta? Da cosa dipende, realmente, la scelta? La contingenza confermata getta un’ombra sulla reale autodeterminazione del soggetto della scelta: io ero identico, ma ho compiuto nella esatta metà dei casi una scelta diversa, quindi sembra essere in gioco qualche altro fattore che non dipende da me! Sembra esserci una vera causa, misteriosa, della contingenza, o una sorta di indeterminazione inspiegabile. L’esito complessivo, X 50% e non-X 50%, si potrebbe anche interpretare come se la scelta, per il soggetto, fosse assolutamente indifferente. Ma non sembrano questi i veri significati del libero arbitrio, quando ne parliamo come della facoltà che rappresenta la dignità dell’uomo. La contingenza, senza autodeterminazione, diventa pura indeterminazione, caso, e scivola lontano dall’idea di libertà. 




2.3 Necessità e contingenza moderate e coesistenti

Abbiamo quindi visto che nei due casi estremi (necessità “confermata” “controfattualmente” attraverso la ripetizione della identica scelta nel 100% dei casi, e contingenza confermata “controfattualmente” attraverso l’esatto equilibrio tra ripetizione e non-ripetizione della identica scelta) si produce una scissione concettuale delle due componenti del libero arbitrio, e si perde in entrambi i casi qualcosa di essenziale. Le due componenti, autodeterminazione e contingenza, se prese in modo assoluto, rigido, tendono ad annullarsi reciprocamente. 

Nel prossimo caso avremo invece a che fare con un “ammorbidimento” concettuale, e scopriremo che tale ammorbidimento porta ad una maggiore coesione e sensatezza dell’idea di libero arbitrio.

Consideriamo il caso in cui, ripetendo con la macchina del libero arbitrio per 100.000 volte la scelta all’istante T, si abbia come risultato il 75% di X e il 25% di non-X o Y. Come interpretare questo risultato?

Dovremmo innanzitutto pensare a una “necessità moderata” della scelta originaria in T. Come nel primo caso estremo (cfr. 2.1), consideriamo la possibilità di interpretare questa necessità come dovuta alla forza dell’io e non a forze “esterne” di tipo neurobiologico o psico-comportamentale. In questo caso, però, abbiamo anche un 25% di ripetizioni con scelta contraria o diversa, quindi abbiamo una reale apertura della contingenza: non possiamo più dire né che la scelta originaria fosse completamente necessaria, né che fosse completamente contingente. La necessità (espressa nella ripetizione della identica scelta nello stesso istante) è qui in equilibrio con la contingenza (espressa con la variazione della scelta nello stesso istante), ma quello che più ci interessa è che in questo caso dovremmo ammettere che i due concetti (opposti e contraddittori nel quadrato logico delle modalità) possono coesistere. Il carattere necessitato/auto-determinato e quello contingente possono insieme, nel nostro esperimento mentale, variare per gradi su un continuum.

       Resta aperto il problema di come interpretare la determinazione: come autonomia o come l’essere “trastulli di forze esterne”, o ancora, come sicuramente è più probabile, come una via di mezzo variabile fra le due possibilità estreme.


2.4 Il limite del libero arbitrio

Abbiamo visto che nel caso di una contingenza piena si produce una sorta di annullamento del concetto di autodeterminazione. Abbiamo considerato come corrispondente alla piena e confermata contingenza un esito dell’esperimento mentale con il 50% di X e il 50% di non-X o Y. 

Ma come dobbiamo considerare un esito nel quale la ripetizione di X avvenga al 25% e la scelta contraria o diversa avvenga nel 75% dei casi? 

Qui emerge un ulteriore aspetto della questione. Per poter parlare di libertà di una scelta, infatti, dobbiamo ammettere che la scelta avrebbe potuto essere diversa, ma non così diversa da annullare completamente la permanenza dell’identità del soggetto della scelta stessa. A questo proposito è utile richiamare un passaggio del testo di Severino già considerato, nel quale la questione viene esplorata in dettaglio Cfr. Severino 1984, pp. 255-264): 


si deve dire certamente che, se io non volessi questo oggetto e tutti gli oggetti che ho voluto e che vorrò nella mia vita, io non sarei io, la mia coscienza non sarebbe la mia coscienza, ma quella di un altro; giacché la mia coscienza è proprio ciò che vuole questo e non altro, in questo modo e non in altro. Si deve dire cioè che è impossibile che la mia vita sarebbe potuta o potrebbe essere diversa da quella che è stata o che sarà; o che, se questa diversità viene ammessa, ciò che si ammette non è che io avrei potuto vivere diversamente, ma che un altro avrebbe potuto vivere in vece mia. (...) Se dunque non si tiene ferma l’identità permanente nel processo, l’affermazione che io avrei potuto non volere ciò che voglio di fatto è immediatamente autocontraddittoria (...). Se dunque la proposizione: “Io sono libero” ha un significato, e cioè non è immediatamente autocontraddittoria, dev’essere possibile affermare che il termine “io” indichi un contenuto processuale, in cui un’identità determinata va differenziandosi, e che è appunto ciò che permarrebbe qualora io agissi diversamente da come agisco di fatto. (...) Affermare dunque che in una certa situazione la mia decisione è libera, significa affermare che almeno una, o almeno un certo settore delle convinzioni, che si realizzano in quella certa situazione, permarrebbe anche qualora io avessi deciso diversamente da come ho deciso. È possibile, sì, che, per decidermi diversamente, avrei dovuto lasciar cadere la maggior parte delle mie convinzioni, ma, se la mia decisione è libera, è necessario affermare che, qualora io avessi diversamente deciso, sarebbe rimasta una parte delle convinzioni che accompagnano la decisione effettivamente presa.


Il caso per noi ora in esame non riguarda la vastità dei contenuti caratterizzanti il soggetto che sarebbero messi in discussione dalla ipotesi di una scelta diversa da quella realmente avvenuta, bensì riguarda una “sovrabbondanza” della variabilità della scelta, superiore anche al concetto stesso di contingenza. Il tipo di problematica è comunque simile: oltre un certo punto, la variabilità della scelta interferisce con il concetto di identità del soggetto agente.


3. L’autodeterminazione come dato fenomenico e fenomenologico

Severino scrive: «Se per “spontaneità” si intende appunto “la facoltà di incominciare da sé uno stato”, la spontaneità è un dato di esperienza, cioè è qualcosa di rilevabile fenomenologicamente; ma non altrettanto si può dire del “libero arbitrio” o della libertà in senso proprio, la cui esistenza, pertanto, dal punto di vista fenomenologico resta un problema.» (Severino 1984, p. 178). Severino quindi ritiene che la nozione di libero arbitrio sia sufficientemente caratterizzata dal concetto di contingenza, riconduce il concetto di autodeterminazione a quello di spontaneità nell’accezione kantiana e ritiene che la spontaneità sia un dato di esperienza basandosi su una sua versione del “metodo fenomenologico” (cfr. qui, nota 7)

   A questo dedica un’intera sezione del testo che abbiamo preso in esame, la sezione 2 del Capitolo Primo (intitolata: La spontaneità come forma del divenire fenomenologico). Qui Severino ripropone qualcosa di analogo alla critica di Hume al nesso di causa: «l’attività di qualcosa su qualcos’altro e la passività di qualcosa rispetto a qualcos’altro non sono sperimentabili, ossia non sono dei contenuti immediatamente presenti. (...) Se così stanno le cose, ne viene che ogni divenire, ogni variazione del contenuto fenomenologicamente accertabile si presenta come un “incominciare da sé” il nuovo stato e dunque come spontaneità: se ogni variazione è presente non come effetto dell’azione di qualcosa su qualcos’altro, ciò significa che essa è presente nel suo puro incominciare, e quindi come spontaneità.» (op. cit. p. 182-183).

Ma a questo modo di riproporre le critiche humeane alla causalità io contrappongo un altro modo di intendere l’analisi fenomenologica, quello di Giovanni Piana, che in Piana 1979 scrive: «Che cosa sia per noi un metodo fenomenologico in rapporto alla tematica dell’esperienza lo si può dire veramente in due parole: esso è un metodo di caratterizzazione degli atti di esperienza attraverso l’esibizione di differenze di struttura.» (p. 10). In base a questo metodo, è chiaro che il movimento di una palla che rotola contro un ostacolo e rimbalza presenta una struttura differente dal movimento di una formica che, arrivata di fronte allo stesso ostacolo, lo aggira per proseguire verso il suo formicaio. I due movimenti non si possono descrivere, fenomenologicamente, come ugualmente spontanei. Ma evidentemente il modo di intendere il metodo fenomenologico di Severino finisce per frantumare i fenomeni nel pulviscolo humeano, come si vede anche in una frase successiva: «La distinzione comune tra mutazioni “spontanee” (per esempio il prendere in mano una penna per scrivere) e “necessitate” (per esempio il movimento di un corpo urtato da un cert’altro corpo), che ha la massima importanza dal punto di vista pragmatico, è pertanto, dal punto di vista fenomenologico, solo una distinzione interna all’orizzonte della spontaneità vera e propria, e sta a indicare le mutazioni che, rispettivamente, non avvengono o avvengono in concomitanza a certe altre mutazioni». (p. 183).

Secondo me sono fenomenologicamente visibili e sperimentabili gradi diversi di autonomia (o “spontaneità”): il movimento di un corpo inerte, non vivente, è diverso dal movimento di un corpo vivente; il movimento, seppur lentissimo, di una pianta (crescita dei rami, sbocciare di un fiore…) è strutturalmente diverso dal movimento di un animale; il movimento di un cane di fronte al proprio padrone che prende il guinzaglio con l’intenzione di portarlo fuori casa è strutturalmente diverso dal movimento di un uomo che, per soddisfare la richiesta di sua moglie – “Caro, ti ricordi che domani è il compleanno di Maria? Potresti uscire e comprare un regalino da portarle, visto che dobbiamo incontrarla alla cena dai Rossi?” – si ritrova prima a dialogare con la moglie (per stabilire quali possibili regali potrebbero fra piacere a Maria), poi a pensare (magari stilando una lista e poi depennando progressivamente) per scegliere cosa acquistare, poi uscire di casa e interagire con un negoziante per ottenere quello che gli serve.

Inoltre, come già detto, ritengo che le due componenti, contingenza e autodeterminazione, siano entrambe essenziali alla nozione di libero arbitrio. Quest’ultima tesi è già presente in De Caro 2004 e prima ancora in Capizzi 1963, che evidenzia anche gli aspetti contraddittori delle due componenti.


4. Il libero arbitrio come potenzialità da realizzare e accrescere

La mia idea è che sia ragionevole sostenere una visione metafisica nella quale prendiamo come paradigmatiche le situazioni esposte nelle sezioni 2.3 e 2.4: ciò che accade nel mondo, comprese le azioni umane, non è né completamente necessitato né completamente contingente. Nel mondo vi è una mescolanza di necessità e di contingenza, e probabilmente i nostri concetti di necessità e di contingenza sono inadeguati, per la loro opposizione logica, a descrivere la reale modalità nella quale avvengono gli eventi naturali e le azioni umane. Mentre il totale determinismo e il totale indeterminismo sono solo due posizioni metafisiche, estreme e contrapposte, vi sono innumerevoli posizioni intermedie fra esse, lungo un continuum con proporzioni gradualmente variabili, e quindi vi sono molte più probabilità che la verità si collochi in un punto intermedio, a sua volta variabile a seconda dei contesti spazio-temporali. Al di là di questa considerazione puramente formale, vi sono poi anche elementi epistemologici che vanno interpretati come orientati argomentativamente in questa direzione, cioè la direzione di un superamento dell’opposizione tra necessità e contingenza nell’interpretazione dello svolgersi temporale degli eventi. La presenza della componente deterministica è connaturata al modello esplicativo della scienze naturali stesse; la presenza della modalità contingente (o indeterministica) è affermata in almeno alcune delle teorie fondamentali che appartengono alla fisica, ma soprattutto è affermata sia in importanti interpretazioni delle teorie biologiche (si veda per esempio Gould 1990), sia in tutte le scienze umane – in primo luogo la storia – dove si indaga la dimensione storica e e si studiano eventi collettivi, ovvero che eventi che riguardano l’interazione di molteplici soggetti. Quello che voglio sostenere è che i modelli esplicativi presenti di fatto nei discorsi scientifici (se intendiamo il termine “scienze” in un’accezione sufficientemente ampia e se non ci fissiamo su una singola disciplina prendendola come paradigma di tutte le discipline) convergono verso una compresenza/mescolanza di necessità e contingenza nelle modalità in cui si svolgono le successioni di eventi.

In questo quadro, come già accennato alla fine della sezione 2.3, anche il problema di come interpretare la determinazione, se come autodeterminazione o come eterodeterminazione, propongo di risolverlo dicendo che, a seconda delle persone e dei singoli casi, vi possono essere quote variabili di proporzione tra autodeterminazione ed eterodeterminazione: credo che la libertà del volere non vada concepita come una facoltà “monolitica”, che o c’è e appartiene all’essenza dell’uomo, oppure è totalmente assente e illusoria. Credo che il libero arbitrio sia una potenzialità insita in ogni essere umano, per il fatto stesso di appartenere alla specie dei Sapiens, e sia connesso soprattutto a due capacità che i Sapiens hanno: immaginare e pensare.

“Potenzialità” perché, come la capacità di imparare una lingua, se non viene adeguatamente stimolato, il “libero arbitrio” non si sviluppa. Per il resto, il grado di libertà di ciascuno o di ciascuna scelta di un singolo individuo dipende dal grado di cultura, dal livello di conoscenze acquisite, dalla misura in cui riesce a fermarsi e a pensare a quello che sta facendo, a immaginare modi alternativi di agire, e anche dalla misura in cui riesce a rendere coscienti le motivazioni profonde che agiscono in lui. Rendere coscienti tali motivazioni non significherà cancellarle, ma riuscire a padroneggiarle meglio, bilanciandole con altre ragioni e altri motivi. Il proprio “libero arbitrio”, quindi, ammessa l’ipotesi metafisica sopra formulata, non è già dato una volta per tutte, ma va conquistato ed esiste in gradi diversi. 

Quindi la mia posizione è questa: non si può dire semplicemente né


“il libero arbitrio esiste”


né


“il libero arbitrio non esiste”.


Non sono, come ha sostenuto Kant nella prima Critica, due tesi entrambe vere da due punti di vista diversi, corrispondenti a due “mondi” diversi, quello fenomenico e quello noumenico. Penso invece che la seconda tesi sia falsa, e la prima sia una mezza verità, che va chiarita così:


il libero arbitrio è una potenzialità che si realizza in misure diverse in individui diversi e, nello stesso individuo, diversamente in momenti diversi.


Storicamente, l’avvento dell’Illuminismo è stato, nella cultura occidentale, un momento fondamentale di crescita dell’umanità in direzione di un maggiore “libero arbitrio”, perché ha insegnato come tutti potessero informarsi, conoscere, studiare, usare la propria testa e pensare in modo critico. In particolare a partire da quel periodo storico, alcune azioni umane, alcuni comportamenti, sono finalizzati, così potremmo dire, ad aumentare la propria libertà. Possiamo cercare di rendere il nostro pensiero più efficace e più profondo, e la nostra immaginazione più ricca, leggendo romanzi, studiando saggi scientifici o libri di filosofia, seguendo i mezzi di informazione, osservando con più attenzione le cose e le persone che ci circondano, viaggiando. Possiamo decidere di “nutrire” la nostra mente attraverso esperienze nuove o cercando di vivere più intensamente esperienze abituali, o semplicemente provando a “ripetere” esperienze già fatte (come quando rileggiamo un libro per capirlo meglio). 

Ad alti livelli di consapevolezza, di grande compenetrazione fra pensiero e azione, o fra immaginazione e azione, le azioni umane producono opere che entrano a far parte della cultura umana e vengono tramandate, attraverso la formazione scolastica o lo studio personale. Non perdono il loro carattere necessario, sono sempre determinate da motivi, ragioni, finalità, ma è il tipo di necessità ad essere diverso, perché sarà una necessità molto più mediata, indiretta e complessa. Si tratterà di motivi, ragioni e finalità ideali, ispirate a valori che sono stati a loro volta assorbiti dalla tradizione o forse, in alcuni casi, valori nuovi, più adeguati al presente.

Una necessità più complessa corrisponde a una maggiore contingenza, che si accompagna a una maggiore autodeterminazione nella componente necessitata. In altri termini e usando un punto di vista interno e un linguaggio più psicologico: se una persona conosce più cose, pensa di più e immagina di più, di fatto si aprono di fronte ad essa più possibilità alternative di agire e le sue scelte saranno più autonome e consapevoli rispetto ai condizionamenti sociali, relazionali, inconsci.


5. Libero arbitrio, moralità, politica

Purtroppo, anche inteso in questo modo, il libero arbitrio realizzato “in media” dagli esseri umani (che mi azzarderei a giudicare di livello un po’ basso…) non è di per sé garanzia di un orientamento al bene. Pensiero e immaginazione, fino a una certa soglia che ipotizziamo esistere ma è ancora tutta da scoprire e definire, possono aumentare la possibilità di compiere azioni buone e giuste, ma possono altrettanto aumentare la possibilità di compiere azioni malvagie e ingiuste.

Nonostante l’uomo sia un animale sociale, molti sfruttano proprio alcune situazioni interpersonali/sociali/politiche e scelgono consapevolmente di perseguire la propria felicità e il proprio benessere a qualsiasi costo, calpestando il benessere e la felicità altrui. I ragionamenti che collegano il benessere individuale con quello interpersonale, sociale e collettivo, pur nella loro validità, non sono in grado di frenare questa forma di egoismo cieco, e costoro riescono a perseguire i propri scopi prima che le conseguenze negative delle loro azioni si ritorcano contro loro stessi. A quel punto (ma può anche darsi che questo punto non arrivi mai, come accade al protagonista di Crimini e misfatti di Woody Allen) capiranno che il male fatto ad altri arriva anche, in modi e tempi spesso tortuosi, a chi lo ha compiuto, ma sarà troppo tardi e il danno sarà già fatto. 

Solo superata una certa soglia, superato un certo grado di libertà, pensiamo che si possano apprezzare e fare propri i discorsi che mostrano come il benessere del singolo sia collegato col benessere delle persone che sono intorno a lui e anche col benessere di tutta la comunità sociale, oggi sempre più globalizzata, in cui il singolo è inserito, e con il benessere della biosfera. Solo acquisito un certo grado di libertà è possibile “sentire” profondamente il legame che ci unisce alla società, allo stato, alla più ampia comunità politica a cui apparteniamo, alla specie umana e al grande insieme dei viventi su questo eccezionale pianeta che è la Terra. 

Ma quale sia questa soglia, questo grado di libertà, e come arrivarci, è ancora tutto da scoprire. Indubbiamente, però, la formazione (educazione e istruzione) gioca in questo campo un ruolo essenziale. 

Anche rispetto al tema politico, ipotizziamo vi sia una soglia media del libero arbitrio realizzato, sotto la quale un sistema democratico – nel quale probabilmente si raggiunge il massimo livello possibile di “libertà di fare” – non riesce a instaurarsi o non riesce più a funzionare nel caso si sia già instaurato. I cittadini di un sistema democratico devono avere sufficiente spirito critico sulle ragioni del proprio agire, e su quelle dell’agire altrui, per far funzionare il sistema stesso, altrimenti questo non si può instaurare o, se già instaurato, si trasformerà in regime totalitario, dittatoriale o autoritario. 

Un’ipotesi, tutta da approfondire e studiare, è che sia lo stesso grado di libero arbitrio realizzato in media a garantire sia l’orientamento morale verso il bene sia il funzionamento ottimale dei sistemi democratici. Quale sia poi questo grado, ammesso che esista, e come perseguirlo attraverso l’educazione e la formazione scolastica, è un problema la cui soluzione costituisce un compito affascinante e che sempre più si pone come importante e urgente nei nostri tempi di cambiamenti rapidissimi e travagliati.




NOTE


1 Riprendo qui alcune idee già proposte in un precedente lavoro (Napoleoni 2017), di cui il presente testo costituisce una sostanziale riscrittura, con tagli, aggiunte e modifiche sostanziali. Il presente testo intende sostituire il precedente che, purtroppo, insieme a qualcosa di buono conteneva una molteplicità di errori, confusioni, imprecisioni.


2 Una buona introduzione al dibattito contemporaneo, con ampi riferimenti anche storici, è De Caro 2004. L’autore propone anche una sua soluzione, che elabora a partire da G.H. von Wright, D. Davidson e J. Dupré. Per un breve riassunto della soluzione proposta da De Caro cfr. G. Napoleoni 2014, p. 605-606. Si veda anche, per un inquadramento della questione in contesti filosofici più ampi, De Caro 2008.


3 Si vedano D’Agostini 1997 e D’Agostini 2005.


4 Cfr. https://giulionapoleoni.blogspot.com/search?q=analitici+e+continentali+statale+milano, un post nel mio blog in cui ricostruisco la vicenda attraverso alcuni articoli di “Repubblica Milano”.


5 Si vedano principalmente il De libero arbitrio e il De gratia et libero arbitrio.


6 Si legga la celebre Oratio de hominis dignitate.


7 Non condivido le tesi metafisiche generali di Severino, ma il testo che ho preso qui in esame si colloca in una posizione particolare del suo percorso di ricerca e costruzione di un vasto “edificio metafisico”, edificio la cui austera maestosità spicca, come un isola su cui sia stato costruito un grattacielo, nel panorama della filosofia italiana contemporanea. Questo testo (Severino 1984) occupa una posizione particolare perché costituisce un discorso autonomo sia rispetto ai fondamenti del suo sistema sia rispetto agli sviluppi successivi del suo discorso principale. Nella sua autonomia, costituisce una gemma preziosa per la vastità dei riferimenti filosofici e per la profondità dell’analisi. Severino sostiene le tesi che ho qui riassunto partendo dalla Critica della ragion pura di Kant e applicando un suo “metodo fenomenologico” (che mi sembra, al di là della coincidenza terminologica, sensibilmente diverso dal metodo husserliano) che così definisce: “Il metodo di questa analisi [l’analisi fenomenologica] esige infatti, qualora sia autenticamente inteso, che siano affermati tutti quei contenuti che sono immediatamente presenti, e non già quei contenuti, di cui possono essere, anche immediatamente, convinte le varie forme di coscienza non filosofica. Il contenuto fenomenologico è tutto ciò che, nella coscienza filosofica (...), può essere posto come immediatamente presente; e non ciò di cui le varie forme di coscienza non filosofica possono essere immediatamente convinte”. (Severino 1984, p. 243)


8 Georg Henrik von Wright, nel testo Libertà e determinazione (von Wright 1984), propone accanto a una tesi concettuale (secondo la quale la libertà è concettualmente intrinseca al concetto stesso di azione, cha va distinto da quello di evento), anche una prospettiva basata sull’analisi empirica delle capacità dell’agente, confrontando il comportamento dello stesso agente in casi analoghi fra loro. Per una ricostruzione complessiva e sintetica delle tesi di von Wright in merito al libero arbitrio cfr. Napoleoni 2014.


9 Da questa idea ho tratto (a parte l’imbarazzante Napoleoni 2017 su cui cfr. nota 1) diversi anni fa un racconto filosofico, intitolato La macchina del libero arbitrio, pubblicato nell’ottobre 2008 sul mio blog (www.giulionapoleoni.blogspot.it). Unico altro luogo in cui esiste un esperimento mentale analogo, a mia conoscenza, è Rovelli 2015, che ne trae però conclusioni diverse dalle mie. 


10 Approfondisco questa nozione nella sezione 3.


11 Nell’Etica, Spinoza dà questa definizione della libertà: «Si dice libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e che è determinata ad agire soltanto da sé stessa; necessaria, o meglio, coatta, la cosa che è determinata da altro a esistere e a operare in una certa determinata maniera.». (Spinoza 1677, p. 788) Va notato che stando a questa definizione Spinoza può attribuire solo alla Sostanza (cioè la totalità dell’esistente, cioè “Dio”) una piena libertà, in quanto le singole cose, per quanto riescano ad autodeterminarsi, sono sempre inserite in una trama di relazioni con altre cose. Inoltre va rilevato che Spinoza rinuncia completamente, nel suo concetto di libertà, alla componente della contingenza, per motivi di coerenza complessiva del suo sistema. Bisogna anche aggiungere che in realtà Spinoza, per l’essere umano, costruisce un concetto di libertà connesso con la capacità di conoscere e riesce realmente a proporre un etica pur rinunciando al libero arbitrio. Fare luce su come riesca a farlo richiederebbe un discorso molto più lungo che una nota al piede.





Bibliografia 


A. Capizzi 1963 La difesa del libero arbitrio da Erasmo a Kant, La Nuova Italia, Firenze 1963

F. D’Agostini 1997         Analitici e continentali, Raffaello Cortina, Milano 1997

F. D’Agostini 2005         Nel chiuso di una stanza con la testa  in vacanza. Dieci lezioni sulla filosofia contemporanea, Carocci, Roma 2005

M. De Caro 2004 Il libero arbitrio. Una introduzione, Editori Laterza, Roma-Bari 2004

M. De Caro 2008 L’azione, Il Mulino, “Lessico della filosofia”, Bologna 2008

S.J. Gould 1990 La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia, trad. di Libero Sosio; ed. orig. Norton & Company, New York e Londono 1989)

G. Napoleoni 2014 G.H. von Wright, «APhEx», 9, Periodico On- line / ISSN 2036-9972, www.aphex.it 

G. Napoleoni 2017 Libero arbitrio: paradossi e nuove prospettive. L’esperimento mentale di centomila ripetizioni di una scelta, https://giulionapoleoni.blogspot.com/2018/03/libero-arbitrio-paradossi-e-nuove.html

G. Piana 1979         Elementi di una dottrina dell’esperienza, Il Saggiatore, Milano; edizione elettronica in Archivio Piana, 1998, http:// www.filosofia.unimi.it/piana/ 

C. Rovelli 2015 Libero arbitrio e determinismo, in «MicroMega», 2/2015, “Almanacco di filosofia” 

E. Severino 1984 Studi di filosofia della prassi, Adelphi, Milano.

B. Spinoza 1677 Etica, in Spinoza, Opere, Arnoldo Mondadori Editore, “I Meridiani”, 2007 

G. H. von Wright 1984 Libertà e determinazione, a cura di R. Simili, Pratiche Editrice, Parma 1984, trad. it di Freedom and Determination (ed. orig. 1980).


2 gennaio 2023

CREEP dei Radiohead. Testo, Analisi del significato, Commento. Cover per finire











TESTO
Riprendo (con leggere modifiche) testo e traduzione dal sito www.idioteque.it


CREEP                                            SFIGATO

When you were here before            Prima eri qui
Couldn’t look you in the eye          Non riuscivo nemmeno a guardarti negli occhi
You’re just like an angel                 Sei come un angelo
Your skin makes me cry                 La tua pelle mi fa venir da piangere
You float like a feather                   Volteggi come una piuma
In a beautiful world                        In un mondo bellissimo
I wish I was special                        Avrei voluto essere speciale
You’re so fuckin’ special                Sei così dannatamente speciale

But I’m a creep                                Ma sono uno sfigato /un verme
I’m a weirdo                                    Sono uno strambo /uno sbandato
What the hell am I doing here?       Che diavolo ci faccio qui?
I don’t belong here                          Questo posto non fa per me

I don’t care if it hurts                       Non m’importa se fa male
I want to have control                      Ma voglio avere il controllo
I want a perfect body                       Voglio un corpo perfetto
I want a perfect soul                        Voglio un’anima perfetta
I want you to notice                         Voglio che tu te ne accorga
When I’m not around                       Quando non ci sono
You’re so fuckin’ special                  Sei così dannatamente speciale
I wish I was special                         Avrei voluto essere speciale

But I’m a creep                                Ma sono uno sfigato/ un verme
I’m a weirdo                                    Sono uno strambo/uno sbandato
What the hell am I doing here?       Che diavolo ci faccio qui?
I don’t belong here                          Questo posto non fa per me

She’s running out again                   Lei sta scappando ancora
She’s running out                             Sta scappando via
She run, run, run run                        Lei corre, corre, corre, corre
Run                                                   Corre

Whatever makes you happy             Qualunque cosa ti renda felice
Whatever you want                          Qualunque cosa tu voglia
You’re so fuckin’ special                  Sei così dannatamente speciale
I wish I was special                          Avrei voluto essere speciale

But I’m a creep                                Ma sono uno sfigato /un verme
I’m a weirdo                                    Sono uno strambo /uno sbandato
What the hell am I doing here?       Che diavolo ci faccio qui?
I don’t belong here                          Questo posto non fa per me
I don’t belong here.                         Questo posto non fa per me


SIGNIFICATO STROFA PER STROFA

(la musica parte calma) Il protagonista è rimasto folgorato dalla visione di una ragazza incredibilmente bella. Era così impressionato da lei che non riusciva neanche a guardala negli occhi; era commosso dalla sua bellezza.  Poi la descrive in termini sublimi, come un essere appartenente a un al di là meraviglioso e irraggiungibile. Nel penultimo verso della prima strofa il soggetto narrante inizia a parlare di sé, della propria aspirazione a essere speciale come lei. Ma lei è troppo speciale (qui la musica inizia a infrangere la calma iniziale: due zampate sferzanti di chitarra elettrica preannunciano un climax di tensione)

(la musica esplode e la voce del cantante si alza drammatica) Il soggetto narrante si abbandona a una serie di auto-giudizi estremamente negativi e squalificanti, sente di essere completamente fuori posto, in quel contesto dove è apparsa lei: lui rispetto a lei si sente un nulla, una piccola cosa strisciante e inadatta.

(la musica ritorna calma) Nella terza strofa si cambia improvvisamente registro perché il protagonista esprime le sue aspirazioni: sprezzante di ogni sacrificio, che comporterebbe raggiungere quelle vette, esprime volizioni di totale auto-controllo, padronanza totale di sé, vuole un corpo e un'anima perfetti, vuole essere perfetto, in modo che lei lo noti e inizi a desiderare la sua presenza...  ma nelle ultime due strofe riemerge lo iato tra lei e lui, e come lui si sente realmente (la musica inizia ad impennarsi di nuovo)

il soggetto ripiomba nell'auto-giudizio sprezzante, nell'autosvalutazione e nel sentirsi estrano al contesto (la musica riesplode)

nella quinta strofa si ha l'apice della drammaticità (la voce del cantante urla, grida il suo dolore negli acuti): lei non solo non gli si è avvicinata come lui avrebbe sperato, ma scappa via, scappa lontano, quasi che fosse stata orripilata dal vederlo...

(la musica torna calma) il soggetto, ormai rassegnato, continua rivolgersi a lei come se lei lo sentisse, chiedendole/chiedendosi cosa avrebbe potuto lei desiderare, cosa avrebbe potuto renderla felice ed evitare che scappasse via.

alla fine (la musica è da ultimo calma nell'accompagnare le stesse parole che prima corrispondevano a un climax emotivo) il soggetto si rassegna nel suo giudicarsi un perdente, uno sbandato e ribadisce infine due volte di sentirsi fuori posto, inadeguato, non all'altezza del contesto.

COMMENTO

Il tema secondo me centrale è il danno che può fare a una persona l'aspirazione alla perfezione, in questo caso innescato dalla visione di una persona bellissima e dal desiderio di essere alla sua altezza. L'auto-giudizio di totale svalutazione, il ritenersi un nulla, presuppone proprio questo desiderio di perfezione che viene espresso in maniera chiara nella terza strofa.
Chi può avere il controllo totale sul proprio corpo e sulla propria mente?
Chi può avere un corpo veramente perfetto?
Chi può avere una mente perfetta?
L'aspirazione, anche molto diffusa, è quella di voler essere COME DIO.
Ma noi siamo esseri umani, strutturalmente e inevitabilmente imperfetti.



COVER

Per finire, qualche cover di qualità:


















22 novembre 2022

Scarlatti, Sonata K 232: invito all'ascolto

 




È da un po' di tempo che ascolto, mentre vado in macchina, le sonate di Domenico Scarlatti, nella versione di Scott Ross.
Ross le ha incise integralmente, dalla prima all'ultima (sono 555 in totale!), e avendo io caricato la sua incisione integrale su una chiavetta che ho inserito nella presa usb dell'auto, piano piano me le sto ascoltando tutte (nell'ordine del catalogo K - dal nome del musicologo e clavicembalista Ralph Kirkpatrick).
Normalmente uno non si mette lì ad ascoltarle tutte, dalla prima all'ultima, ci vorrebbe troppo tempo (ci vorrebbero circa 36 ore... !!!) Ma in questo modo, piano piano... Ora, io amo tantissimo Scarlatti, ma devo ammettere che non sono tutte allo stesso livello; ce ne sono alcune più ordinarie , alcune addirittura possono risultare un po' ripetitive, ma ogni tanto emergono dei pezzi di una bellezza sconcertante.
Ogni tanto, quindi, mentre guido ce n'è qualcuna che mi colpisce particolarmente, ma purtroppo non ho avuto l'accortezza di segnarmi via via il numero di quelle più belle o più strane, o più elettrizzanti (e via dicendo). Una volta voglio provare, per avventura, a fare un'ascolto sistematico e poi stilare un elenco delle mie preferite.

Oggi però ne ho pescata una veramente particolare... la K 232. È complessa pur essendo sostanzialmente un contrappunto a sole due voci, ma queste due voci si contrappuntano in modi singolarissimi, per scale cromatiche ascendenti o discendenti, a volte procedenti in parallelo, a volte in direzioni opposte, e c'è uno sviluppo interno che porta a delle sezioni di grande maestosità, direi quasi solennità, sezioni però sulle quali Scarlatti non vuole soffermarsi troppo, riavvolgendole poi in un ulteriore sviluppo contrappuntistico... non saprei per ora descriverla meglio ma ne raccomando l'ascolto per tutti gli appassionati di musica barocca in genere, ma anche semplicemente per chi vuole trarre piacere dalla fruizione di un oggetto poliedrico, cromatico, dinamico, nel quale la drammaticità si unisce alla giocosità.
Navigando in rete ho poi scoperto anche uno scritto sulle sonate di Scarlatti, che per ora ho solo scorso velocemente ma che mi sembra molto molto intrigante: Carlo Grante, Domenico Scarlatti e la sospensione del tempo.





Per chi volesse capire meglio la struttura di questa sonata, è disponibile anche su YouTube la stessa versione di Scott Ross (secondo me la migliore interpretazione), con lo spartito visualizzatile mentre si ascolta, grazie al meritorio canale creato da Miguel Fontes Meira:







19 novembre 2022

Quanto vale il ricordare, nello studio?

 



Apri la mente a quel ch'io ti paleso 

e fermalvi entro; ché non fa scienza,

sanza lo ritenere, avere inteso.

(Dante, Paradiso, Canto V, vv. 40-42)


È proprio vero che la memorizzazione sia una componente indispensabile nello studio delle discipline scolastiche?

Innanzitutto contestualizziamo la domanda: penso alle scuole superiori, in particolare al liceo scientifico e al liceo classico, perché è il livello di istruzione nel quale lavoro. Mi pongo la domanda come docente che riflette sul metodo di studio, cercando di mettersi nei panni degli studenti (ho avuto anche l’avventura di tenere un “corso sul metodo di studio” – a.s. 2021-2022, presso il Liceo “Salvador Allende” di Milano, rivolto agli studenti che stavano per iniziare il terzo anno). 

Voglio fare una considerazione preliminare, importante per lo sviluppo del discorso, sulla particolare difficoltà che – a mio avviso, ma credo sia abbastanza facilmente condivisibile – gli studenti delle scuole superiori si trovano a dover affrontare, sia rispetto alle scuole elementari e medie, sia rispetto allo studio universitario. Le superiori sono il livello di apprendimento nel quale è richiesto il massimo sforzo di approfondimento nell’ambito di uno studio generale, ancora non specializzato. Tipicamente, uno studente del liceo deve arrivare a capire, saper utilizzare, “tenere sotto controllo” contemporaneamente, discipline estremamente eterogenee fra di loro; uno sforzo che poi, normalmente, non è richiesto a nessun adulto. Quanti adulti sono in grado di sapere (a un discreto livello di approfondimento, certo non paragonabile a chi si specializza poi in una certa disciplina), contemporaneamente, la matematica, la storia, il latino, la chimica, la biologia, la fisica, la letteratura italiana, la storia dell’arte...? Eppure questo accade, tutte le volte che uno studente del liceo arriva con successo in fondo al percorso. Quindi si può, ma richiede uno sforzo veramente speciale. Poi, da adulti, di questo sforzo rimane traccia. (Alcuni dicono: la vera cultura generale è quello che rimane quando ci siamo scordati tutto... è un’estremizzazione, ma c'è qualcosa di vero.) Magari non ricorderemo più nel dettaglio alcuni contenuti o alcune procedure, ma sapremo almeno orientarci, sapremo come ricercare le informazioni che ci servono, come impostare la risoluzione di un problema, sapremo come inquadrare una certa questione.

Torniamo alla domanda di partenza. 

Molto semplicemente potremmo dire: SAI un argomento, un contenuto disciplinare, se sei in grado di richiamarlo alla mente ed “esporlo”, o “usarlo” per risolvere un problema o applicarlo in un contesto diverso da quello in cui l’hai studiato. Se non ricordi nulla di quell’argomento non puoi né parlarne, né tanto meno usarlo, applicarlo.

Quindi la questione sembrerebbe chiusa qui. Qual è il problema?

Il problema è che si può generare l’equivoco che il ricordare sia lo scopo primario dell’apprendere, e si tenti la scorciatoia dell’imparare a memoria senza aver capito: grave errore, piuttosto diffuso negli studenti. Compito del docente dovrebbe essere anche quello di mettere sempre alla prova la comprensione, al di là del sentirsi ripetere i contenuti (ci sono materie in cui questo avviene necessariamente, là dove si pongono problemi, esercizi, traduzioni ecc., ma altre in cui non è così automatico e ci può essere la tentazione, per la fretta, di “scivolare via” sull’aspetto della comprensione).

Ma allora, per evitare l’equivoco, perché non accontentarsi del fatto che abbia “inteso”, che abbia capito?

Perché Dante scrive non fa scienza, sanza lo ritenere... ?

Estremizzando: oggi la rete e gli smartphone, se bene utilizzati, ci consentono di recuperare velocemente informazioni. Perché allora, ci si potrebbe chiedere, nelle scuole superiori dobbiamo fare un grande sforzo per acquisire stabilmente tante conoscenze diverse?

Cesare Cornoldi, Rossana De Beni e Gruppo MT scrivono: «Il gruppo MT, come forse non a tutti noto, è nato nel 1976 dall'idea di uno di noi (Cesare Cornoldi) di poter utilizzare i risultati della ricerca psicologica contemporanea sull’apprendimento per mettere a punto materiali utili al mondo della scuola. La sigla MT vuole ricordare che un apprendimento non è realmente significativo se non è in grado di mantenersi nel tempo (Memoria) e di applicarsi a nuovi contesti (Transfer)» (Imparare a studiare. Strategie, stili cognitivi, metacognizione e atteggiamenti nello studio, Erickson, Trento 2015, pag. 8)

Il mantenersi nel tempo di una solida cultura di base, come quella che si acquisisce nei licei, è in effetti un bagaglio fondamentale nella formazione di un cittadino consapevole, che sappia avere uno sguardo critico sulla realtà che lo circonda e sulla grande massa di comunicazioni e informazioni che gli arrivano quotidianamente.

L’esempio più facile è questo: con una buona cultura di base, che permane nel tempo, dovremmo tutti essere in grado di leggere un editoriale di un quotidiano e capire quello che stiamo leggendo senza dover continuamente andare a consultare Google (rischiando di prendere per vere cose che magari sono mezze vere o addirittura false, e poi, nel migliore dei casi, come nelle scatole cinesi, per capire quello che trovo  devo andare a cercare altre cose che non so ecc. ecc.). Leggo un articolo di un commento a un fatto di attualità: l’articolo fa dei riferimenti storici (magari cita una data senza dire il fatto storico, per esempio il 28 ottobre, o l’8 settembre... oddio, non ricordo, cosa sarà? Magari guardo in Google e scopro che il 28 ottobre è la marcia su Roma, ma se poi non conosco quell’evento storico devo andare a vedere e scopro altre cose che non so... ), o geografici, o scientifici (magari riporta l’argomentazione di un politico che dice «l’energia non si può stoccare» per sostenere che le rinnovabili non sono la soluzione e mi viene il dubbio: avrà ragione?... ) e io sono in grado di inquadrare subito, cogliere il senso del discorso, quindi valutare e farmi un’opinione.

Lo studio al liceo (che sia lo scientifico o il classico) è inoltre l’ultima occasione che abbiamo per familiarizzarci ed entrare nel merito di discipline sia scientifiche sia umanistiche, quindi ci dà quell’apertura mentale indispensabile da conservare quando poi ci specializzeremo in campo o nell’altro. Il motivo dell’importanza di questa apertura mentale sarebbe un discorso lungo, ma semplificando molto, potrei dire: per evitare di diventare uomini che guardano solo ai fatti, senza capire i valori, o che guardano solo ai valori, senza capire i fatti.

Il punto su cui si rischia di equivocare, nel mondo della scuola, è però che il “mantenersi nel tempo” dovrebbe essere frutto di uno studio ben fatto, nel quale capisco il senso di ciò che sto studiando, capisco quindi perché è importante sapere quella cosa, e mi sforzo di comprenderla a fondo. Se questo avviene, lo sforzo di memorizzazione – il “ripetere” a libro chiuso, senza consultare gli appunti, né gli schemi, i riassunti o le mappe concettuali che ci siamo fatti, sforzandosi inoltre di usare parafrasi, “parole proprie”, là dove si può, senza tradire il lessico specifico della disciplina – è legato solo al problema che devo studiare, quasi sempre, in fretta e devo farlo contemporaneamente su più fronti, su più discipline anche molto diverse fra loro. (Attenzione, quando dico “in fretta” non mi riferisco a quegli studenti che pretendono di iniziare a studiare cinquanta pagine il giorno prima dell’interrogazione – operazione destinata al fallimento sicuro –, mi riferisco proprio agli studenti bene organizzati, che comunque, anche studiando tutti i giorni e sforzandosi di “star dietro” alle spiegazioni in classe, hanno un tempo limitato da dedicare a ciascuna “porzione” di disciplina.)

È chiaro che se lo studente avesse tutto il tempo per fare uno studio rilassato, nel quale possa avvenire lo sforzo di comprendere alla perfezione ogni cosa, sia globalmente sia nel dettaglio, e avesse il tempo di poterci anche riflettere sopra con calma, approfondire, facendo entrare quel contenuto nel “giro dei suoi pensieri”, associandolo con altri “pezzi” del suo sapere (o delle sue esperienze) che aveva già acquisito precedentemente, provare a usarlo per capire altre cose e vedere che funziona, o riuscire tramite quel contenuto a rispondere a domande su altro o risolvere problemi... allora quel contenuto si manterrebbe “naturalmente” nel tempo, il ricordare sarebbe un frutto spontaneo.

In ogni caso, anche con la normale fretta scolastica, lo sforzo di comprensione e di rielaborazione-riflessione è essenziale e già di per sé fornisce la base della permanenza nel tempo di quanto appreso.

Naturalmente ci sono anche cose che vanno imparate a memoria in senso puro, in certe fasi di apprendimento e in certo tipo di discipline (per esempio liste di vocaboli, o verbi irregolari se sto imparando una lingua...), allora lì serve la pura ripetizione, o, ancora meglio, l’uso di qualche mnemotecnica... ma questo è un discorso diverso.

In conclusione, quindi, per usare le parole di Dante, lo ritenere, è l’effetto naturale di un avere inteso con la mente aperta e fermandosi – quel “fermalvi entro” è fondamentale!!! – (rielaborando, riflettendo, ponendosi domande e provando infine a “ripetere” senza supporti) su ciò che si è inteso (compreso in sé e nel suo senso rispetto al resto delle cose da sapere e rispetto alla realtà). Oserei quasi formulare questa “legge”: la necessità di uno specifico sforzo di memorizzazione (il famoso ripetere) è inversamente proporzionale allo sforzo di comprensione e rielaborazione.  

23 ottobre 2022

Invito all’ascolto : Max Richter, WHISPERS

 







Energia guizzante, vitalità prorompente…. Consiglio l’ascolto di questo brano (ma ce ne sono infiniti altri!) come strumento per superare le tristezze, le debolezze, le solitudini che possono mettere a rischio il nostro equilibrio. L’arte: grande consolatrice immediata, “pronto sollievo”. Filosofia e scienza possono fare altrettanto, ma richiedono molto più tempo e mediazione intellettuale.

20 ottobre 2022

Capire fatti cogliendone il valore – Comprendere valori esaminando i fatti su cui si fondano

 





Tempo fa mi interrogavo se l'atteggiamento migliore nel rapportarsi con gli altri fosse quello dello spiegare-comprendere o quello del valutare-giudicare. Dietro a questi due atteggiamenti ci sono due visioni diverse della natura umana: 

La questione aperta, ancora molto controversa, è se l'agire umano sia prevalentemente mosso da forze, pulsioni, meccanismi inconsapevoli oppure da ragioni, argomenti, scopi consapevoli. 

Se è mosso da forze allora devo spiegare e comprendere

Se è mosso da ragioni allora posso valutare e giudicare

Ma forse occorre superare questa dicotomia, e accettare l'idea che l'essere umano sia determinato da entrambe le componenti, in un impasto variabile a seconda degli individui e a seconda delle occasioni e delle circostanze in cui questi si trovano ad operare. 

Nel superamento di questa dicotomia sta anche il superamento della dicotomia (di origine humeana) tra fatti (forze, impulsi, meccanismi) e valori (ragioni, obiettivi, argomentazioni consapevoli)

Nelle riflessioni che avevo fatto al fine di lanciare il progetto della costruzione collettiva di un nuovo sistema filosofico, avevo pensato che la divisione tra cognitivisti etici e anti-cognitivisti etici potesse essere superata, trascesa in un punto di vista comune, che entrambe le posizioni condividono, che avevo chiamato  "meta-cognitivismo etico.  ((Scrivevo così:

Il nesso fondamentale che proponiamo, come ossatura del sistema, è esprimibile,

in forma estremamente sintetica, come nesso fra posizioni sull’essere

(conoscenze/interpretazioni su come stanno le cose) e posizioni sul bene

(orientamenti per l’agire). (...)  Si tratta (...)  di una versione del cosiddetto

“cognitivismo etico”.  (...) Chi condivide il cognitivismo etico ritiene che le

proposizioni normative o i giudizi etici abbiano un fondamento in ultima analisi

nei fatti, e possano quindi essere trattate come affermazioni conoscitive, oggettive,

cioè possano essere valutate come vere o false. Chi non condivide il cognitivismo

etico ritiene che le proposizioni normative, etiche, non possano essere vere o false,

ma siano solamente espressioni più raffinate per esprimere desideri o emozioni

di qualche soggetto più o meno individuale. È questo uno dei punti critici

maggiormente divisivi nel dibattito attuale, un vero nodo della filosofia

contemporanea sul quale sembra impossibile trovare una posizione comune.

A questo proposito, però, suggeriamo una mossa teorica di aggiramento

provvisorio del problema, che possa servire almeno da contenitore per una

discussione in sede di eventuale revisione della struttura del programma.

Facciamo due esempi:

1) una posizione anti-cognitivista che neghi l’importanza delle ragioni, e quindi

delle conoscenze, come motivazioni dell’agire umano (perché per esempio

ritiene molto più determinanti le pulsioni, o le emozioni, come motivazioni del

comportamento) (...) dovrà comunque esibire la

propria concezione della natura umana e presentarne le conseguenze sul piano

etico.

2) una posizione anti-cognitivista che sia tale perché sostenga che il mondo

non ha struttura, in altri termini una posizione che tragga da un convenzionalismo

in sede metafisica conseguenze etiche (valorizzando l’importanza e l’inevitabilità

del pluralismo delle concezioni etico-politiche, e la necessità di praticare singoli

accordi mirati partendo da concezioni anche incompatibili), è pur sempre una

posizione che trae da tesi sull’essere tesi sul bene.

Resta quindi in sostanza valida, al di là della contrapposizione fra

cognitivismo e anti-cognitivismo, l’idea di una coerenza complessiva del sistema,

nel quale le diverse parti che lo compongono – sostanzialmente logica-epistemologia /

metafisica-scienza / etica-politica – devono essere collegate fra di loro. Si può dire allora

che nell’idea di sistema è presupposto un meta-cognitivismo etico sulla cui base si può

discutere anche partendo da posizioni molto diverse.

Il sistema che esemplifica meglio il nesso tra metafisica ed etica è, a mio

avviso, quello di Spinoza."))

Ma Spinoza non è un negatore del libero arbitrio? Come può trarre conseguenze etiche dalla sua visione metafisica? In realtà Spinoza giunge a (o presuppone!) una completa valorizzazione dell'esistente: non si può non amare la totalità dell'essere, per Spinoza.

In questa prospettiva, tornando all'idea di un superamento della dicotomia fra spiegare-comprendere e valutare-giudicare, occorre imparare sempre più a trarre valori dai fatti e a condividere valori riportandoli a fatti.

Detto in altri termini, riuscire ad appassionarsi per la conoscenza e per gli insegnamenti pratici e orientativi che la conoscenza ci può dare, da un lato, e riuscire a entrare in contatto con visioni e valutazioni (qui penso anche alle opere d'arte, non solo alle culture, ma anche naturalmente alle visioni che gli individui costruiscono inevitabilmente, anche tacitamente) anche molto diverse dalle nostre cercando di capirne la radici nei fatti che le hanno prodotte.

Siamo tutti interconnessi, come esseri umani, ma siamo anche connessi all'universo in quanto siamo fatti della stessa pasta e riusciamo a coglierne, almeno in parte, la struttura (o la mancanza di struttura, che è comunque, se c'è questa mancanza, un dato strutturale!). 

La eventuale mancanza di senso sarebbe comunque un senso, se dovesse riguardare la totalità delle cose, sarebbe la caratteristica delle cose: se TUTTO è disordinato, allora il disordine diventa una forma di ordine, se non altro perché è coerentemente presente dappertutto!

La filosofia è amore per la conoscenza. L'aspetto passionale della filosofia ci dice anche che i filosofi non si accontentano di conoscere qualcosa, ma vorrebbero conoscere TUTTO, sono interessati a tutto, si pongono domande su ogni cosa, e non si fermano alla pura conoscenza dei fatti, ma vogliono trarre anche da questa degli orientamenti per l'agire, dei principi e dei valori che siano in grado di fondare scelte sia individuali sia collettive. L'interesse per la generalità, lo sguardo ampio, aperto verso la totalità, e l'interesse per i fondamenti, cioè per il radicamento dei valori nei fatti, ci spiega anche perché la filosofia ruoti intorno ai tre concetti fondamentali dell'essere, della verità e del bene. Una filosofia esprime la sua massima potenza quando riesce a tenere insieme, saldamente uniti, questi tre concetti. La riflessione sulla verità come base logico-epistemologica, e il nesso fra essere – metafisica (scienze) – e bene – visione etico-politica – sono gli aspetti più forti della filosofia