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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1994

Le note infinite e l'immagine del mondo




Un giorno, in una famosa casa editrice londinese, arrivò misteriosamente un testo alquanto singolare.
Non era chiaro come fosse arrivato negli uffici, e in particolare nella stanza di Klaustenbor, uno dei più quotati lettori in quel momento operanti sul continente: la carta nella quale era impacchettato era immacolata, senza alcuna traccia di timbro o francobollo, quindi non poteva essere arrivato per posta, come in genere arrivavano in casa editrice tutti i testi aspiranti ad una pubblicazione. Ma anche l'ipotesi che fosse stato recapitato a mano dall'autore o da persona incaricata era da scartare, perché tutti i testi proposti direttamente da privati cittadini che fisicamente entravano nel palazzo venivano regolarmente protocollati con un'etichetta sulla quale la portineria indicava giorno, ora e nome della persona, alla quale oltretutto, per motivi di sicurezza, veniva chiesto un documento d'identità, il cui numero veniva annotato sempre accanto al nome.
Restava la possibilità che qualcuno di interno alla casa editrice l'avesse consegnato direttamente a Klaustenbor, ma nemmeno questo era accaduto. Klaustenbor era quindi molto perplesso, mentre rigirava tra le mani il pacchetto bianco e liscio. Un bianco di un candore quasi accecante e una liscezza che metteva quasi i brividi: più che carta sembrava un sottilissimo strato di diamante.
Una volta aperto l'involucro la prima sorpresa fu che il testo (tutto costituito di pagine della stessa carta-diamante dell'involucro, con impressa una scrittura nerissima, un nero profondo che contrastava violentemente col bianco luccicante della carta) era scritto in caratteri non latini. Dopo una breve ricerca in internet Klaustenbor appurò trattarsi di sanscrito. Che senso ha, si chiedeva mentre sfogliava con curiosità le pagine, che un autore indiano mandi qui un testo non in inglese?
Un'altra cosa molto strana era questa: ogni pagina era per metà composta in caretteri di media grandezza e per l'altra metà, quella inferiore, si componeva di fasce, separate da uno spazio, con caratteri progressivamente sempre più piccoli. Anche lo spazio tra una fascia e l'altra era progressivamente sempre minore. La parte più bassa di ogni pagina era scritta in caratteri così piccoli che a occhio nudo si faceva fatica a distinguerli, e terminava con una zona completamente nera.
Klaustenbor si fece prestare una lente di ingrandimento facendo una breve incursione nel reparto dei grafici ed esaminò diverse pagine puntando la lente sulla parte nera.
Con grande sorpresa scoprì che in realtà la parte superiore della zona nera era composta sempre di scrittura, sempre divisa in fasce con caratteri sempre più piccoli.
A quel punto cominciò a riflettere, fino a che ebbe un'intuizione: note al piede! La prima fascia in corpo minore erano evidentemente note al piede del testo principale, la seconda fascia erano note alle note soprastanti e così via. Livelli di notazione sempre più remoti rispetto al testo principale ma... fino a dove? Anche con la lente, a un certo punto non si riusciva più a distinguere e si vedeva solo nero, ma Klaustenbor aveva un sospetto, e volle subito togliersi la curiosità. Telefonò a un suo amico biologo e gli chiese se fosse possibile esaminare il testo con un microscopio elettronico.
L'incontro fu combinato e di lì a qualche giorno i due amici si incontrarono nel laboratorio del biologo. Il microscopio venne puntato sulla zona più bassa di una delle pagine, là dove il nero era apparentemente compatto. Osservò dapprima l'amico, e trasalì. "Guarda tu stesso" gli disse, e Klaustenbor guardò. Quello che vide fu un testo con caratteri medi, note al piede in corpo minore, note alle note eccetera, solo che l'immagine era frutto di 10.000 ingrandimenti!
Da ulteriori indagini risultò che le note sempre più piccole continuavano a essere composte di caratteri in sanscrito a dimensioni paragonabili a quelle di una cellula!
A quel punto il libro divenne oggetto di approfondite ricerche scientifiche. Una commissione lo studiava dal punto di vista fisico e un'altra commissione fu messa al lavoro per produrre una traduzione del testo principale e del primo livello di note.
I risultati furono i seguenti: incredibilmente i caratteri rimanevano leggibili perfettamente anche a livello atomico, ovvero la "carta" e "l'inchiostro" di cui era composto il volume non erano assolutamente composti della stessa materia di cui era composto il mondo noto all'umanità, era una materia evidentemente diversa, non scomponibile in particelle se non, forse, a livelli così minimi da rimanere del tutto insondabile per la strumentazione scientifica disponibile in quel momento sulla Terra. L'ipotesi più accreditata fu, a un certo punto, che i livelli di notazione fossero infiniti. Anche a livello di maggiore ingrandimento possibile, infatti, restava sempre una zona nera in basso dove si poteva presumere fossero presenti ulteriori livelli di testo.
La commissione che si occupava della traduzione era in grandi difficoltà. Il testo, pur essendo composto in sanscrito classico, comprendeva molti termini sconosciuti, il cui significato era chiarito in nota, ma con frasi a loro volta ricche di termini ignoti spiegati in nota e così via. Dopo un periodo di intenso lavoro, durato mesi, i media diedero notizia di una prima traduzione in inglese, piena di lacune, il cui senso generale era però tracciabile in prima approssimazione e riguardava le leggi fondamentali dell'universo. Il titolo era "Teoria dell'Intero". In pratica era un testo scientifico, simile a quello che avrebbe potuto essere un trattato di fisica, ma con leggi completamente nuove il cui senso profondo risultava in gran parte oscuro.

Dopo molti anni, nei quali tutta la comunità scientifica mondiale e il mondo accademico in generale vennero monopolizzati dalla questione di leggere e interpretare il testo fino a dove era possibile decifrarlo, uno scienziato, basandosi su quanto veniva affermato in una pagina, fece una scoperta sensazionale che consentì la costruzione di un nuovo modello di telescopio spazio-temporale grandangolare ad anti-materia. Questo telescopio avrebbe dovuto essere in grado di scattare immagini della forma generale dell'universo. La prima immagine scattata fu quella che vedete riprodotta all'inizio di questo racconto, e come è possibile constatare non era una forma "compiuta": la forma sembrava continuare oltre i bordi dell'immagine, ma l'immagine servì ugualmente all'umanità per farsi un'idea della reale grandezza dell'universo. L'universo conosciuto fino a quel momento, con il suo big bang e le sue galassie in espansione, corrispondeva a uno dei "cornini" azzurri visibili nella parte superiore dell'immagine. Tutto il resto era universo ancora mai visto prima!

La "Teoria dell'Intero" continuò a far progredire la conoscenza scientifica, pur restando in gran parte illeggibile o incomprensibile. L'immagine completa del mondo, come ben sapete, non è ancora disponibile e non sappiamo quanto dovremo attendere prima di poterla osservare, pieni di stupore e ammirazione.



L'mmagine è di Cory Ench
l'immagine attuale dell'universo

3 commenti:

Anonimo ha detto...

stupendo!

Giulio Napoleoni ha detto...

Grazie!

Fabio Canestrari ha detto...

Molto interessante