25 giugno 2016

La filosofia: prese di posizione e aspirazioni all'oggettività. Lettera aperta a Franca D'Agostini







Rispondo alla lettera metafilosofica sull'idea di "filosofia come scienza" di Franca D'Agostini, sviluppando il suo discorso verso una caratterizzazione della filosofia come ricerca tesa fra l'aspirazione alla conoscenza oggettiva e la necessità di "prendere posizione" fra opzioni teoriche alternative.


Cara Franca,

sono io che ringrazio te, che trovi il tempo di scrivermi.
   Ritengo che se il tuo pensiero metafilosofico fosse stato maggiormente ascoltato e seguito le sorti della filosofia sarebbero state migliori. Nel chiuso è un libro che ho amato profondamente e l’importanza del tuo lavoro credo stia proprio negli sforzi che hai fatto, e continui a fare, per rendere la filosofia una scienza. Volendo fare un paragone illustre mi viene in mente Kant, che nello sforzo di rendere scientifica la metafisica ha scritto quel capolavoro che è la Critica della ragion pura.
    Tuttavia vorrei sollecitarti ancora con qualche riflessione ulteriore, prima commentando punto per punto la tua lettera, poi chiudendo con una sintesi del mio pensiero sulla questione del rapporto tra filosofia e scienza.

1. In effetti non vi sono dubbi sul fatto che la filosofia sia ‘scienza’ nel senso preliminare da te indicato. Ma quanto può servire ricordarlo? Nello stesso senso, infatti, sono scienze anche l’architettura, la musica… attività che normalmente si classificano fra le arti, in discorsi dove ‘arte’ e ‘scienza’ hanno significati più precisi.
    Noto però che questa caratterizzazione della filosofia come materia di studio e ricerca viene sottilmente ripresa più avanti, in 6.a (mescolata con una tesi più forte sull’essere la filosofia una scienza normale) e in 9. (ma anche qui un po’ confusa con la tesi più forte: in 9 parli anche della filosofia come scienza-studio…).
    È vero però che questa definizione serve come base per poter fare la distinzione importante che fai dopo, in 6.b-11., tra filosofia come studio-ricerca e filosofia come fatto antropologico.

2. La definizione che dai di ‘scienza’ in senso più specifico la correggerei leggermente. Focalizzare il tema dell’oggettività sull’aspetto della valutazione di tesi e teorie non ci aiuta, credo, perché non chiarisce la differenza tra scienza e arte: anche in arte le opere e le performance sono valutabili con una certa oggettività. Direi quindi piuttosto che la scienza è una conoscenza che tende all’oggettività, nel senso che tende alla verità e giustifica le sue tesi/teorie, e facendo ciò produce intorno a sé un accordo intersoggettivo. L’arte invece non tende di per sé all’oggettività, anzi direi che tende a valorizzare la soggettività (è una sorta di tacita norma, nel campo della produzione artistica – almeno a partire dal Rinascimento – che ciascun autore debba sforzarsi di esprimere la propria, originale, visione del mondo, basando quindi sulla propria individualità le scelte estetiche) ma viene poi valutata oggettivamente (per esempio nessuno, oggi, potrebbe ragionevolmente sostenere che la musica di Bach è priva di valore).
    Sulla base della tua definizione più specifica di scienza, dici poi: “In questo senso, la F forse non è una ‘scienza’ ma sarebbe augurabile che lo fosse”. Su questo, togliendo il ‘forse’, sono pienamente d’accordo e cercherò di sostenerlo con argomenti nella parte conclusiva. Ma questo è contraddetto da quanto dici più avanti, in particolare nel punto 6.a, (“credo che la F sia una scienza abbastanza ‘normale’ … non meno caratterizzata di altre scienze soft”). Riconosci poi (punto 7) in T. Williamson il difensore di tale tesi e rimandi al suo libro per quanto riguarda gli argomenti necessari a sostenere questa tesi sulla filosofia come scienza normale. Poco dopo (ancora 7.) torni invece alla tesi del punto 2., allontanandoti da 6.a, quando parli di “mancata normalizzazione della filosofia”.
    Insomma, mi pare ci sia nella tua posizione una certa oscillazione: a volte parli di filosofia=scienza come un qualcosa che è già o è di per sé, per essenza, per costituzione, a volte parli di filosofia=scienza come ciò che dovrebbe essere, come un qualcosa che non si è ancora realizzato. Io propendo nettamente per la seconda alternativa. E il motivo principale di questa mia propensione (ma credo di non essere il solo, anzi mi pare che sia la posizione più diffusa…)  è che la filosofia non ha mai raggiunto e non raggiunge, nelle sue parti più caratteristiche, l’accordo intersoggettivo.

3. Qui concordo con te, solo che chiarirei in questo modo: il fatto che arte, scienza, filosofia siano intersecate presuppone la loro distinzione. Dire che non sono sfere separate non va equivocato come se volesse dire che sono una cosa sola, un’unica sfera. Sono sfere distinte ma intersecate. Con questo chiarimento, però, la tua tesi 6.(a) è di nuovo smentita. Tu stessa sembri in parte smentirla quando dici “Che arte scienza e F si riferiscano ad attività metodologicamente diverse è ovvio…”.

4.-5. Qui critichi le posizioni di Casati, e non mi interessa entrare nel merito di queste critiche. L’unica cosa che non mi convince è quando interpreti ‘arte’ come “attività non normale, in quanto non soggetta a norme di alcun genere”. Credo che vi siano molte norme nel campo sia della produzione sia della fruizione artistica, e penso che il senso in cui Casati usa ‘arte’ in relazione alla filosofia sia quello che ho chiarito in 2., cioè l’arte come un’attività che valorizza la soggettività di chi la produce, o più semplicemente un’attività che non tende di per sé all’oggettività: non produce tesi o teorie.

6.-11. Su 6.a ho già detto sopra. Su 6.b-8.-9.(secondo paragrafo)-10.-11., cioè sulla filosofia come fatto antropologico, che richiede idealità e scetticismo, rimanda a Socrate ed è funzione della cittadinanza democratica, sono pienamente d’accordo. A questo si ricollega, se ho ben capito, la tua idea dell’insegnamento della logica nelle scuole primarie-secondarie. Quest’ultimo aspetto per me si è tradotto in un’avvenutra che ho iniziato quest’anno in una classe terza del liceo scientifico. Un’esperienza che mi ha dato molte soddisfazioni e mi ha appassionato, e vorrei provare a raccontarla, in altra sede, supportando il racconto con dati e riscontri quantitativi (i materiali didattici, le prove che ho somministrato, la valutazioni, i progressi degli studenti nel corso del tempo).
    Mi par di capire che sulla filosofia come fatto antropologico hai intenzione di approfondire in altra sede, quindi immagino tu ci stia lavorando sopra e mi aspetto, quindi, un tuo prossimo lavoro metafilosofico su questo tema. Sbaglio?

9. Sulla filosofia come studio (ma non scienza, per i motivi che sotto riassumo) dei fondamenti e trattazione dei super-concetti resto legato al fascino che questa tesi ha esercitato su di me all’epoca della lettura (e ri-lettura…) di Nel chiuso, e aggiungerei solo una maggiore accentuazione sull’aspetto problematico: la filosofia tratta i problemi fondamentali e affronta i problemi legati ai super-concetti.

Conclusioni
Penso in generale che la filosofia produca i suoi risultati migliori quando tende ad essere una scienza, cioè quando tende all’oggettività e di conseguenza tende a produrre accordo intersoggettivo. Ma non ci riesce mai fino in fondo. O meglio: quando ci riesce veramente, succede che una sua parte si “stacca” e diventa effettivamente una scienza. Questo, come tutti sanno, è successo con la fisica e tutte le scienze naturali, ed è successo anche con la psicologia, l’antropologia, le scienze umane in generale. E credo che questo stia succedendo adesso con la logica, o è in parte già successo.
    Il caso della fisica è esemplare. La fisica, che ha continuato a chiamarsi “filosofia naturale” fino a Newton, oggi nessuno si sognerebbe di considerarla parte della filosofia. Eppure, in un certo senso, la fisica è ancora filosofia, perché continua a porsi alcuni problemi fondamentali che la filosofia coltiva oggi in sede metafisica o ontologica (“Che cosa esiste?”, “È ciò che esiste spiegabile nella sua totalità?” ecc.).
    In un certo senso si potrebbe risolvere il problema considerando tutte, o quasi, le scienze come sottoinsiemi della filosofia, definendole come quelle parti della filosofia che sono riuscite a raggiungere un certo grado di oggettivtà. Resterebbero fuori la matematica, che ha avuto origine  prima della filosofia stessa, e la storia, che è nata nel V secolo a.C., poco dopo la filosofia, ma indipendentemente da essa, pur ispirata dallo stesso clima culturale.
    Il problema della filosofia, dalle sue origini ad oggi, è che nasce come forte aspirazione ad essere episteme ma non riesce ancora, e forse non riuscirà mai, in alcuni suoi nuclei fondamentali, a produrre conoscenze oggettive. Permangono fratture profonde in alcuni nuclei portanti della disciplina. I settori, o le discipline filosofiche, nei quali sono maggiormente evidenti i segni di questa mancanza di validità intersoggettiva sono innanzitutto metafisica/ontologia ed etica/politica. 
    Prendiamo solo un semplice esempio. Nell’ambito della tradizione analitica (che è quella dove la vocazione all’episteme è oggi più forte), se consideriamo il problema della possibilità, abbiamo otto teorie differenti: scetticismo, espressivismo, modalismo, realismo modale, ersatzsismo, finzionalismo, agnosticismo, disposizionalismo (vedi il libro di Andrea Borghini Che cos’è la possibilità, Carocci 2009). Un problema, otto soluzioni diverse. E non c’è modo di venirne a capo, perché in ultima istanza ci troviamo di fronte a opzioni teoriche ugualmente legittime; forse alcune appaiono più forti, altre più deboli, ma come possiamo sapere qual è quella vera? Ad esempio il realismo modale di Lewis è una posizione teorica fortemente originale, molto ben argomentata, ma poco condivisa.
    Osservo inoltre che la distinzione tra filosofia e scienza è presupposta, senza essere tematizzata, in buona parte della filosofia della scienza. Cito, come esempio, un passaggio del libro di Mauro Dorato Cosa c’entra l’anima con gli atomi? Introduzione alla filosofia della scienza (Laterza 2009, pag. 9): “Indipendentemente dal nostro atteggiamento verso di essa, la scienza e le sue applicazioni costituiscono parte integrante della nostra cultura. Il problema di stabilire come il sapere scientifico si dinstingua da altre tradizionali forme di ‘interpretazione del mondo’, quali quelle offerte dalla religione, dal mito, dall’arte, e dalla filosofia stessa, è un altro tema squisitamente filosofico, che non può essere affrontato da una singola scienza. Per cercare di risolvere tale importante problema limitandoci alla filosofia, è però necessario tenere un piede sia nella conoscenza scientifica sia in quella filosofica; come già accennato, la caratterizzazione del rapporto tra filosofia e scienza costituisce essa stessa un problema filosofico, le cui possibili soluzioni si spera saranno un po’ più chiare alla fine di questo libro.”
    Tornando alla questione centrale, quello che sostengo è che la filosofia, in quanto non riesce in alcune sue parti costitutive a raggiungere l’oggettività, resta almeno in parte legata alla soggettività dei suoi autori, e in questo senso vi è una parziale somiglianza con l’arte.
    Nella filosofia la presenza di questo elemento soggettivo non è certamente mai diventato norma, ma resta un dato di fatto caratterizzante. Spesso una posizione teorica, in filosofia, finisce per essere identificata con il suo autore.
   L’aspetto soggettivo della filosofia lo intendo in questo senso: di fronte a più opzioni teoriche ugualmente legittime (cioè razionalmente argomentate ma con argomenti diversi, che portano a tesi diverse) un autore “preferisce”, “sceglie” un’opzione piuttosto che altre, e poi va avanti a costruire in base a quella. Nello stesso modo in cui, di fronte alla scelta su come iniziare una partita a scacchi, un giocatore ha di fronte a sé alcune opzioni, con varianti e sotto-varianti, già molto studiate e approfondite (ci sono volumi e volumi di “teoria delle aperture”) e sceglie sulla base della propria propensione o simpatia verso il tipo di gioco che è previsto svilupparsi da quelle opzioni. (Avevo già proposto questa immagine in uno scritto sul mio blog, partendo dalla lettura del libro di Borghini sopra ricordato: https://giulionapoleoni.blogspot.it/2010/05/la-filosofia-come-esplorazione-delle.html)














8 giugno 2016

L'idea di "filosofia come scienza". Una lettera metafilosofica di Franca D'Agostini





Qualche tempo dopo aver letto il mio scritto Insegnare meglio la filosofia. Proposta di rinnovamento dei contenuti del corso di filosofia nei licei, Franca D'Agostini mi ha inviato una lettera nella quale sviluppa importanti riflessioni sullo statuto epistemologico della filosofia e più in generale su cosa sia la filosofia e su cosa significhi essere filosofi.
Le ho in seguito chiesto il permesso di pubblicare qui questa lettera ed ha gentilmente acconsentito.


Caro Giulio,

ti ringrazio per l’intelligenza e la cura con cui tratti le cose che scrivo: qualità rare in questi tempi vaghi e inveleniti. Il programma mi piace molto: come tu stesso dici, sono in parte idee su cui io stessa lavoro, in parte precisazioni e proposte che mi sembrano ineccepibili e importanti. 

Vorrei però precisare alcune cose, in particolare in relazione all’idea di «filosofia come scienza». 

1. Nel dire che la filosofia (F) è ‘una scienza’ intendo anzitutto ‘scienza’ in senso preliminare: una materia specifica di studio, insegnamento, ricerca. Che la F sia una scienza in questo senso penso che non vi siano molti dubbi: è un fatto. Che debba esserlo o meno, è un’altra questione. 

2. In un senso un po’ più specifico, una scienza è una attività intellettuale le cui tesi e teorie dovrebbero essere valutabili con una certa oggettività. In questo senso, la F forse non è una ‘scienza’ ma sarebbe augurabile che lo fosse. Sarebbe utile poter dire con qualche ragione ‘questa è buona F’, ‘questa non lo è’, oppure: ‘questa è una tesi F’, ‘questa non lo è’. Dovremmo poterlo dire, se no non si capisce di che cosa stiamo parlando. 

3. Da questo punto di vista però non penso che l’essere scienza della F escluda ogni elemento ‘artistico’. Anzi, smetterei di trattare arte-scienza-filosofia come fossero «sfere» separate (al modo weberiano, tardo-moderno): c’è dell’arte nella scienza e c’è della scienza nell’arte, e c’è filosofia in entrambe. Che arte scienza e F si riferiscano ad attività metodologicamente diverse è ovvio, ma dal punto di vista degli atteggiamenti intellettuali, il filosofico l’artistico e lo scientifico sono pervasivi: possono compenetrarsi a vicenda.
Lo ricordavo già in Nel chiuso, e tenderei a confermarlo oggi. Esattamente come parliamo di buona e vera scienza, allo stesso modo parliamo di buona arte e arte vera. Che non sia sempre facile discriminare… beh, questo è precisamente ciò che la F dovrebbe aiutarci a fare.

4. La Prima lezione di F di Roberto Casati è un ottimo libro, ma è un libro di divulgazione, dunque non lo tratterei come una vera e completa presa di posizione metafilosofica. Sarebbe ingiusto anzitutto nei confronti dell’autore, che probabilmente su ogni punto avrebbe altre cose da dire. Ciò posto, la definizione di F come «stipulazione concettuale» proposta da Casati credo sia ingegnosa e veritiera, ma è solo una parte – e neppure così rilevante – di ciò che si può ragionevolmente chiamare ‘F’. 

5. Anche io, come Casati, ritengo che la F in pratica sia stipulazione concettuale, e sia una pratica ‘diffusa’, ma occorre intendersi. È vero che i concetti sono ovunque, e ovunque possono suscitare problemi. È vero anche che tutti sono in grado di fornire analisi concettuali, più o meno buone. Dirò di più: non è affatto necessario prendere una laurea e un dottorato in F per farlo bene, e meglio di molti F professionali. 
Ma si vede bene con ciò che la nozione di ‘stipulazione concettuale’ non dice molto. Se davvero dobbiamo limitarci a questo, non si sa perché abbiamo dovuto creare così tanti settori disciplinari, riviste, apparati accademici detti ‘F’, per fare un lavoro che tutti sanno fare. E per di più un lavoro che è così poco caratterizzato, sul piano dei contenuti e delle tecniche, da dover essere concepito come ‘un’arte’ (se con questo si intende: un’attività non normale, in quanto non soggetta a norme di alcun genere). 

6. In verità ho altre idee al riguardo: 

(a) credo che la F sia una scienza abbastanza ‘normale’ – ossia una materia come molte altre, e non meno caratterizzata di altre scienze soft (anzi forse più caratterizzata di alcune di esse); 
(b) ‘la F’ non è solo una materia di studio (da esercitarsi in modo scientifico, o artistico, o in entrambi i modi): nella parola ‘F’ c’è qualcosa di più.  

7. La tesi (a) è stata difesa da Timothy Williamson (The Philosophy of Philosophy) con buone ragioni, e non ne direi molto di più. Aggiungerei soltanto che dalla mancata normalizzazione della filosofia provengono molti danni e disguidi dell’attuale gestione scientifica della F, in particolare (vedi il punto 2) il successo pubblico di ‘F’ che non hanno niente di F. Ne ho parlato di recente in Realismo? (cap. 3), e lascerei da parte la questione.

8. La tesi (b) invece va spiegata. Credo che con ‘F’ si intendano e debbano intendersi due cose: una scienza (nel senso indicato), o meglio: un vasto settore scientifico (che include epistemologia, logica, metafisica, etica, ecc.); e un’ipotesi antropologica, ossia un modo d’essere (di pensare, di comportarsi) degli esseri umani. 
Un conto dunque è studiare F e un altro essere F. Ci sono intersezioni, ma sono due proprietà distinte. Tutti idealmente possono essere F, senza grandissimo sforzo, mentre per studiare F bisogna faticare un po’. 

9. Quanto alla F come materia di studio ricerca insegnamento, la caratterizzazione di Nel chiuso per me funziona ancora abbastanza bene: la F è scienza-studio dei «fondamenti», che finisce per trattare soprattutto concetti fondamentali o primi o trascendentali o concetti di ordine superiore come: identità, unità, bene, verità, giustizia, ecc.
Quanto alla F come ipotesi antropologica, la questione può essere più complessa, ma in estrema sintesi direi che per ‘essere F’ bastano due requisiti: una certa dose di idealità (essere capaci di ‘trascendimento’ dunque di immaginare mondi-situazioni possibili che superino il qui e ora della coscienza empirica, e gli interessi individuali) e una buona dose di scetticismo (essere capaci di critica e autocritica, o ironia e autoironia). Avrai riconosciuto i requisiti socratici: non credo ci sia molto di più. 

10. È abbastanza chiaro che molti sono ‘F’ e tutti possono esserlo, se intendiamo ‘essere F’ non nel senso del sapere o poter fare analisi dei concetti, ma in un senso più forte e primario (socratico) dell’espressione. 
Naturalmente, chi si occupa ‘scientificamente’ di F (che secondo me, come credo sia chiaro, non si limita a stipulare definizioni concettuali così in generale e senza specificazioni), potrebbe non essere affatto ‘F’ in questo senso. Potrebbe essere del tutto privo di idealità e di (auto)ironia. Per quel che ne so, molti tra i F professionali che conosco sono manifestamente privi tanto dell’una quanto dell’altra qualità.

11. Delle ragioni per cui essere F secondo me sta diventando un fatto antropologico più che un’ipotesi o un ideale, non parlerò qui, perché credo che quanto ho detto già chiarisca il mio punto di vista rispetto ai problemi da te sollevati.

Grazie della tua attenzione. Per ora un saluto e buon lavoro F

4 aprile 2016

Salvare la Filosofia, salendo nel Castello in Aria...





"Una volta, tanto tempo fa, questo paese era una solitudine arida e spaventosa (...) Creature maligne vagavano a loro piacere per le campagne e scendevano fino al mare. Il nome del paese era Terra del Nulla.
Poi, un giorno, una piccola nave apparve sul Mare della Conoscenza. Aveva a bordo un giovane principe che cercava il futuro. In nome della bontà e della verità egli rivendicò l'intero paese (...) I demoni, i mostri e i giganti andarono su tutte le furie a causa di tanta presunzione e si unirono per scacciarlo. La battaglia che ne seguì fece tremare la terra, e quando si concluse la sola cosa che rimanesse al principe era un piccolo lembo di terra in riva al mare. - Fonderò qui la mia città - egli dichiarò, e così fece. (...) Ben presto non fu più semplicemente una città; diventò un regno ed ebbe il nome di regno della Saggezza. (...) Il re si ammogliò e, dopo non molto tempo, ebbe due bei figli (...) L'uno si recò a sud, fino ai Contrafforti della Confusione, e costruì Dizionopoli, la città delle parole; e l'altro si recò al nord, fino ai Monti dell'Ignoranza, e costruì Digitopoli, la città dei numeri. Entrambi i centri fiorirono moltissimo, e i demoni furono scacciati ancora più indietro. (...)
Ognuno cercava di superare l'altro, ed entrambi si impegnavano tanto e con tanto diligenza che di lì a non molto le loro città rivaleggiavano persino con Saggezza in vastità e grandiosità.
- Le parole sono più importanti della saggezza - disse uno dei due in privato.
- I numeri contano più della saggezza - pensò l'altro tra sé e sé.
E finirono con l'odiarsi a vicenda sempre più.
L'anziano re, però, che non sapeva niente dell'animosità dei suoi figli, era molto felice (...) Il suo solo dispiacere era di non aver mai avuto una figlia (...) Un giorno, mentre passeggiava tranquillo nei giardini, scoprì due minuscole creature che erano state abbandonate in una cesta sotto il pergolato dell'uva. Erano bellissime bambine dai capelli d'oro. (...)
- Chiameremo questa Rima e quest'altra Ragione - disse, e così le due bambine divennero la Principessa della Dolce Rima e la principessa della Pura Ragione e crebbero a palazzo.
Quando il vecchio re in ultimo morì, il regno venne diviso tra i suoi figli. (...)
Tutti amavano le principesse a causa della loro grande bellezza, dei modi affabili, e della capacità di appianare ogni controversia equamente e ragionevolmente. (...)
Man mano che gli anni passavano, i due fratelli si allontanarono sempre più uno dall'altro e i loro regni separati si fecero sempre più ricchi e più grandi. Le dispute che li dividevano divennero sempre più difficili a conciliarsi. (...) Discussero e disputarono e declamarono e si infuriarono finché non furono sul punto di venire alle mani, dopodiché si decise di sottoporre la questione all'arbitrato delle principesse.
- Parole e numeri hanno un ugual valore perché, nel mantello della conoscenza, le une sono l'ordito e gli altri la trama. (...)
Tutti furono soddisfatti del verdetto. Tutti, cioè, tranne i due fratelli, fuori di sé per l'ira. (...)
E così le due principesse furono condotte via da palazzo e mandate lontano nel Castello in Aria, e da allora nessuno le ha più viste. Ecco perché oggi, in tutto questo paese, non esistono né Rima né Ragione. (...) l'antica città di Saggezza è caduta in grande abbandono (...)
- Forse possiamo salvarle [le principesse] - disse Milo."

Questa storia è contenuta nel libro Il casello magico di Norton Juster, che lessi da bambino e che mi colpì profondamente.
C'è qualcosa che ancora mi fa molto pensare, in questa storia: ricorda la storia della crisi della filosofia, del nichilismo e della frattura fra Analitici e Continentali. Questo esilio forzato di Rima e Ragione, costrette nel Castello in Aria... e tutte le peripezie di Milo per liberarle, salendo infine nel Castello in Aria...
Occorre salire nel castello della metafisica, per recuperare e salvare Rima e Ragione (il Bene e la Verità, o anche l'Etica e la Logica...). Occorre riappropriarsi della Filosofia nella sua vocazione più profonda, quella di tenere insieme la conoscenza vera e l'agire morale, una sintesi dei saperi e una visione orientativa, scienza e arte-religione, teoria e prassi...

9 marzo 2016

L'azione umana e il libero arbitrio





Nel seguente brano di Kant, tratto dalla Critica della ragione pura, abbiamo una esposizione sintetica dei termini fondamentali nei quali ancora oggi si può porre la questione del libero arbitrio.

«(…) si prenda un’azione volontaria, per esempio una menzogna malvagia, con la quale un uomo abbia portato un certo scompiglio nella società, si indaghino in primo luogo i moventi da cui essa è nata, e poi si giudichi in che modo essa, insieme alle sue conseguenze possa essere imputata a quell’uomo. Per quanto riguarda il primo punto bisogna esaminare il carattere empirico di quell’uomo sino alle sue sorgenti, che vanno ricercate nella cattiva educazione, nelle cattive compagnie, in parte anche nella malvagità di un’indole insensibile alla vergogna, in parte vanno attribuite alla leggerezza e ala sconsideratezza, senza trascurare poi le cause occasionali concomitanti. In tutto ciò si procede come si fa in generale nella ricerca della serie delle cause determinanti di un effetto naturale dato. Ora, per quanto si creda che l’azione sia determinata, in questa maniera, nondimeno se ne biasima l’autore, e certo non a motivo della sua indole infelice, o per le circostanze che hanno influito su di lui, e addirittura neppure per la sua condotta passata. Infatti, si presuppone di poter tralasciare completamente il modo in cui egli si è comportato nel passato, di poter considerare come non accaduta la serie trascorsa delle condizioni, e di poter invece considerare questo atto come del tutto incondizionato rispetto allo stato precedente, come se il suo autore abbia iniziato in modo totalmente spontaneo una serie di conseguenze. Tale biasimo si fonda su una legge della ragione, per cui si considera la ragione una causa che, a prescindere da tutte le condizioni empiriche suddette, avrebbe potuto e dovuto determinare diversamente il comportamento dell’uomo.»

Possiamo considerare un'azione volontaria sia come effetto di una serie di cause determinanti, indagabili empiricamente, sia come frutto di una deliberazione ragionata? Forse il problema sorge proprio per questa doppia possibilità, per questi due punti di vista sulla stessa azione.
Allora porre la questione generale se il libero arbitrio appartenga o no alla natura umana significa chiedersi se l'uomo agisca prevalentemente in base a ragioni (ragionamenti, deliberazioni, valori, concetti) o in base a forze (impulsi, pulsioni, emozioni, desideri).

Forse si tratta di una mescolanza inestricabile di entrambi, ragioni e forze. Forse la ragione è una fra le forze in gioco. Ma se lo è si tratta di una forza che trae origine da una dimensione molto diversa da quella delle forze indagabili empiricamente, sembra sostenere Kant.

2 marzo 2016

Le famiglie co-parentali





Commentando l'articolo di Maria Novella De Luca "Omogenitorialità", uscito su la Repubblica il 20 marzo 2009 e ripubblicato su Nazione Indiana da Franco Buffoni il 23 marzo 2009, ho scritto :

Un’altra tipologia di famiglia omogenitoriale è quella che viene chiamata co-parentale (o co-parenting): una coppia lesbica e una coppia gay si incontrano e costruiscono il loro rapporto intorno al progetto di far nascere uno o più figli. All’interno di ciascuna coppia ci sarà un genitore biologico che sarà genitore a tutti gli effetti; la/il partner deciderà che peso dare al proprio ruolo co-genitoriale (non è detto quindi che il figlio cresca con l’idea di avere due mamme e due papà: potrà avere anche solo una mamma con la sua compagna e un papà col suo compagno). La gestione del figlio, pur separata, sarà improntata al reciproco sostegno fra le due coppie, alla complicità e alla solidarietà. E’ importante, per la buona riuscita, che le due coppie vivano il più possibile vicine, in modo da facilitare gli aspetti logistici, e che ci siano anche momenti di vita in comune allargata (a quattro).
Famiglie di questo tipo sono presenti in Famiglie Arcobaleno, anche se in percentuale molto bassa.
L’articolo non ne parla ma mi sembrava giusto segnalare che esiste anche questa variante, nel variegato mondo delle nuove famiglie.

Ad oggi, per quanto si sente nelle discussioni sui modelli di famiglia alternativi a quello tradizionale, questa realtà è ancora molto poco conosciuta. Molte riflessioni si potrebbero fare confrontando questo modello con altri, non ultima quella che forse si tratta, più che di una famiglia, di due nuclei famigliari che procedono in parallelo, nei quali i figli si trovano a vivere una situazione simile a quella dei figli di genitori separati, con la differenza che in questo caso la separazione non è mai avvenuta perché i due genitori biologici non sono mai stati una coppia e hanno un rapporto che si costruisce gradualmente intorno al processo di realizzazione della loro genitorialità: i figli sono quindi già solo per questo motivo posti fin da subito al centro dell'attenzione, verso di loro convergono gli interessi dei due nuclei.
Va aggiunto che il co-parenting si può realizzare anche in varianti: coppia di donne-uomo single (gay o etero), coppia di uomini-donna single (etero o lesbica), donna single-uomo single.
Dal punto di vista economico realizzare un modello come questo non costa nulla (si basa sulla tecnica dell'autoinseminazione), ma occorre essere molto attenti all'accordo fra i due nuclei per quanto riguarda la futura gestione economica dei figli. Se i figli verranno cresciuti in collocazione prevalente presso il nucleo famigliare materno (come in genere si verifica nel caso dei figli di genitori separati) la legge prevede che il padre dia un contributo economico mensile alla madre per il mantenimento.
Nel caso in cui, invece, la collocazione presso i due nuclei sia paritaria l'accordo economico può prevedere una gestione comune delle spese per il mantenimento dei figli.

Rimando infine alla pagina che il sito di Famiglie Arcobaleno dedica agli studi e ricerche sulle famiglie omogenitariali, ricchissima di indicazioni bibliografiche per chi voglia approfondire il tema in generale.

16 febbraio 2016

«Al di qua del bene e del male», l'ultimo lavoro di Roberta De Monticelli





Ho appena finito di leggere Al di qua del bene e del male di Roberta De Monticelli (Einaudi 2015)
    È stata una lettura appassionata, mi hanno conquistato lo stile, la profondità del pensiero e la chiarezza delle argomentazioni. Pur frequentando e coltivando maggiormente la filosofia analitica, apprezzo molto la tradizione fenomenologica, nella quale si colloca De Monticelli, che nella mia formazione ho ricevuto attraverso l’insegnamento di Giovanni Piana all’epoca dei miei studi universitari alla Statale di Milano.
    Non pretendo qui di riassumere in poche righe il contenuto del libro (vorrei provare a scrivere più avanti una recensione meditata, dopo una seconda lettura), ma mi limito a dire quello che mi ha maggiormente colpito, per poi rivolgere qualche domanda alla filosofa che l’ha scritto.
    Innanzitutto ho apprezzato la forte assunzione di responsabilità verso i problemi del nostro tempo, in Italia e nel mondo, e il richiamo al ruolo che la filosofia può e deve avere per affrontarli e risolverli. Sono assolutamente convinto che la filosofia non può esercitarsi solo nelle aule universitarie come discorso per specialisti, ma deve aprirsi alle questioni cruciali del presente e intervenire con gli strumenti di cui dispone, fornendo chiarimenti concettuali, indicando i valori a cui riferirsi e le priorità verso cui deve orientarsi l’agire personale e collettivo.
    I punti teorici che mi sembrano particolarmente significativi sono:
1) la riproposizione in termini attuali della tesi socratica sul fondamento cognitivo dell’agire morale: le valutazioni etiche si fondano su conoscenze, su verità. In termini forse imprecisi direi che si fondano, secondo De Monticelli, su un sentire educato alla ricerca e teso verso l’oggettività, orientato verso valori che stanno nelle cose stesse, e si possono conoscere se si è in grado di cogliere la tensione normativa che i dati sensibili racchiudono in sé.
2) Il richiamo alla dimensione individuale dell’agire morale. Qui userei una citazione dal testo: “La questione etica fondamentale non è il generico ‘Che fare?’, ma il particolarissimo ‘quali beni posso portare al mondo, io?’”
3) Il nesso fra questione della vita buona e questione della vita giusta, in altri termini fra il diritto di ciascuno di ricercare la propria realizzazione, la fioritura della propria vita, e la ricerca di una coesistenza sociale che permatta a questo diritto di esercitarsi.
Le domande che vorrei porre a Roberta De Monticelli sono:
    a)  Se i valori sono radicati nel “mondo della vita” , è sempre nello stesso mondo che sono radicati anche i disvalori? Oppure i disvalori, il male, sono radicati nella realtà non-vivente da cui pur sempre la vita stessa proviene? La “conversione al reale”, la perdita di contatto con l’idealità, che De Monticelli individua come radice dei molti mali contemporanei, è una sorta di caduta dell’uomo verso l’animalità, cioè verso il lato brutale, cieco, violento che la vita stessa sembra contenere (pensiamo alla catena alimentare, nella quale un individuo sopravvive grazie alla soppressione della vita di altri individui di altre specie), oppure è una regressione della vita verso la non vita (come ha ipotizzato Freud con la teoria della pulsione di morte)?
    b)   Si è accorta che alcune sue tesi di fondo (la coerenza dei valori, il cognitivismo etico con forte richiamo a Socrate, l’unità di logica ed etica) sono sostenute anche da un’altra filosofa italiana, che le sostiene però in modo diverso, con argomenti che provengono più dalla tradizione analitica? Si tratta di Franca D’Agostini, che in due libri, Verità avvelenata e Menzogna, ha condotto una operazione secondo me parallela, sul versante analitico, a quella che De Monticelli sta conducendo con La questione morale e con Al di qua del bene e del male, oltre naturalmente ai suoi libri forse destinati a un pubblico più preparato, come L’ordine del cuore, o Ontologia del nuovo. Conosce il lavoro di Franca D’Agostini? Cosa ne pensa?

In questo blog avevo già pubblicato un post su La questione morale:
Roberta De Monticelli contro lo scetticismo etico

16 gennaio 2016

Rampini sul valore della fantascienza

lunedì 4 gennaio 2016


Se la fantascienza dà lezioni di politica




Verne, Wells, Bradbury... Da sempre dalla letteratura più visionaria si misura la maturità delle nazioni. Ecco perché oggi Obama legge il cinese Liu Cixin

Federico Rampini

"La Repubblica", 4 gennaio 2016

La fantascienza cinese aiuterà Barack Obama a districarsi nelle sfide geopolitiche del 2016? Il presidente americano forse non immaginava che la fine delle sue vacanze avvenisse in circostanze così brutali, con l’improvvisa escalation di tensione tra Iran e Arabia saudita. Sapeva però che l’ultimo anno della sua presidenza non sarà una tranquilla passeggiata: alla vigilia di Natale un sondaggio della Cnn gli ha ricordato che la maggioranza degli americani considera negativo il bilancio della sua politica estera. Forse per cercare ispirazione, Obama si era portato in vacanza una lettura sorprendente: un best-seller di fantascienza cinese. È The Three-Body Problem di Liu Cixin. È anche un romanzo di fantapolitica. Quando i giornalisti al seguito del presidente nelle Hawaii lo hanno scoperto, la notizia ha fatto il giro del mondo. Provocherà un balzo di vendite e di notorietà per un autore fin qui noto soprattutto in Cina? Di certo segnala qualcosa d’interessante nei rapporti Usa-Cina, la vera sfida di lungo periodo per la leadership planetaria, che per forza sarà anche basata sull’egemonia culturale.
52 anni, formazione scientifica, Liu Cixin ha lavorato come ingegnere informatico in una centrale elettrica dello Shanxi. Scoperto dal pubblico cinese nel 1999, ha dovuto attendere altri 15 anni prima che uscisse una traduzione inglese. Ma questa è stata subito coronata dal successo di critica, vincendo nel 2014 il prestigioso Hugo Awards della World Science Fiction Society. È la prima volta che questo premio di fantascienza è andato al romanzo di un autore asiatico. Un segnale da non sottovalutare. In Italia alcuni si ostinano a considerare la fantascienza un genere letterario minore nonostante che grandi scrittori abbiano voluto cimentarvisi, da Italo Calvino a Primo Levi. In realtà lo sviluppo della fantascienza si può considerare come un misuratore di “maturità” delle nazioni. I capolavori di questo genere sono spesso fioriti negli stessi luoghi dove avveniva il progresso tecnico, lo sviluppo economico, e questo si accompagnava alla costruzione di imperi: militari, coloniali, industriali, culturali.
Jules Verne e H.G. Wells sono ricordati più spesso per le loro capacità “profetiche”, ma sono anche due autori tipici di un’epoca in cui Francia e Inghilterra dominavano vasti continenti; le loro classi dirigenti impregnate di positivismo e di darwinismo avevano un’enorme fiducia nel progresso tecnico-scientifico. Verne esprime la Francia di fine Ottocento tanto quanto la Tour Eiffel e l’Expo universale di Parigi. Fu letto e ammirato dai potenti del suo tempo, da papa Leone XIII all’imperatore tedesco Guglielmo II. Rimane tuttora l’autore francese più tradotto nel resto del mondo. Wells, pacifista e socialista, rappresenta la coscienza critica dell’Impero britannico e invoca un superamento dei nazionalismi, verso un governo mondiale. L’ascesa degli Stati Uniti nel “secolo americano” porta con sé nuove generazioni di scrittori di fantascienza, come Arthur C. Clarke e Ray Bradbury. Si va dall’apoteosi delle avventure della Nasa (2001 Odissea nello Spazio) fino alle visioni più apocalittiche, “distopiche” e post-moderne di Philip Dick. Nella guerra fredda non può mancare l’altra superpotenza, quell’Urss che batte l’America proprio nei primi capitoli dell’avventura spaziale, con l’astronauta Gagarin. La fantascienza russa fin dagli albori ha la sua variante satirica o distopica, con uno scrittore come Mikhail Bulgakov che la usa per criticare lo stalinismo. Genera capolavori del cinema come Solaris Stalker di Andrei Tarkovski, capaci di conquistare anche il pubblico occidentale. A cavallo tra le due superpotenze di allora c’è l’emigrato Isaac Asimov, ebreo russo la cui famiglia fugge negli Stati Uniti quando lui ha solo tre anni.
La Cina dunque arriva a sua volta all’appuntamento obbligatorio con la fantascienza. Ma è utopia o distopia, quella saga di Liu Cixin che ha catturato l’attenzione di Obama? Nella sua Trilogia dei Tre Corpi (di cui arriverà a luglio l’adattamento cinematografico), gli abitanti di un mondo tri-solare hanno imparato a sopravvivere nell’alternarsi di Età Stabili e di Età del Caos: cicli storici che avevano determinato il collasso e l’estinzione di molte civiltà prima di loro. È interessante l’antefatto originario. Tutto ha inizio con la Rivoluzione culturale, quella guerra civile (non dichiarata) che sconvolse la Cina nell’ultimo periodo della leadership di Mao Zedong: una tragedia che in un certo senso rappresenta il “parto traumatico” della Cina contemporanea. Pur senza avere mai fatto fino in fondo i conti con le responsabilità della leadership comunista nella Rivoluzione culturale, è dalla condanna di quell’esperimento che nasce la nuova Cina capitalista e globalizzata di Deng Xiaoping. Nei romanzi di Liu Cixin una donna scienziata, traumatizzata dalle violenze delle Guardie Rosse maoiste, lancia verso lo spazio un messaggio di Sos., ricevuto dai Trisolari. I quali partono alla conquista della terra per portarci la loro civiltà superiore. Se fosse questo il messaggio che affascina Obama, sarebbe una conferma del suo lucido pessimismo: una governance globale che risolva i conflitti del nostro tempo esula dalle capacità di noi umani? In realtà la fantascienza raramente ci offre delle soluzioni, più spesso è un indicatore efficace di quelli che noi avvertiamo come i nostri maggiori problemi. È probabile che Obama dentro la saga di Liu Cixin cerchi dei lumi sull’interpretazione cinese del mondo contemporaneo. Il romanziere con la sua fantasia creativa può aprire una porta laterale dentro il mondo impenetrabile di Xi Jinping, il leader che sta cercando di traghettare la Cina verso un nuovo ruolo e un nuovo modello di sviluppo. Da quando Obama inaugurò la sua presidenza nel 2008 annunciando un “pivot” verso l’Asia, almeno questa convinzione non lo ha mai abbandonato: anche se il Medio Oriente cattura la nostra attenzione immediata, il XXI secolo si giocherà lungo l’asse Usa-Cina, sia che prevalgano le ragioni della cooperazione o quelle della rivalità.

24 dicembre 2015

Mente e cervello in una poesia di Valerio Magrelli. Sulla natura umana






Io abito il mio cervello
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell'uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.


Gli ultimi due versi di questa poesia di Valerio Magrelli (da Ora serrata retinae) colpiscono per la specularità sospesa, rispetto ai primi due:

Io abito il mio cervello / Il mio cervello abita in me

Sospesa perché dopo l'ultimo verso verrebbe voglia di continuare la poesia ri-scrivendo tutto dal punto di vista del cervello (non più dell'Io)... Ma come continuare?
Forse così:

Per tutto il giorno il suo lavoro
è nel farle fruttare, il suo frutto nel farle lavorare.

Il quarto e quinto verso della poesia presentano un'altra specularità: lavoro è far fruttare (la terra), frutto è far lavorare (la terra).
Sembra insomma di scorgere la rappresentazione di uno strano rapporto tra cervello (corpo) e mente: la mente fa lavorare il corpo e il corpo fa lavorare la mente... ma quello che conta, alla fine, è che al di là del punto di vista, al di là del punto di partenza, l'uomo (corpo-cervello+mente) consiste (quando riesce a dare il meglio di sé, quando non cede alla regressione verso la bestia) in un continuo, costante, quotidiano lavoro di messa a frutto delle proprie capacità, che sono corporeo-mentali (o mental-corporee). La natura umana sta in questo destino di intreccio fra cervello e mente che richiede lavoro continuo: solo fruttando, lavorando con la mente-cervello, l'uomo realizza la propria vita nel modo migliore e può contemplare alla fine della giornata (della vita) le sue opere (la sua immagine) con pudore e soddisfazione.

20 dicembre 2015

Nel Dipartimento di Filosofia della Statale di Milano riemerge il dissidio Analitici vs Continentali?







Ricostruiamo qui, seguendone le tracce in tre "puntate" su La Repubblica Milano – articoli usciti rispettivamente il 15/12, il 17/12 (con la doppia intervista Giorello/Boella) e 20/12 – una vicenda che lascia stupiti quanti pensavano che ormai la tensione fra tradizione analitica e tradizione continentale fosse sulla strada di una graduale ricomposizione, o quantomeno di una progressiva contaminazione.
Da quanto si legge le cose non stanno affatto così, sia sul piano delle posizioni ideali sia sul piano dei rapporti interpersonali...

15/12
Proteste, veleni e prof in partenza. La lite dei filosofi scuote la Statale
Lotta tra innovatori e tradizionalisti nel dipartimento: sette docenti chiedono di essere trasferiti a Storia
di LUCA DE VITO

C’è un terremoto in corso nel dipartimento di Filosofia dell’università Statale, dove sette docenti (su 42), tra professori ordinari, associati e ricercatori, hanno chiesto in blocco di essere trasferiti presso il dipartimento di Storia. Una presa di posizione clamorosa che mette a rischio l’esistenza stessa di uno degli ultimi due dipartimenti di Filosofia presenti negli atenei pubblici di tutta Italia (l’altro è alla Sapienza). La possibilità concreta, adesso, è che Filosofia possa scomparire da via Festa del perdono.
I sette scissionisti sono Elio Franzini, ordinario di Estetica, Laura Boella ordinario di Filosofia morale, Renato Pettoello ordinario di Storia della filosofia, Franco Trabattoni ordinario di Storia della filosofia antica, Paolo Valore ricercatore in Storia della filosofia, Amedeo Vigorelli associato di Filosofia morale e Miriam Franchella associato di Logica. Hanno affidato le loro motivazioni a sette lettere inviate al dipartimento che, con toni diversi, insistono tutte sullo stesso punto: ovvero una critica alla trasformazione in atto che sta riguardando la natura stessa del centro. Per usare le parole usate dal professor Pettoello nella sua lettera «si è finito con lo snaturare del tutto il dipartimento gettando alle ortiche un’antica e consolidata tradizione di studi». Oppure quelle di Franzini: «Ritengo che sul piano scientifico il dipartimento stia perdendo la sua identità o meglio stia scegliendo una sorta di identità multipla». Nel merito, gli scissionisti criticano la scelta di aver assunto studiosi di altre discipline (come ad esempio l’informatica) e di “scientificizzare” troppo il dipartimento.
Sul trasferimento dovranno pronunciarsi i colleghi che si riuniranno domani, anche se la decisione finale spetterà al consiglio d’amministrazione dell’ateneo che potrebbe anche respingere la richiesta dei docenti. Tuttavia si tratta di una vicenda che è destinata a lasciare strascichi pesanti. Anche perché la fazione contraria sembra intenzionata a dare battaglia: secondo alcuni infatti il trasferimento sarebbe solo una manovra “politica” messa in atto proprio da quei professori che rappresentano la ex governance. Una manovra per osteggiare il nuovo corso e mettere a rischio l’esistenza stessa del dipartimento.
Decisamente perplesso sulla decisione dei sette è il direttore del dipartimento, il professor Alessandro Zucchi: «Quello che stiamo mettendo in atto è un cambiamento che rendono di più dal punto di vista della ricerca — spiega —. Penso a un allargamento alle scienze cognitive, in cui i filosofi che vogliono studiare la mente collaborano con gli scienziati. Oppure ai filosofi che si interessano di intelligenza artificiale che lavorano con scienziati computazionali. Poi certamente abbiamo una tradizione di storia della filosofia che è importante, ma servono persone che pubblichino su riviste internazionali di livello alto. Questa è una direzione che stanno prendendo tutte le grandi università internazionali. Adesso abbiamo buoni risultati, ma quello che ci era stato lasciato in eredità era un dipartimento di serie B».

17/12
È polemica tra docenti al dipartimento di Filosofia della Statale
Statale, la lite dei filosofi vincono gli innovatori perdono i tradizionalisti “No alla scissione”
di LUCA DE VITO

Il Collegio dei docenti di Filosofia ha respinto la richiesta di trasferimento dei sette professori “scissionisti” che avevano chiesto di spostarsi a Storia, mettendo così a rischio l’esistenza stessa del dipartimento (che ha già un organico al minimo). Un “no” che è arrivato a larga maggioranza: 26 contrari, quattro gli astenuti e un solo voto favorevole ai trasferimenti, quello della professoressa Boella, uno dei sette docenti in partenza (gli altri sei non si sono presentati).
L’accusa mossa dagli scissionisti era quella di un’eccessiva “scientificizzazione” del dipartimento. La risposta, arrivata con il documento approvato al termine della riunione, respinge «con fermezza» l’accusa di snaturamento del dipartimento e condanna il metodo con cui lo “scisma” è avvenuto.
Nello stesso documento viene poi sottolineato il rischio di creare danni con la trasmigrazione di una minoranza in disaccordo, ovvero la possibilità di chiusura.
La parola fine su questa vicenda spetta comunque al consiglio d’amministrazione — il parere dei docenti non è vincolante — che deciderà se approvare o meno le richieste avanzate. In ogni caso, nulla si muoverà prima di gennaio 2016 e i trasferimenti, se dovessero essere approvati, non avverrebbero prima dell’inizio del prossimo anno accademico. Quello che è certo, però, è che la vicenda avrà strascichi in quello che è uno degli ultimi due dipartimenti di Filosofia all’interno di università pubbliche italiane (l’altro è alla Sapienza). I rapporti tra i sette docenti e il resto del corpo accademico sono ormai compromessi e la rottura è definitiva.
Anche perché, in un’altra lettera firmata dai sette e inviata ai membri interni del consiglio di amministrazione, si fa riferimento alla precisa volontà di creare un nuovo polo di studi filosofici. Non sono da sottovalutare poi neanche gli effetti collaterali che potrebbero esserci su tutto l’ateneo: la fuoriuscita — che non avrebbe precedenti nella storia della Statale — potrebbe infatti causare una reazione a catena che coinvolgerebbe anche gli altri dipartimenti. Uno spostamento di pedine in cui, alla fine, qualche settore disciplinare avrebbe sicuramente la peggio.

CON I RIFORMISTI: GIULIO GIORELLO
“I maestri dell’ateneo non hanno avuto paura della scienza”
Giulio Giorello, filosofo della Scienza e docente della Statale in pensione da un mese, è uno dei grandi nomi del dipartimento di Filosofia.
Che cosa ne pensa della posizione degli “scissionisti”?
«Quelle posizioni esprimono una paura della scienza e del rigore scientifico che il nostro Paese ha già conosciuto, fin dai tempi delle polemiche degli idealisti contro gli scienziati che volevano parlare di filosofia ».
Ma si tratta di posizioni che si muovono nel solco della tradizione oppure no?
«Assolutamente no, fanno a pugni con l’insegnamento che abbiamo ricevuto da grandi maestri come Enzo Paci, Mario Dal Pra e Ludovico Geymonat, i grandi filosofi della Statale. Erano tutti felici della contaminazione delle idee filosofiche con la pratica scientifica».
In che modo dialogavano con altre discipline?
«Non avevano certamente paura del confronto con le materie scientifiche, al loro tempo c’era soprattutto un’attenzione per la fisica, la biologia e la matematica. A Milano più di una volta vennero cooptati dentro il dipartimento degli studiosi che avevano una laurea scientifica. Il professor Corrado Mangione veniva da matematica, ad esempio. Non c’erano steccati disciplinari, anche perché questi nostri grandi maestri avrebbero dato ragione a Karl Popper almeno su un punto: “Non siamo studiosi di discipline, siamo studiosi di problemi”. E un problema ti prende per mano e ti conduce dove meno te lo aspetti».
Ma perché si parla di uno snaturamento del dipartimento?
«Credo che, sotto sotto, operi in questi colleghi una forma di timoroso conservatorismo. L’incontro con grandi studiosi scientifici costringe a essere rigorosi e precisi. A ripulire il proprio pensiero. A uscire dalle abitudini. E questo fa sì che un dipartimento serio torni ad essere un dipartimento di serie A. Bisogna fare attenzione: se si tagliano questi rapporti con la scienza, si fa poca strada ».
E il dipartimento di Filosofia oggi è di serie A o di serie B?
«Oggi c’è un manipolo di giovani (e meno giovani) di altissimo livello, con prestigio internazionale e che si sono fatti le ossa con lavori realizzati in modo scientifico e rigoroso. Penso a Corrado Sinigaglia, che ha scritto un libro con Giacomo Rizzolatti che ha avuto più di dieci traduzioni all’estero. Potrei citare poi i bei lavori di filosofia della mente della professoressa Clotilde Calabi. Oppure i lavori di Luca Guzzardi che collabora con l’Osservatorio di Brera per mettere a punto l’edizione critica di Boscovich. Persone che ci vengono invidiate all’estero».
(luca de vito)

CON I CONSERVATORI: LAURA BOELLA
“Ormai non c’è più pluralismo delle idee e rispetto personale”
Laura Boella, ordinario di Filosofia morale, è uno dei sette docenti che hanno chiesto il trasferimento a Storia. Parla a titolo personale, non come portavoce dei colleghi e ci tiene a spiegare la sua posizione, «anche perché ho ricevuto molte email da parte di studenti che sono preoccupati e vogliono capire».
Professoressa, perché avete deciso di lasciare il dipartimento?
«Per quanto mi riguarda non si tratta di un contrasto tra linee filosofiche, tutt’altro. L’apertura a discipline non filosofiche nel nostro dipartimento ha una lunga tradizione. Io lavoro sull’empatia con un orientamento fenomenologico, studi che si sono incontrati ampiamente con le scienze cognitive. E il nostro è sempre stato un dipartimento all’avanguardia da questo punto di vista».
Qual è allora la motivazione?
«Il dipartimento di filosofia ormai da alcuni anni si è trasformato. Una trasformazione a cui ha corrisposto una crisi. Molti colleghi sono andati in pensione e c’è stato un turnover. Sono arrivati colleghi più giovani che hanno fatto progressione di carriera e hanno portato tematiche e metodologie diverse. Cosa che ha portato a una lacerazione interna».
E questo è un male?
«Il punto è che questa trasformazione è avvenuta in modo brusco. Adesso si è affermato un senso comune molto diffuso, ovvero che la ricerca debba essere improntata ai metodi della filosofia analitica. Ci tengo a dire anche che io e altri colleghi ci siamo in molti modi aggiornati e abbiamo valorizzato questo trend legato alla filosofia anglosassone. La cosiddetta filosofia continentale e quella anglosassone, peraltro, dialogano da sempre».
Ma c’è qualcosa che non va lo stesso.
«Si è instaurata una modalità di relazione tra colleghi molto negativa che per me è diventata intollerabile. In dipartimento sono venuti a mancare l’apertura e il pluralismo. Ma manca anche un rispetto di base per le persone».
E quindi avete chiesto il trasferimento.
«Un gesto che definisco di politica culturale. Siamo persone che hanno contribuito molto alla storia del dipartimento. Ma adesso siamo invisibili, inesistenti. Se si obietta, si viene presi in giro e si rimane inascoltati. È diventato un luogo invivibile».
Ma quindi siamo a un punto di non ritorno?
«Io ho sempre perorato la causa di una mediazione. Che però non c’è mai stata. E ormai lasciare è una scelta quasi obbligata, almeno per me».
Che cosa risponde a chi dice che mettete a rischio l’esistenza stessa del dipartimento?
«Nessuno di noi ha volontà distruttive. Semmai si poteva rispondere alla nostra provocazione con un’assunzione più radicale del problema. Siamo pochi, siamo divisi, vediamo se si possono cambiare le cose. Ma questa risposta non c’è stata. E per noi il dado è tratto».
(luca de vito)

20/12
NON SPARATE SULL’UMANISTA
Armando Besio
Due libri aiutano a comprendere lo scontro (anche) ideologico tra “umanisti” e “scienziati” in corso al Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi. Li hanno scritti due dei più autorevoli tra gli esponenti delle “fazioni” in lotta. “Non sparate sull’umanista” è il titolo dell’ultimo saggio del prof Elio Franzini (Milano 1956), ordinario di Estetica (pubblicato da Guerini e Associati, firmato insieme con Antonio Banfi e Paola Garimberti).
Contesta l’applicazione agli studi umanistici dei criteri di valutazione della ricerca applicati alle “scienze dure”. Sul fronte opposto, una lettura interessante è quella del bestseller del prof Corrado Sinigaglia (Milano 1966), ordinario di Filosofia della Scienza: “So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio” (edito da Raffaello Cortina), Scritto a quattro mani con il famoso neuroscienziato Giacomo Rizzolati, ha venduto oltre 30 mila copie (in 10 edizioni) ed è stato tradotto in tutte le principali lingue, tra cui giapponese, russo e persiano.

6 dicembre 2015

Insegnare meglio la filosofia. Proposta di rinnovamento dei contenuti del corso di filosofia nei licei












1. Questo testo è indirizzato al Dr. Alessandro Gullo, Dirigente dell’Istituto di Istruzione Superiore “Salvador Allende” di Milano, – scuola nella quale insegno Filosofia e Storia dall’a.s. 2009-2010 –, nell’ambito della raccolta, promossa dalla dirigenza di questo istituto, di proposte innovative che accolgano le possibilità aperte dalla legge n. 107 del 13 luglio 2015 (Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione), ma si rivolge contemporaneamente a tutti i docenti di Filosofia nella scuola superiore e a tutti coloro che sono coinvolti nel processo di ripensamento dei programmi dell’istruzione superiore, nella convinzione che l’attuale riforma non debba essere interpretata come l’invito ad una “competizione” tra istituti. In altre parole, se ci sono delle idee buone su come insegnare meglio, è bene che tutti i soggetti coinvolti ne siano a conoscenza.

2. Questo testo si propone di tenere conto delle idee sull’insegnamento della filosofia di due filosofi italiani contemporanei, Franca D’Agostini e Roberto Casati, che pur avendo espresso concezioni della filosofia che presentano significative divergenze una rispetto all’altra, finiscono in realtà per convergere su alcuni punti importanti (per notizie su entrambi gli autori e per i riferimenti bibliografici si veda il punto 7 di questo testo). Oltre alla riflessione su quanto propongono questi due autori, la presente proposta tiene inoltre conto, come è naturale, della mia personale esperienza di docente della materia, esperienza iniziata nell’a.s. 1999-2000 (i licei dove ho insegnato, prima di quello attuale, sono il Parini di Milano, il Falcone e Borsellino di Arese, il Vittorini di Milano).

3. L’idea di base che intendo sostenere è che l’insegnamento della filosofia non possa consistere esclusivamente nella trattazione della storia della filosofia, e che occorra introdurre contenuti di altro tipo, che espongo sinteticamente nei punti 5-6, sulla base di alcune considerazioni di ordine metafilosofico che espongo nel punto 4.
    In termini di orario l’idea sarebbe questa: attualmente la storia della filosofia occupa 3 ore settimanali nel triennio del liceo classico e del liceo scientifico. Si potrebbe sottrarre un’ora alla settimana in ciascun anno del triennio e si avrebbe così un monte ore totale di 90 ore circa (30 ore per ciascun anno) da dedicare ad altre cose, sempre inerenti alla filosofia. Naturalmente questo comporterebbe anche una riduzione della quantità di autori trattati nel programma di storia della filosofia. (Meno ore = meno contenuti, secondo una ovvia equazione che invece pare non sia stata tenuta in considerazione da chi, nei nuovi programmi di storia del triennio, ha aumentato la quantità di contenuti da svolgere e contemporaneamente ha diminuito le ore curricoli…)
     Si aprirebbe quindi una discussione, da svolgere in sede di Dipartimento di Filosofia e Storia, su quali siano gli autori veramente importanti e irrinunciabili in ciascun anno del triennio. La mia proposta a questo riguardo, molto sinteticamente, è questa: in terza la filosofia antica e tardo-antica (fino ad Agostino), dando spazio a Platone e Aristotele; in quarta (tagliando il Medioevo tranne Tommaso) la filosofia moderna (ma senza Rinascimento) con due razionalisti, due empiristi e ampio spazio a Kant; in quinta un Ottocento sintetizzato (Hegel, Marx, Nietzsche) e più spazio al Novecento, con una scelta equilibrata di autori/tematiche che renda conto della frattura fra tradizione continentale e tradizione analitica.

4. Per migliorare l’insegnamento della filosofia occorre innanzitutto porsi la domanda metafilosofica: che cos’è la filosofia?
     Una buona risposta da cui partire è la definizione che Franca D’Agostini elabora nel suo testo metafilosofico di maggiore impegno (si veda il punto 7): “la filosofia è una scienza dei fondamenti, dove scienza è attività razionale di soluzione o elaborazione di problemi, e fondamenti sono le credenze di fondo, più o meno comuni, che orientano dubbi e certezze”. I problemi filosofici sono tali perché mettono in questione alcuni concetti particolari (che D’Agostini chiama “superconcetti”) che hanno “speciali proprietà ordinatrici e orientative”: verità, essere (o realtà), bene sono i più importanti, ma ve ne sono anche altri e il loro insieme è aperto: conoscenza, esistenza, bello, giusto, valore, natura, storia, tempo, spazio, azione, energia, vita, pensiero, coscienza… “Le proprietà principali dei superconcetti sono schematicamente tre: l’autoriferibilità” (pensare il pensiero, conoscere la conoscenza, valutare la valutazione…), “la determinazione reciproca o convertibilità dei rapporti di fondazione” (la conoscenza può essere usata per definire la realtà, e la realtà per definire la conoscenza…), “il reciproco negarsi o contrastarsi” (la conoscenza può tendere a dominare sulla realtà, fino ad annullarla: forme di fenomenismo scettico; oppure, dal contrasto storia-verità proviene il relativismo storicista… “Il caso in cui ciascun concetto è fatto agire contro tutti gli altri si definisce nichilismo”). Ogni lavoro filosofico, cioè ogni lavoro sui fondamenti (cioè sui concetti fondamentali) è esposto a rischi di cui occorre tenere conto: “Nella pratica dei superconcetti, in altre parole, basterà tenere conto che i superconcetti si autoriferiscono e che questo può dar luogo a regressi;” (all’infinito) “si determinano reciprocamente, e questo può dare luogo a circoli;” (viziosi) “si contrastano reciprocamente, e dunque la loro definizione (se evita il circolo o il regresso) rischia di essere arbitraria o dogmatica”.
     Abbiamo quindi qui proposta un’immagine della filosofia come scienza, una scienza che lavora su concetti fondamentali cercando di definirli, analizzarli, indagarne i reciproci rapporti, avendo di mira obiettivi di chiarificazione, orientamento, fondazione: “I filosofi, come ritenevano anche gli antichi, sono i più concreti e pratici tra gli uomini: ma ciò avviene perché trattano anche l’astratto come se fosse concreto, e fanno della teoria una prassi. Naturalmente questo avvicina i filosofi ai matematici, e non credo sbagli chi ritiene che la filosofia sia una specie di matematica allargata, ossia: un’impresa teorica che lavora con oggetti puri o parzialmente tali, ma è interessata alle loro origini e alle loro applicazioni impure, cioè ai loro rapporti con la reltà naturale, culturale e storica, con le forme di vita e con i moventi dell’azione”.
     All’opposto (ma l’opposizione è più superficiale che sostanziale) abbiamo una concezione come quella di Roberto Casati, per il quale la filosofia è un’arte, l’arte del negoziare concetti. “Tipicamente in un negoziato concettuale si cerca di imbastire una spiegazione o una narrazione che ci permettano di ricomporre una tensione concettuale.” E quando si creano le tensioni concettuali? “ovunque dei cambiamenti in quello che sappiamo o in quello che facciamo esercitano una pressione sulle idee nelle quali fino ad allora ci eravamo cullati riguardo alle situazioni del mondo che ci circonda. Sono cambiamenti dovuti alle nuove conoscenze che la scienza ci propone; a nuovi assetti della società; a profonde trasformazioni nella nostra vita personale.” In altri termini i filosofi entrano in azione quando siamo costretti a rivedere idee, abitudini, modi di agire consolidati. I filosofi possono inventare nuove opzioni concettuali, o fornire criteri comuni di giudizio che permettano il dialogo tra concezioni del mondo differenti. I filosofi sono “negoziatori concettuali per vocazione o per professione”, ma Casati sostiene anche che c’è molta filosofia in luoghi e situazioni che non sono le aule delle facoltà di Filosofia: “troviamo negoziati concettuali quando abbiamo fusioni aziendali e dobbiamo far dialogare diverse culture di impresa, quando decidiamo quali statistiche sono pertinenti per valutare il senso di insicurezza, quando ci poniamo domande sulla natura corpuscolare o ondulatoria della luce, quando ci prefiggiamo degli obiettivi educativi, quando aiutiamo i nostri figli a crescere, quando accettiamo di star invecchiando”.
     Apparentemente abbiamo quindi appena richiamato due concezioni molto diverse della filosofia: scienza dei fondamenti, arte del negoziato concettuale. Ma innanzitutto notiamo che entrambe le concezioni riconoscono che la materia con cui la filosofia lavora sono i concetti, e se andiamo poi a vedere come i due filosofi che abbiamo scelto descrivono la pratica filosofica, ci accorgiamo che in realtà convergono sul riconoscere la filosofia come un’attività che mette in gioco una serie di strumenti e tecniche del pensiero, del ragionamento, dell’immaginazione, ed è proprio sull’insegnamento di questi strumenti e di queste tecniche che si basa la presente proposta. Sarebbe troppo lungo ricostruire qui i percorsi convergenti di questi due filosofi (qualche cenno lo si può trovare nel punto 7), mentre è più importante qui mostrare in concreto quali contenuti possono realmente formare gli studenti alla filosofia come pratica discussiva, critica, e capace di creare ponti e mediazioni in difficili situazioni di transizione o di conflittualità.

5. I contenuti nuovi delle ore di filosofia (quelle 90 ore che risulterebbero dalla riduzione della storia della filosofia) dovrebbero quindi riguardare proprio l’apprendimento di alcune capacità fondamentali che appartengono alla tradizione filosofica ma che dovrebbero appartenere a tutti i cittadini in una società democratica: la capacità di ragionare in modo corretto, per poter dialogare razionalmente con gli altri ed essere in grado di riconoscere chi dice la verità e chi mente; la capacità di analizzare le motivazioni del proprio agire e dell’agire altrui; la capacità di esplorare il campo delle possibilità alternative di fronte a una situazione problematica o confusa; la capacità di confrontare punti di vista diversi sul mondo e modi diversi di agire.
     1) Una parte importante di queste ore dovrebbe essere dedicata allo studio  e alla pratica della logica (logica enunciativa e logica predicativa, sulla base della deduzione naturale), in stretta connessione con la teoria dell’argomentazione e con l’analisi delle fallacie (argomenti che sembrano corretti ma non lo sono realmente). Andrebbero anche mostrate almeno le impostazioni di base di alcune logiche non classiche, in particolare la logiche modali (che studiano i ragionamenti che coinvolgono il possibile e il necessario, e avviano quindi al pensiero “parametrico”, divergente), le logiche paraconsistenti (che violano il principio di non contraddizione, da studiarsi insieme all’analisi dei paradossi), la logica fuzzy (che studia ragionamenti in cui è coinvolta la vaghezza concettuale). 
     Prima di proseguire rispondo a una prevedibile obiezione: perché la logica e non invece, poniamo, l’etica, l’estetica o l’ontologia? Il motivo principale è la connessione tra competenze logico-argomentative e cittadinanza democratica. Ma in secondo luogo anche il fatto che ragionare in modo corretto serve a costruire e valutare discorsi in tutti i campi specifici della filosofia sopra ricordati, quindi è una capacità preliminare, basilare, trasversale ai “settori” della filosofia (la stessa ragione per cui Andronico di Rodi ha classificato le opere aristoteliche di logica come Organon, strumento…).
     2) Vi sono poi alcune teorie (che chiamiamo per sintetizzarle “teorie integrative”), che andrebbero proposte sempre in modo esperienziale, pratico, importanti per educare alla cooperazione e alla comprensione della diversità: la teoria delle decisioni, la teoria dei giochi, l’ermeneutica, le teorie sulla gestione dei conflitti e sull’arte di ascoltare (ascolto attivo, autoconsapevolezza emozionale)
     3) Andrebbero insegnate anche tecniche tipiche del lavoro filosofico (attraverso l’analisi di testi o la discussione guidata su casi o problemi specifici) quali l’analisi concettuale (correlata alla ricerca di definizioni e distinzioni), la ricerca di esempi e controesempi, la costruzione di esperimenti mentali, il ricorso all’analogia (tra argomentazioni e tra problemi), l’esplicitazione dell’implicito e del presupposto, la sperimentazione dello straniamento (guardare le cose come se fossero altro). Una particolare attenzione andrebbe posta, anche nel modo di presentare la storia della filosofia, all’analisi di quali operazioni sui superconcetti ciascun filosofo di fatto ha prodotto con le sue teorie e le sue tesi.

6. Ipotesi di ripartizione dei nuovi contenuti nel triennio:
(nel passare da una classe alla successiva le abilità legate ai contenuti dell’anno precedente andrebbero continuamente coltivate ed esercitate)

classi terze:
riconoscimento di premesse e conclusioni in un testo argomentativo
traduzione dal linguaggio naturale al linguaggio logico
logica enunciativa
ricerca di esempi e controesempi
ricorso all’analogia

classi quarte:
logica predicativa
analisi delle fallacie
analisi concettuale
esplicitazione dell’implicito e del presupposto
costruzione di esperimenti mentali

classi quinte:
esplorazione di base di alcune logiche non classiche
teorie integrative (teoria delle decisioni, teoria dei giochi, ermeneutica…)
sperimentazione dello straniamento
teoria delle operazioni superconcettuali

7. Franca D’Agostini insegna Filosofia della scienza al Politecnico di Torino e Logica ed Epistemologia delle scienze sociali all’Università Statale di Milano. La sua riflessione metafilosofica inizia con Analitici e continentali (1997), forse il suo testo più famoso, tradotto in varie lingue, e prosegue con Breve storia della filosofia nel Novecento (1999) per approdare poi al suo testo metafilosofico maggiore: Nel chiuso di una stanza con la testa in vacanza. Dieci lezioni sulla filosofia contemporanea (Carocci, 2005), da cui sono tratte le citazioni di questo testo. L’idea che la logica vada insegnata come disciplina di base nelle scuole è sua; ne parla da molti anni e ha scritto diversi testi che possono servire come manuali a questo scopo: Le ali del pensiero (2003, ripubblicato quest’anno da Carocci), Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico (Bollati Boringhieri 2010), un testo che ha avuto molto seguito e continua ad essere ristampato,  I mondi comunque possibili. Logica per la filosofia e il ragionamento comune (Bollati Boringhieri 2012), Logica in pratica (Carocci 2013). Dietro a questa idea c’è l’idea che la democrazia sia “filosofia al potere”, non nel senso di Platone, ma nel senso che la vita democratica si basa su buoni ragionamenti, orientati al vero e al bene, e si nutre di confronto di opinioni e di discussione critica.
     Preziose riflessioni sull’insegnamento della filosofia sono contenute nella sezione 3.6 di Nel chiuso (cit.), a partire da questa impostazione: “In linea di principio, in qualsiasi materia, dovrebbero esserci tre tipi diversi di lavoro da svolgere e tre obiettivi didattici: 1. formazione di abilità; 2. trasmissione di informazioni di tipo storico; 3. trasmissione di informazioni di tipo teorico o sistematico”. Ma tutto il volume si può leggere in questa chiave, dal momento che dopo i primi quattro capitoli, dedicati a questioni metafilosofiche, il capitolo 5 (“Metodi e tecniche filosofiche”) introduce a una seconda parte del libro dedicata ad illustrare i contributi che alla definizione di questi metodi hanno dato la logica (capitolo 6), la fenomenologia (cap. 7), l’ermenenutica (cap. 8: qui D’Agostini sintetizza in dieci regole il “metodo ermeneutico”, nella sezione 8.3.4., ed è a questa presentazione che penso quando inserisco l’ermeneutica fra le “teorie integrative”) e la filosofia analitica (cap. 9).
     Roberto Casati è direttore di ricerca del CNRS all’Institut Nicod a Parigi. Le citazioni in questo testo sono tratte dal suo libro Prima lezione di filosofia, Editori Laterza 2011. Si tratta di un testo metafilosofico molto stimolante e tutto costruito con  esempi, ma contiene un’idea precisa di filosofia che l’autore esplicita in vari punti del testo. Il fatto che la filosofia sia diffusa (molto presente in discipline e pratiche non filosofiche) e che sia un’arte rendono secondo Casati normale il fatto che non abbia un canone: neanche la storia della filosofia si può considerare un canone (pur essendo l’unica cosa che assomigli a una “base fattuale” della disciplina), perché impararla non è necessario né sufficiente per essere dei buoni filosofi. Pur esprimendo su certi punti una posizione che definirei “estremizzante”, ritengo che la sua immagine della filosofia sia in buona parte valida e rispondente al vero, e sottolineo infine che al di là della tesi che Casati mette al centro del libro (la filosofia come arte diffusa), sostiene poi anche, al margine, un’immagine della filosofia come “metateoria delle metateorie”: ogni questione filosofica sarebbe una questione metodologica, metadisciplinare. In questo vedo una certa convergenza con il pensiero metafilosofico di D’Agostini.
     Personalmente ritengo che la filosofia si collochi a metà strada tra l’essere una scienza e l’essere un’arte, e penso che il punto su cui le posizioni di D’Agostini e Casati divergono maggiormente riguardi il giudizio su quali siano le basi prevalenti del comportamento umano: ragionamenti (eventualmente sbagliati) secondo D’Agostini, impulsi (o giustificazioni parziali) secondo Casati.

13 novembre 2015

Educare alla cooperazione

Franca D'Agostini

 spiega perché è necessario affiancare agli organismi sovranazionali una forza che spinga dal basso e che educhi le persone a capire che è conveniente, e ormai necessario, cooperare.
Lo fa non con gli strumenti dell'etica, ma con la teoria dei giochi.
Fa anche riferimento all'energetismo, a Spinoza....

10 novembre 2015

Griglia di valutazione per Filosofia e Storia: aggiornamento 2022


Presento qui la versione aggiornata di quest'anno, 2022 (semplificando la traduzione in voto e ripensando alcune cose), della precedente griglia del 2015.
Per scaricarla in PDF clicca qui

L'ho pensata in riferimento alle mia discipline di insegnamento, Filosofia e Storia.

Mantengo comunque qui sotto anche la vecchia griglia, per chi voglia notare le differenze.


Griglia del 2015
scarica il file in PDF qui