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"La filosofia (...) diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere."
B. Russell, I problemi della filosofia, 1912


"Con il concetto di libertà disponiamo di un concetto guida per l'interpretazione della vita. Il mistero stesso del divenire non ci è accessibile: resta perciò una supposizione – per me personalmente una solida ipotesi –, che già il principio che fonda il passaggio dalla sostanza inanimata a quella vivente sia una tendenza caratterizzabile in questo senso nelle profondità dell'essere stesso. Ma il ricorso a tale concetto si mostra però immediatamente adeguato per la descrizione della struttura vivente più elementare. (...) La nostra prima osservazione concerne la natura per così dire in tutto e per tutto dialettica della libertà organica, ossia il fatto che essa sia in una condizione di equilibrio con la corrispondente necessità che le è indissolubilmente connessa come fosse la sua ombra e che quindi ritorna, come ombra accresciuta, a ogni livello nell'ascesa a gradi superiori d'indipendenza. Questo duplice aspetto si trova già nel modo d'essere originario della libertà organica, nel metabolismo in quanto tale, che designa da un lato una facoltà della forma organica, ovvero quella di «ricambiare» la sua materia, ma al contempo anche la sua ineludibile necessità di fare proprio ciò. Il suo «può» è un «deve», in quanto il suo compimento coincide con il suo essere. (...) Così la sovranità della forma rispetto alla sua materia è allo stesso tempo il suo essere sottomessa al bisogno che ha di essa. Questo esser-bisognoso, che è totalmente estraneo all'essere autosufficiente della mera materia, è una caratteristica della vita non meno unica del suo potere, di cui rappresenta solamente il rovescio della medaglia: la sua stessa libertà è anche la sua peculiare necessità. Questa è l'antinomia della libertà alle radici della vita e nella sua forma più elementare, quella del metabolismo."
Hans Jonas, Organismo e libertà. Verso una biologia filosofica, 1994

Lavorare meno...




Credo che lavorare meno sia un’esigenza ancora attuale, al di là dell'urgenza contingente di superare la disoccupazione legata alla crisi. Le storiche lotte sindacali per la riduzione dell'orario di lavoro sono giunte, nei paesi occidentali, alle 40 ore settimanali dei contratti di lavoro standard. (Le 18 ore di cattedra dei contratti degli insegnanti - penso alla mia esperienza nelle scuole superiori - sono in realtà equivalenti alle 40 se si tiene conto di tutto il lavoro collegato, che viene svolto per la maggior parte a casa, di studio e preparazione delle lezioni, di preparazione e correzione delle verifiche scritte, di programmazione e di svolgimento delle mansioni burocratiche.) Ma otto ore di lavoro al giorno sono troppe rispetto al bisogno fondamentale di tempo libero da dedicare alle proprie relazioni famigliari e amicali, a se stessi e alla propria formazione permanente. La cura del corpo, l'esercizio fisico, l'informazione quotidiana, lo studio in funzione dell'allargamento dei propri orizzonti e del potenziamento delle proprie capacità intellettuali, il pensiero, l'immaginazione, il divertimento e il relax, la fruizione dell'arte... Tutte cose necessarie alla qualità della vita, e tutte cose che richiedono tempo.

Lo slogan “Lavorare meno, lavorare tutti” risale ad André Gorz. Oggi lo si può ritrovare ripreso nei lavori di Domenico De Masi.


"Un concetto analogo è immaginato da Wolfgang Sachs e Marco Morosini del Wuppertal Institut, centro internazionale dedito agli studi sul clima, l’ambiente e l’energia. Nel loro recente libro Futuro sostenibile (Edizioni Ambiente, 2011) essi parlano di “lavoro intero”, cioè  comprensivo, oltre che del lavoro  salariato, del “lavoro non monetizzato svolto per sé, per la famiglia e per l’impegno sociale e di assistenza"
(da Lavorare tutti, lavorare meno. Vale ancora? di Giacomo Correale Santacroce)

"Il Wuppertal Institut, in uno studio sul “Futuro sostenibile”  (Edizioni Ambiente, 2011), ha prospettato  la possibilità di limitare a 30 ore gli orari di lavoro retribuito. E il tanto citato al giorno d’oggi, anche a sproposito, John M. Keynes, in un prezioso libretto dal titolo “Possibilità economiche per i nostri nipoti” ( Adelphi, 2009), immaginava nel 1931 una società futura in cui il lavoro dipendente, necessario per vivere,  non superasse le 15 ore settimanali: tre al giorno, per cinque giorni settimanali! Il resto da dedicare alla famiglia, alla creatività personale, allo svago, all’ozio.  E cosa propone l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, Agenzia dell’ONU? Non mi risulta nulla, non risponde alle domande." (da Lavoro o produttività? Questo è il problema, di G.C. Santacroce

Il tema del lavorare meno è collegato strettamente con l'idea molto discussa attualmente del reddito di base. Su questo vedi per esempio il recente articolo apparso su il Rasoio di Occam "Cosa c'è di male in un pasto trafugato? Il dibattito sul reddito di base in Germania", di Francesca Caligiuri .
Si veda inoltre il lavoro di Andrea Fumagalli, per esempio 10 tesi sul reddito di cittadinanza.


Altro nesso con il tema qui sollevato è la riflessione sulle conseguenze dello sviluppo tecnologico. La crescente meccanizzazione del lavoro produttivo, i nuovi lavori... In gara con le macchine. La tecnologia aiuta il lavoro?

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